Skip to main content

Full text of "Monografia della città di Roma e della Campagna Romana presentata all ..."

See other formats


Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http: //books. google .com/l 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 



> 



• 4 



\ 



r-^-y 



s 






y 



-v 



\ 



Ci(nCISTliXO ■»! ^■lOK.tCl'I.TUK^I, lì^lì U ST-K.I -1 i' CoM M fUClO. 
'X^^\\i, D I R E Z 1 N- [■ .JÌJ;Ì.L-Ì.XST a T ] S ti C a GEKtBALE, 



Monografia 

DELLA 

iTTA DI Roma 

E DELLA 

CAMVAG1>LA %OMA'KA 

Volume Secondo. 



%OMA 

Tipografia Elzeviria 

■ti Xltifira dillt »«■{( 

tSSi 



• • 






. . : ri N EW YORK 

■luBUC LIBRARY 

AaT0R,LENOXAN0 
TILDCN FOUNftATiONa 

1t90. 






• V 

• 






INDICE DELLE MATERIE 

CONTENUTE NEL VOLUMh II 



¥Arrigos Vincenzo. Indufiria e commercio .... Pag. 3 

RQ.UERINI Quirino. Delia beaefictnxa roituuia .... » 33 

MoRPURGO Emilio. Lt ijìilu^ioni di previdenza nella città di Roma » 89 
Masotti C. Notizie stilP appiicaziom alla città di Roma ed alle sedi 

suhurbicarie della Ugge sg giugno iSj}, num. 1402 . . » 99 
Gabelli Aristide. Ijlrttzione primaria e secondaria nella città e pro- 
vincia di %oma ■ B 157 

Castiglioni Pietro. Delta popolazione di Roma dalle origini ai no- 
stri tempi - « [87 

Castellani Al'gusto. L'arte nelF indufiria » jgs 

Morelli Francesco. Delle finanze del Comune di Roma. . . . ■ 427 
Betocchi Alessamqro. Le acque e gli acquedotti di Roma antica e 

di Roma moderna. * 54; 

MoRPURGO Emilio. Roma e la Sapienza . . n j* 

UziELLi Gustavo. Cenni storia sulle principali accademie scientifiche, 

letterarie ed artifiiche ejìjtenti in lipma 1 CXXVIl 



i> ì^ì, 1> numcraiioiie arabiu, ìants di prM^nin in ordine 



CORREZIONI AL VOLUME SECONDO 



A pagine 96 e 97, Tesuta, invece di credito depositati, ^^gfioii credito dei depositanti. 

• 325, Numero d*ordine 35 Appunti storici, invece di dopo la terza guerra punica, leggasi dopo 
la seconda guerra punica. 



OSS EXy^^JO'KjE. 

La difièrenza tra il numero dei morti indicato dal dottor Castiglioni, e quello dato dai dottori 
Sorniani e Rey per ciascuno degli anni 18 74-7$ •76, dipende da questa circosunza, che le osserva- 
zioni del dottar Castiglioni si riferiscono all'anno solare, mentre quelle degli altri due scrittori si 
riferiscono al periodo di cinquantadue settimane, contando per intera quella in cui l'anno finisce, 
avendo i dottori Sormani e Rey fatto i loro studi sopra i bollettini settimanali pubblicati dal Mu- 
nicipio di Roma. 



l'K.DUsT'K.iA E Commercio. 




' A e I T T À di Roma, per tanti rispetti famosa, non 
^ può mettersi nel novero delle città che si dicono com- 
merciati o industriali. Non già che manchino in Roma artefici di 
merito, anche insigne, e che non vi sieno industrie giunte ad un 
grado di perfezione eminente; ma la produzione rimane tarda nei 
suoi procedimenti ed incompleta nelle sue varietà; e il commercio 
dal canto suo si limita pressoché esclusivamente a provvedere al 
consumo locale. 

Il capitale non affluisce copioso e spontaneo a fecondare le 
imprese commerciali ed industriali. I grandi capitali, o difettano, 
o si rivolgono altrove; ed i piccoli sono perit[)si ad avventurarsi 
in associazioni, che ebbero tra noi un esito il più delle volte in- 
felice. In Roma non vi sono né grandi fabbriche, né agglomera- 
zioni di operai; i quali invece sono disseminati in un numero stra- 
grande di officine, e non pochi lavorano da sé soli a conto proprio. 
Al pari dell'industria è frazionato il commercio : circostanza questa. 
che rende difficilissime le indagini sull'uno e sull'altra. 

Una prova di questo frazionamento si trae dalle liste degli elet- 
tori della Camera di commercio ed arti, cui è commessa la rap- 
presentanza degl'interessi commerciali ed industriali della cinà e 
di parte della provincia. All'elezione di essa hanno diritto tutti gli 



/ 



4 Induftria t Commercio 

elettori politici del distretto, che abbiano qualità di commerciali o 
d'industriali: ed è in fatto che questi elettori sono pressoché tutti 
capi di commercio o d'industria, mentre per converso non tutti 
costoro sono elettori commerciali, o perchè non hanno il requisito 
di elettori politici, o perchè non curano di farsi iscrivere come 
tali nelle liste. Ora niuna città del Regno ha tanti elettori com- 
merciali, quanti ne ha Roma; e mentre per esempio gli elettori 
di Torino, che è tra le città più industriali, sono in numero di 
910, Roma, che, in rapporto alla popolazione, non dovrebbe averne 
più di 1300, ne conta invece 2948. 

Il solo documento che si possieda circa il numero totale degli 
esercenti commercio ed industria di Roma, è la relazione cosi detta 
complementare dell'Ufficio comunale di statistica sul censimento 
eseguito il 31 dicembre 187 1. Codesto documento però, quantun- 
que pregevole, non può essere di molto uso, sia perché da quel 
giorno fino ad oggi la città è accresciuta di circa 40,000 immi- 
granti, sia perchè sebbene la popolazione sia in esso distinta per 
professioni, per sesso e per età, nondimeno, stante le dichiarazioni 
incomplete somministrate al comune, è imperfetta nelle singole 
professioni la distinzione tra i capi d'arte o di commercio ed i sem- 
plici operai o commessi, come pure tra i fabbricatori ed i nego- 
zianti di un medesimo prodotto; ed inoltre in molte professioni il 
numero degli esercenti è minore evidentemente del vero, per aver 
spesso i dichiaranti omesso l'indicazione della professione. Onde 
avviene che sopra una popolazione di fatto di 244,484 abitanti, che, 
detratti i minori di 12 anni compiuti, in numero di 46,909, si ri- 
duce a 197,575, appariscono 61,568 persone di ambo i sessi di/oc- 
capate, di cui almeno si ignora Voccupa:(ione. 

Le condizioni del commercio e dell'industria non cangiarono 
essenzialmente, in seguito ai recenti avvenimenti che trasmuta- 
rono Roma in capitale del Regno. Atterrate le barriere che sepa- 
ravano la provincia romana dal rimanente della penisola, inari- 
dirono quelle industrie, come specialmente le tessili ed altre, che 
vivevano dapprima di una vita artificiale all'ombra de' dazi di 
protezione. Se non furono molte le industrie novelle che sursero 



Indujtria t Commercio 3 

in quella vece, il lavoro nelle altre si è moltiplicato in proporzione 
dell'aumentata popolazione; donde l'impulso che ebbero segna- 
tamente le nuove costruzioni della città e le opere pubbliche in 
essa intraprese. Per la causa medesima crebbe altresì l'operosità 
commerciale, e tolte di mezzo le prescrizioni relative alle distanze 
de' luoghi di vendita e le tariffe de' prezzi nella vendita de' generi 
annonari, sparvero gli ultimi inceppamenti al commercio, il quale, 
al pari dell'industria, si rivendicò a libertà piena ed intiera. La città 
inoltre si è abbellita di splendidi fondachi, in quantità molto mag- 
giore che non vi fossero per lo passato; ed i depositi di merci ivi 
stabiliti dalle principali fabbriche italiane, diffusero la cognizione 
ed avvantaggiarono lo smercio dei prodotti nazionali. 

Premesse queste considerazioni generali, diciamo partitamente 
prima dell'industria, quindi del commercio e per ultimo delle 
istituzioni ausiliarie dell'una e dell'altro. 



I. 
l'K.T) U ST'III A. 

SI É GÌ A veduto come in Roma la penuria del capitale abbia 
per effetto immediato il frazionamento dell'industria, e questo, 
possiamo aggiungere, è alla sua volta di ostacolo all'applicazione 
delle macchine negli opifici ed alle loro successive trasformazioni 
a seconda de' progressi incessanti della meccanica. Le macchine, 
difatti, vogliono la grande lavorazione come condizione essenziale 
di buon successo: poiché, se per esse si ottiene, da un lato, un 
risparmio nella mano d'opera, crescono dall'altro le spese de' fitti 
e della forza motrice. 

Ove alla esiguità del capitale, al difetto delle macchine, ed ai 
dispendi inerenti alla piccola lavorazione, si aggiunga il caro della 
vita e conseguentemente della mano d'opera, si parrà di leggieri 
come la produzione locale abbia a riuscire costosa, e come lotti 
a fatica con la concorrenza nazionale e straniera. 



Jf 



/ 



6 Induflria e Commercio 

Se una statistica completa dell'industria è impresa dovunque 
malagevole, lo è vieppiù presso noi, ove l'industria cittadina è so- 
verchiamente frazionata, ed ove si aggiunge il timore che le no- 
tizie raccolte ad uso statistico, possano dappoi rivolgersi ad uno 
scopo fiscale. D'altra parte siffatte ricerche s'iniziarono in Roma 
cosi di recente, che sebbene non sia a dubitare che col volger del 
tempo riusciranno come altrove proficue, nondimeno i dati finora 
raccolti non altro permettono che una esposizione descrittiva delle 
singole industrie; e questa è mestieri che sia ristretta ad alcune 
poche, che, scelte a preferenza tra quelle che hanno un maggior 
numero di operai, sono le seguenti. 



Tessitura della S e t^^ . 

L'allevamento dei bachi essendo nel territorio di quasi nessun 
momento, non v'ha di apprezzabile in Roma che la sola tessitura 
della seta, la quale viene eseguita da operai, tanto maschi che fem- 
mine; queste però in numero molto maggiore di quelli. In aiuto 
degli operai de' due sessi vi sono fanciulle allieve, addette alla con- 
fezione de' canneUi , le quali incominciano il tirocinio tra gli 8 
ed i IO anni e divengono tessitrici tra i 12 e i 15. Degli operai 
alcuni lavorano negli opifici ed altri a domicilio. 

Ore di lavoro. Il lavoro giornaliero negli opifici è di io ore, 
con un intervallo di due ore pel pasto, e termina nell'estate al tra- 
monto del sole e nell'inverno tra le prime due e tre ore della notte. 

Salari. Sono tutti a cottimo, il cui profitto varia secondo la 
qualità del lavoro, ed in ciascun lavoro secondo l'abilità e la pron- 
tezza dell'operaio. Pe' lavori di maggior difficoltà il cottimo rende 
giornalmente da lire 4 a lire 5; pei lavori di minor difficoltà da 
lire 2,50 a lire 3,50; pe' lavori lisci da lire i a lire 2,50. Il salarlo 
delle fanciulle è di lire 0,25 il giorno, ed è a carico degli operai. 



Induftria e Commercio 7 

Nel prezzo del cottimo non vi fu variazione durante l'ultimo 
decennio. 



Utensili. La tessitura della seta si eseguisce con semplici telai 
a mano, che si costruiscono in Roma : quelli negli opifici sono 
tutti del fabbricante; di quelli a domicilio alcuni appartengono al 
fabbricante, alcuni agli operai. 

Materia prima. La seta è di origine nazionale e proviene special- 
mente di Lombardia: si riceve tutta ridotta a trame ed organzini. 

Materia manifatturata. È di tessuti in oro ed argento fino, 
di stoffe per paramenti sacri, come piviali , pianete , tonacelle, 
stole, ecc., di damaschi, di amuer per vestimenta della Corte pon- 
tificia, e tafFettani per tappezzeria, di grandi scialli quadrati e 
sciarpe simili alla romana, spinate e cordonate e di sciarpine da 
cintura e da collo, di trine, fiocchi, galloni, e passamanterie per 
uso dell'alto clero. I paramenti sacri, per la loro conformità al rito, 
si esportano anche all'estero, ad eccezione tuttavia delle pianete 
ricamate, parte delle quali provengono invece di Lombardia, per- 
chè, a parità di lavoro, sono a più buon mercato. I scialli, le sciarpe 
e le sciarpine alla romana sono una specialità del luogo, di cui 
pure è fatta esportazione da' forestieri. Gli altri tessuti in seta per 
l'uso a cui servono bastano al consumo interno. I tessuti romani 
mancano di apparecchio, ciò che d'altra parte li rende di maggior 
durata: ma scema la loro produzione, diminuendo il consumo del 
clero e la moda delle sciarpe alla romana. I tessuti di moda sono 
tutti d'importazione, assai più nazionale che estera, mancando la 
produzione del luogo, per difetto di macchine e di apparecchi e per 
la difficoltà de' colori. 



8 Ifidujtria e Commercio 

Filatura e Tessitura 'della Lawa, 

Congiunte in Roma il più della volte sono le due fasi della la- 
vorazione della lana, le cui operazioni successive sono : la cernita 
della lana, la sua lavatura, tintura e stenditura, la mondatura, la 
scardassatura e la filatura, l'orditura de' filati, l'innaspo e la tessitura, 
la peluccatura de'tessuti, la gualcatura, la garzatura, la cimatura, la 
tiratura, la pressa ed il lucido. La filatura e la tessitura sono fatte 
promiscuamente da operai de' due sessi; la mondatura, l'orditura, 
l'innaspo e la peluccatura esclusivamente da femmine, e le altre ope- 
razioni esclusivamente da maschi. I fanciulli allievi e le fanciulle ad- 
dette a talune delle indicate lavorazioni incominciano il tirocinio 
tra gli 8 ed i IO anni di età, e divengono operai tra i i8 e i 20 anni. 
Le lavorazioni stesse si fanno negli opifici, ad eccezione della fila- 
tura a mano che tutta si eseguisce a domicilio degli operai, e della 
tessitura che in parte si eseguisce negli opifici, in parte a domicilio. 

Ore di lavoro. Il lavoro giornaliero negli opifici è di io ore, 
divise da un intervallo pel pasto, che è di un' ora nell'inverno e 
cresce gradatamente fino a due ore nell'estate. 

Salari. Le varie lavorazioni a seconda dell'età degli operai e 
della loro idoneità sono giornalmente retribuite come appresso : 
lavatura, tintura e stenditura della lana da lire 1,50 a lire 3; in- 
naspo e peluccatura da lire 0,75 a lire i; gualcatura da lire 2,50 a 
lire 3; garzatura, cimatura, pressa e lucido da lire 2 a lire 5 ; tira- 
tura lire 2 . Le altre lavorazioni si fanno a cottimo, il quale a se- 
conda dell'abilità e della prontezza rende giornalmente, per la 
mondatura da lire 0,50 a lire 0,75; per la scardassatura e filatura 
da lire 2 a lire 3; per l'orditura da lire 1,50 a lire 2; e per la tes- 
situra da lire 3 a lire 5, anche secondo la specie de' lavori. Gli 
operai in aiuto de' filatori a mano ricevono lire 2 il giorno e quelli 
in aiuto de'tessitori da lire 0,75 a lire i. La retribuzione de' fan- 
ciulli addetti alla scardassatura e alla filatura a vapore è di lire 0,25 



Induftria e Commercio 9 

il giorno: eguale è la retribuzione delle fanciulle addette alla con- 
fezione de' cannelli nella tessitura per ogni telaio a cui assistono. 
Neirultimo decennio non vi è stato aumento ne' salari, a motivo 
che erano in precedenza relativamente elevati, ed essendo diminuita 
la produzione l'offerta della mano d'opera è superiore alla richiesta. 

Utensili. Gli utensili della lavorazione sono le caldaie di rame 
per la lavatura e tintura, le rocchettiere e gli orditori per l'ordi- 
tura, gl'innaspi, i telai, i tiratoi e le presse, i quali tutti si fabbri- 
cano in Roma; gli scardassi e le gualchiere che in parte si fanno 
a Roma, in parte sono nazionali, in parte si hanno dall'estero; le 
filande, le garzerie ed i cimatori, che sono di provenienza nazio- 
nale od estera. De' telai a domicilio alcuni appartengono al fab- 
bricante, alcuni all'operaio. In Roma vi sono tre soli opifici che 
abbiano motore idraulico o a vapore, che comunica il movimento 
agli scardassi, alle filande, a' telai, alle gualchiere ed alle garzerie 
e cimerie. Il primo di tali opifici ha una forza motrice idraulica di 
20 cavalli ed a vapore di 5; nel secondo e nel terzo la forza motrice 
è soltanto idraulica, nell'uno di 9 e nell'altro di 7 cavalli nominali. 

Materie prime. La lana è tutta del territorio, salvo una tenue 
parte in filati di orìgine nazionale. 

Materie manifatturate. Si fabbricano in Roma panni a tinte 
unite, saie bianche e colorate^ diagonali, castori e castorini, cache- 
miri, flanelle, borgonzoni di diverse qualità, come appannati, pe- 
lussetti e verdi da cappotto, tappeti, droghetti e trine. I tessuti 
sono nella più gran parte ordinari, ma nel loro genere sono pre- 
gevoli per la durata, ed è una specialità del luogo quella dei bor- 
gonzoni, specialmente de' verdi da cappotto. Una parte del pro- 
dotto viene esportata nelle provincie circonvicine per uso della 
classe agricola; ma la produzione è in decadimento, non potendo 
sostenere la concorrenza de'prodotti nazionali, la cui importazione 
aumenta di continuo, a causa del prezzo minore e del migliore 
apparecchio. 

2 — DKonografia di l^ptna, Tarte IL 



IO Indujtria e Commercio 

Tessitura 'del Cot oile. 

Mancando affatto la coltivazióne del cotone nella provincia, 
rindustria del cotonificio si esercita in Roma solamente sui cotoni 
importati, le cui successive lavorazioni sono : la tintura, V incan- 
natura, l'orditura, la tessitura e la garzatura di alcuni tessuti. La 
tintura e la garzatura viene eseguita da operai maschi; l'incannatura 
e l'orditura da operaie; la tessitura da operai dei due sessi, ma assai 
più di frequente da femmine. Nella tessitura vi sono fanciulle per 
la confezione dei cannelli, che incominciano tra gli 8 e i io anni e 
passano a tessere tra i 14 e i i6. La tintura e l'orditura si eseguisce 
sempre nell'opificio, l'incannatura tutta a domicilio degli operai, la 
tessitura e la garzatura parte nell'opificio e parte a domicilio. 

Ore di lavoro. Il lavoro giornaliero è di io ore, con un in- 
tervallo pel pasto, che è di un'ora nell'inverno e di due nell'estate. 

Salari. Il salario giornaliero dei tintori varia secondo l'età da 
lire 1,50 a lire 3. Il resto del lavoro si fa a cottimo, che rende gior- 
nalmente ai rispettivi operai da lire 0,50 a lire 0,75 nell'incanna- 
tura, da lire i a lire 1,50 nell'orditura, da lire i a lire 3 secondo 
la specie dei lavori nella tessitura, e da lire 2 a lire 3 nella garza- 
tura. La retribuzione delle fanciulle è di lire 0,25 il giorno per 
ogni telaio cui assistono. I salari nell'ultimo decennio sono piut^ 
tosto dimiuiti, stante la diminuzione della lavorazione. 

Utensili. Sono le caldaie per la tintura, gl'incannatori, le roc- 
chettiere, gli orditori, i telai e le garzerie. Ad eccezione di queste 
ultime, il resto si costruisce in Roma. I telai a domicilio degli 
operai, talvolta appartengono ad essi e talvolta al proprietario. 
Nella tessitura del cotone non si fa uso di forza motrice. 

Materie prime. Il cotone si riceve tutto in filati grezzi, in parte 
dall'estero, ed in parte dalle altre provincie del Regno, 



Induftria e Commercio • ii 

Materie manifatturate. Sono tutte ordinarie, e consistono 
in tessuti lisci e spinati per vestimenta da uomo e da donna, in do- 
boletti, fustagni, foderami, tovagliati, fazzoletti, coperte lucchesine 
e fettucciami. La produzione, sebbene ordinaria, è di durata: ma 
diminuisce continuamente non potendo sostenere la concorrenza 
nazionale, né pel prezzo, né per l'apparecchio. Parecchi dei tessuti 
indicati sono misti di lana e cotone. 



Fo'ìhJìITORI IN METALLO E ^CECCAtLICl. 

Alla direzione degli opifici vi é un ingegnere meccanico assi- 
stito da ingegneri meccanici aggiunti o disegnatori. Gli operai si 
distinguono in maestri di varie specie ed in garzoni aiuti per cia- 
scuna delle specie medesime. Vi sono inoltre gli allievi adoperati 
nel servizio delle officine, i quali incominciano il tirocinio tra i io 
e i 12 anni e divengono garzoni aiuti tra i 15 e i i6. Gli operai 
lavorano tutti nelle oflicine. 

Ore di lavoro. Il lavoro giornaliero é di ore io con un inter- 
vallo pel pasto che secondo le stagioni e gli usi delle officine varia 
da mezz'ora a tre ore, onde in alcune officine il lavoro si protrae 
nell'inverno fino alle 8 della sera, cessando sempre nell'estate al 
tramonto. 

Salari. La retribuzione dell' ingegnere direttore e degli inge- 
gneri aggiunti o disegnatori é mensile, e pel primo varia da .lire 300 
a lire 400, pei secondi può stabilirsi a lire 150. Il salario giorna- 
liero degli operai varia come appresso secondo l'abilità e la qua- 
lità de' lavori: maestri tornitori e maestri aggiustatori da lire 3,30 
a lire io; maestri forgiatori da lire 4 a lire 6; maestri fonditori 
e maestri formatori, cosi in ghisa, come in altri metalli, da lire 2,50 
a lire 8; maestri modellatori in legno da lire 3 a lire 5; gli operai 
aiuti indistintamente da lire 2 a lire 2,50;. gli allievi da lire 0,50 a 
lire 1,50. 11 lavoro talvolta si conviene a cottimo. Nell'ultimo de- 
cennio i salari sono aumentati del 15 per 100 almeno. 



12 Indnftria e Commercio 

IsTRUMENTi E UTENSILI. Gli Utensili a mano si costruiscono 
nelle oflScine, ad eccezione delle lime, che provengono dalla Stiria 
e dall'Inghilterra. Antico in questa lavorazione è l'uso delle mac- 
chine, le quali sono mosse dal vapore, e sono le macchine pialla- 
trici, le fresatrici, i torni, i trapani ecc. 

Materie prime. Il ferro semigrezzo in parte è nazionale, ma 
nella maggior parte è estero e proviene dal Belgio, dalla Francia 
e specialmente dall'Inghilterra; la ghisa si ha esclusivamente dal* 
l'Inghilterra; gli altri metalli sono di diversa provenienza estera. 
È pel costo minore che il ferro «stero prevale in quantità al na- 
zionale, il quale è di qualità migliore e potrebbe bastare al bisogno. 

Materie manifatturate. In Roma si fiinno macchine indu- 
striali ed agrìcole di qualunque specie, ad eccezione delle grandi 
macchine per la marina. La manifattura è buona ed in quantità po- 
trebbe più che raddoppiarsi in ragione alla potenza produttiva 
delle officine. Il lavoro si fa in gran parte per le provincie limitrofe* 
L'importazione ha luogo in grandi proporzioni, a causa del minor 
prezzo, e spesso della novità. Le macchine agricole provengono 
quasi tutte dall'Inghilterra; le industriali da tutti i paesi, ed in parte 
sono anche di origine nazionale. 



F Am n RI FERRAI. 

Gli operai sono distinti in maestri che lavorano ed in garzoni 
che sono loro di aiuto. Vi sono inoltre gli allievi adoperati nei 
servigi delle officine, i quali incominciano il tirocinio tra gli 8 e i 
IO anni e divengono garzoni aiuti tra i 15 e i i6. Gli operai lavo- 
rano tutti nelle officine. 

Ore di lavoro. Il lavoro giornaliero è di io ore, divise da un 
intervallo pel pasto che è di mezz'ora nell'inverno e cresce grada- 
tamente fino a due ore nell'estate. Nell'ultimo decennio vi è stata 
diminuzione nelle ore di lavoro. 



Induftria e Commercio 13 

Salari. I salari giornalieri variano secondo l'abilità come ap- 
presso: maestri da lire 2,50 a lire 4; garzoni da lire i a lire 1,75 ; 
allievi da lire 0,25 a lire 0,75. Il lavoro talvolta si fa a cottimo, e 
questo è più proficuo per l'operaio. Gli stipendi nell'ultimo decen- 
nio non sono aumentati, o l'aumento non è in proporzione al mag- 
gior costo della vita. 

Utensili. Gli utensili per la lavorazione, come tenaglie, mar- 
telli, scalpelli si fanno in Roma ed ordinariamente dagli stessi ope- 
rai. Le morse, i trapani, le forbici ed altri utensili per facilitare i 
lavori provengono dall'estero. Di macchine non si fa uso alcuno. 

Materie prime. La materia prima è nella massima parte estera 
e proviene dall'Inghilterra, dal Belgio e dalla Francia. La materia 
prima nazionale proviene specialmente da Tivoli, da Terni e dalla 
Toscana. Il minor uso della materia prima nazionale in confronto 
alla estera, è dovuto alla inferiorità della confezione, alla mancanza 
di molte sagome e misure, ed al costo più caro. 

Materie manifatturate. Sebbene in Roma non manchino 
abili operai, nondimeno non si fanno che lavori ordinari e dei più 
semplici. La manifattura raffinata viene tutta importata, la nazio- 
nale specialmente dalla Toscana, dal Piemonte e dalla Lombardia, 
e la estera dall'Inghilterra, dal Belgio, dalla Francia e dalla Ger- 
mania. La manifattura importata, specialmente estera, si ottiene 
con l'uso delle macchine, onde è che riesce più perfezionata ed a 
più buon mercato. In ciò lungi dall' esservi un avviamento ad un 
migliore avvenire, sembra che l'importazione vada sempre in au- 
mento a danno della produzione locale. 



F^ LEG 2^ A 0^ 1 ED E 'B A 7ll S T I . 

Addetti gli uni alla lavorazione degl'infissi, e gli altri a quella 
de'mobili. Le due lavorazioni il più delle volte sono congiunte ed 
esercitate dagli stessi operai, talvolta sono separate, in ispecie 






14 Induftria e Commercio 

quella dei mobili. Gli operai sono cosi distinti : maestri che com- 
pongono i lavori, lavoranti che preparano i pezzi, allustratori e 
segatori. Vi sono inoltre gli allievi adoperati specialmente ai ser- 
vigi dell'opificio: questi cominciano d'ordinario il loro tirocinio 
tra i IO e i 12 anni di età e \o finiscono tra i i8 e i 20 anni. Gli 
allievi allustratori cominciano però sui 1 5 anni, essendo il mestiere 
più feticoso. Gli operai lavorano quasi tutti negli opifici, salvo 
alcuni pochi che lavorano a domicilio. 

Ore di lavoro. Il lavoro giornaliero è di io ore, diviso da 
un intervallo pel pasto, che nell'inverno è di un'ora, e cresce quindi 
gradatamente fino a 2 ore e mezzo nell'estate. Il lavoro cessa ge- 
neralmente sull'imbrunire e nell'estate anche prima. 

Salari. I salari giornalieri variano come appresso secondo la 
maggiore minore abilità: maestri da lire 2,50 a 3,50; lavoranti 
da lire 2 a 2,50; allustratori lire 3,50; segatori lire 3,25 ; allievi 
falegnami da lire 0,50 a lire 1,50; allievi allustratori lire 2. Gli 
operai lavorano talvolta a cottimo; è sempre a cottimo il lavoro 
che si fa a domicilio. I salari nell'ultimo decennio ebbero un au- 
mento di circa il 40 per cento. 

IsTRUMENTi ED UTENSILI. Gli attrezzi in legno si fanno tutti in 
Roma. Gli utensili in ferro parte si fanno in Roma, la maggior 
parte sono nazionali, come le lime e le raspe del Bresciano e del 
Biellese, la minor parte sono esteri, i quali si preferiscono unica- 
mente pel prezzo. L'uso delle macchine è ristretto ad un opificioj 
dove una forza motrice a vapore di 20 cavalli nominali comunica 
il movimento ad una sega verticale e due circolari, una delle quali 
ad asse mobile, ad una sega senza fine, a due grandi macchine per 
piallare e tirare a squadracelo, ad una macchina per scorniciare a 
sesto, ad una sega per trafori, a due macchine per fare le anime 
od incastri e ad una macchina per fare i maschi di connessione. 
Vi sono inoltre*nella città due segherie, Tuna mossa dal vapore e 
l'altra a motore idraulico. 



Indujtria e Commercio 15 

Materie prime. Ad eccezione de'legni esotici e di pochi legnami 
provenienti da Trieste, il resto delle materie prime è tutto di ori- 
gine nazionale. 

Materie manifatturate. In Roma si lavora ottimamente in 
ogni genere di oggetti, ad uso così di falegname, come di ebanista. 
La materia manifatturata non viene però esportata se non in tenue 
quantità nei comuni circonvicini. Si ha invece, a motivo del minor 
prezzo, una importazione notevole in infissi, specialmente dalla 
Toscana, ed in mobili ordinari da Milano e da Napoli. Vi è anche 
una qualche iijiportazione di mobili di lusso da Parigi e da Vienna. 



S^iu R^T O RI, 

Gli operai sono distinti in maestri che costruiscono, in garzoni 
che trasportano i materiali dal cantiere al luogo ove si mettono in 
opera, ed in allievi che sono ausiliari ai garzoni. Questi incomin- 
ciano d'ordinario tra i io e i 12 anni di età; e tra i 17 e i 18, o 
proseguono come garzoni, o divengono maestri se ne hanno Tatti- 
tudine. Le femmine non hanno parte alcuna in questo mestiere. 

Ore di iavoro* Il lavoro giornaliero è di 9 ore nell'inverno 
e di IO ore nell'estate, divise da un intervallo pel pasto, che è di 
mezz'ora nell'inverno e di due ore e mezzo nell'estate. Il lavoro 
cessa sull'imbrunire. Nell'inverno è talvolta soggetto ad interru- 
zione per intemperie della stagione. 

Salari. I salari giornalieri variano secondo l'abilità come ap- 
presso: maestri da lire 2,25 a lire 3; garzoni da lire 1,75 a lire 2; 
allievi da lire 1,75 a lire 2. Il lavoro talvolta si conviene a cottimo 
coi maestri, i quali in tal caso provvedono a conto loro al servizio 
di cui abbisognano. Il cottimo producendo generalmente a parità 
di tempo una maggior quantità di lavoro, riesce più proficuo cosi 
al capo d'arte come all'operaio. Nell'ultimo decennio i salari, o 



i6 Indujtria e Commercio 

non sono aumentati, o l'aumento non è in relazione col maggior 
costo della vita. 

Utensili. Gli attrezzi in legname si fanno tutti in Roma. Gli 
attrezzi in ferro, come caravine, picconi, mazze, scalpelli, paletti, 
pale, zappe, martelli e cucchiaie, si fanno in Roma, tranne una 
tenue quantità di provenienza nazionale ed una quantità anche 
minore di provenienza estera ; i cordami sono tutti nazionali, i 
più della provincia romana ; le macchine in ferro per sollevare i 
pesi e trarre in alto i materiali, parte si costruiscono in Roma, 
parte provengono dall'estero; le macchine a vapore per la estra- 
zione delle acque provengono dall'estero, ma di esse non ve ne 
hanno che poche di proprietà di alcuni intraprendenti, da cui al- 
l'occorrenza si prendono in affitto. 

Matlrie prime. La pozzolana è tutta del territorio di Roma: 
la calce si ha dalla provincia romana e dalle provincie circonvicine; 
i cementi in parte sono del territorio, in parte nazionali ed in pic- 
cola parte anche esteri: i laterizi si fanno in Roma, ad eccezione 
di una parte per pavimenti che provengono da Napoli e dall'Alta 
Italia ed in poca quantità anche da Marsiglia; la pietra tufo si trae 
dal territorio. 

Manufatti. Le opere murarie in Roma si eseguiscono gene- 
ralmente molto bene e con molta solidità: da un decennio a que- 
sta parte si costruisce con più sollecitudine che nel passato, e con 
minor spesa per l'uso speciabnente della pietra tufo che è più eco- 
nomica. 

5v< RT i . 

Gli operai si distinguono in tagliatori, in lavoranti ed in cosi 
detti giornatanti addetti al lavoro delle riparazioni. Delle operaie 
altre attendono alla lavorazione dei pantaloni, altre a quella dei 
gilets ed altre a quella delle asole. Vi sono inoltre gli allievi in 
aiuto dei lavoranti e le allieve in aiuto delle operaie di ciascuna 



Induftria e Commercio 17 

specie ; e cosi gli uni come le altre incominciano il tirocinio tra i 
IO e i 12 anni di età e lo finiscono tra i 18 e i 20 anni. I tagliatori 
ed i giornatanti stanno tutti al laboratorio ; dei lavoranti alcuni al 
laboratorio, i più a domicilio ; le operaie lavorano tutte a domicilio. 

Ore di lavoro. Il lavoro giornaliero nei laboratori è di io ore, 
con un intervallo di due ore pel pasto e termina generalmente alle 
8 ore pomeridiane in ogni stagione. 

Salari. La retribuzione dei tagliatori è mensile e varia secondo 
l'abilità da lire 75 a lire 150. Lo stipendio dei giornatanti varia 
secondo l'abilità da lire 2,50 a lire 4,50 il giorno. I lavoranti sono 
tutti pagati a cottimo, che rende loro al netto dalle lire 3 alle lire 
5 il giorno secondo l'abilità e la prontezza. Le operaie parimenti 
lavorano tutte a cottimo, che rende loro giornalmente da lire 1,50 
a lire 2 nette. Gli allievi dei due sessi sono a carico dei cottimisti, 
e gli stipendi giornalieri variano secondo l'abilità, per gli allievi da 
lire 0,50 a lire 1,50, e per le allieve da lire 0,25 a lire 0,50. Il 
lavoro diminuisce notevolmente nei due mesi innanzi a ciascuna 
delle due stagioni d'inverno e d'estate. I salari nell'ultimo decennio 
sono aumentati pei soli lavori di lusso. 

Utensili. Gli attrezzi in legno si fanno tutti in Roma. Quelli 
in ferro, come forbici, ferri da stiro, fornelli ecc. in parte sono na- 
zionali ed in parte del luogo. Sono di provenienza estera le mac- 
chine ,da cucire, il cui uso è oggi assai generalizzato. 

M vterie prime. I tessuti di lusso sono tutti inglesi: quelli infe- 
riori sono assai più d'origine nazionale, che di estera. I foderami 
così di lusso, come ordinari, i bottoni, le trine ecc. i più sono na- 
zionali, in piccola parte provengono dalla Francia, e in minor parte 
dall'Inghilterra. 

^ Materie manie atturate. La manifattura nulla lascia a desi- 
derare per eleganza e sotto qualsivoglia altro rapporto. Il mestiere 
trae largo alimento dai forestieri e dalla popolazione avventizia 

3 — C\(onografia di %)ma, Tarie II. 



i8 Induftria e Commercio 

della capitale. Neirultimo decennio si è di molto aumentato il 
lavoro di confezione: e molti prodotti confezionati si ricevono 
inoltre specialmente da Livorno e da Milano. 



S.i RT E, 

Alla direzione de' lavori è una maestra o caposarta, che suol 
essere la proprietaria del laboratorio, o scuola come volgarmente 
si chiama, e ne' laboratori di primo ordine suol fiirsi venire da 
Parigi. Le operaie sono talvolta distinte a seconda de'diversi la- 
vori a cui attendono. Le allieve o fattorine addette anche a'servigi 
della scuola ed al recapito degli oggetti, incominciano il tirocinio 
tra i IO e i 12 anni di età e lo finiscono tra i 14 e i 15 anni. Le 
operaie lavorano tutte al laboratorio. 

Ore di lavoro. Il lavoro giornaliero è di io ore, con un in- 
tervallo di due ore pel pasto, e durante l'anno termina sempre 
alle ore 8 della sera. 

Salari. Le maestre, quando non sieno le proprietarie, hanno 
un salario mensile che può stabilirsi in media a lire 150, ma è 
maggiore per le caposarte francesi. Il salario giornaliero delle ope- 
raie varia secondo l'abilità ed i lavori da lire 0,75 a lire 1,75. Le 
fattorine ricevono lire 0,25 il giorno. Le spese d'aghi e di filo 
sono a carico delle operaie. Il lavoro scarseggia nei tre mesi di 
agosto, settembre ed ottobre. Lavoro a cottimo non se ne fa. 
I salari delle operaie nell'ultimo decennio sono aumentati del 20 
per cento. 

Uri-NSiLi. Si è generalizzato ne' laboratori l'uso delle macchine 
da cucire. 

Materie prlme. Le stoffe ed i velluti i più sono di provenienza 
nazionale, il resto di provenienza estera e specialmente francese : 
i percalli stampati sono tutti esteri : le lanerie la maggior parte 



Induftria e Commercio 19 

estere; le cotonine bianche e colorate la maggior parte nazionali: 
le forniture in parte nazionali ed in parte estere : i nastri t le pas- 
samanterie di lusso estere, quelle comuni nazionali. 

Materie manifatturate. I lavori che si fanno in Roma sono 
notevoli per eleganza, e soddisfino pienamente all'esigenza della 
moda. Il lavoro di confezione che prima era scarso, è molto cre- 
sciuto nell'ultimo decennio. Oltre il consumo de'forestieri molte 
ordinazioni si hanno dalla provincia e dalle provincie circonvi- 
cine. La manifattura estera viene importata specialmente dalla 
Francia e dalla Germania a motivo del minor prezzo, tranne 
quella parte di maggior prezzo che proviene da Parigi per uso di 
modelli. 

C^ L Z O LA I, 

Non vi è forse mestiere che come questo occupi in Roma un 
maggior numero di operai, tra i quali sono generalmente distinti 
quelli per calzatura da uomo da quelli per calzatura da donna. Le 
operaie attendono esclusivamente a lavori di orlatura. Ogni ope- 
raio ed operaia ha l'assistenza di uno o più allievi od allieve, i 
quali incominciano il tirocinio tra i io e i 12 anni di età e lo fini- 
scono tra i 1 8 e i 20 anni. Gli operai dei due sessi lavorano tutti 
a domicilio e tutti a cottimo, salvo pochissimi che stanno nelle 
botteghe pei lavori improvvisi, e di riparazione. 

Salari. Il provento del cottimo suol variare, secondo l'abilità 
e la prontezza e secondochè il lavoro è ordinario o di lusso, per 
gli operai da lire 20 a lire 30 e per le orlatrici da lire 8 a lire io 
la settimana. Gli allievi sono a carico degli operai, da cui ricevono 
un salario convenuto, che varia secondo l'età, per gli allievi cal- 
zolai da lire 2 a lire 6 e per le allieve orlatrici da lire i a lire 2 la 
settimana. Ne'prezzi del cottimo non vi è stata nell'ultimo decen- 
nio alterazione notevole. Il lavoro è soggetto a diminuzione nella 
stagione estiva. 



20 Induftria $ Commercio 

Utensili. Non vi è in Roma alcun opificio ove si facciano la- 
vori di calzatura a macchina. Introdotte da non guari le macchine 
da cucire, il loro uso si fa sempre maggiore ne' lavori di orlatura, 
i quali oggi per tre quarti si eseguiscono a macchina e per un 
quarto a mano. Il lavoro a macchina è meno costoso di quello a 
mano, ma si crede di minor durata. 

Materie prime. I migliori cuoi e pellami provengono dalla 
Francia. Pellami si hanno ancora dalla Germania e dall'Austria, e 
cuoi da Genova, da Prato e da Matelica. I pellami e cuoi romani si 
adoperano ne'lavori ordinari, ed in quelli in ispecie ad uso de 'cam- 
pagnoli. Le altre materie prime, come fodere, bottoni, elastici, ti- 
ranti, nastri, stoffe, sete, rasi ecc. sono generalmente nazionali 
ne'lavori ordinari, ed a preferenza estere ne'lavori di lusso. 

Materie manifatturate. In Roma si lavora egregiamente in 
ogni genere di calzatura. Non vi è però esportazione nella materia 
manifatturata, la quale invece, a causa del minor prezzo, viene 
importata in copia considerevole specialmente da Livorno e da 
Ancona. 

Questa rassegna, potrebbe estendersi agevolmente alle indu- 
strie degli scalpellini, dei marmisti ed ornatisti, de'conciatori di 
pelli, de'cappellai, de'fabbricatori di materiali laterizi ecc; ma noi 
consente lo spazio ristretto che ci venne assegnato Quantunque 
meno estesa, è nondimeno notevole in Roma la fabbricazione di 
fucili da caccia, di campane di bronzo, di apparecchi per campa- 
nelli elettrici ed illuminazione a gas, di ramerie, di tubi e lastre 
di piombo, di vasellami, terraglie, maioliche e porcellane, di calo- 
riferi, stufe e cucine economiche, di argenteria Christophle, d'istru- 
menti chirurgici, ottici, fisici e matematici, d'istrumenti musicali, 
organi e corde armoniche, di carte da parati, di specchi, di colla 
forte, di sapone, di fiammiferi, di forniture e guarnizioni militari, 
di calze, maglie, merletti, ombrelli e fiori artificiali. . Si lavora 
egregiamente in fotografia, in calcografia, in litografia ed in cro- 
molitografia. È altresì in reputazione la lavorazione delle car- 



É 



Indujtria e Commercio 21 

rozze, della marmoridea, deirintarsiatura in legno, degli arazzi in 
figura e in ornato, degli smalti per musaici^ della cera, delle con- 
fetture e delle perle artificiali. Ma la produzione che primeggia su 
tutte è quella dell'oreficeria e delle arti belle, meritevoli T una e 
le altre di speciale menzione. 

L'oreficeria romana esercitata su largo campo è sommamente 
pregevole per la purità e. leggiadria delle forme in ogni genere di 
lavoro, compresa la legatura di gioie e pietre preziose, ed è ora 
salita in maggior grido per la vaga riproduzione degli antichi 
ornamenti etruschi. È intieramente libero nel Regno il commercio 
degli oggetti d'oro e di argento di qualunque titolo, il cui bollo o 
marchio, soltanto facoltativo, viene impresso in appositi uffici go- 
vernativi, ed è per ciascuno de'due metalli di tre diverse maniere, 
secondochè segnano per l'oro i titoli di 900, 750 e 500 millesimi, 
e per l'argento i titoli di 950, 900 ed 800 millesimi. 

La produzione artistica fiorisce spontanea allo splendore 
de'monumenti e de'capolavori che costituiscono Roma a sede 
delle belle arti, pel cui studio le più colte nazioni hanno qui sta- 
bilito le loro accademie, ed è qui che i più valenti artisti accor- 
rono d'ogni dove ad ispirarsi. La statuaria e la pittura tengono il 
primo posto, e seguono quindi la scultura in bronzo ed altri me- 
talli, in avorio, in legno ed in cera, l'incisione in rame, in cameo, 
in pietra dura, in conchiglia, in avorio ed in legno, la cesellatura 
in oro ed argento, ed i lavori in musaico, in bronzo ed in marmo. 
Le opere di scultura in marmo e di pittura sono disseminate nei 
numerosi studi che esistono nella città, e più numerosi sono i 
fondachi, ove sono raccolti ed esposti alla vendita gli oggetti d'arte 
minori. 

Ma delle arti belle sarà tenuto discorso da persona fornita di 
speciale competenza, in un altro capitolo di questa Monografia. 



22 Induftria e Commercio 



II. 



C OM !^C E%C I , 

IL MOVIMENTO commerciale della città e SUO territorio, per ciò 
che risguarda l'importazione ed esportazione estera, risulta da' 
prospetti statistici della dogana di Roma, ove sono indicate le merci 
estere introdotte nel territorio e quelle estratte dal territorio per 
l'estero, sieno tsst^ o non sieno, soggette ai diritti di entrata e di 
uscita. Ma tali prospetti non possono conprendere, né le merci 
esportate in altre parti del Regno, né quelle importate di origine 
nazionale; e nelle importazioni dall'estero non si possono contem- 
plare quelle merci che, visitate in altra dogana dello Stato, giun- 
gono in Roma, come dicesi, nazionalizzate. 

Per l'importazione si hanno altresì i prospetti mensili, compilati 
dairUflScio comunale del dazio di consumo, i quali però compren- 
dono le sole merci soggette al dazio medesimo, all'entrata, e per 
ciascuna di esse é cumulata l'importazione estera, la nazionale e la 
territoriale Né a distinguere l'una dalle altre giova il confronto tra 
i prospetti doganali e quelli del dazio di consumo, giacché sottratte 
le quantità degli uni da quelle correlative degli altri, rimarrebbe 
sempre indistinta ne'prospetti del dazio di consumo, l'importazione 
territoriale, la nazionale e la estera nazionalizzata; ed è inoltre di 
ostacolo al confronto medesimo la circostanza, che le voci e tal- 
volta anche le misure della tariffa doganale non corrispondono a 
quelle della tariffa de'dazi di consumo. 

Useremo pertanto degli enunciati prospetti come meglio ci 
sarà possibile, per farci un* idea del movimento commerciale 
di Roma e suo territorio negli anni 1875 e 1876, supplendo, ove 
occorra, con criteri formati a notizie acquisite d'altronde. 

E cominciando dalle importazioni, le principali merci, che dai 
prospetti del dazio di consumo appariscono introdotte in Roma 
negli anni predetti, sono : 



Indù ff ria e Commercio 



2Ì^ 



I MPORT A^lO'ÌLE DI MbRCI 

tifi coMunt di Tijotna 

(i econdo i profpetli del da^io di confumo) 



Jl N N I 



iSjs 



Bestiame bovino, esclusi i vitelli (1/3 del ter- 
ritorio, 2/5 di provenienza nazionale) Chil. 12 465 328 
Vitelli (quasi tutti del territorio) . . . Capi u 810 

Bestiame bufalino (quasi tutto del territorio) ChiL 105 325 
Bestiame ovino (quasi tutto del territorio). » i oj.6 8o^ 
Bestiame suino (tutto della provincia) . Capi 2[ 782 

Polli, gallinacci, oche, piccioni (i/io del terri- 
torio, 9/10 di provenienza nazionale). . » 805 577 
Cacciagione d' ogni specie (il più del territorio, 

il resto nazionale) Chil. S3 ^^j 

Formaggio parmigiano e stracchino (tutto na- 
zionale) » 563 782 

Formaggio pecorino e vaccino (quasi tutto del 

territorio) » i 779 518 

Uova di gallina, tacchina ed anitra (i/io del 

territorio, 9/10 di provenienza nazionale) » i 697 273 
Pesce fresco e crostacei (il più dell.i provincia) » i 320 187 
Pesce air olio e all' aceto (il più nazionale, una 

parte di provenienza estera) » 112 229 

Pesce afFumato salato (il più estero, una parte 

nazionale) » 

Farine (4/5 del territorio, i/$ nazionali) . » 41. 326 434. 
Granturco ed altri cereali (una parte del terri- 801 147 
torio, il resto della provincia) .... » 

Riso (tutto nazionale) » 1 893 495 

Avena e fava (tutta del territorio e della pro- 
vincia) » 7 118 5|2 

Fieno e paglia (tutto del territorio) . . . » 23 165 487 
Burro (il più del territorio, una parte nazionale) » 289 427 
Latte e crema di latte (tutto del territorio) » 2 962 656 
Olio vegetale animale (tutto della provincia) » 3 947 74$ 

Olio minerale (tutto estero) » 952375 

Vino ed aceto (il più del territorio e della pro- 
vincia, una parte del yino nazionale, una mi- 
nor parte estera) Ettol. 45 971 248 



1S76 



12 824 


591 ^ 


II 


908 


69 


660 


821 


061 


2} 


017 


931 


564 


61 


141 


49) 


$69 


I 882 


3fS 


I 772 


983 


I 287 


765 



121 4n 



41 302 197 
519 897 

2 033 42Ó 

8 221 362 

27 640 322 

303 398 

3 358 374 
I 991 617 

836 887 



49 937 488 



24 



Induftria e Commercio 



Im PORTA ZIONE DI ^ERCI 

nel comune di-l^^oma 
{seconde i profpetli del da^io ài confumo) 



%A N N l 



iSjs 



IS76 



Spiriti (i più nazionali, una parte del territorio 

e una parte esteri) Ettol. 611 635 

Zucchero (tutto estero) Chil. 2 375 008 

Caffè ed altri generi coloniali (tutto estero) » 655 325 
Legnami da costruzione (i più nazionali, una 

parte del territorio, una minor parte esteri) » 18 121 81 1 
Marmi bianchi e colorati grezzi (i più esteri, 

una parte nazionali) Met. cubi 146 

Marmi in lastre (tutti nazionali) . Met. quad. 22 361 

Ardesie (tutte nazionali) Chil. i 269 250 

Travertini (tutti della provincia) . Met. cubi 4 820 

Mattoni d'ogni specie, canali e tegole (il più 
del territorio, una parte nazionali, una minor 

parte esteri) Num. 23 288 318 

Calce e gesso (tutto del territorio e provincia) » 29 25 5 210 
Asfalto (parte del territorio e parte nazionale) » 976 419 
Ferro di i' e 2' lavorazione e ghisa (il ferro 
di I* lavorazione la massima parte nazio- 
nale, quello di 2* lavorazione la maggior 
parte estero, la ghisa tutta estera) . . » 5 479 518 
Altri metalli (7/10 nazionali, 3/10 esteri) . » 41.2 239 
Legna da fuoco (tutta del territorio e provincia) » 40 669 080 
Carbone di legna, fossile e cok (del territorio 
e provincia, tranne il carbon fossile che può 

valutarsi ad i/ioo del totale) 33125411 

Cera d*ogni specie (il più del territorio, una 

parte nazionale » 79 *^^ 3 

Vasi e giocattoli in terraglia e porcellana (quasi 

tutto estero) » ^ 03$ 737 

Lastre e cristalli (i più nazionali, una parte 

esteri) » 894 895 

Sapone comune e da toletta (il più del terri- 
torio, una parte nazionale, una minor parte 
estera) 310 689 



578 756 

2 166 526 

669 317 

14 900 538 





263 




13 989 




648 480 




3 917 


22 


360 077 


21 


140 851 




750 91S 



5 8|8 150 
4^9 219 

33 363 96S 



28 912 003 
87 598 

I 226 028 
770 943 



291 709 



Induftria e Commercio 25 

Per le altre merci non comprese ne' prospetti del dazio dì con- 
sumo, r importazione estera, considerata in rapporto alle merci 
che maggiormente prevalgono per quantità, si desume come ap- 
presso da' prospetti doganali : 



Merci non comprese nei prospetti 



DEL DAZIO consumo 



Medicinali Chil. 

Prodotti chimici » 

Colori » 

Pelliccerie acconciate » 

Guanti di pelle Paia 

Canapa, lino e relative manifatture . . Chil. 

Cotone e relative manifatture » 

Laxle, crino, peli e relative manifatture . . » 

Sete e relative manifatture » 

Carta e libri » 

Macchine e meccaniche » 

Mercerie » 



kA n 


N I 


1875 


1876 


29 207 


28 157 


390 104 


362 892 


49 S17 


52 IS2 


40 239 


24 534 


I 375 


I 203 


52 278 


48 741 


792 814 


679 153 


72 448 


79 356 


9 991 


8 001 


89 710 


83 130 


154 103 


128 973 


75 368 


53 877 



Le quantità qui sopra indicate non rappresentano che una fra- 
zione de' prodotti importati dall'estero, perchè la più gran parte 
di essi giungendo in Roma nazionalizzati, non possono figurare 
ne' prospetti doganali. Per la massima parte di codesti prodotti è 
molto maggiore l'importazione nazionale, che non la estera; la 
prima anzi viene dilatandosi ognor più e acquistando terreno, 
quanto l'altra ne perde, come parziabnente può scorgersi dai dati 
quantitativi ora indicati. Né l' importazione generale della città si 
limita a' soli prodotti finora enunciati, non avendovi forse pro- 
dotto che non sia oggetto d'importazione dal Regno o dall'estero, 
sia perchè la produzione nazionale od estera è migliore di qualità 
a più buon mercato, sia perchè insufficiente o mancante la pro- 
duzione del luogo. 

4 — (fonografia di ^ma, Tarte II. 



26 Indtiftria e Commercio 

Passando ora alle esportazioni, le merci che da' prospetti do- 
ganali appariscono da Roma esportate all'estero in quantità con- 
siderevole, sono le seguenti, nell'ordine stesso col quale si veggono 
registrate ne' prospetti medesimi. 



ÌMerci esportate da ^oma alC estero 



Vino in bottiglie Num. 

Acquavite in bottiglie composte .... » 

Olio d' olivo Chil. 

Generi medicinali non nominati .... » 

Concime » 

Pelli crude verdi e secche » 

Lana in massa naturale » 

Tessuti di seta pura » 

Tessuti di seta pura, mista con oro o argento fino » 

Granaglie e marsaschi » 

Doghe Metri 

Legna da fuoco Chil. 

Legno di qualunque specie » 

Mobili di legni d'ebanisteria d*ogni specie . » 

Stampe e litografìe » 

Libri in lingua italiana, morta e straniera . » 

Mercerìe comuni » 

Mercerie fine » 

Ossa ed unghia di bestiame » 

Oggetti d'arte Valore 

Strumenti scientifici per laboratorio . . Chil. 
Oggetti in bronzo dorati o non dorati . . » 
Oreficeria e vasellame d'oro .... Ettog. 
Oreficeria e vasellame d'argento . . . Chil. 

Marmo greggio » 

Pozzolana » 

Vasellame di terra o creta comune in utensili 

diversi » 

Vasellame di porcellana bianca. .... » 
Oggetti in cristallo arrotati, incisi o colorati » 



%yi N N i 


1875 


1876 


I 798 


I 169 


3" 


362 


2 286 


I 052 


492 


4 588 


• • • • 


25 500 


28 461 


28 260 


62 609 


63 669 


450 


828 


• • • • 


355 


.... 


IO 000 


.... 


9 000 


134 


I 500 


« • . a 


5 000 


5 420 


7 264 


3 761 


4 072 


20 7SI 


35 7»« 


2 198 


5 S43 


2 175 


2 641 


...» 


466 927 


I 717 661 


978 086 


• • . . 


289 


869 


682 


8 


68 


8 


16 


400 


6 145 


8 QOO 


ICQ 000 


2 330 


3 615 


X 646 


I 642 


I 626 


481 



Induftria e Commercio 27 

Quanto agli oggetti di belle arti e deiroreficeria è da avvertire, 
che la loro esportazione per Testerò è molto maggiore che non 
apparisca dai prospetti doganali, giacché cosi i gioielli come gli 
oggetti d'arte minuti, che nel loro complesso costituiscono forse 
la parte maggiore, sfuggono alle indagini della dogana, esportati 
siccome sono personalmente dai forestieri che visitano la città, i 
quali ne sono i maggiori acquirenti. 

Gli oggetti stessi sono anche materia di una notevole esporta- 
zione nazionale, che per gli altri prodotti del territorio è spe- 
cialmente di lane, pregevoli e ricercate per la candidezza, finezza, 
lunghezza e robustezza del pelo ; di vitelli che ritornano poi allo 
stato di buoi da macello; di formaggio pecorino per uso special- 
mente della gente di mare; di grani per seme, che sono reputati fra 
i migliori della penisola; e di pelli grezze di piccoli animali, come 
agnelli, capretti, lepri e martore. La pozzolana, giusta le ultime sta- 
tistiche del Governo pontificio, veniva esportata nelle altre provincie 
nella quantità approssimativa di dieci milioni di chilogrammi, e 
non pare che l'esportazione ne sia diminuita posteriormente. Per le 
stesse Provincie vi è una qualche esportazione di macchine, di car- 
rozze, di mobili, di corde armoniche e d'altro, se v'ha che sia meri- 
tevole di menzione. Non è però a dimenticarsi che Roma è il 
maggior mercato della provincia e di una parte delle provincie 
circonvicine; e più che ciò, e come città monumentale, e come 
capitale del Regno e come centro del cattolicismo, richiama nelle 
sue mura una popolazione avventizia, che si rinnova di continuo, 
la quale qui si provede del bisognevole d'ogni sorta, ed i cui acquisti 
complessivi costituiscono un commercio notevole di esportazione 
per alcuni articoli e di riesportazione per altri. 



28 Induftria e Commercio 



ffl. 



AUSILIARI dell'Industria e del Commercio. 

m 

DO p o aver discorso fin qui deirindustria e del commercio, 
rimane a trattare degli ausiliari di entrambi, quali sono le 
banche, la borsa, l'istruzione e le vie di comunicazione. 

Le principali banche, a cominciare da quelle di emissione sono: 

La Banca Nazionale nel Regno d'Italia, col capitale di lire 200 
milioni, di cui lire 150 milioni versate, e con una circolazione a 
corso legale di circa lire 375 milioni, avente in Roma la direzione 
generale e 68 tra sedi e succursali sparse nel Regno. 

La Banca Romana, antico istituto cittadino, col capitale di lire 
15 milioni, ed una circolazione a corso legale di circa lire 40 mi- 
lioni, impiegata intieramente al servizio dell'industria e del com- 
mercio romano. 

Quindi la sede in Roma del Banco di Napoli e la succursale del 
Banco di Sicilia. 

È noto come questi quattro istituti, insieme alla Banca Nazio- 
nale Toscana ed alla Banca Toscana di credito, pure conservando 
ciascuno la propria autonomia, costituiscano il consorzio delle Ban- 
che di emissione, eretto con legge del 30 aprile 1874 allo scopo di 
guarentire solidalmente allo Stato un mutuo di mille milioni di lire 
in biglietti a corso forzoso, da emettersi e rinnovarsi a loro spese. 
I sei istituti summentovati sono i soli che durante il corso forzoso 
sieno autorizzati all'emissione dei biglietti di banca, la cui circola- 
zione per ciascun istituto non può essere maggiore del triplo, né 
del capitale rispettivo, né del numerario esistente in cassa in me- 
tallo o in biglietti consorziali. Tale circolazione è a corso legale 
pei biglietti della Banca Nazionale in tutto il Regno e per quelli 
degli altri istituti nelle rispettive regioni e nelle provincie fuori di 
Qsse ove una rappresentanza dell'istituto assuma l'obbligo del 
cambio per tutta la durata del .corso legale. Ed é parimente noto 



Induftria e Commercio 29 

come i biglietti a corso legale non possano rifiutarsi nei pagamenti 
né dai privati, né dalle casse governative, al pari di quelli a corso 
forzoso; ma a differenza di questi che sono inconvertibili, presentati 
al cambio dell'istituto emittente debbano rimborsarsi in danaro o 
in biglietti consorziali. 

Dopo le banche di emissione sono a menzionare principal- 
mente: la Banca Generale, con la sede principale a Roma ed una 
succursale in Milano, e con un capitale di lire 15,000,000. 

La succursale del Credito Mobiliare Italiano, avente in Firenze 
la sua sede principale ed un capitale di lire 50,000,000, di cui lire 
40,000,000 versate. 

La Banca Tiberina, col capitale di lire 10,000,000, di cui lire 
5,000,000 versate, succeduta non ha guari alla Banca Italo-Ger- 
manica, nella quale eransi fuse precedentemente la Banca Austro- 
Italiana, e la Società Generale di credito immobiliare e di costru- 
zioni in Italia. 

La succursale dell'Unione Generale, società di Parigi col capi- 
tale di lire 4 milioni. 

Queste banche, ad eccezione dell'ultima, impiegano il loro ca- 
pitale in operazioni non solo di credito, ma anche di commercio 
e d'industria su tutta la superficie del Regno; e ad esse sono ora 
da aggiungere, per connessione di materia, gl'istituti che hanno 
uno scopo esclusivamente commerciale e industriale, quali sono: 

La Società Anglo-Romana per l'illuminazione a gaz di Roma 
col capitale di lire 5,650,000. 

La Società dell'Acqua Marcia col capitale di lire 5,000,000. 

La Società Romana delle miniere di ferro e sue lavorazioni col 
capitale di lire 2,8 3 4,7 7 5 . 

La Società anonima per la vendita di beni (demaniali) del Regno 
dltalia, col capitale di lire 10,000,000, di cui lire 4,000,000 versate, 
la quale da Firenze ha di recente trasferito in Roma la sua residenza. 

La Compagnia Fondiaria Italiana col capitale di lire io,ooo,ooo> 
trasferita parimente in Roma da Firenze ed avente per iscopo le 
transazioni immobiliari, i prestiti ipotecari e la compra e vendita 
di beni immobili. 



■ 



30 Induftria e Commercio 

L'Impresa dell' Esquìlino, società che sebbene genovese per 
capitali e per residenza, nondimeno è tra le più benemerite diRoma, 
per la costruzione che ha ivi intrapreso del nuovo quartiere da cui 
prende il nome. 

Le due agenzie, l'una delle Assicurazioni generali di Venezia, 
e l'altra della Riunione Adriatica di sicurtà di Trieste. 

Senza andare più oltre in questa enumerazione, finiremo col- 
l'osservare, che negli ultimi sette anni si costituirono, si trasferi- 
rono o eressero in Roma una loro succursale, 54 nuove società 
commerciali; alle quali aggiunte io società preesistenti, si ha il 
totale di 64 società, di cui 29 sono cessate, o per trasferimento di 
residenza, o per liquidazione anticipata, o per fallimento, o per 
essersene perduta ogni traccia; sicché le società che rimangono 
sono ora 35, di cui si menzionarono superiormente le principali, 
riguardo all'operare che fanno in Roma, ove alcime trasferirono 
l'amministrazione centrale al solo effetto di averla presso la sede 
del Governo. 

Alle banche succede la Borsa, le cui riunioni, come si legge nel 
relativo regolamento, hanno per oggetto le operazioni sui cambi, 
sugli effetti pubblici e sugli altri valori ammessi nel listino della 
Borsa stessa, le contrattazioni delle merci, dei premj d'assicurazio- 
ne, dei noli delle navi e dei prezzi di trasporto per terra e per acqua. 
Cionondimeno le sole operazioni che di fatto si eseguiscono alla 
Borsa, sono quelle che riguardano i cambi, gli effetti pubblici e gli 
altri valori: giacché le altre contrattazioni, per consuetudine della 
piazza, si fanno tutte privatamente fuori della Borsa, nella quale 
però avviene l'accertamento e la pubblicazione dei relativi corsi 
ufficiali. La Borsa è aperta tutti i giorni, tranne i festivi, dalle ore 
1 1 antimeridiane all'una pomeridiana. Sono in essa permesse le 
negoziazioni, cosi a contanti, come a termine, ferme, a premio o 
con riporto ed in ogni altro modo, conforme alle consuetudini com- 
merciali. Dieci minuti innanzi la chiusura hanno luogo le contrat- 
tazioni alla grida pei soli effetti a contante e col ministero esclu- 
sivo degli agenti di cambio. 

La quotazione dei corsi ufficiali vien fatta dal sindacato dei pub- 



Indtiftria e Commercio 31 

blici mediatori. Sono pubblici mediatori tutti gli agenti di cambio 
debitamente autorizzati, e quei sensali che sono rivestiti di tale qua- 
lità, anche senza la quale, del resto, è permesso ad ognuno di eser- 
citare le funzioni di sensale. Il numero degli agenti di cambio 
in Roma è presentemente di 13, e sono $6 ì sensali con qualità 
di pubblici mediatori. Il sindacato dei pubblici mediatori, scelto 
elettivamente dal ceto, si divide in due sezioni, Tuna di sei agenti 
di cambio e l'altra di sei sensali, quanti sono i componenti del 
sindacato medesimo. La sezione sindacale degli agenti di cambio 
si riunisce ogni giorno dopo la chiusura della Borsa per accertare 
il corso dei cambi, degli effetti pubblici e degli altri valori. La se- 
zione sindacale dei sensali si aduna il sabato di ciascuna settimana 
per accertare il corso delle merci, desumendolo dalle dichiarazioni 
dei contratti eseguiti nella piazza durante la settimana che termina. 

Presiede alla Borsa una deputazione composta di sei membri, 
aventi a capo il presidente della Camera di commercio, i quali 
esercitano collettivamente il loro ufficio, nell'ammissione in ispecie 
dei nuovi titoli alla quotazione, e vegliano inoltre ciascuno per 
turno al buon ordine delle riunioni. La deputazione è scelta nel 
suo seno dalla Camera stessa, che provvede alla residenza ed 
alle spese della Borsa; ed è perciò che, mediante una convenzione 
approvata con legge dell'S febbraio 1874, si è obbligata a costruire 
una nuova dogana presso la stazione ferroviaria di Roma e conse- 
gnarla quindi al Governo, da cui riceverà in correspettivo per uso 
proprio e della Borsa l'edificio demaniale in piazza di Pietra, ove 
si ammirano i maestosi avanzi dell'antico tempio di Antonino Pio 
imperatore. 

Toccando da ultimo dell'istruzione professionale e delle vie di 
comunicazione nei rapporti col commercio e coU'industria, l'istru- 
zione non è altra che quella che si riceve nelle scuole tecniche, e 
nelle scuole serali ad uso degli operai, ove s'insegnano le prime 
nozioni geometriche, il disegno lineare e l'ornato. 

Le vie di comunicazione sono primieramente le strade ferrate, 
per le quali si effettua il maggior movimento delle merci nazionali 
e straniere: quindi le strade rotabili, che fanno capo alle porte della 



32 Indù f irta t Commercio 

città e che servono specialmente a trasportare in Roma i prodotti 
agricoli dei comuni circostanti; ed in fine la via del Tevere, sul 
quale si schiudono due porti, l'uno di Ripagrande e l'altro dì Ri- 
petta, per l'approdo quello dei legni con carico di merci che giun- 
gono dal mare, e questo delle barche provenienti dalla Sabina e 
dall'Umbria con carico di legna, carbone, grano, vino, olio ecc. 

Se verrà giorno in cui il completamento della rete ferroviaria 
italiana aprirà lo sbocco su Roma ai prodotti della Marsica e degli 
Abruzzi, ed in cui la sistemazione e le opere del Tevere le confe- 
riranno qualità di porto marittimo, quel giorno sarà foriero di piìi 
lieto avvenire pel commercio romano. 




'Della 'Be'H.eficenzu %0 3>(ati.A. 



SUNTO STORICO. 

t A MISERIA non è un fatto inerente alle 'società 
^ moderne ; essa risale alla fonnazlone dei primi po- 
poli. Non è soltanto la mitologia che ci descrive la miseria ele- 
mosinante alle porte dell'Olimpo'pel banchetto natalizio di Venere, 
ma ogni storia sacra e profana, antica e moderna, ci fi pietose de- 
scrizioni di vedove, d'orfani, d'infelici, d'indigenti che soffrivano e 
morivano anche per fame e per freddo. Le società, ì legislatori non 
poterono rimanere impassibili di fronte a questo triste fenomeno, 
poiché la miseria, dall'individuo diffondendosi nelle moltitudini, 
provocò lo studio e l' adozione di provvedimenti ispirati o dalla 
rehgione o dalla politica, secondo che l' uno o l' altro di questi 
motivi predominavano. 

Roma pagana fii pure ftinestata dalla miseria. L' erilità, la 
patria pouflà, il patronato, ì'ofpitalità, furono istituzioni sociali, 
intese ad assicurare contro la miseria gli schiavi, le donne, i 
fanciulli, gh afiirancati, i forestieri poveri, ma non valsero sotto 
un popolo per il quale la guerra ed il saccheggio erano i soli 
elementi di produzione, cosicché, quando la pace improduttiva 
esauri i prodotti delle conquiste, la miseria montò come rotta 

S — Monografia di "Rptau, 'ParU IL 



34 T>ella ^eneficen:(^a T(pmana 

fiumana. I patrizi obbligati a provvedere ai bisogni ognora più 
imponenti d*una folla di bisognosi e di affamati, tassarono allora 
la ricchezza sotto il nome di leggi agrarie, leggi frutnentarie, leggi 
annonarie. Di li ÌQ fé fìeepulari/ì congiarii, ìt. sportale e le molte- 
plici maniere di liberalità che si organizzarono in Roma con ca- 
rattere permanente, a fine d'attenuare i pericoli che sempre più au- 
mentavano per le classi privilegiate e per lo Stato. 



I. 



L'Ordinamento politico- sociale di Roma Repubblicana 
credevasi tale da estinguere la miseria nelle sue stesse sor- 
genti, perciò dalla Grecia si tolsero le leggi civili non le isti- 
tuzioni a sollievo dell'indigenza. Prima virtù dei Romani era il 
disprezzo della vita, diveniva quindi indifferente, se non naturale, 
che il fanciullo debole o difforme si gettasse nel Tevere, che il 
sano lo si vendesse, s'era d'aggravio, che lo schiavo fosse stru- 
mento di traffico, che Tinvalido e lo stesso soldato ferito non 
trovassero alcuna assistenza. Se si abrogarono poi le leggi barbare 
control nati, ciò fu per interesse dello Stato, a cui occorrevano molti 
e forti combattenti. Da ciò ebbe origine la legge ricordata da Dio- 
nigi d'Alicarnasso, che assicurava ai cittadini poveri padri di tre 
figli^ i mezzi di educarli fino all'adolescenza. Così s'iniziarono le 
prime distribuzioni di grano, fatte dagli Edili, prima a prezzo mi- 
tissimo,poi gratuitamente; distribuzioni che, regolarizzate nell'anno 
630, assunsero un carattere generale e permanente e per la l^ge 
di Cajo Gracco divennero onerosissime per lo Stato, giacché circa 
40,000 cittadini vi partecipavano. Cinque moggia per testa (circa 
33 chilogrammi per persona al mese) si distribuivano ai soli cit- 
tadini Romani liberi o liberti che si fossero. Ottavio Tribuno, per 
evitare gli abusi dei fraudolenti, operò una riforma importante e 
volle che i soccorsi non si concedessero se non a chi con un at- 
testato di povertà venisse riconosciuto nella condizione di assoluto 



T>ella ^eneficen:(^a %Ofnana 35 

bisogno, e Cicerone, nel lib. n De officits, dice che al suo tempo un 
ottavo della popolazione libera era nella condizione di assoluta po- 
vertà. 

Scemando la virtù repubblicana, mentre il lusso aumentava, e 
restringendosi la proprietà nelle mani di pochi, la miseria s' ac- 
crebbe smisuratamente, cosicché, per consiglio di Catone, fu d'uopo 
triplicare il numero dei beneficati. S'intese così ad evitare i tu- 
multi, poiché quando non vi furono nemici al di fuori da combat- 
tere, si combatté all'interno, chiamandosi nemico chiunque posse- 
desse da solo ciò ch'era stato conquistato col valore e col sangue 
di molti. 

Per ostentazione, per paura, per interesse, i patrizi facevano la 
beneficenza. Anche il Senato sotto questo triplice impulso istituì 
il monopolio del sale, mantenendolo per profitto della classe po- 
vera in basso prezzo. I tribuni medesimi, che doveano sostenere i 
diritti delle classi povere, servivano agli interessi della loro popo- 
larità, anziché al desiderio d'avvantaggiare il proletariato, e così i 
benefizi venivano sempre o distribuiti dal timore o strappati dalla 
rivolta. 

Collo accrescersi dei proletari in numero ed in audacia dovet- 
tero prendersi nuovi ed ulteriori provvedimenti di prudenza; le 
distribuzioni di terre, la legge agraria, le disposizioni relative ai 
debitori, lo sviluppo dei patrocinii, la costituzione delle colonie 
* furono gli spedienti immaginati per acquietare le plebi, ma poiché 
non aveano a scopo reale e diretto il prevenire l'indigenza e redi- 
mere il proletariato, così il vantaggio non poteva essere che mo- 
mentaneo ed apparente. Il codazzo dei clienti, che avrebbe dovuto 
essere la espressione del patrocinio legale dei patrizi verso nume- 
rose famìglie, rappresentava invece la ostentazione in quelli ed in 
queste l'elemosina ridotta perfino alla sportala quotidiana. Nobile 
e generosa avrebbe potuto essere l'opera dei patroni, che vestivano 
e mantenevano i poveri affrancati dalla schiavitù ed istituivano 
legati e pensioni alimentarie, ma anche questa tutela era spesso la 
retribuzione della petulanza e della viltà. 



36 Della ^Beneficenza Romana 

II. 

UN SENTIMENTO di Vera umanità, anziché d'egoismo di casta 
o di ragione di Stato, viene ad aleggiare sui pubblici soc- 
corsi soltanto in un certo periodo dell' epoca Imperiale. Oltre dei 
trionfatori, anche i magistrati, entrando in carica, od i cittadini de- 
corati della toga virile dicevano elargizioni. Narra Olimpiodoro 
che Probo, figlio d'Àlipio, per celebrare la sua nomina a pretore, 
spese 1 200 libbre d'oro, e l'oratore Simmaco, ch'era un senatore 
di mediocre fortuna, ne spese 2000 per solennizzare la elezione di 
suo figlio alla pretura, e Massimo vi consumò la somma enorme 
di 4000 libbre, dando giuochi pubblici che durarono otto giorni. 
Crasso, tenendo la magistratura, a tanto era giunto, da dar persino 
pubblico banchetto al popolo e provvedere ciascun cittadino po- 
vero di fi'umento per tre mesi. Cesare, essendo dittatore, superò 
tutti, e prolungò la sua munificenza con un legato di cui Ottavio 
si fece esecutore. Dopo la turba degli adulatori e schiavi in vita, si 
volle avere quella degli sfamati a piangere la morte del benefattore 
e salutarlo asceso fra gli Iddii. 

Sotto Tiberio aumentavasi ancora il numero degli ammessi 
alle distribuzioni del grano; Settimio Severo vi aggiunse una ra- 
zione d'olio ed Aureliano cambiò la distribuzione di grano in una 
di pane fatto col fiore di farina ed in una razione di carne di 
maiale. 

Le elargizioni di denaro si facevano allori soltanto che si vo- 
leva trarre la plebe a feste od a tumulti. Ma ciò che prima dalla 
plebe s'era accettato con riconoscenza, si pretese poi per diritto. 
Sotto ai Cesari vi fu tuttavia qualche lampo di beneficenza; Augu- 
sto aveva distribuito ai plebei padri di famiglia un regalo di 2000 
sesterzi! (400 delle nostre lire) per ogni figlio maschio o femmina 
che si fosse, e nel 725 aveva ammesso i figli minori di 1 1 anni al 
cangiario di 400 sesterzi!, quanto cioè era stato assegnato a cia- 
scun cittadino. Sotto a Nerva e Traiano si riscontrano per la prima 
volta provvidi e benevoli ordinamenti verso gli infortunati e la 



Della ^eneficeriT^a %pmana 37 

naturale pietà, soffocata fino allora da barbare costumanze, viene 
a manifestarsi sotto particolari forme. I figU prendono parte alle 
distribuzioni gratuite di grano col consenso dei loro genitori, />f^m 
alimentarii confenfu parentuniy ed è noto il decreto di Traiano con- 
servato in una &mosa tavola, pel quale fu destinato un milione e 
144 mila sesterzii per comperar terre, a fine di nutrire fanciulli e 
fimciulle orfane, nate di nozze legali, ed in piccola proporzione an- 
che i figli illegittimi. Si sa pure che ai tempi di Traiano, essendo 
state sanguinosissime le guerre ch'ebbe a sostenere Roma contro 
la Germania e contro i Parti, fu istituito un vasto ospizio o quar- 
tiere, nel luogo, credesi, ove ora sorge la chiesa di Santa Maria in 
Trastevere, destinato a ricoverare i prodi legionarii che per ferite 
riportate nelle fazioni campali fossero rimasti invalidi, ed erano 
questi mantenuti a spese dello Stato. Marco Aurelio ammise alle 
distribuzioni alimentarie anche i figli degli affrancati, e questa isti- 
tuzione si estese a tutta Italia; 5000 fanciulli erano stati iscritti da 
Traiano sul ruolo firumentario ed il loro numero aumentò sempre 
sotto i suoi successori. Gli imperatori crearono anche le distribu- 
zioni alimentarie con carattere di fondazione privata e parecchi ad 
onore delle loro spose, ed i fanciulli iscritti prendevano allora 
il nome dalla famiglia della fondazione, come Ulpiani pueri, Fau^ 
stiniani pueri, !Kammeanae puellae^ ecc. I privati imitavano questi 
esempii, come Plinio, che fondò a Como una rendita perpetua in 
favore dei padri di famiglia poveri, per aiutarli ad allevare i loro 
figli, e Celio Macrino in Terracina sua patria. 

La legge poi autorizzava le città a ricevere i legati destinati 
a procurare ai fanciulli il cibo e l'educazione ed a venire in soc- 
corso di quelli che l'età condannava all'inerzia. Questi legati erano 
considerati come appartenenti all'onore della città. Gli alimenti 
erano assicurati ai fanciulli sino alla pubertà, i giovani ne gode- 
vano fino a dieciotto anni, le fiinciulle fino ai quattordici QDig* 
Ab. XXXIV, tit. I, leg. 14). 

Tuttociò peraltro non era vera e sincera beneficenza, ma una 
forma, si direbbe, profetica di quella che dovea sorgere più pura 
e più universale sotto il raggio vivificatore del Cristianesimo. 



38 T>ella ^Bcneficen:;^a Romana 



IH. 



IL CRISTIANESIMO della compassione fece un dovere di carità, 
deUa povertà una virtù. Fu una vera rivoluzione morale e sociale, 
ch'ebbe per simbolo e per eflfetto la libertà, la eguaglianza e la fra- 
ternità, sconvolgendo fino dalle fondamenta idee, interessi , co- 
stumi, per ricostituire una nuova vita. Ciò dà la ragione delle fe- 
roci persecuzioni di cui per tre secoli furono vittime i cristiani. 
Nelle vastissime gallerie sotterranee dette arenarie, scavate lungo 
le vie Àppia, Ostiense, Aurelia, Salarica^ Tiburtina ed altre della 
città, per estrarne la pozzolana, che grandemente usavasi e commer- 
ciavasi per le fabbriche, i cristiani si ricoveravano per le pratiche del 
loro culto ed ivi tenevano le loro agapi e banchetti, fraternizzando 
tra loro, ricchi e poveri, nel vincolo di una fede comune. I ricchi, 
stanchi delle brutture dell'impero, calavano colà a risollevare lo spi- 
rito, e le sostanze proprie dividevano fra i poveri e gli schiavi, che 
col battesimo conseguivano la libertà. Questa prima forma di bene- 
ficenza ispirata d'ardente carità venne quindi a regolarsi con distri- 
buzioni ordinate, il che fii opera delle diaconie; cessate poi le per- 
secuzioni, ed intiepidito lo spirito delle virtù cristiane primitive, si 
venne alle distribuzioni di beneficenza per centro, secondo i bisogni 
comuni, e cosi si ebbero gli o/pitali. Sotto le diaconie, istituite per 
regioni, s'inscrivevano in registri le persone bisognose di soccorsi, 
con le indicazioni del sesso, età e professione; il pubblico tesoro 
delle diaconie era alimentato dalle elemosine ordinarie, contri- 
buzioni, decime, offerte, nonché dalle ricchezze stesse della Chiesa, 
costituite dalle pingui elargizioni, dai doni di tutti i fedeli, 
quindi dai lasciti e donazioni degli stessi imperatori cristiani. 
Le sole rendite delle terre e case legate da Costantino alle chiese 
di sua fondazione salivano a 140 mila lire. Nel iv e v secolo le 
ricchezze della Chiesa sempre più aumentarono, malgrado i danni 
che la incolsero per le prime invasioni dei barbari. 

I primi chiamati ai benefizi delle caritatevoli elargizioni erano 



Della ^eneficen:^a 'Romana 39 

i detenuti nelle prigioni dell' Impero, perchè cristiani nei tempi 
di persecuzione ; poi gli orfani e le vedove dei martiri, finalmente 
gli inabili al lavoro per infermità o vecchiaia. 

Gli alimentarti cristiani di queste tre classi non abbraccia- 
vano anche i mendici, nello stretto senso della parola, poiché 
questi vivevano per lo più di elemosina, stando presso le prigioni, 
dove erano racchiusi i fedeli od adimandosi presso le sepolture 
dei martiri. Ma, un decreto di Costantino, avuta pace la Chiesa, 
venne a perdere la carità sublime delle catacombe. Al Concilio di 
Nicea, nel 325, la vediamo di già fastosa, e la carità cristiana co- 
mincia ad assumere un carattere legale. S'istituirono i procura' 
tores pauperum con altre beneficenze, e con l'articolo 70 fii ordi- 
nata la fondazione in ogni città di un xenodochio od asilo pubblico 
ospitaliero; cosi si distruggeva lo spirito d'ospitalità privata. E 
dopo tale prescrizione del Concilio, sorgevano in Roma due xeno- 
dochii, l'uno per cura della pia Fabiola, della stirpe dei Fabì, l'altro 
per cura di Panmiachio, dell'antica famiglia Fulvia. Questi xeno- 
dochii erano aperti ai pellegrini indigenti, ai cristiani erranti, agli 
schiavi fiiggiaschi, ai malati derelitti, agli stranieri stessi d'ogni 
religione. In mezzo secolo gli stabilimenti ospitalieri si moltipli- 
carono tanto in Oriente che in Occidente, per porgere asilo e 
sollievo a qualunque specie di miseria. Allora si edificarono ospizi 
secondo le molteplici forme delle umane sciagure, e si ebbero i 
nofocomia per i malati, i ptochotrophia per i poveri, gli arginoria 
per gli incurabili, i brephotrophia per i trovatelli, gli orphanotrophia 
per gli orfani, i gerontocomia per i vecchi, i paramonaria per gli 
operai invalidi, ecc. ; istituzioni tutte che palesano la trasforma- 
zione della carità. La carità collettiva è sostituita alla carità indi- 
viduale, la carità fastosa alla carità umile, la carità ufficiale, infine, 
alla carità spontànea. Egli è vero che, in seguito agli editti di Co- 
stantino in favore dei cristiani, che sotto i regni precedenti erano 
stati condannati alla schiavitù, alle miniere, alle galere, o relegati 
nelle prigioni, la Chiesa si trovò improvvisamente circondata da 
una folla prodigiosa di miserabili, che portarono con sé un' infi- 
nità di bisogni e d' infermità, per cui erano impotenti i soli soc- 



40 Della ^eneficen:(^a Romana 

corsi a domicilio. Egli è vero che a quest'epoca le famiglie cri- 
stiane, non formando ancora un gran numero, non potevano dare 
asilo a tutti quei disgraziati, né sopperire al tempo stesso a tutte 
le necessità loro, quindi il dovere dei vescovi e magistrati di prov- 
vedervi altrimenti che con le distribuzioni delle diaconie ; ma è 
vero altresì che gli ospizi furono, per usare la frase di Crisostomo, 
altrettanti ginnast , ove la povertà si esercitò a divenire ben presto 
pauperismo. 

Nel IV secolo si continuavano ancora dagli imperatori le di- 
stribuzioni di viveri al popolo, ed abbiamo il decreto di Valenti- 
niano, il quale sostituì ai venti pani grossi, che pesavano insieme 
jo oncie, e si facevano probabilmente pagare a basso prezzo, 36 
oncie di pane bianco (un chilogramma circa), che ogni cittadino 
riceveva gratuitamente. Né i Codici Teodosiano e Giustinianeo, 
né altri monumenti storici di questa epoca, ci attestano se le elar- 
gizioni imperiali cessassero, o si modificassero, o continuassero ; 
solo da una prefazione di una legge d'Onorio, nel 399, si rileva 
che gli approvigionamenti per il popolo di Roma erano com- 
pleti. Nessuna legislazione civile contemplava assolutamente gli 
impotenti a guadagnarsi la vita, ma la legislazione canonica vi 
provvide col canone quaeque civitas suos pauperes alito. 

La povertà era divenuta in gran parte speculazione, l'essere 
mendicante era una vera professione, e Valentiniano II, con legge 
datata da Padova nel 382, ordinò che si cacciassero da Roma tutti 
i mendicanti riconosciuti abili a guadagnarsi il pane col lavoro. 
Con altre leggi di Valentiniano, Graziano e Teodosio, si procurò 
di disciplinare la mendicità, sottoponendola a certe regole, sotto 
pene severissime. Ordinarono questi imperatori che in avvenire 
nessun povero potesse mendicare sulla pubblica via, che dietro 
preventiva constatazione del suo stato, della sua salute, della sua 
età. Se il mendicante era riconosciuto valido e proseguiva a 
mendicare, perdeva la libertà. Ma Giustiniano volle mitigare e 
completare al tempo stesso le disposizioni sulla mendicità con 
giudiziose riforme, che fanno fede del suo senno e della sua pru- 
denza. 



Tìella beneficenza Romana 41 



IV. 



NE L medio evo la beneficenza assunse nuovi caratteri fra la 
esaltazione del sentimento religioso e fra le vicende politi- 
che alternate dalla feudalità, dalla cavalleria, dalle crociate, dalle 
corporazioni, dai Comuni. Col risollevarsi della borghesia e del 
monachismo, i papi sostituitisi agli imperatori, continuarono le 
munificenze, ma con savi e durevoli provvedimenti, a benefizio 
delle classi povere. 

In sullo scorcio del secolo v, papa Simmaco erigeva spedali 
pei poveri ed ospizt per i pellegrini presso San Pietro e Paolo, e 
Pelagio n, nel secolo vi, faceva edificare un xenodochio, detto 
Tocio. Di Gregorio II raccontasi che, morta la madre, convertisse 
la propria casa nella chiesa di Sant'Agata alla Suburra, unendovi 
dei cenacoli; di Stefano II che fondasse parecchi ospizi per i pel- 
legrini ; di Stefano III che restaurasse quattro xenodochii caduti 
in rovina ; di Adriano I che edificasse un monastero presso la ba- 
silica della beata Eugenia ; di Leone m che sul suolo vaticano 
erigesse un ospizio detto natimachiay specialmente per i pellegrini 
che venivano dalle Gallie, ospizio arricchito poi di terre e casali 
da Eugenio II. 

E con sollecitudine non minore dei papi, Teodorico re dei 
Goti e degli Italiani provvide al popolo, per quanto i redditi esi- 
gui glielo consentissero. Commosso egli allo straziante spettacolo 
di una miseria infinita, faceva distribuire dagli ufficiali pubblici 
ogni anno alla plebe affamata della città, 1,200 moggia di grano, 
che raccoglievasi dalle campagne delle Calabrie e delle Puglie. 
Caduto il regno dei Goti tutto era finito ; estinte le case patrizie, 
le poche superstiti emigrate a Costantinopoli, la Chiesa divenne 
allora un grande asilo, i monasteri si popolarono di poveri, il sa- 
cerdozio fu esca agli ambiziosi, più che ai chiamati da Dio. Si 
rammentavano e si rimpiangevano i consoli ed i prefetti che di- 
stribuivano grano, olio e grascie, il popolo domandava pane ed 

6 — ^iconografia di Hpma, Parte IL 



42 Della TìeneficttiTia Ti^omana 

i papi furono costretti a distribuire gli alimenti. Gregorio, es- 
sendo monaco, dal suo convento del Clivo Scauro, faceva distri- 
buire in ogni anno cibi ai poverelli ; divenuto papa, al principiare 
d'ogni mese, distribuiva ai bisognosi grano, vesti e danaro, ed in 
ogni solennità maggiore largiva doni ai conventi, alle chiese, agli 
istituti di pietà. 

I pellegrini trovavano a Porto l'antico ospizio fondato dal se- 
natore Pammachio, l'amico di Girolamo, e v'erano xenodochii e 
cenacoli dove la carità dava nutrimento e ricovero senza distin- 
zione di paese e di culto, e cosi di molto fu allargata l'ospitalità, 
. dai Greci e dai Romani usata semplicemente con le tejferae hofpi- 
talifatis. I vescovi, perchè ospizi tali non venissero a mancare, or- 
dinarono che ad ho/pitale pauperum decitnae conferantur, afque ibi 
hofpitalitas ad laudem T)ei exhibeatiir. Vennero poi in rinomanza le 
scuole o luoghi destinati ad accogliere i pellegrini e si ha notizie 
delle scuole Francorum, Saxonum, Frifonum, Longobardorum. Le 
leggende sui pellegrinaggi sono confuse, e tutte risentono della 
passione del tempo o degli scrittori. Giova ricordare per il nostro 
assunto che il più antico ricovero per gli stranieri risale alla fon- 
dazione d'Ina, re di Wuestford, che pellegrinò in Roma nel se- 
colo vili, ed al mantenimento a prò degli Inglesi assegnò un soldo 
all'anno sopra ogni casa del proprio regno, tassa che fu detta TìJ^o- 
tnefcot. Il re Ossa, cinquant'anni appresso venuto a Roma, aumentò 
l'imposta, che fii detta denaro diS. Pietro, perchè pagavasi il di della 
festa di questo santo. I Longobardi fondarono le scuole ed ospe- 
dale di S. Giacomo dei Longobardi; Borsi voglio, duca di Boemia, 
fondò un ospedale per i Boemi; Roberto conte di Fiandra^uno per 
i Fiamminghi, per non parlare di quei moltissimi che sursero 
qualche secolo dopo e specialmente nei secoli xiv e xv, e per 
tal modo le istituzioni di beneficenza assunsero sempre più quel- 
l'impronta cosmopolitica che distinse la Roma dei papi da tutte le 
altre città del mondo. Il xenodochio e l'ospedale erano quasi 
sempre uniti alle chiese ed ai monasteri. 

Nel secolo ix la ignavia e la ignoranza dei monaci Romani ci 
lasciano una tenebra completa sugli istituti di beneficenza. Si sa 



T)ella ^eneficen:(^a %omana 43 

soltanto che sotto Niccolò I, dopo la metà del secolo ix, ai pove- 
relli si provvedeva con strana generosità, ed il papa stesso di per- 
sona dispensava dei marchi che davano il diritto di un pranzo a 
chi li mostrava, e questi marchi erano segnati col nome del papa 
e si distribuivano agli uomini indigenti od a quelli ch'erano inca- 
paci di lavorare. Eppure gli storici riferiscono che il pontificato di 
Niccolò I fu il più tranquillo ed economicamente il più prosperoso, 
perciò la elargizione dei marchi la si può chiamare munificenza. 
Ma vennero poi i tempi tempestosi per ire di fazioni e per miseria 
conseguente. I papi stessi salivano il trono pontificio portati dalle 
armi e colle armi venivano spodestati : le borgate, i castelli, pur 
anco i monasteri divennero bastite e le plebi si vendevano sempre 
al miglior oflferente : nella lotta v'era la speranza della violenza e 
del saccheggio ; dopo la lotta rimaneva come risorsa la carità pub- 
blica e lo spedale. Fra tanta rovina di coscienze e di sostanze, 
molti ricchi per aver gloria e benedizione in morte lasciavano 
grosse somme per otto giorni di funerali, e si ebbe cosi una copia 
in più tenui proporzioni, di quanto s'era costumato dagli impera- 
tori romani. 

Le Crociate arrecarono, con l'immensa emigrazione, un mo- 
mentaneo sollievo alla miseria, più grande e più duraturo lo ap- 
portarono con le donazioni fatte alla Chiesa. Il monachismo fu 
pure di grande benefizio ai poveri, quando intelligente, studioso, 
laborioso forni un nuovo sviluppo alla beneficenza con la conces- 
sione dei terreni che dava a dissodare ai proletarii. Era questa la 
vera armonia della carità col lavoro, prodromo della economia e 
della civiltà moderna. A poco a poco scomparvero tali conces- 
sioni, abolite le enfiteusi, gli allodi ed altro, la proprietà si con- 
centrò, ed anche nei monasteri si ebbero i latifundia, deplorati da 
Plinio; al popolo della campagna e della città rimase l'elemosina 
alle porte dei conventi. 

Nel secolo xni anche gli ospedali crebbero assai di numero : 
papa Innocenzo XIII, il celebre capo dei Guelfi, fondò nel 1 204 
l'ospedale di Santo Spirito presso S. Maria in Sassia; ed i prin- 
cipi Colonna Ghibellini, quasi per contrapporsi al loro avversario, 



44 T)ella ^cneficen^^a %oinana 

fondarono gli ospedali di S. Giovanni e di S. Giacomo. Un quarto 
ospedale fu eretto nel 1259 da Pietro Capocci cardinale, e fu 
quello di S. Antonio Abbate in vicinanza di S. Maria Maggiore ; 
gli infelici che infermavano del fuoco di S. Antonio vi trovavano 
cura dai frati di un ordine che s'era formato nella Francia meri- 
dionale. Cadono i Ghibellini e la beneficenza si trasforma ; sor- 
gono le confraternite, le università d'arti e mestieri, associazioni 
tutte che da Numa, secondo che narra Plutarco, ebbero vita rigo- 
gliosa fino a Nerone, e, soppresse da questo imperatore, perchè ca- 
dute in sospetto, furono restaurate da Costantino che ne fece un 
corpus neceffarinm ma sottoposto all'ingerenza dello Stato. Odonio 
Rinaldi segna nel 1267 come prima la confraternita del Gonfa- 
lone, mentre il Baronio ne indicherebbe una nell' 894. Ciò che 
importa meglio conoscere si è che fino dal loro principio le con- 
fraternite cristiane furono vere istituzioni di beneficenza verso i 
pupilli, le vedove, i poveri, gli inabili al lavoro, ricettando infermi 
ancora e dotando zitelle. 

Nel secolo xiii sorge la Elemosineria Apostolica; nel se- 
colo XIV le caje sante^ istituzione questa specialissima a Roma, 
che accoglieva vedove e zitelle le quali, senza monacarsi, vivevano 
secondo la regola di qualche santo fondatore di ordini religiosi, 
come di S. Francesco o di S. Domenico. Nel medio evo non tro- 
viamo memorie di orfanotrofi, che pur furono una delle prime 
cure del Cristianesimo e sui quali si hanno i decreti degli impe- 
ratori Leone ed Antemio, perciò è da credersi che gli orfanelli 
venissero in quest'epoca raccolti negli ospedali, ospizi, o presso fa- 
miglie private, e nutriti colle rendite particolari del patrimonio 
dei poveri. 



^elìa ^eneficeriTia %omana 45 



V. 



ILcoKCiLiodi Costanza avea dato una grande scossa al pa- 
pato; la scoperta dell'America venne a darla al commercio, l'in- 
venzione della stampa compi la rivoluzione religiosa, economica, 
sociale, col diffondere la libertà del pensiero e dell'esame. A questi 
fatti tenne dietro lo scioglimento delle compagnie di ventura, 
quindi l'immensa falange di uomini vissuti tra le armi e le rapine 
e ridotti alla mendicità. La grande linea che divide il medio evo 
dall'età moderna segna come il passaggio sopra un abisso : di là la 
provvidenza misteriosa, il misticismo che coi veli della fede rico- 
pre tanta parte delle umane miserie; di qua la realtà nuda della 
vita, ed i bisogni aumentati fra insufficienti provvedimenti. Ecco 
dunque che in questo periodo la beneficenza è costretta a svilup- 
parsi, a modificarsi, a progredire in modo più razionale, per con- 
formarsi ai nuovi bisogni ed al nuovo carattere dei tempi. Gli 
ospedali si organizzano e si classificano colla scorta della scienza; 
sorge il primo manicomio, si rassodano le confi'aternite e si rifor- 
mano nei loro statuti, si fonda l'Istituto di Sant'Ivo e di San Gi- 
rolamo della Carità, per la difesa gratuita dei poveri, il collegio 
Crivelli e l'altro Salviati per l'istruzione di poveri giovanetti, il 
monastero di Cafa Tia per la riabilitazione di donne dissolute, si 
istituisce un 9\/Conte di pitta per sottrarre alle ruinose usure i biso- 
gnosi e poi la Trinità dei pellegrini e dei convalefcenH, la Compa- 
gnia dei XII %ApoJtoli per soccorrere a domicilio gli indigenti; in- 
somma tutto il meccanismo della beneficenza va completandosi e 
perfezionandosi, per rimediare in modo più intelligente ed efficace 
alle miserie sociali. Prima di quest'epoca non vi erano, come già 
si disse, che ospedali per malati ed ospizi pei pellegrini ; nel se- 
colo xvi abbiamo i primi ricoveri per i mendicanti ed i primi or- 
fanotrofi. Il ricovero di San Sifto sulla via Appia fu aperto da Gre- 
gorio Xni nel 1581 per raccogliervi tutti i mendicanti di Roma, 
e cosi l'altro a TP onte Siflo fondato da Sisto V nel 1588, e poi gli 



46 Della ^eneficen:^a Romana 

ospizi di Santa Maria in AquirOy dei Santi Quattro, del Letterato 
pei poveri fanciulli orfani ed abbandonati. Un'altra specie di ospizi 
sorge pure in questo secolo, la cui esistenza, o la cui organizza- 
zione almeno, è particolare a Roma ed è quella dei confervatorii ove 
giovani, zitelle, orfane, per la più parte, sono ricevute, allevate ed 
istruite in un'arte qualunque e dotate in seguito quando l'età le 
chiama a prendere il loro posto nel mondo. Fra il 1500 e 1600 
appunto furono fondati i conservatort di Santa Caterina dei Funari, 
delle T>Leofile, di Sanf Eufemia, che durano tuttavia sotto particolari 
amministrazioni. Eppure tante sollecitudini di una carità progre- 
dita furono insufficienti, tanto il male della miseria era profondo, 
e, quantunque i papi a quell'epoca facessero leggi severe, molta 
parte di plebe professava pubblicamente l'accattonaggio. Pio V mi- 
nacciò castighi durissimi contro gli elemosinanti per le chiese ; 
Gregorio XIII anch'esso affidò nel 1581, come abbiamo già detto, 
all'arciconfraternita della Trinità la cura di alimentare i questuanti 
nel monastero di San Sisto, concedendo larghe facoltà di espellere 
i renitenti alle discipline in vigore, e Sisto V nell'anno 1 587 adottò, 
con la tenacità del suo spirito, rimedi ancor più radicali, che sa- 
rebbe lungo il riferire; ma tuttociò non valse che a dimostrare 
come certe tradizioni e certe male abitudini non possano correg- 
gersi per sola virtù di disposizioni penali. 

A questo punto ci troviamo in presenza alla clerocrazia onni- 
potente : il nepotismo viene a creare un nuovo ordine di opulenti, 
e le famiglie di parentela pontificia hanno poi congiunti, dipen- 
denti e servi che riproducono l'antica clientela. 

Malgrado questi fatti, continua sempre a svolgersi la benefi- 
cenza nel secolo xvii e xviii per opera di privati che gareg- 
giano a moltiplicare istituti pubblici e talvolta con concetti razio- 
nali e fecondi non immaginati mai in passato, ma il pauperismo 
non scema perciò, sembra anzi estendersi in ragione dei mezzi 
stessi, adoperati a correggerlo e mitigarlo. 

Non investighiamo a quali cause debba attribuirsi questo fe- 
nomeno, che ha procacciato una non invidiabile rinomanza alla 
Roma dei papi, la quale, dotata a dovizia di istituzioni benefiche, i\x 



Della beneficenza 'l\pmana 47 

tra le città europee la più infestata di poveri e di mendicanti ; ci 
basti ricordare le ultime fasi della beneficenza Romana^ partendo 
dall'epoca in cui la nuova filosofia, annunziata in Francia da Rous- 
seau, D'Alembert, Diderot e Voltaire, produsse ima grande agita- 
zione intellettuale e poi l'umanitarismo e la carità ufficiale. 

L'Assemblea costituente di Francia, che dichiarava di avere 
assunto la nobile missione di rigenerare le istituzioni sociali, no- 
minava nel suo seno un Comitato incaricato di presentarle un 
prospetto per un completo regime di soccorsi pubblici, nel quale 
ebbe una parte assai importante il celebre duca di Rochefaucault. 
In quel tempo medesimo l'inglese Malthus scriveva queste parole : 
(c L'uomo che non ha chi lo mantenga o non possa lavorare, o 
» che non trovi lavoro per vivere, è superfluo alla terra, e la natura 
s> gli impone di sgombrarla. » 

L'Italia fu il paese sul quale vennero ad influire particolar- 
mente le dottrine francesi del 1789, e nell'ordine della beneficenza 
è risaputo da tutti come quella rivoluzione arrecasse gravissimi 
danni. Le istituzioni di beneficenza, quantunque nelle mani della 
prelatura, aveano avuto vita rigogliosa e non si erano mai scostate 
dalle tavole di fondazione. Gli ospedali, ima delle più cospicue 
forme della carità Romana, erano stati riformati moltissime volte e 
rinnovellati colle condizioni dei tempi, tanto nell'amministrazione 
che nella cura dei malati, e le Bolle di Innocenzo m, di Euge- 
nio IV, di Sisto IV, Pio n, Leone X, Pio V, Clemente XIH, Si- 
sto V, Clemente XI, Benedetto XIII e XIV, di Pio VI, ed altri 
pontefici^ ci attestano le nuove misure e riforme ospitaliere adot- 
tate in diversi tempi. 

Anche le confiratemite, gli ospizi, gli orfanotrofi aveano rice- 
vuto giudiziose modificazioni ed avrebbero proceduto probabilmente 
in questa via di miglioramento, con senno pacato e senza scuotere 
radicalmente la società, come era avvenuto nella rivoluzione di 
Germania durante la riforma, o come avvenne in Francia per la 
foga irruente nell'applicare i principii del 1789. Il buon senso Ro- 
mano avea già fatto sparire istituzioni che non si confacevano 
più affatto collo spirito dell'epoca. Le case delle pinzocchere erano 



48 Della ^eneficen:(^a %ofnana 

state abolite, ed in loro vece sì erano erette case per le vedove, 
ospizi per gli alienati, o case per gli artigianelli, o nuovi asili per 
i fanciulli orfani. Sebbene nelle istituzioni Romane dominasse il 
carattere religioso sopra a quello scientifico pure coU'andar del 
tempo esse si vennero spogliando in certo modo della loro aridità 
ascetica, per dar luogo ad un movimento di carità più feconda e più 
pratica. Ed infatti, trascorso il secolo xvi, sono in proporzione 
maggiore gli istituti fondati per uno scopo di soccorso e di bene- 
ficenza di quelli diretti soltanto a conseguire un obbiettivo esclusi- 
vamente spirituale. 

Nelle confi-atemite e nei sodalizii l'elemento laicale procurò, 
per quanto gli fu possibile, di rimanere indipendente ed autonomo 
dalla clerocrazia nell'amministrazione dei proprii istituti, ed è per 
resistere alla prepotente ingerenza della medesima che riformò a 
tempo i suoi statuti. Riassumendo le notizie storiche dei numerosi 
sodalizii, dalla loro origine fino allo scorcio del secolo passato, si 
rileva che ognuno di essi si riformò tre e quattro e persino sette 
volte con migliorie sostanziali. Basta visitare gli archivi di quelli 
istituti per edificarsi della semplicità amministrativa, con cui essi 
procedevano e della perspicacia delle riforme che vennero gra* 
dualmente introdotte. 

Insomma, che durante l'epoca moderna la beneficenza progre- 
disse, non è da mettere in dubbio, in omaggio alla verità. L' istru- 
zione, per esempio, in questa ultima epoca soltanto incominciò 
ad essere obbietto e cura di spiriti filantropici. Oltre San Giuseppe 
Calasanzio, che nel 1587 fondò pel primo una scuola gratuita di 
lettura e scrittura per i poveri a Santa Maria in Trastevere (poiché 
prima non v'erano che maestri regionarii, imo per rione, che rice- 
vevano un paolo al giorno dal Senato, e più un baiocco ogni sa- 
bato da ciascun alunno) i collegi Mattei, Bandinelli, Nazzareno, 
Ghislieri, Ginnasi, Cerasoli, Fuccioli, Lassi, Panfili, che tutti 
nacquero nel secolo xvi, per'coltivare gratuitamente l' intelligenza 
di poveri giovani privi di fortuna e proclivi agli studii, accennano 
ad un vero progresso nell'arte del beneficare. Gli ospizii, gli orfa- 
notrofi, in ragione dell'avvenuto accrescimento della popolazione, 



Della ^tneficen:i^a Romana 49 

ampliarono i loro fabbricati e raccolsero quel numero maggiore 
di persone che potevano sostenere con le loro entrate, mercè le 
offerte, lasciti, legati, eredità di ricchi e pii signori, che morendo 
disponevano in tutto od in parte dei loro averi a fevore di queste 
benefiche istituzioni. 

Sul finire del pontificato di Pio VI lo Stato Romano, in seguito 
alla invasione dei Francesi, mutò la sua forma politica costituen- 
dosi a regime repubblicano. In questa tumultuaria trasformazione 
di Roma il sistema della beneficanza decadde e disparve l'antico 
ordinamento, per dar luogo alle teorie filosofiche che si venivano 
attuando, con più entusiasmo che discernimento, dovunque giunge- 
vano le vittoriose armate di Francia. Fino a quel tempo le opere 
pie di Roma e gli ospedali specialmente, ed il Monte di Pietà 
sopra tutte, si trovavano in floridissimo stato, fino a sovvenire 
l'erario di somme cospicue di denaro. L'invasione Francese disor- 
dinò tutto però; come già dicemmo, fiirono sciolte le confi'ater- 
nite e imiversità di mestieri, fiirono venduti molti fondi, special- 
mente rustici e di gran valore, che appartenevano alle opere pie; 
i luoghi di Monte ridotti a soli due quinti della rendita, mano- 
messe le amministrazioni, rotto insomma ogni ordine ed ogni 
disciplina, per modo che la miseria, tra quei trambusti, crebbe smi- 
suratamente. 

Scomparsa la breve repubblica. Pio VII potè facilmente richia- 
mare in vigore le antiche consuetudini e gli antichi regolamenti 
e restaurare l'economia delle opere pie; ma gli ospedali sopratutto 
aveano ricevuto grandissimo detrimento in questo periodo e quindi 
si dovettero ai medesimi assegnare forti somministrazioni, che pei 
primi nove anni del presente secolo anmiontarono a 94,000 scudi. 
Pio VII peraltro s' accorse che le opere di beneficenza aveano bi- 
sogno tuttavia d' essere corrette, ed iniziò varie disposizioni rifor- 
mative sulle medesime; ma fii troppo breve il periodo del suo 
pontificato, perchè le modificazioni e le riforme potessero com- 
piersi. 

Venuta Roma sotto la dominazione imperiale di Napoleone I 
nel 1809, tutto il sistema governativo fii di nuovo trasformato, ed 

7 — fonografia di %oma. Tarte IL 



50 Della 'Beneficen:(^a %pmana 

anche la beneficenza pubblica venne regolata dalle leggi dell' im- 
pero, più o meno modificate, secondo che le condizioni locali sug- 
gerivano. È innegabile che il dominio del Bonaparte, quantunque 
straniero, procedesse assai saggiamente per ciò che riguarda l'am- 
ministrazione dello Stato Romano e particolarmente delle opere pie. 

In un'epoca in cui le circostanze aveano singolarmente molti- 
plicato a Roma gli infortunii privati, l'amministrazione Francese 
dovette occuparsi con viva sollecitudine per arrecare i neces- 
sari sollievi. Essa ebbe la fortuna di potersi valere dei consigli 
dell' illustre filantropo Barone de Voght, il quale dopo aver creato 
gli stabilimenti d'Amburgo, avea sì potentemente contribuito a 
migliorare quelli dell'Austria e della Danimarca. D regime dei 
soccorsi a Roma fii organizzato dietro i piani più perfetti che 
l'esperienza avesse fin' allora suggerito in Europa. I poveri ed i 
mendicanti erano in gran numero, ed oltre 30,000 persone si pre- 
sentarono per partecipare alle nuove distribuzioni; ma accurate 
informazioni ridussero la quantità dei veri indigenti. Secondo il 
De Cerando, sopra una popolazione di 120,000 abitanti, si ebbero 
circa 16,000 poveri divisi cosi: negli ospedali 1000, vecchi negli 
ospizii 140, fanciulli negli ospizii 350, giovinette nei conserva- 
torii 700, esposti a balia 600, esposti negli ospizii 700, mendi- 
canti nei depositi 700, indigenti d'ogni età e d'ogni sesso, occupati 
nei lavori aperti nei varii quartieri di Roma 1800, sovvenuti in 
diversi modi circa 10,000; totale 15,990. Per tale scopo fu allo- 
gata una somma di scudi 1000 al mese, solamente per parte del 
Governo e fii data l'amministrazione dei soccorsi ad una commis- 
sione speciale di beneficenza. (Decreto della Consulta ordinaria 
per gli Stati romani 21 luglio 1809.) 

Il Covemo Napoleonico pensò di recar rimedio alla brutta 
piaga della miseria e della mendicità con alcune misure, in parte 
di educazione popolare ed in parte di polizia. Fu aumentato il 
numero delle scuole gratuite (Decreto del 21 dicembre 18 io), ri- 
tenendosi giustamente che l'istruzione diffusa e sviluppata nel 
popolo l'avrebbe reso più amante dell'occupazione e del lavoro, 
ch'è quanto dire l'avrebbe allontanato dall'ozio ^ dall^ §ue conse- 



Tacila ^eneficen:(^a T(_omana 51 

guenze. Inoltre, essendosi notato che la maggior parte dei mendi- 
canti erano estranei alla città di Roma, fu stabilito che tutti gli 
accattoni sani di corpo si ritraessero nei rispettivi comuni (De- 
creto 12 agosto 1809). Verso i veri poveri ed inabili al lavoro il 
Governo Napoleonico fu assai propizio, poiché, oltre le provvidenze 
che andiamo enumerando, si sa come fossero raccolti in gran nu- 
mero i mendicanti al convento di Santa Croce in Gerusalemme ed 
al palazzo Lateranense. Di più tutti gli operai che domandavano 
lavoro venivano accolti dall'amministrazione Francese ed occupati 
ricevendo per salario una zuppa economica, un pane, e mezzo 
franco. Il numero di questi operai sali fino ad 800 al giorno, come 
già rilevammo dal De Gerando, e per questo titolo s'impiegarono 
in quattro anni cinque milioni di fi^anchi. 

n Governo Imperiale dispose altresì che le medicine ed i ri- 
medi ai malati poveri della città fossero distribuiti a spese del te- 
soro governativo, restando incaricata della distribuzione la con- 
gregazione dei religiosi detti Benefratelli (Decreto della Consulta 
imperiale per gli Stati Romani del 12 agosto 1809) e fu impiantata 
nel 18 IO una scuola per i sordo-muti, mettendo a carico del co- 
mune di Roma la spesa di fi^anchi 3000 pel mantenimento di 
20 allievi (Decreto del 17 dicembre 18 io). 

Oltre a queste misure particolari, venne adottata una disposi- 
zione generale, per cui si secolarizzarono le direzioni delle nume- 
rose opere pie di Roma, lasciando all'elemento clericale soltanto 
ciò che si riferisse a religione ed a culto. L'amministrazione della 
beneficenza della città di Roma fu ripartita in quattro categorie 
(Decreto imperiale 4 giugno 18 io). La prima comprese gli ospe- 
dali per i malati cioè: 5. Giovanni in LateranOy La Consolaj^ime 
S. Gallicano^ S. Giacomo degli incurabili, S. %^occo, La Trinità dei 
pellegrini dei convalefcentiy Santo Spirito, ed il manicomio di 
5. !Karia della pietà. La seconda categoria comprese gli ospizii 
destinati a ricevere gli orfani, i vecchi e gli incurabili, cioè : S. Mi- 
chele per le vecchie ed i ragazzi, 5. Maria in Aquiro, Tata Gio- 
vanni, U^Affun^ionc, l^ofiti e Catecumeni, U Annun^^iata, Le Con- 
vertite, I cento preti, S. Stefano dei Mauri, I Santi quattro delle 



52 "Della ^eneficen:;^a T(ptuana 

orfane. La terza categoria comprese i conservatori! delle fanciulle 
indigenti cioè : 5. 3^Caria del Ti^efu^^io, La Divina Prowiden:^a, il 
Confervatorio Pio, Le mendicanti, S, Fa/quale in Trajkvere, S. Cle- 
mente o delle Zoccolette, Le Trinitarie, Le Pericolanti, Le Mantellate, 
Il T>ivino Amore, 5. Eufemia, Le Cencio/e o Vorromee, Cafa di 
peniten:(a della S, Croce, La Croce a S. Francefca %omanay S. Spi- 
rito, S. Giovanni (attualmente S. Michele). Alla quarta categorìa 
fiirono assegnati i fanciulli esposti ed i bastardi della città di Roma 
e del dipartimento. 

Ciascuna di queste categorie fu affidata ad una commissione 
composta, la prima e la seconda di sette membri, la terza e la 
quarta di tre membri. All'infiiori di questa classificazione esisteva 
qualche commissione speciale, come per esempio quella del Monte 
di Pietà, nominata con Decreto imperiale fin dal 28 agosto 1809. 

Una delle sapienti disposizioni del Governo Napoleonico fii pur 
quella di stabilire in tutti gli ospizii Romani dei lavori che dovessero 
eseguirsi dai ricoverati (Decreto imperiale 12 agosto 1809). Sotto 
il regime pontificio i lavori erano avviati in parecchi ospizii. 
L*ospizio di San Michele, per esempio, dedicavasi in special modo 
alla manifattura dei pannilani, quello di Termini esercitava varii 
mestieri ed arti popolari, nel conservatorio della Trinità ed in 
quello delie Pericolanti eransi istituite due vaste filande di seta, che, 
messe in moto dall'acqua Taola o Trajana del vicino colle Giani- 
colense, davano lavoro a più di 150 zittelle raccolte in quei due 
istituti. Cosi il Confervatorio Pio lavorava in drappi e tele, quello 
della Divina Prowideni^a in guanti ed opere in pelle, quello delle 
D^endicanti in lane, e finalmente quello di S. Clemente e Crefcentino 
in panni, che si dicono fustagni. Però è mestieri confessare che in 
molti di questi ospizii il lavoro o mancava od era esercitato con 
poca voglia e con poco profitto. Le disposizioni Napoleoniche ri- 
pararono a questo inconveniente, ed in breve gli ospizii Romani 
furono quasi trasformati in altrettanti opificii, ed i lavori che quivi 
si eseguivano venivano ammirati per esattezza e solidità. 

Collo sparire dell'Impero Napoleonico disparvero disgraziata- 
mente anche le utili riforme dal medesimo introdotte nel sistema 



T)ella ^eneftcen:(^a %pmana 53 

della beneficenza Romana. Alla restaurazione di Pio VII furono 
abbandonate le idee riformatrici che aveano sorriso, come si disse, 
a questo pontefice nel primo periodo del suo pontificato, e si tornò 
all'antica costituzione legislativa e più che mai all' esclusivismo am- 
ministrativo della beneficenza nelle mani della clerocrazia. Questo 
pontefice tolse alla commissione degli ospedali Santo Spirito, resti- 
tuendovi il Commendatore. Per gli altri ospedali mantenne la com- 
missione, ma vi prepose un prelato e vi aggiunse deputati ecclesia- 
stici, volendo che ciò che davasi dall'erario si amministrasse in 
comune. Assegnò larghe indennità a moltissimi istituti, i cui patri- 
monii erano stati danneggiati all'epoca francese, richiamò le di- 
sposizioni di Sisto V e di Innocenzo XII intorno ai questuanti. 
Leone XII e Pio Vm in seguito emanarono molte disposizioni 
per ciò che concerne l'amministrazione dei grandi ospedali. Pio IX 
medesimo fece dei cambiamenti e fu largo di munificenze agli 
ospedali di S. Rocco, di S. Spirito, di S. Maria della pietà ed altri 
ospedali, come pure eresse e contribuì all'incremento di molte 
opere pie, che non è qui il caso di noverare. 

Prima di chiudere l'epoca pontificia va ricordato, che in Roma 
oltre i larghi soccorsi che si davano cogli stabilimenti caritatevoli 
ed i pingui lasciti de' privati, che verranno riportati nella crono- 
logia e nei quadri della presente pubblicazione, v'erano delle isti- 
tuzioni o governative o mantenute dal Governo che profondevano 
somme considerevoli in beneficenza specialmente elemosiniera. 

Dee noverarsi prima di tutte, per antichità d'origine, la Limofi- 
neria KÀpoftolka di cui Gregorio X fu il fondatore e Innocenzo XII 
il riformatore. Essa erogava ogni anno in elemosine, per assegni 
fissi o straordinarii, moltissime migliaia di lire, e la somma rad- 
doppiavasi il primo anno di ogni pontificato. La cassa ecclesiastica 
della Cancelleria Romana, chiamata altresì della Dataria^ sommini- 
strava alla Limosineria apostolica 83,850 lire l'anno per adempiere 
i suoi carichi, oltreché distribuiva più migliaia di lire in limosine 
mfensuali, e somme cospicue in alcune maggiori solennità. 

Per importanza, primissima istituzione poi era la CommiJJione 
dei sujjtdii creata da Leone XII, con motuproprio del 16 dicembre 



54 T)ella ^cneficen:^a T(j>mana 

1826 a favore dei poveri specialmente vergognofi. La commissione 
avea negli ultimi tempi della dominazione pontificia 1,950^135 
lire annue, che provenivano da diversi cespiti, e questa rilevante 
somministrazione veniva in parte erogata pel -Tnantenimento del- 
l'ospizio di Santa Maria degli Angeli alle Terme e per pubblici 
lavori chiamati della beneficeitT^a ed il resto in sussidii ordinarii, 
straordinarii, e ad urgenT^a. 

La segreteria dei Brevi conferiva altre 100 doti di 20 scudi 
Tuna a povere zitelle, depositandone ogni anno l'ammontare alla 
cassa di risparmio ed accrescendola cosi dei frutti che decorre- 
vano a favore delle dotate fino all'epoca del maritaggio o della 
monacazione. 

V'era inoltre la Cajfa del Lotto che erogava ogni anno a scopo 
di beneficenza la somma di lire 64,500. 

A tutto ciò è d'aggiungere ciò che annualmente compartiva 
l'erario pontificio per mezzo dell'amministrazione del debito pub- 
blico alle vedove e figli d'età minore degli impiegati, la cui pen- 
sione, pel troppo breve servigio prestato, sarebbe stata insufficiente 
al vivere, e la cosi iettn franchigia a favore dei padri privilegiati 
di dodici figli. 

In quanto alla legislazione sulle opere pie, questa propriamente 
non esisteva sotto al reggimento dei pontefici. Gli istituti di be- 
neficenza erano ordinati secondo i precetti del diritto canonico e 
quindi posti sotto la tutela dell'Ordinario Diocesano ed ammini- 
strati dai fondatori, dagli esecutori testamentarii o fiduciarii ov- 
vero, venendo a mancare le persone contemplate nelle tavole di 
fondazione, da altri membri o corporazioni che l'autorità ecclesia- 
stica del luogo dovea designare per i diritti alla medesima riser- 
vati. Gli istituti, le corporazioni, le compagnie od enti comunque 
costituiti per amministrare il patrimonio di un' opera pia, sia di 
culto, sia di beneficenza, non potevano adempiere ai loro uffici se 
non col consenso della potestà ecclesiastica competente. 

L'ordinamento di ognima delle opere pie, la loro direzione, 
l'uso delle rendite od entrate, ed in generale le disposizioni dipen- 
denti dall'indole dell'istituzione, non potevano mandarsi ad ef- 



Tacila HeneficeriT^a ^mana 55 

fetto senza apposite norme generali e particolari, le quali appro- 
vate dall'Ordinario Diocesano, in Roma il Cardinal Vicario, for- 
mavano la base d'ogni atto della istituzione e si ritenevano come 
suo statuto. Lo statuto poteva essere variato mediante rescritto 
del pontefice, quando, per fattane esperienza, le discipline in uso 
non rispondevano al fine dell'opera pia. Alcune istituzioni erano 
governate da speciali statuti, indipendenti per privilegio dall'Ordi- 
nario, e questo privilegio concedevasi per volontà del pontefice 
con apposite Bolle, ma in certi casi anche le istituzioni privilegiate 
dipendevano dall'autorità sovrana, in forza delle costituzioni sino- 
dali delle rispettive diocesi, in cui era prescritto che non si po- 
tesse vendere, donare, né permutare sine sanctat sedis beneplacito. 

Queste canoniche disposizioni ripristinate, come già si vide^ 
alla ristorazione di Pio VII, non cessarono che nel 1870, quando 
Roma, per sufiEragio popolare, divenne la capitale del Regno d'Italia. 

Col 1^ gennaio 1871 entrò in vigore nella provincia Romana 
la legge generale sulle opere pie del 3 agosto 1862, modificata in 
parte dal regio Decreto 1° dicembre 1870, che limitò la ingerenza 
amministrativa degli ecclesiastici al solo caso in cui essi avessero 
ricevuto un tale ufficio dalle tavole di fondazione. La congrega- 
zione di carità succeduta alla commissione dei sussidi con un pa- 
trimonio proprio di sole lire 50,000 all'incirca, dovette invocare 
il sussidio del Municipio, il quale stanziò per tale scopo nel 1872 
lire 500,000, nel 1873 lire 450,000, nel 1874 lire 450,000, nel 
1875 lire 400,000, nel 1876 lire 380,000 e finahnente nel 1877 
lire 380,000. 

Con questa somma la congregazione di carità dà soccorsi d'o- 
gni genere agli indigenti, e nell'anno 1876 sovvenne di soccorsi 
mensili per l'ammontare di lire 308,428 54, niente meno che 3,352 
persone, nella massima parte vedove con figliuolanza nimierosa, 
vecchi inabili, ed orfani , ed elargì in sussidii straordinari e ad 
urgenza 77,180 96 a favore di circa 6,000 poveri. La congrega- 
zione di carità però, siccome ben si comprende, è in una condi- 
zione troppo precaria ed incerta, non potendo sussistere per virtù 
propria, e, qualora il comune le rifiutasse un anno la sua datazione, 



y6 Della ^eneficen:(^a Romana 

essa non potrebbe esercitare più il suo benefico compito, che per 
un mese. 

Né solo questo carico si assunse il comune di Roma, ma 
spende annualmente oltre 300 mila lire per gli orfanotrofii alle 
Terme, cui prima provvedeva la conmiissione dei sussidii, oltre a 
somme assai rilevanti che iscrive ne' suoi bilanci annuali per assi- 
stere i poveri ed alleviare le loro sofferenze. 

In conseguenza della nuova legge sulle opere pie, moltissime 
istituzioni furono tolte ad amministratori ecclesiastici e deferite 
a conmiissioni elette dal comune, o dal comune in concorso con 
la provincia, e talvolta anche col Governo. 

Queste commissioni migliorarono tutte l'andamento delle 
opere pie loro affidate con saggi provvedimenti, sia d' ordine am- 
ministrativo, che disciplinare; ma è pur deplorevole setnpre che non 
si sia tra le moltissime istituzioni di beneficenza stabilito l' ac- 
cordo il più atto ad introdurvi e mantenervi l'unità di viste ; che 
le istituzioni stesse non siano state coordinate fra loro in guisa da 
concorrere allo stesso scopo senza contrariarsi nel loro cammino; 
che finalmente la grossa questione della beneficenza non sia stata 
né definita né abbastanza studiata. 

Resterebbe a dire delle opere pie nuove, che sono sorte in 
questo nuovo periodo di sette anni. Sono poche per verità; ma è 
una ragione di più perché vadano segnalati i nomi dei generosi 
benefattori. 

Sursero anzitutto nel 1871 gli ospizii marini per cura di una 
società di benefici cittadini. Quantunque questa istituzione non 
abbia patrimonio proprio, va rammentata per la entità dei benefìzii 
igienici, fin'allora ignorati o negletti, che fa risentire a tante cen- 
tanaia di creature malsane o di£Formi. 

Venne eretta in corpo morale l' opera pia istituita da D. Vin- 
cenzo Colonna a favore dei contadini che quella illustre famiglia 
ha ne' suoi vasti possedimenti. Fu per disposizione di un Del Fratjp 
attivata una sala per i cronici nell' ospedale di Santo Spirito. 

Cominciò a funzionare l' opera pia Catel di Berlino, le cui ren- 
dite debbono essere erogate a favore di Tedeschi bisognosi o di 
artisti poveri Romani qui dimoranti. 



'Della 'Beneficenza 'Romana 57 

Il signor De! Grande istituì pure un' Opera piaj che fu erena 
in corpo morale con regio Decreto 23 settembre 1874, conferen- 
dosene l'amministrazione alla congregazione dì carìtA dì Roma, e 
che ha per ìscopo di soccorrere i poveri campagnuoli privi dì la- 
voro. Furono finalmente lasciate somme cospicue all' ospìzio dei 
ciechi Margherita di Savoja, fondato nel 1873. 

Delineata così a larghi tratti la beneficenza Romana e k sua 
filiazione storica e morate, converrebbe entrare in un esame crì- 
tico delle idee e dei fatti, per i quali essa sì venne esplicando. Ma 
non essendo ciò consentito dall'indole del nostro lavoro, ci limi- 
tiamo a far voti perchè le grandi dovizie di cui dispone Roma a 
sollievo delle classi sofferenti, valgano a costituire la bene^cenza 
con criterii sagaci e progressivi, secondo che domandano le nuove 
condizioni dei tempi, in cui l'arte del beneficare non deve rimanere 
ristretta come virtù naturale, ma elevarsi all'altezza dì scienza per 
rispondere efficacemente ai bisogni ed agli interessi sociali. 



OìlO-KOLOGlA 

-DEGLI Istituti %omax.i 'di 'Bn'HEFiCE'hLZA 



DAL SECOLO V AD OGGI ' 



^^oQmEl secolo V, imperando Teodosio e Valentìniano, si trovavano 
^^^^ ia Roma i cos'i detti Cenacoli, luoghi che, secondo it significato 
dclb parola stessa, erano destinati ad alimentare t poveri e per lo piit edi- 
ficati presso qualche basilica e, introdotto il monachismo, presso i conventi, 
alle cui porte si facevano distribuzioni di minestra ai poveri ivi raccolti. 

Il primo asilo che apparisce nella storia di Roma dell'eli di meno, fu 
quello aperto da Papa Simmaco presso la basilica di san Pietro in Vaticano 
e questo fu 'precisamente pei poveri. Hahilaaila paujiiribus conjlnida ai 
S. 'Prlriiiii 11 5. Sytmnaco 'Papa, e ciò avvenne fra gii anni 498-; 2 ; (Vedi Ana- 
stasio bibliotecario nella biografia di Sisto Papa RI). 

Il più antico xenodochìo, di cui ragiona lo Stesso Anastasio tnblioie- 
cario nella biografia di Vigilio Papa, è quello edificato dal famoso Belisario 
nella via Lata, che eslendevasi fino alla basilica de' santi Apostoli e di cui 
sarebbe arrischiato indicare la precisa positura. È certissimo però che in 
quella via Belisario facesse edificare il xenodochìo, come fece erigere la chiesa 
oggi detta di santa Maria in Trivio a fontana di Trevi. 



lutila ^eneficen:(^a Romana 39 

A questo tenne dietro l'altro xenodochio sopracchiamato Tocio, fatto edi- 
ficare da Pelagio papa II, e questo fìa per stanza dei poveri e vecchi, e co- 
struito nella sua casa, la quale non si conosce ove fosse. 

Nell'anno 56} San Gregorio Magno istituiva a prò dei poveri sette de- 
fensori, eletti nelle diverse regioni della città. (Morichini, Opere Tie, pa- 
gina 569.) 

Nel secolo vii non si trova alcuna notizia di somiglianti stabilimenti, Secolo FU 
ma Anastasio bibliotecario dice che Gregorio papa II, dopo la morte di sua ' '^ * 
madre, converti la propria casa nella chiesa in sant'Agata sopra la Suburra 
e vi aggiunse dei Cenacoli; questi però sembrano piuttosto per uso del mo- 
nastero, che v'era annesso, che per i poveri, secondo l'opinione del citato scrit- 
tore che, parlando dei cenacoli, scrisse : quae monafierio erant neceffaria. Al 
contrario è luogo a ritenere che i quattro antichi xenodochi, restaurati da 
Stefano papa III (nel 752), perché ruinosi e abbandonati da molto tempo, 
non fossero per uso di monaci ma sibbene del popolo di Roma. Uno di 
questi xenodochi era in Tlatana, cioè non molto lungi dalla chiesa di Santo 
Eustachio che si disse in platani^. Acconciato da Stefano papa III, era ca- 
pace di 100 poveri. 

Sotto Stefano papa IV è nominato dal detto scrittore lo xenodochio 
Valerti, forse perchè htto costruire da un personaggio che portava questo 
nome. Non è chiaro però se questo luogo di beneficenza fosse uno dei quattro 
indicati di sopra, al pari di quello detto Firmis, di cui fa menzione Ana- 
stasio nella vita di Leone papa III. 

Sedendo papa Adriano I, che va considerato come uno dei più. insigni 
restauratori degli edifizii di Roma cristiana , correva 1* usanza che le zitelle 
venissero ricoverate in qualche monastero, e questo pontefice ne fece co- 
struire all'uopo uno dalle fondamenta presso la basilica della beata Euge- 
nia, la quale non era nell'interno di Roma, ma nelle sue vicinanze e pre- 
cisamente presso porta Latina. 

Egli dispose che queste zitelle dovessero ivi officiare con la recita delle 
ore canoniche, e ciò ha fatto credere a taluno, che quelle zitelle fossero 
altrettante monache ; ma è d'avvertire che in quella età anche le donne non 
soggette ad alcuna regola officiavano in alcune chiese. 

Sotto il successore di Adriano che fii Leone papa III, grandemente pro- 
tetto da Carlomagno, vennero in assai rinomanza le così dette scuole, cioè 
luoghi destinati a ricevere specialmente i pellegrini d'Italia e si distinsero 
le scuole Francorum, Frisonum, Saxonum, Longohardorum, ove, oltre all'es- 
sere completamente istruiti gli scolensi nella dottrina cristiana, venivano 
alloggiati e sufficientemente provveduti di vitto e vestiario. 

Sotto il medesimo pontefice, cioè Leone papa III, per la prima volta viene 
fuori il nome di un ospedale detto 'Dotninico-Oratoriutn, dice Anastasio, Sancii 



6o T)ella ^Beneficen:(^a Ti^omana 

^Peregrini quod noviUr in ho/pitale dominico ad naumaclnam ecc. La nauma- 
chia era al Vaticano e la chiesa di san Pellegrino fuori della porta Viri- 
daria extra portam viridariam era edificata fuori dell'attuale poru Angelica 
e sotto il moderno Belvedere. 

Vivendo Leone III, apparisce eziandio un ospedale che a prima vista po- 
trebbe parere diverso da quello di cui sì è tenuto parola, perché Hofpitaìe 
beato Petra apofioloin loco qui Naumachia dicitur afundatnentis (Leo pontifex III) 
noviter conftruxit, msL è certissimo ch'c quello stesso, perciocché sotto Pa- 
squale papa I nel ix secolo , lo spedale di San Pellegrino dicesi ad Teatum 
Tetrum in loco qui vocatur naumachia confiructum a Leone pontifiu III, 
Secolo IX. In questo secolo il pontefice Pasquale I restaurò ed ampliò l'ospedale 
di Pellegrino fuori le mura della moderna Porta Angelica. 

Sotto il pontificato di Sergio II, che successe a Pasquale dopo tre pon- 
tefici, la scuola dei cantori, che aveva sede nel Vaticano, Ri meglio ridotta, 
e nel raccontar ciò, Anastasio bibliotecario ne fa sapere che dove era edifi- 
cata questa scuola, ivi era stato un orfanotrofio ch'era uno stabilimento assai 
differente dalla scuola dei cantori, composta non da oihm ma da chierici. 
Ed in conferma di ciò si può addurre l'autorità di Guglielmo bibliotecario 
che continuò le biografìe dei papi, iniziate da Anastasio, il quale nella vita 
di Stefano papa IV (885) narra che nel Laterano, cioè presso il sacro 
e sacrosanto palazzo pontifìcio, che così chiamavasi il palazzo ivi edificato, 
vi fossero cellaria prò clero e le scuole, che erano diverse e distinte, cioè 
per gli schiavi, per gli or&ni, per le vedove e pei poveri, veftiaria, sacraria, 
horrea, cellaria prò clero, scholis captivis, orphanis, lu'duis, pauperibus ecc. Vi- 
vendo lo stesso Stefano, nel portico di san Pietro in Vaticano vi era l'ospe- 
dale di San Gregorio, mentre non si sa se nel Celio continuasse ad esistere 
il limoso xenodochio Snidano. 
Secolo X. Si é detto di sopra che, sedendo Leone papa III, esisteva la scuola Lon- 
gobardorum e con essa le scuole di altre nazioni. 

Ma nel secolo x queste scuole erano state chiuse, ed i Longobardi oltre 
alle proprie scuole, avevano anche il loro spedale e si appellava V O/pedale 
di San Giacomo dei Longobardi con oratorio dedicato al Santissimo Salva- 
tore. Questo spedale era situato su di una parte dell'area oggi occupata dal 
nostro Senato cioè al palazzo Madama. 

Moltiplicandosi i forestieri in Roma, Borsivoglio duca di Boemia, soprac- 
chiamato Spironio, apri pei suoi nazionali uno spedale, poi rifatto da Carlo IV 
imperatore di Germania, volgendo l'anno 1457. Intorno all'epoca della rico- 
struzione andò errato il Fanucci, secondo che prova la lapide posu sul pro- 
spetto di una casa quasi incontro alla chiesa di Santa Lucia del Gonfalone, 
casa sostituita all'edificio dell'ospedale medesimo, conosciuto all'età di Leone 
papa X col nome generico di San Boemo. 



Tacila Tieneficen:(^a %omana 6i 

San Stefano re di Ungheria venuto a visitare i luoghi santi in Roma 
eresse l'ospedale pei suoi sudditi. 

Gregorio VI nell'anno 1045 eresse l'ospedale di Santa Maria delle Grazie Secolo XI. 
vicino alla chiesa che portava questo nome, e posta fra la chiesa dei Santi 
Quattro ed il Laterano. Nel 1084 l'ospedale e la chiesa delle Grazie, 
fiirono devastati, come gran parte della città, dalia gente di Roberto Gui- 
scardo, venuto in soccorso del pontefice Gregorio VII contro i partigiani 
di Arrigo Imperatore. 

Ma rinvenuta intatta fra le ruine una sacra immagine, secondo che raccon- 
tano i cronisti di quell'epoca, Urbano II nel 1088 con solenne rito trasportolla 
nella chiesa, che unitamente all'ospedale fu di nuovo eretta e dedicata a Santa 
Maria delle Grazie all' estremità del Foro Romano sotto il Colle Capitolino 
e Tarpeo, da cui li separava la via che fu un tempo il vico giugario. 

Nel 1094 Roberto conte di Fiandra fondò un ospedale per i Fiamminghi. 

In questo secolo si ha memoria delP ospedale di San Giovanni a porta Secolo XII. 
Latina di cui tiene parola il cardinale Aragonese nella vita d'Innocenzo 
papa II (Vedi Muratori, R. I. S. T. 3. Parte I, foglio 437), dell'ospedale di 
Santa Diaria in Spa:^xolaria. (Vid. Innoc. pontifex III epistola i $0, libro III, 
Regest. xv) che era costruito lungo la via che dalla basilica Laterana va a 
quella di Santa Croce, e precisamente in quel punto ove esiste una im- 
magine. 

Si sa pure che in questo secolo era aperto l'ospedale di Sant'Andrea in 
nAssaio po/l praefepe, edificato sul suolo della villa Peretti in Santa Maria 
Maggiore. 

Fu un ospedale assai rinomato e ben provvisto di beni stabili quello di 
Santa Maria in Torlicu eretto poco dopo il 119 1 al lato destro della chiesa 
di San Salvatore in Staterà od in aerano, poi detto di sant'Omobono. Que- 
st'ospedale esisteva ove è attualmente la chiesa di Santa Galla. 

Più di tutti questi nel secolo xii ebbe fama l'ospedale di San Spirito in 
Sassia, edificato da Innocenzo papa III nel 1200, di cui è troppo nota la 
storia, perchè se ne debba in quest'indice tener parola. 

Secondo un'antica tradizione, fin dai tempi di papa Gregorio VII! (1187) 
fu istituito per iniziativa di un fìrancese lebbroso, in un'osteria a mezzo mi- 
glio da Roma fuori la porta Angelica, un ricovero per gli affetti da lebbra, 
che poi servì per ciarare la tigna e la rogna. 

Grandissima fama ebbe fin da suoi inizii l'ospedale detto del Santissimo Secolo XIII. 
Salvatore ad Sancta Sancloruvt, fondato nel 12 16 dal cardinal Giovanni 
Colonna. Questo ospedale in origine venne detto di Sant'Andrea, perchè 
prossimo alla chiesa che portava quel nome, ma in appresso lo mutò in 
quello del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum dalla confraternita di 
questo titolo ed ora volgarmente chiamasi di San Giovanni. 



62 'Della "'Beneficen:(^a %ofnana 

Con quest' ospedale vanno ricordati V Of pedaletto aperto a San Pietro e 
Marcellino, e l'altro ospedale di San Giacomo del Colijfeo, situato nella 
piazzetta dietro T anfiteatro Flavio. 

Ma nel giro di questo secolo furono fondati pure altri ospedali, che sono 
poco conosciuti, come V o/pedale di Sant'Alberto, che venne poi in possesso 
della confraternita del Gonfalone ed era edificato sul clivo dietro la basi- 
lica di Santa Maria Maggiore ; l'ospedale di San latteo in ^erulana, fon- 
dato da un tal frate Andrea sotto Onorio papa III, l'ospedale di Sant'in- 
gelo ^iccinello, convertito oggi nella chiesa di San Giulianello in Banchi 
Nuovi; l'ospedale di San 'Biagio della Foffa^ chiesa profanata e posta nel 
vicolo degli Osti o della Fossa alla Pace. 

Si ha pure notizia di un xenodochio detto di san Biagio, aperto nel 1227 
vicino all'attuale chiesa di San Francesco a Ripa : déWofpedale di Santa Via- 
ria deirOrto, collocato in Trastevere presso la chiesa di questo nome, isti- 
tuito fin dal 1298 da tredici università di arti e mestieri, riunite in quel 
luogo, convertito attualmente in fabbrica di tabacchi. Un altro ospedale pei 
fornari tedeschi fu eretto presso Santa Elisabetta, chiesuola a Sant'Andrea 
della Valle. 

Nel 1271 fu fondata da Gregorio X l' elemosineria apostolica. — Nel 
1264 ebbe vita la confraternita del Gonfalone, la quale distribuisce ogni 
anno doti a povere zitelle. 
Secolo XI F. In questo secolo, oltre agli altri stabilimenti di beneficenza pubblica, si 
incominciò ad aprire nella città di Roma qualche cafa santa, dove erano 
accolte donne vedove ed anche zitelle, le quali, sebbene non astrette da 
alcun voto, seguitarono le regole o di San Francesco o di San Domenico ed 
in una stessa casa santa talvolta vi erano di quelle che osservavano e l'una 
e l'altra regola. 

Una di queste case, in cui si raccoglievano quasi tutte donne vedove, 
fu quella aperta da Stefano figlio di Pietruccio di Giovanni Martini sul 
finire del 1400. Questa casa stava sul^ sinistra del vicolo che dalla chiesa 
di Santa Maria della Pace, già degli Acquar icciarii, va alla strada dei Coronari, 
e siccome sull'entrata di questa casa erano alcuni gradini, la casa santa 
dicevasi alle scalette e quelle doime ^i^xpccare. 

Gli ospedali: erano quello degli Inglefi nella via della Corte Savella, 
eretto da Giovanni Skopardo inglese nel 1398, ed è notizia certa che la 
moderna via di Monserrato fosse detta prima via della Corte o Curia Sa- 
vella, che era un carcere appunto contiguo a quest'ospedale; vi era pure 
Vojpedale di Santa Diaria in Cappella, frequentato molto da santa Francesca 
Romana, che vivendo si chiamava da tutti Ceccolella Bussa per la sua sta- 
tura e per la famiglia d'onde discendeva : Vojpedale dei Goti eretto in piazza 
Farnese da santa Brigida ove essa medesima mori : Vofpedale degli Sco^X^fi 



Della "BeneficenT^a Romana 6 



^ 



presso la chiesa di Sant'Andrea a piazza Barberina : Vofpedalc dell* alto paffo, 
già aperto nel 1303 e pressoché sconosciuto da tutti gli scrittori, ed era 
situato a poca distanza dalla chiesa di Sant'Eligio dei Ferrari, in un luogo 
che, essendo alquanto clivoso, veniva detto Falto paffo : of pedale di Sanl't^iiir 
onio abate a Santa Maria Maggiore, fondato nel 13 12 dal Cardinal Pietro 
Capocci: of pedale ove si riparavano e si curavano i poveri nel corso del 1568 
e situato nel luogo detto il bagno dei Cenci presso piazza Cenci: ofpedale 
degli Spagnoli eretto nel 1330 in via di Monserrato da uno Spagnuolo di 
cui ignorasi il nome. È l'unico ospedale nazionale rimasto ai nostri tempi. 

Più importante di tutti gli ospedali di questo secolo fu senz'altro quello 
di San Giacomo che chiamano in ^Augusta per essere prossimo al mausoleo 
di Augusto e che venne fondato nel 1339 per volontà del cardinal Pietro 
Colonna. Una iscrizione in caratteri semigoticì, che ora è collocata nel 
cortile dell'ospedale, ricorda questa fondazione. 

Nel 1346 Benedetto XII istituì il Collegio dei procuratori a difesa gra- 
tuita dei poveri. 

In questo secolo si conosce la fondazione dei seguenti stabilimenti: Secolo XV, 

Ofpedale della Confolaxione. Raccoltesi molte elemosine nel 1420 dalla 
pietà e devozione del popolo Romano, che accorreva numeroso a venerare 
un'immagine della Vergine, la confraternita delle Grazie, che da lungo 
tempo reggeva l'ospedale con questo nome, da noi accennato come crea- 
zione del secolo xi, fabbricò una chiesa in onore di Santa Maria della 
Consolazione, dove quella immagine fii posta al pubblico culto, e fece co- 
struire l'ospedale su quello abbandonato delle Grazie. 

Ofpedale di San 'Bartolomeo ed t^ilcffandro pei Bergamaschi. Fu chiuso 
nel 1560 per le politiche vicende. Oggi la confraternita dei Bergamaschi, 
che ne amministra i beni, eroga le rendite in soccorso dei poveri di 
quella provincia, dimoranti in Roma; distribuisce molte doti a povere 
giovani. 

Ofpedale degli aromatarii spe:(iali. Martino V, nel sopprimere nel 1430 
la Collegiata di San Lorenzo in Miranda, concesse la chiesa con le sue 
rendite all'università degli speziali, perchè dappresso vi fondassero un 
ospedale. 

Ofpedale dei 'Porto ghefi. A Sant'Antonio dei Portoghesi nel 1 130 una gen- 
til donna chiamata Giovanna da Lissona apri un ricetto ai suoi connazio- 
nali che cadessero malati. 

Ofpedaletto a porta Settimiana esistente nel 1435. Era contiguo alla porta 
medesima e precisamente in quella parte dove oggi vedesi una pittura 
rappresentante Gesù nell'orto di Getsemani. 

Ofpedale di Santa Cecilia che stava presso U chiesa di (]uestQ oome in 
Trastevere, 



64 Della Veneficen:(^a %omana 

Ofpedale di Sant'Edmondo che esiste anch'esso in Trastevere nella strada 
che da Santa Maria in Cappella conduce alla piazzetta di San Giovanni 
Battista dei Genovesi al numero civico 32. 

Convitto dei poveri di Crijlo, con cappella dedicata in onore della San- 
tissima Trinità ed esistente nel 1 135 al monte Savelli oggi Orsini in 
Gravina. 

O/pedale per gli ulcerofi all'arco di San Lazzaro sotto l'Aventino. 

Ofpedale per i poveri, esistente nel 1462 dietro la casa professa dei gè' 
suiti, attualmente occupata dal Genio militare. 

ospedale per i poveri sacerdoti secolari e pellegrini, istituito nel 1459, ce- 
dendo pontefice Pio li a Santa Lucia delle Botteghe Oscure. 

Ofpedale per i poveri, fatto aprire da Martino V ai Frati Clareni o Fran- 
ceschini nel vicolo moderno della Carità; e qui va notato che in qualche 
istromento pubblico di quel tempo si legge: Domus uhi habitant pauperes, 
donde è lecito arguire che non solo in questa via fosse l'ospedale, ma an- 
nessa ad esso qualche casa per i poveri. 

Ofpedale dei Francefi con chiesa di San Lodovico. Questo ospedale non 
è quello a San Luigi de'Francesi, ma precisamente quello vicino alla chiesa 
del Sudario nella via di tal nome. 

Ofpedale de' Santi Quaranta in Trastevere, edificato dietro la chiesa di 
detto nome. 

Ofpedale degli Spagnuoli in San Giacomo de Hifpanìs o de xAgone, già cella 
di Sant'Andrea. 

Ofpedale delti gar:^oni dei fornari Tedeschi, edificato sull'antica piazze tta 
di Siena. 

Ofpedale detto della Croce edificato da frate Acuto di Assisi nella piazza 
della Maddalena. 

Cafa santa per povere donne e bjzzoccare, eretta dalla nobile donna An- 
tonia Poli a ponte Quattro Capi. 

Caja santa, fondata dalla nobil donna Antonia Benzoni ed approvata da 
papa Eugenio IV. Era questa casa di bizzoccare incontro la basilica dei 
Santi XII Apostoli. 

.Cafa santa con ospedale di bizzoccare detto dLtW^KÀmoratto, per un tale 
della famiglia Musciani sopracchiamato V^Amoratto che la fondò. Esisteva 
questa casa nel 1642 e stava quasi nel fine della via delle Muratte e da 
essa ha tolto il nome la contrada. 

Cafa santa delle bizzoccare del monte accettabile, esistente nel 1458 a 
pie di Monte Citorio. 

Cafa santa, aperta da Girolamo del Bufalo incontro al moderno palazzo 
de'Cesarini, poco distante dalla chiesa di Santa Lucia del Gonfalone. 

Cafa santa airarco dei Cenci, di cui ignorasi il fondatore. 



Della "^BeneficetiTia Romana 6$ 

Cafa santa, fondata dalla nobil donna Paola De Calvis» ch'era presso la 
fine della strada che ora dicesi dei Cappellari. 

Cafa santa, contigua alla chiesa della Santissima Trinità, oggi dei Santi 
G)sma e Damiano nella via dei Barbieri. 

Cafa santa di 'Pahxxa cioè Paola deTierleoni, fondata da essa per con- 
cessione di Nicolò papa V nella piazzetta di Sant' Emidio in Trastevere. 

IftUuto della Santiffima nAnnun:^iata. La società di alcimi pii cittadini che 
si costituì in Roma nel 1460, per iniziativa del cardinal Giovanni di Tor- 
recremata, allo scopo di onorare la Santissima Annunziata, si propose di riu- 
scire utile anche in opere di carità, dedicandosi specialmente a raccogliere 
elemosine per dotare povere fanciulle e salvarle dalle seduzioni. 

Collegio Capranica che fu fondato verso la metà del secolo xv dal car- 
dinal Domenico Capranica, il quale comandò che i conservatori di Roma, 
ed il primo dei capo-rioni ne fossero i governatori, i patroni, i protettori. 
Il fondatore ebbe lo scopo di concorrere ad una savia educazione di quei 
chierici, specialmente Romani, che fossero stati di povera e civile condizione. 

Ofpedale dei Lombardi, Riceve ed alloggia per 3 giorni i poveri di quella 
provincia, e 4i cura se infermi. Esiste presso San Carlo al corso dov*è la 
confraternita la quale distribuisce ogni anno molte doti a povere zitelle. 

Collegio ^jOrdini, fondato da monsignore Steùno Nardini per 24 stu- 
denti poveri. 

Confraternita di San 'Bernardo, fondata dal sacerdote romano don Fran- 
cesco Fusci. Distribuisce ogni domenica a 50 poveri tanto pane quanto ba- 
sti loro largamente per due giorni e distribuisce doti. 

Ojpedale de'Genovefi, fatto edificare dagli esecutori testamentari di Melia- 
duca Cigala nel corso del 1481. 

Cafa santa per le bi^xpccare che seguivano la regola di qualche santa, 
fondata da Elisabetta dell'Anguillara nel 1495, presso la chiesa di Santo Ste- 
£ino del Cacco. 

Ofpedale di San Girolamo degli Illirici. Fu fondato sulla fine del secolo xv 
nella occasione in cui molti abitanti della Schiavonia ed lUiria per sot- 
trarsi al giogo dell'impero ottomano fuggirono in Roma. 

Ofpedale di Santa ^Caria di Loreto, fondato nel 1500. Accoglie i fornai 
poveri malati. È retto dalla confraternita di Santa Maria dei Pomari, la 
quale distribuisce ogni anno molte doti. 

Ofpedale Teutonico, nel luogo ove ora sorge la chiesa di Santa Maria del- 
l' Anima. Fondato nel 1500 da Giovanni di Pietro Fiammingo. 

In questo secolo fiirono fondate le seguenti istituzioni ; Secolo XVL 

Confraternita del Santiffimo Sagramento in Santi Loren^^o e Damafo. Do- 
tava ogni anno povere ragazze e soccorreva con medicinali e limosine i con- 
fratelli infermi. Fondata nel 1501. 

9 — fonografia di *l(^oma. 'Parie IL 



66 T>ella Venefictn:^a Romana 

Of pedale dei ^Brettoni in Samf Ivo a Campo Marzio, istitnito nel principio 
di questo secolo e poi riunito a quello dei Francesi. 

Sul principio di questo secolo parimente ebbe origine la società dei cu- 
riali ed avvocati ed anche prelati della sacra Rota, che s'intitolò dalla 5ai»- 
tiffima Concezione e di Sanf Ivo per la difesa gratuita dei poverL 

Confraternita di Sanf angelo in 'Borgo, istituita nel 1 509. Ogni tre anni 
dotava 25 zitelle, dando loro una dote di circa 30 scudi per ciascuna ed una 
veste di panno bianco* 

Confraternita del Santijimo Sagramento, istituita nel i $ i } da un frate car- 
melitano in San Giacomo ScossacavallL Dotava ogni anno sei zitelle povere, 
dando 25 scudi ed una veste di panno bianco a ciascuna. 

xArciconfralernita della carità in San Girolamo. Fondata nel 1519, assume 
la difesa dei poveri, dota povere zitelle, e prende cura dei carcerati. 

Confraternita di San "Biagio dei materassai a Campo Marzio, fondata 
nel 1521. Aiutava di denaro ed assistenza medica i fratelli infermi. 

Confraternita del Santiffimo Crocififfo in San Marcello la quale ebbe vita 
nel 1522. Dota zitelle, visita i carcerati ed aiuta i fratelli infermi e poverL 

Of pedale degli Indiani ed ^biffini. Fondato nel 1525; esisteva in Santo Ste- 
£mo in Vaticano e riceveva i poveri Indiani convertiti al cattolicismo che 
fossero venuti in Roma. 

Confraternita di San Gregorio de* muratori, fondata nel 1527. Aiuta di me- 
dico e di limosine i fratelli infermi. 

Ofpi^io di Santa Caterina dei funari, nel quale si ricoverano povere £ui- 
ciulle che sono in pericolo. Fondato nel 1536. 

Ofpixio ed of pedale alla Trinità, fondato nel 1536» pcr opera di San Fi- 
lippo Neri. Accoglie i convalescenti ed i poveri pellegrini. La confrater- 
nita dei pellegrini, che ne ha avuta ramministrazione fino al secolo xix, 
distribuisce molte doti a povere zitelle. 

Nel 1537 fu fondato VOf pedale dei serventi di palai:(p, prtsso ì^, chiesa di 
Santa Marta, dalla confraternita di questo nome. 

Confraternita del Santiffimo Sagramento alla Minerva, istituita nel 1 5 39. 
Distribuisce molte limosine ai poveri. 

Sacro monte di pietà, istituito per iniziativa del padre Giovanni Calvo dei 
frati francescani, nel 1539. 

Cafa degli orfani, istituita nel 1540. Accoglie poveri or&ni. 

Confraternita del Santiffimo Sagramento a San Pietro, eretu nel 1540. Dota 
ogni anno dodici zitelle ed aiuta di medico e limosine i poveri fratelli in- 
fermi. 

^onajlero di Santa ^arta, istituito nel 1542 per le donne disoneste che 
tornassero a vita proba. 

Ofpiiio dei "H^ofiti, fondato da Giovanni di Sorano nel 1543, che ne fu 



Tacila "^BeneficeriT^a T(ptnana 67 

autorizzato da Paolo III. Accoglie coloro che vogliono abbracciare la fede 
cattolica. Nel 1634 dal cardinale Antonio Barberini fu trasferito alla Ma- 
donna de*monti. 

Confraternita del SanHffimo Sagr amento, istituita nel 1543 nella chiesa di 
San Crisogono. Dota quattro zitelle all'anno, dando 50 scudi, e dà una ve- 
ste di panno bianco per ciascuna. 

^^^/ 1^4$ Ferdinando Luigi e Diego ed Angelo Bruno Spagnoli rivol- 
sero la loro opera a raccogliere i pazzi e Faustina Francolenis, morendo in 
quell'anno, lasciò una. casetta che fii destinata a questo uso. La casa era in 
piazza Colonna. Nel 1726 Benedetto XIII tolse di là l'ospedale dei pazzi e 
lo trasportò alla Longara dove oggi si trova. 

'Njel ijjo la confraternita di San Rocco costruì un ospedale capace di 50 
letti per gli infermi di febbri e ferite. Clemente XIV nel 1770 ridusse questo 
ospedale a ricevere le sole partorienti. 

Confraternita delVora^^ione e morte fondata nel 155 1. Seppellisce i morti 
dell'Agro Romano e conferisce varie doti a povere zitelle. 

Confraternita del Hpfario nella chiesa della Minerva, eretta verso la metà 
di questo secolo. Distribuisce molte doti a povere giovani. 

Confraternita di Santa ^aria del pianto eretta nel 1555. Dota ogni anno 
parecchie zitelle con 25 scudi, dando loro anche una veste di panno bianco. 

Confraternita del Santiffimo Sagramento in Santi Celso e Giuliano in Ban- 
chi, istituita nel 1560. Dota 20 zitelle con 25 scudi, dà una veste di panno 
bianco. Assiste con medico e soccorre i fratelli infermi. 

Collegio Crivelli, istituito nel 1562 dal cardinale Alessandro Crivelli per 
mantenervi poveri giovanetti. 

O^otiaftero di cafa pia, fondato nel 1563 per ricoverare donne dissolute 
che si propongono di riabilitarsi. 

Confraternita del Santiffimo Sagramento in Santa Maria in Trastevere, eretta 
nel 1564 da mastro Giovanni del Calco barbiere. Soccorre i fratelli poveri. 

Confraternita dei Santi XII %Apofioli, fondata nel 1564. Soccorre i biso- 
gnosi e specialmente le persone di civil condizione cadute per disgrazia nella 
miseria. 

Confraternita di Santa %Apoltonia in Sant'Agostino, istituita nel 1565. Dota 
sei zitelle all' anno, dando 30 scudi ed una veste di panno bianco ; dà gra- 
tuitamente l'abitazione a povere, vedove. 

Of pedale degli %Aragonefi, fonósito nel 1570 presso Santa Maria in Mon- 
serrato, per curare gl'infermi di quella nazione ed alloggiare poveri pel- 
legrini. 

Ofpedale degli ^Armeni, fondato nel 1572 in una casa presso la chiesa di 
San Lorenzolo delli Caballuzzi al ponte Fabrizio. 

Confraternita del SanHffimo Sagramento in Santa Cecilia in Trastevere* 



68 Della ^Betuficen^a I^pmana 

Aiuta eoo astistenia medka e con limosinr i poveri fratelli iniémii. Eretta 
nel 1575. 

ConfraUrniia del SaiUiffimo Sacramento in san Quirìco, fondata nel 1575. 
Soccorre con medici ed elemosine i fratelli poveri ed infermL 

Canfratermta del Santigimo Sagramemto in sant'Andrea delle Fratte, isti- 
tuita nel 1576. Aiuta come le altre i fratelli infermi poveri ■. 

ConfraUrnita del Sanlijfimo Sagramento in santa Maria in Via, eretu nel 
1576. Soccorre parimenti i fratelli poveri infermi e dota varie zitelle povere. 

Confraternita del SanHffimo Sagramento di san Nicola degli incoronati, 
fondata nel 1576. Aiuta come sopra i fratelli infermi poveri. 

Confraternita del Santiffimo Sagramento in san Lorenzo in Lucina, isti- 
tuita nel 1578. Aiuu con medico e sussidi i fratelli poveri ed infermi. 

Confraternita del Santijpmo Sagramento alla Rotonda, fondata nel 1 578. 
Soccorre come sopra. 

Confraternita della Vieta dei carcerati, istituita nel 1579. Soccorre i de- 
tenuti neUe prigioni. 

Of pedale dei cocchieri, istituito nel 1580 dalla confraternita dei cocchieri, 
posto accanto a Santa Luda della Tinta. 

Of pedale dei ^Polacchi, fondato nel 1580, per lascito del cardinale Stanislao 
Osio vescovo Vamisense. 

Hegnando Gregorio XIII fu nel j$Si fondato dai religiosi di san Gio- 
vanni Calibita, detti i (ate-bene^fratelli, un ospedale, laddove anticamente 
esisteva un tempio dedicato ad Esculapio. 

Of pedale di San Si/lo sulla via Appia, istituito da Gregorio XIII nel i>8i 
per accogliervi tutti i mendicanti di Roma. 

Confraternita del Santiffimo Sagramento in San Nicola in Carcere, eretta 
nel 1583. Aiuta i fratelli infermi e poveri. 

Confraternita del Santiffimo Sagramento in San Biagio, fondata nel 1584. 
Aiuta fratelli infermi e poveri. 

Of pedale dei Hpmiti a porta ^Angelica, fondato nel 1588 da un tal AI- 
benzio Calabrese per farvi curare i poveri romiti che venendo a Roma ca- 
devano infermi. 

Of pedale a ponte Sifio, fondato da Sisto V nel 1588 per darvi ricovero 
ai mendicanti di Roma. Gregorio XVI nel 1841 lo destinò ad ospedale 
militare e Pio IX nel 1855 lo assegnò ai poveri sacerdoti ammalati. 

Collegio Salviati, istituito nel 1591 dal cardinale Antonio Maria Salvia ti 
per mantenimento ed istruzione di giovani orfiini inclinati alle buone lettere. 

Confraternita di Santa f^aria del Suffragio, istituita nel 1592. Soccorre i 
fratelli come sopra. 

I Questa confraterntti recentemente si è fusa con Tahra del Divino Amore. 



'Della 'BeneficetiT^a Romana 69 

Confraternita delle Stimmate, eretta nel 1 594. Aiuta i fratelli come sopra 
e dota povere zitelle con scudi 25 per ciascuna, ed, a causa dell'eredità de- 
feritagli da Luigi Martini, distribuisce ogni anno molte elemosine ai poveri. 

Confervatorio di Santa Eufemia, Fondato nel 1595 dal cardinale Rusti- 
cucci per raccogliervi povere fanciulle. 

Confraternita del Santiffimo Salvatore, fondata nel 1597 nella chiesa della 
Minerva. Aiuta i fratelli poveri. 

Scuola gratuita per poveri fanciulli, istituita nel 1597 presso Santa Doro- 
tea da san Giuseppe Calasanzio, il quale poi la trasferì a san Pantaleo. 

Confraternita di Sanf Orsola, eretta nel 1599. ^i^^^ ^ (rateili poveri come 
sopra. 

Ofpedale ed Ofpixio dei fanciulli sperfi, fondato da Leonardo Goroso, sco- 
patore segreto del palazzo apostolico. Raccoglieva i fanciulli che andavano 
seminudi e dispersi per la città e li occupava, facendo loro spazzare le 
vie, e con le elemosine che raccoglieva provvedeva al loro sostentamento. 

Ofpedale dei Fiorentini, Fu fondato nel 1606 per ricevervi i poveri vaz- Secolo XVÌI. 
lati di quelle provincie. (Fu chiuso fin dal 1841.) 

Giovanni Antonio Veftri di Como istituì sul principio di questo secolo 
un ospedale presso Santa Lucia della Chiavica per accogliervi i poveri preti 
infvmi. 

Jftituto delle Ohlate Filippine >. Fondato sul principio di questo secolo da 
Rutilio Brandi, ha per iscopo l'istruzione gratuita delle povere fanciulle. 

Collegio dei Ì\C archegiani. Istituito sul principio di questo secolo dal 
cardinale Giovan Battista Pallotta, in una casa presso il Campidoglio , 
d'onde poi fu trasportato in San Salvatore in Lauro per cura del cardi- 
nale Decio Azzolini. 

Collegio battei. Istituito dal cardinale Girolamo Mattei nel 161 3, per 
l'istruzione di giovani poveri appartenenti a famìglie nobili. 

Confervatorio e ^onaftero di Santa Croce della Teniten^a alla Lungara. 
Istituito nel 161 5 per cura del padre Domenico di Gesù e Maria Carmeli- 
tano scalzo, allo scopo di togliere dalla vita disonesta le prostitute. 

Collegio 'Bandinelli. Fondato nel 161 7 da Bartolomeo Bandinelli per man- 
tenervi 12 poveri giovani. 

Collegio ^axxo^eno. Istituito nel 1622 dal cardinale Michelangelo Tonti 
perchè vi fossero istruiti X2 pòveri giovani. 

Ricovero a Campo Carleo per le povere vedove. Fondato da Felice Ru- 
spoli nel 1626. 

I Paccumo menzioae in questa Cronologia di molte congregazioni religioie di suore di ca- 
riti, quantunque non possano dirsi opere pie in senso di legge, perchè la loro missione è di ca- 
rattere eminentemente benefico e prestano per istituto il loro caritatevole ministero nelle scuole, 
nelle prigioni, negli ospedali, negli ospizi e nei conserratiMii. 



70 T)ella ^entfictriT^a %omana 

Trelatura ^madori. Istituita per la difesa gratuita dei poveri da Felice 
Amadori. 

Congregazione dei nobili aulici. Eretta nella chiesa di San Lorenzo in 
Fonte nel 1628 allo scopo di sovvenire i nobili che fossero caduti nell'in- 
digenza. 

Collegio Ghijlieri. Fondato nel 1630 da Giuseppe Ghislieri per mante- 
nervi figli di nobili caduti in miseria. 

Collegio Ginnafi. Fondato dal cardinale Domenico Ginnasi nel 1636 per 
mantenervi otto poveri giovani di Castel Bolognese. 

Iflituto delle Orf oline. Fondato da Sant'Angela Merici nel' 15 37, ha per 
iscopo d' istruire gratuitamente povere fanciulle. La prima scuola delle Orso- 
line fu fondata in Roma nel 1688 dalla duchessa madama Lucia Martinozzi, 
presso la via del Corso. 

Collegio Cerafoli, Fondato dal conte Flaminio Cerasoli di Bergamo 
nel 1640 per mantenervi sei poveri giovani bergamaschi. 

Collegio Fuccioli. Fondato da monsignor Giovanni Battista Fuccioli per 
mantenervi dodici poveri giovani. 

"KjCI 1640 'Diomira Sottocafa lasciò la casa in via della Torretta di Bor- 
ghese per ricovero di povere vedove. 

Collegio LajffL Fondato nel 1646 da Giovanni Lassi per mantenervi sei 
poveri giovani nativi dell'Umbria. 

O/pedale dei Lucchefu Fondato nel 1649 da Giovanni Gualtirotto per 
accogliervi i poveri malati, nativi della provincia di Lucca. Ne ha l'ammi- 
nistrazione la confraternita dei Lucchesi, la quale non mantenendo più 
l'ospedale fa curare in quelli della città i suoi malati ed ogni anno distri- 
buisce molte doti. 

Collegio Laureiano o Spoletino, Fondato circa la metà di questo secolo 
dal cavaliere Loreto Vittori di Spoleto per l'istruzione di poveri giovani 
nativi di Spoleto. 

Ofpi^io di Santa Galla, Aperto nel 1650 a cura di Marco Antonio Ode- 
scalchi per darvi ricetto nella notte ai poveri. 

Circa la metà di qiiefto secolo il cardinale Francesco Barberini apri sulla 
piazza di sant'Eustachio, una farmacia che distribuiva gratuitamente i me- 
dicinali ai poveri. 

Scuola gratuita per povere fanciulle. Istituita da Alessandro VII nel 1655, 
ordinandosi che le spese fossero sostenute dalla limosineria apostolica. 

Cafa di ricovero in via degli Ibemesi, lasciata da Giuseppe Ghislieri 
nel 1656 per abitazione di povere vecchie. 

Confervatorio delle Mendicanti, Fondato da monsignore Rivaldi nel 1660 
per accogliervi povere uncinile. 

Ofpedale dei borgognoni a San Claudio. Fondato nel 1662. 



Isella beneficenza Romana 71 

Eredità Carcarafi, Vincenzo Carcarasi, con testamento del 26 novem- 
bre 1650, dispose che la rendita dei suoi beni fosse erogata in doti di po- 
vere zitelle. 

Confraternita della 'Perfeveran:^a, presso San Salvatore alle Coppelle. Isti- 
tuita nel 1663 per l'assistenza e soccorso ai forestieri infermi nelle locande 
e negli alberghi. 

Ofpixio della Concezione, detto delle Viperesche. Fondato da Luigi Vipe- 
reschi nel 1668 per accogliervi povere fanciulle. 

Collegio Tanphjlù Istituito nel 1672 da Giovanni Battista Panphjli per 
l'istruzione di quei giovani che, nati nei feudi della casa Panphjli, avessero 
vocazione per il sacerdozio. 

Confervatorio della l}ivina 'Provvidenza. Fu fondato dal sacerdote Fran- 
cesco Papaceti nel 1675 per darvi ricovero a povere fanciulle abbandonate. 

Giovanni Ce/are 1{eggioli nel 1678 dispose che la casa in via delle Ve- 
dove, presso santa Maria in Via, servisse di ricovero a nove povere vecchie. 

'K,el lójp, per iniziativa del sacerdote don Giovanni Stanchi, s'istituì la 
Congregazione degli Operai della Divina Pietà, allo scopo di raccogliere 
limosine e distribuirle ai poveri. 

Cafa in pia^z^ largano. Fondata nel 1684 da Tommaso Odescalchi 
per i £sinciulli fuggiti dai genitori o da loro abbandonati. 

Ofpizio di San Michele, Fondato da Innocenzo XII nel 1693 per racco- 
gliervi tutti i mendichi di Roma, fossero fanciulli o adulti, impotentisi pro- 
cacciarsi il vitto col lavoro. (Vedi secolo xviii.) 

Ofpedale dei Siciliani, Istituito nel 1695 da Matteo Catalani a Santa Maria 
d'Itria per i poveri malati, nativi di Sicilia. 

Confervatorio del ^fugio a Sant'Onofrio. Nel 1703 il sacerdote Aì^s- Secolo XVJII. 
Sandro Bassi istituì quest'opera pia per dar ricovero alle giovani pentite. 

Confervatorio alle Zoccolette, fondato da Clemente XI nel 171 > per ac- 
cogliervi £sinciulle povere mendicanti. 

Ofpedale di San Gallicano. Istituito da Benedetto XIII nel 1724 pei poveri 
che sono affetti da malattie cutanee. 

Scuole gratuite per poveri a Santa Maria in Monticelli', istituitene! 1727 
da Benedetto XIII, il quale vi richiamò i fratelli della dottrina cristiana, 
detti Dottrinarli. 

Ofpizio di San Luigi Gonzaga. Ne fu fondatore nel 173 1 il padre Gal- 
ligni gesuita per dar ricovero nella notte a povere donne. 

Ifiiluto delle suore della Carità, dette anche figlie della carità, fondato 
nella metà del secolo passato da san Vicenzo de Paola e da madama 
Luigia di Morillon di Francia, allo scopo di prestare, assistenza ai malati, 
ed istruire povere fanciulle. Circa la metà del secolo presente ha aperto 
alcune case in Roma. 



T2 'Della beneficenza %pmana 

Ofpijjo delV^Affunta, Fondato nel 1750 da Tommaso Cervetti genovese 
per accogliere poveri £mciulli. Fu unito a quello di Tata-Giovanni. 

Ifiiiuto delle D\i(aefire Tie Filippine. Fondato da Rosa Filippini nel 1760. 
Ha per iscopo l'istruzione gratuita di povere fanciulle. La casa principale 
è a santa Lucia dei Ginnasi. 

"Haffaele Sindono con testamento del 7 gennaio 1762 volle che le ren- 
dite del suo patrimonio fossero erogate per doti a povere fanciulle. 

Chiara Califii dispose, con suo testamento del 12 agosto 1767, che le 
rendite di vani suoi beni fossero erogate in doti a livore di povere 
giovani. 

Confervatorio Tio, Fondato da monsignor Potenzianl nel 1775 ebbe un 
valido protettore in Pio VI, da cui ebbe il nome. Accoglie povere zitelle. 

Confervatorio delle 'Borromee in via Graziosa. Ebbe origine nel 1780 
per cura del sacerdote don Giuseppe Marconi e per i sussidii dati dal car- 
dinal Vitaliano Borromeo. Accoglie fanciulle abbandonate. 

Iptuto delle Oi<aefire Tie Venerine, Fondato in Viterbo nel 1685 da 
Rosa Venerini allo scopo di istruire povere fanciulle. Nel 17 16 ebbe case 
anche in Roma. Ora ha scuole al Gesù e in Parione. 

Confervatorio delle pericolanti. Fondato dal sacerdote Giuseppe Barlari 
e Francesco Mario Cervetti, genovesi, nel 1790. Accoglie giovanotte che 
per la povertà sono più esposte alla seduzione. 

'Hjtìro della Croce, in via Felice. Nel 1792 suor Maria Teresa Seba- 
stiani e don Ciro ricco sacerdote $pagnuolo fondarono quest* istituto per 
dar ricovero a donne nubili che guarite da malattie veneree cercano ab- 
bandonare la via della dissolutezza. 

Scuole gratuite per poveri a San Salvatore in Lauro. Fondate da Pio VI 
nel 1793, il quale le affidò ai fratelli delle scuole cristiane, detti Ignorantelli. 

Scuola ed ofpixio dei Sordo-^Cuti, La scuola fu fondata nel 1794 da don 
Pasquale di Pietro. Dopo la morte di lui fu dalla commissione dei sussidii 
istituito un ospizio nelle Terme Diocleziane per accogliervi questi infelici. 

Ofpij^io di Tata" Giovanni. Ne fu istitutore un povero muratore, Gio- 
vanni Sorgi, sul fine di questo secolo. Dà asilo ai fanciulli poveri ed ab- 
bandonati istruendoli in mestieri manuali fuori delPospizio. 
Secolo XIX. Confervatorio del 'BJfugio in Santa Maria in Trastevere. Ne fu fonda- 
tore il padre Francesco Stracchini di san Girolamo della Carità nel 1806 
per dar ricovero a donne che escono dalle prigioni, dopo espiata la pena 
per delitto di mal costume. 

Jjlituto di San Giufeppe di Cluny. Fondato nel 1806 a Cluny in Borgogna 
da Anna Maria Tanvechey. Nel 1834 apri in Roma un orfanotrofio a Santa 
Maria Maggiore e quindi una scuola per povere fanciulle. 

Opera Tia Chiefa. Fondata da Gregorio Chiesa nel principio del secolo 



Tìella beneficenza %oinana 73 

per soccorrere con elemosine i poveri e specialmente le povere giovani 
esposte al pericolo della seduzione. 

Eredità (^e:^%arini. Don Gaetano Mezzarini dispose che le rendite della 
sua eredità fossero ogni anno distribuite ai poveri della Congrega^iom delle 
Suore del 'Buon Soccorfo. Fondata nel 1840 a Arcis sur Aube, stabili nel 1864 
una comunità in Roma in Banchi Vecchi. Ha per iscopo di soccorrere i 
malati a domicilio. 

Legato o Eredità Salucci. Don Alessandro Solucci lasciò nel principio 
del presente secolo la sua eredità alla Congregazione di San Filippo Neri, allo 
scopo che erogasse le rendite per sussidii ai poveri. 

Opera 'Pia Carmignani, Alessandro Severo Carmignani nel 181 2 lasciò 
il suo pingue patrimonio per Tistituzione di un'opera pia, la quale avesse 
per iscopo di soccorrere i poveri. 

Opera Tia Cavalieri, Istituita da Girolama Carpegna, vedova Cavalieri 
nel 181 3, per soccorrere i poveri e concedere doti a povere giovani. 

JJUtuto ^Agrario. Fondato da Paolo Campa nel 1814 per Tistruzione di 
poveri giovani nell'arte dell'agricoltura. Ha cessato nel 1846. 

Opera Tia Greco, Istituita da Teresa Greco nel 18 16 per sussidii dotali 
a povere giovani. 

Scuole '^Lotturne, Fu iniziata quest'istituzione nel 18 19 da un tal Gia- 
como Casoglio intagliatore in legno, ma deve dichiararsene vero fondatore 
l'avvocato Vincenzo Gigli, morto in Roma nel 1837. 

JjUtuto delie Figlie di carità. Fondato da Aristide Thouret in Francia 
sullo scorcio del passato secolo. Sul principio del presente ha aperte varie 
case in Roma. Ha per fine di assistere gl'infermi e d'istruire povere giovani. 

Ofpi^io alle Terme, Istituito da Pio VII nel 1820 per dare asilo a tutti 
gli accattoni. 

Scuola ^ajfimo in Trafievere, Istituita dal marchese Carlo Massimo nel 
1820 per mutuo insegnamento. 

Opera 'Pia Canini. Istituita da Tommaso Canini nel 1824 per dare letti 
alle povere famiglie. 

Ofpi:^io delle 'Dame Lauretane. Istituito nel 1825 per cura della princi- 
pessa Teresa Doria Orsini, allo scopo di dar ricovero alle giovani che 
intendono abbandonare la vita licenziosa. 

Società delle 'Dame del Sacro Cuore. Istituita in Francia da Sofia Borra 
nel 1826; tiene pubbliche scuole per l'istruzione di povere fanciulle. Nel 

1827 aprì una casa in Roma alla Trinità dei Monti e poco appresso a 
santa Rufina ed in ultimo a villa Lante. 

Scuole gratuite presso la Madonna dei Monti. Istituite da Leone XII nel 

1828 per poveri fanciulli. 

Congregai^ione delle Figlie di Ilaria Santiffima delPOrto, Ha avuto Qri- 

ip — fonografia di 'Rfi^na, Parte JJ, 



74 Della *Beneficen:^a Romana 

gine nel 1829 in Chiavari per cura di monsignore Giannelli, vescovo di 
Bobbio, ed ha per iscopo d'istruire povere fenciulle. Ha una casa in Roma 
presso san Martino ai Monti. 

Jfiituto delle Figlie della 'Divina 'Provvidenza dette ^ernabite. Ebbe ori- 
gine in Roma nel 1832 per cura del parroco di San Carlo aCatinari, padre 
Tommaso Mancini, ed ha per iscopo d'istruire povere fanciulle. 

Ifiituto delle Figlie del %ifugio del Monte Calvario in San Norberto. Fon- 
dato in Genova da Virginia Centurioni Braccelli, circa la metà del secolo xvii. 
Scopo ne è la cura dei poveri, dei pazzi, delle esposte e delle pericolanti. 
Nel 1833 aprì una casa in Roma a San Norberto suU'Esquilino. 

Legati *Boni e Totnaggiani, fatti dal padre Boni e monsignore Tomag- 
giani nel 1835 per sussidii ai poveri. 

Opera Tia Ortolani, Fondata nel 1837 da Lorenzo Ortolani per dar soc- 
corsi in denaro ai poveri. 

Cafa di Carità in borgo Sanf^gata, Istituita nel 1838 da una società di 
pie persone per cura dell'abate Pallotta. Ha per iscopo di dare ricovero a 
povere fanciulle abbandonate. 

Scuole gratuite in via di 'Spetta, Fondate dalla principessa Guendalina Bor- 
ghese nel 1839 per poveri fanciulli, ed affidate ai Fratelli delle scuole cristiane. 

Congregazione delle Suore della Divina ^Provvidenza. Ebbe origine a Pon- 
tieux nella Lorena, dall'abate Maye, sullo scorcio del secolo scorso, ed ha 
per iscopo d'istruire i poveri giovani, specialmente delle campagne. Nel 1839 
dalla principessa Borghese alcune di queste suore furono chiamate in Roma 
per dirigere le scuole da essa aperte. 

Ha peraltro solo nel 1859 aperta una casa in Roma nel primo piano 
del palazzo Giustiniani. 

Opera pia Carolina. Istituita dal marchese Francesco Fagnani di Milano 
nel 1840 per soccorso ai poveri. 

Ofpi^io Carolina, Fondato nel 1840 coi mezzi somministrati dal principe 
don Carlo Torlonia, allo scopo di dare asilo a povere fanciulle abbandonate. 
Ora vi si è istituito anche un ospedale pei fanciulli affetti da malattia ne- 
gli occhi ed un ricovero per povere vecchie. 

ospizio Calejlrini. Istituto privato, fondato da Antonio Galestrini per dare 
asilo a povere vecchie. 

Ifiituto delle Suore di San Giufeppe, Fondato in Francia da Enrico di 
Maupas nel 165 1. Ebbe da Gregorio XVI nel 1840 la concessione di una 
casa in Roma presso San Lorenzo in Miranda per tenervi scuole gratuite 
per povere fanciulle. 

Società di San Vincenzo di Taola. Nata in Francia nel 1833; fu istituita 
anche in Roma nel 1840 per opera del padre De Ravignan della Compa- 
gnia di Gesù. Ha per iscopo di dar soccorso ai poveri. 



Tacila Veneficen:(^a Romana 75 

Iftituto di Santa 'Dorotea. Ebbe origine in Alzano Maggiore, diocesi di 
Bergamo, per cura del parroco don Giacinto Bossi, sul principio del pre- 
sente secolo. Scopo n'è la coltura morale e civile delle fanciulle che appar- 
tengono alle ultime classi del popolo. Nel 1843 ha stabilito la sede in Roma 
nel conservatorio del refugio a Sant'Onofrio. 

Iftituto delle Suore Cariane. Ebbe origine nel 1844 per opera del pa- 
dre Luigi Sciarra, prete a san Girolamo della Carità. Ha per iscopo Tin- 
segnamento alle povere fanciulle. La casa è presso piazza Farnese. 

tAJilo d*infan:(ia. Fondato nel 1847 da una società di ricchi s caritatevoli 
signori. 

Iftituto di Vigna 'Pia, Fondato da Pio IX nel 1850 per l'istruzione di 
poveri giovani nell'arte agraria. 

Casa delle Laur etane a San Giovanni. Fondata nel 1850. Accoglie povere 
giovani che per la loro età sono esposte al pericolo della seduzione. 

Congregazione delle Figlie del Sacro Cuore di Gefii, Istituita da Teresa 
Eustachia Vergani in Bergamo, circa l'anno 1840; ha fin dal 1850 due case 
in Roma, una alle Neofìte e l'altra in via Graziosa ai- Monti. Ne è scopo 
dirigere educandati, istruire povere giovani, ed assistere gl'infermi negli 
ospedali. 

Legati Silveftrelli e Vannucci, Fatti da Giovanni Tommaso Silvestrelli 
nel 1850 e da un tal Vannucci nel 1806 per sussidii ai poveri. 

Iftituto delle adoratrici del preziosissimo sangue di Gesù Cristo. Fondato 
nel 1854 da Mario De Mattias per l'istruzione delle fanciulle. Ha aperte in 
Roma 5 case, la principale delle quali è quella di San Luigi Gonzaga in 
via di porta Leone. 

Confervatorio della SantiJJìma Concezione. Istituito per cura di caritatevoli 
cittadini nel 1855 allo scopo di dar ricovero a povere fanciulle orfane. 

Iftituh delle Suore della compaffione. Fondato in Marsiglia nel 1840; ha 
aperto nel 1855 una casa in Roma in via degli Ibernesi. Ha per iscopo la 
istruzione delle povere fanciulle e l'assistenza dei malati a domicilio e più 
specialmente l'assistenza e il collocamento delle donne di servizio disoc- 
cupate. 

Opera pia Catel, Istituita dal cavaliere Francesco Catel di Berlino nel 
1856 per soccorrere i poveri artisti. 

Iftituto delle Figlie della Croce di Sanf^Andrea. Fondato nel 1806 a Maille 
in Francia dal canonico Andrea Alberto Foumet per l'istruzione dei poveri 
e per curare gli ammalati. Nel 18 $6 ha posto sede in Roma e dirige le 
scuole aperte dalla principessa Borghese per l'istruzione di povere fanciulle. 

Legato Cartoli, Fatto da Apollonia Zuccari nel 1857 per sussidii ai poveri. 

Legato pio 'Soffi. Clementina Bossi nel 1857 lasciò un pingue legato per 
sussidii ai poveri. 



76 T)ella ^cneficen:(^a T{^omana 

Opera pia xAtnicù Istituita da Francesco Amici nel 1858 per sussidii 
agli infermi e per doti a povere giovani. 

Ofpedale di Santa ^aria in Cappella, Fondato dal cav. Carlo dei prin- 
cipi Doria nel 1860 per accogliere i malati cronici. 

Scuola gratuita per fanciulli in piazza Pia presso ponte Sant* Angelo. Fon- 
data da Pio IX nel 1861 ed affidata ai fratelli della Divina Misericordia. 

Opera pia danzimi. Istituita da Salvatore Nannini nel 1862 per sussidii 
a poveri studenti. 

Opera pia Minardi, Istituita da Andrea Minardi nel 1864 per sussidii 
ai poveri e doti a povere giovani. 

Legato Stefani, Fatto dal canonico Steiàni nel 1864 per sussidi ai poveri. 

Cafa di Santa Oraria Maddalena Penitente. Fondata per cura del padre 
Bennicelli nel 1865, allo scopo di dar ricovero alle giovani che, guarite da 
malattie veneree, bramano lasciare la via della dissolutezza. 

Ofpixjo dei Ciechi, Istituito nel 1868 da una società di alcuni caritate- 
voli cittadini. Ha ora sede al convento di Sant'Alessio al monte Aventino. 

Iflituto delle Suore della 'Divina Conce:(ione e l^rowiden^a. Fondato nel 
Belgio nel 1830 dal parroco dì Namur ha per iscopo l'istruzione delle fan- 
ciulle, l'assistenza dei malati negli ospedali , e direzione e cura delle donne 
nelle carceri. Nel 1868 furono da monsignor De Merode chiamate a diri- 
gere le carceri per le donne a Villa Altieri. 

Ifiituto di Santa Zita in via dei Taflini, Fondato dal padre Ballerini della 
Compagnia di Gesù nel 1869 per dar ricetto alle serventi. 

Opera Pia Colonna. Istituita nel 1867 da don Vincenzo Colonna per sus- 
sidi ai poveri. 

Scuole gratuite per fanciulli presso piazza Mastai. Istituite da Pio IX 
nel 1869. 

Ofpi^ii IXCarini, Istituiti nel 187 1 per cura di una società di benefici cit- 
tadini. Ha per iscopo di migliorare la salute dei poveri fanciulli rachitici e 
scrofolosi coi bagni di mare. Ha il suo ospizio a Porto d'Anzio. 

Opera Tia Santelli. Istituita nel 1872 dal cavaliere Mario Santelli per 
soccorrere i poveri con sussidio in denaro. 

Ofpi^io 'Bonanni, Istituto privato fondato dal cavaliere Basilio Bonanni 
nel 1873 per dar ricovero a poveri fanciulli abbandonati. 

Opera Tia 'Del Grande, Istituita da Vincenzo Del Grande nel 1873 per 
dar soccorso ai poveri campagnoli. 

Ofpixio Margherita di Savoia per i poveri ciechi. Fondato nel 1873 da 
una società di caritatevoli cittadini sotto la presidenza della principessa 
Margherita. È situato alle Terme Diocleziane, nel già convento dei Certosini, 



SPECCHIO TilASSU'MTlVO 



DELLE RENDITE E SPESE ANKUE 



degli 



Istituti di Beneficenza 



IN ROMA. 



78 



Tìella ^eneficen:^a T(pmana 



o 









Otere Vie 






Stato <Att i v o 



%endite 
fondi urbani 



T(endiU 
fondi rujlici 



"Rendite 
diverfe 



KsndiU 
compJeJpve 



1 Ospedali per gli infermi. 12 

2 Ospizi di maternità ». 

3 Manicomii i 

4 Istituti per i sordo-muti * i 

5 Ospizio per gli esposti 3 . . 

6 Orfanatrofì i 

7 Ospizi e ricovero di mendi- 

cità ecc 17 

8 Conservatori, collegi . 9 

9 Asili infantili 4 .... i 

10 Scuole, posti di studio e 

sussidi scolastici . . 7 

11 Monti frumentari 

12 Monti di pietà o de'pegni 5 i 

1 3 Monti di maritaggio e sus- 

sidi dotali .... 222 

I ; Monti di elemosine 



15 Soccorsi in denaro . . 

16 Soccorsi agli infermi . . 

17 Soccorsi in derrate ed al- 

tri oggetti in natura . 

18 Abitazioni gratuite ^ . . 

19 Ricoveri di donne traviate 

20 Ospizio di ciechi . . 

2 1 Difesa gratuita delle cause 

dei poveri .... 



46 

4 



9 

5 

2 



393,396 80 



42,740 00 



805,970 08 



23,088 40 



25,132 25 

315,420 86 
65,205 77 



42,158 48 



164,026 82 



346,972 19 
13,055 25 



21,374 00 
9,730 00 

55,626 54 



Totale ... 340 1,494,858 96 895,717 27 2,578,897 90 



24,296 37 



18,390 82 



16,860 50 

7,111 IO 



1,085,987 IO 



50,053 88 



134,470 05 

556,022 63 
89,195 78 



23,327 94 



330,606 13 



2.2as,353 98 



115,882 28 



159,622 30 

895,739 S6 
154,401 55 



65,686 42 



513,023 77 



198,512 09 562,344 78 



23,187 18 



37,771 98 
8,905 00 

40,658 14 



43,355 53 



59»H5 98 
18,635 00 

96,284 68 
4,969,474 13 



1 Mon esistono in Roma ospizi di niaterniti propriamente detti: soltanto all'ospedale di S. Rocco fd in 
brevissimo tempo. — 2 Esiste un Istituto pei sordo>muti mantenuto dalla Provincia, per difetto di patrimomo 
essendo l'amministrazione di quest'Istituto confusa con quella dell'ospedale di Santo Spirito. — 4. Roma novera 
tributo volontario del Municipio. — 5. Il Monte di Pietà di Roma, in seguito al cattivo regime amminiscratiTO, 
si regge colla somministrazione fattagli di 3,500,000 nel 1874 dalla Cassa Depositi e Prestiti. — 6* Si coxn 
beneficenza, non produca nessuna rendita, essendo i fondi stessi interamente disposti a favore delle persone am 



T)dla ^eneficetiTia T{pmana 



79 



Stato Massivo 



Impofle 
varie 



"Benefictn^a 



442,104 48 



18,000 00 



18,914 71 

154,780 08 
29,961 09 



15,114 90 



60,851 27 

• • • • ■ 

91,519 65 
7,142 62 



10,340 76 

2,594 33 

16,503 39 

867,827 28 



Culto 



1,306,902 88 


11,404 07 


32,360 05 




96,885 43 


2,757 IO 


442,671 77 


37,159 06 


104,221 97 


550 00 


37,969 IO 


3*699 57 


335,720 77 


12,561 14 


197,032 52 


37,738 04 


25,358 48 


3,822 25 


36,862 94 


3,546 20 


I3>238 55 


660 00 


18,573 14 


28,393 84 


2,647,797 60 


142,291 27 



Stipendi 
ed onorari 



143,195 12 

• ••••• 

18,769 59 

8,278 24 

49,542 89 
6,378 92 

1,495 80 

21,632 99 

65,319 02 
3,256 53 



2,921 75 
1,542 12 

5>i05 32 
327,438 29 



^Aggravi 
patrimoniali 



264,500 33 
11,876 29 



6,016 31 

104,585 19 
4,031 49 



^93 5 90 



23>439 35 

85,344 97 
780 23 



3,497 06 
600 00 

5,937 70 
512,544 82 



Spefe 
complejpve 



2,168,106 88 



81,005 95 



132,851 79 

788,738 99 
I45,H3 47 



60,215 27 



454,205 52 

476,954 20 
40,360 II 



. 57,168 71 
18,635 00 

74,513 39 
4,497,899 26 



oiM sala all'altro ospedale di S. Giovanni si accolgono povere donne vicine a sgravarsi e vi rimangono per 
proprio. — 3. Roma possiede un vasto ed importante brefotrofio, di cui non si riassumono le rendite e le spese, 
sci asili d'Infanzia, cbe peraltro non hanno patrimonio proprio e si sostengono con le oblazioni private e il con- 
tenuto in passato, allorquando quest'istitutoera congiunto al banco dei depositi, non possiede patrimonio proprio, ma 
prende facilmente come il rilevante capitale che rappresentano i molti fondi urbani destinati a questa forma di 
messe a fruire di questo beneficio, a tenore della volontà de' pii fondatori. 



8o 



Delia Htneficcn^a T^^ow^na 



'K. l3iC ET^O DELLE O P E% E 

crJiaak m s^rk cromchpcm sutmdo 



Ofbme Ti e 



ToUU 



Ofeme Tie 



dal I JdJ dal 

lOOl ' noi 1201 

al \ al \ al 



IIOO I I200 ' JJOO 



Ospedali per gli infermi 

Ospizi di nutemiti 

Manicomi 

Ospizio dei ciechL 

Istituti per i sordo-muti 

Ospizio degli esposti 

Orunotrof! 

Ospizi e Ricoveri di mendicità ed alberghi 

dei poveri 

Abitazioni gratuite 

Ricoveri di donne traviate 

Conservatori, Collegi 

Asili infantili 

Scuole, posti di studio e sussidi scolastici . 

Monti Frumentari 

Monti di Pietà o de' Pegni 

Monti di maritaggio e sussidi dotali . . 
Difesa gratuita delle cause dei poveri . . 

Monti di elemosine 

Soccorsi in danaro 

Soccorsi agli infermi 

Soccorsi in derrate ed altri oggetti in natura 
Beneficenze diverse 

Totale , , . 



12 

• • 

I 

2 
I 



17 

9 

5 

9 
I 

7 

■ • ■ 

I 

222 

2 

• • • 

46 

4 



340 







• 


I 
1 


I 

1 
2 



(d) Ospedale di $• Spirito e Ofpizio degli esposti. 



Della ^zntficeriT^a Romana 



8i 



T I E E S I S T E'K.T I J %, % ^ ^i 
la data della respettiva fcnda:^one. 



FO'H.DATE 



dal 


dal 


dal 


dal 


dal 


dal 


dal 


dal 


Secolo 


J}01 


1401 


iSoi 


1601 


lyoi 


1801 


1816 


1S49 


XIX 


al 


al 


al 


al 


al 


al 


al 


al 


anno 


1400 


J$00 


1600 


i-joo 


1800 


iSjs 


1848 


1877 


ignoto 



Epoca 



ignota 



I 



44 



3 

• • 


6 
6 


• ■ 


I 


• • 


7 

• ■ 


• • 


• • 


29 

ì 


104 

I 



130 



5 
2 



72 



13 



97 



14 



2 



6 

2 



tò 



2 



II — fonografia di %wia, Parte li. 



CONSIDHKAXIO'KI STATISTICHE SULLE TaVOLE PRECEDENTI. 



Oma al di d'oggi novera 340 opere e lasciti pii, che, in 
rapporto alla popolazione di Roma, (280,562 abitanti) 
corrispondono ad un'opera pia ogni 875 abitanti. Questa pro- 
porzione variercbbe considerevolmente, se si tenesse conto che 
non tutti sono ammessi ai sussidii della carità pubblica, ma quelli 
soltanto che siano nati in Roma o v'abbiano acquistato il domicilio 
di soccorso. 

La più antica opera pia, di quelle che esistono attualmente, 
risale al secolo duodecimo ed ha per iscopo la cura dei malati. — 
Altre istituzioni datano dal secolo xiv, ed altre dal secolo xv. — 
Il maggior numero ebbe vita nel secolo xvii. 

Il carattere che assunse la cariti in questi secoli è abbastanza 
indicato dalle istituzioni che sursero. 

La beneficenza OS pitaliera fij la forma in cui primamente venne 
operando la pietà, e ciò si spiega per le condizioni dei tempi, ed 
anche pel fatto che la malattìa è la più sensibile e la più toccante 
delle umane sventure. 

Degli ospedali romani non sono ignorate le origini, e la fonda- 
zione del più antico (S. Spirito) risale al secolo xii^ 

Anualmente noi abbiamo 7 ospitali pubblici e 5 particolari 
per la cura deUe diverse malattie. 



Della 'BeneficenT^a Romana 83 

Dei 7 ospedali pubblici, 3 sono destinati alle malattie me- 
diche e danno ricetto in media a numero 974 malati. 

Altri 3 prestano cura alle malattie chirurgiche e ricevono in 
media numero 366 malati. 

Un altro ospedale (S. Rocco) accoglie gratuitamente le donne 
incinte e permette loro di sgravarsi in segreto. — Qualche 
centinaio di donne sono cosi ogni anno salvate dal disonore. 

Questi ospedali accolgono in media una popolazione di 1350 
malati al giorno. 

V*ha poi un ospedale speciale per il trattamento degli alienati 
che nel quadro statistico è designato a parte col suo nome di ma- 
nicomio, il quale in media accoglie annualmente 670 malati. 

Gli ospedali particolari : Torlonia a sant'Onofrio per le malattie 
degli occhi, Doria a Santa Maria in Cappella per le malattie cro- 
niche, l'ospedale del Bambin Gesù alle Zoccolette per i bambini, 
l'ospedale di Santa Maria di Loreto per i fornari, l'ospedale eccle- 
siastico a Ponte Sisto per i preti ecc., e gli ospedali Nazionali, 
oggi ridotti ad uno, non contengono che numero no malati. 

Ogni malato costa a san Spirito lire 2. 1 3 al giorno 

a san Giovanni i. 87 

a san Giacomo i. 90 

alla Consolazione i. 85 

a san Gallicano 2. 29 

a san Rocco 5* 74 

a santa Maria della Pietà (manicomio) 1.75 

Dalle tavole statistiche si vede a colpo d'occhio in quali pro- 
porzioni le rendite degli ospedali siano erogate in spese d'ammini- 
strazione, riparazioni, culto ecc. spese obbligatorie. E ciò, a nostro 
avviso, deve richiamare l'attenzione dei non indifferenti all'anda- 
mento delle amministrazioni ospitaliere. 

Organizzata la beneficenza Romana col sistema degli stabili- 
menti pubblici, Roma dovette aprire tanti asili speciali di carità, 
quante erano le categorie di miseria che la reclamavano. Quindi 
si crearono all'infuori degli ospedali, degli oJpÌ7^i per i vecchi, per 



84 Tacila ^eneficetiT^a %omana 

gli orfani, per i trovatelli, delle cafe per le pentite, per le vedove, dei 
rifugi per la notte, dei confervatori per le giovanette orfane e dere- 
litte, e cosi la carità pubblica prese sotto la sua custodia numero 
2600 persone. 

I vecchi, parte sono ricoverati nel vasto ospizio di San Michele 
(vecchie 125, vecchi 119) e parte nel ricovero di San Cosimato 
e convento di San Gregorio (numero 368), a spese del Comune 
che vi eroga ogni anno la somma di lire 125,000 - in media 
lire 339 - per ogni ricoverato. 

Gli orfeni di condizione civile, che hanno attitudine agli studi 
letterarii, sono accolti in Santa Maria in Aquiro, e sono 1 23 - 
per cui annualmente si spendono lire 107,872 - in media cia- 
scuno lire 877. — Quelli che si dedicano alle belle arti a San Mi- 
chele e sono in numero di 118, con la spesa annua di lire 69,548 
- in media lire 586 ; - finalmente gli orfanelli di umile condizione, 
che si dedicano alle arti manuali, trovano asilo nell'ospizio dì 
Santa Maria degli Angeli a Termini per cura del Comune che vi 
spende in media lire 350,000 - ossia lire 500 per testa. 

I trovatelli sono accolti al brefotrofio di Santo Spirito e questi, 
dopo un breve soggiorno nell'ospizio, vengono affidati a delle 
nutrici di campagna. 

Roma possiede 4 asili per le donne pentite e sono: il Conserva- 
torio del Buon Pastore — Ritiro della Croce in via Felice — 
Conservatorio del Rifugio in Santa Maria in Trastevere — ed 
Ospizio delle Dame Lauretane. 

Le case per le vedove sono 9, ed accolgono gratuitamente le 
povere vedove, le quali vivono in comunità, ma debbono provve- 
dere al loro nutrimento e vestito. 

II refugio di Santa Galla e di San Luigi Gonzaga sono due 
istituzioni di cui la prima dà ricovero nella notte agli uomini, la 
seconda alle donne. L'una è capace di contenere 140 persone e 
l'altra 60. 

I conservatorii principali sono in numero di 9, cioè: Con- 
servatorio di Santa Eufemia, della Concezione, detto delle Vipe- 
resche, delle Mendicanti, della Divina Provvidenza, dei Santi Cle- 



Uella ^eneficen:^a %otnava 85 

mente e Crescentino, detto delle Zoccolette, Pio, delle Pericolanti, 
delle Borromee e del Rifugio a Sant' Onofrio. 

Queste istituzioni, di cui l'organizzazione è tutta particolare 
a Roma, accolgono povere giovanotte, orfane per la maggior parte, 
allevandole ed istruendole in un'arte qualunque. 

Le istituzioni dotali sono in numero di 226 - e conferiscono 
in media 1930 doti. — Principale istituzione è quella che s'intitola 
dalla Santissima Annunziata, che ogni anno eroga a questo scopo 
in media lire 125,000 - ossia doti 750, di lire 165 Funa. 

I soccorsi a domicilio sono dati principalmente dalla Congre- 
gazione di carità, che distribuisce ogni anno l'assegno fattole dal 
Comune di Roma in lire 380,000 - sotto forma di assegni fissi 
ed assegni straordinari. — Poi si distinguono la T>ivina Tiefà, la 
Confraternita dei Sa?ttityipoJloli, che ogni anno erogano lire 55,000. 

Va notato come non sorgesse nessun orfanotrofio in Roma 
prima del secolo xvi. 



^P ATRI MON IO DELLE PERE T I E . 

IL PATRIMONIO della beneficenza Romana ha una rendita di 
lire 4,969,744 12. Svolgendo le tavole statistiche si scorge che 
questa rendita per lire 2,647,797 60 serve a spese di beneficenza, 
e per lire 142,291 a spese di solo culto; è quindi evidente come 
questa ultima cifra, essendo erogata quasi interamente alla celebra- 
zione di messe, uffici ed altre funzioni religiose, non può a rigore 
annoverarsi come ricchezza propria della beneficenza, che intende 
a sollevare le multiformi miserie ond'è afflitta l'umanità. 

Primi per importanza di patrimonio vengono gli ospedali, che 
hanno una rendita annua di lire 2,677,807 78. 

Sjcondi, gli ospizii e conservatori. 

Terzi, gli istituti elemosinieri. 

Quarti, istituti per doti. 

Quinti, istituti per istruzione. 



86 T)ella 'Benefictn:ia T{pmana 

Titoli del Campitale T atris^oni ale , 

MAIL PATRIMONIO (Iella beneficenza Romana, considerato 
fin qui nelle sue rendite complessive, vuole essere analizzato 
nei diversi suoi titoli, secondochè^ cioè, si compone di capitali sta- 
bili o mobili, rispetto alle singole specie di opere e lasciti caritativi. 

Le rendite del patrimonio della beneficenza Romana si hanno 
per lire 2,578,897 40 da capitali a censi, rendita pubblica ed atti- 
vità diverse, per lire 895,717 da fondi rustici, e finalmente per 
lire 1,494,858 da fondi urbani. 

La maggior parte dei capitali o censi è posseduta dalle opere 
di culto e di beneficenza insieme. 

I titoli di rendita pubblica sono, per le più cospicue somme, 
possedute dagli ospedali e dagli ospizi. 

La maggior parte dei fondi rustici è posseduta egualmente 
dagli ospedali, ed il più considerevole patrimonio spetta all'ospe- 
dale di Santo Spirito. 

7^ /• V © / r £ E S*P E s E. 

LE RENDITE di tutte le opere pie, come abbiamo veduto, sono di 
lire4,969,744 1 2, eie spese nel 1876 furono di lire 4,497,899 26, 
per cui ci fii un sopravanzo di lire 471,574 87. 

Per più minute notizie sull'argomento delle rendite e delle 
spese generali, meglio di una lunga dicitura, varrà l'esame delle 
cifre del prospetto statistico. 

Sv ES E DI ^ EN EF ICEtLZ A. 

NOntutteIc spese che si fanno dalle amministrazioni delle 
opere pie sono erogate in vera e propria beneficenza. Le im- 
poste, gli stipendi, gli onorarli, le cerimonie del culto sono altret- 
tante ragioni di spesa, che assottigliano la parte che dovrebbe 
erogarsi a sollievo d'ogni maniera di bisognosi. 



Della ^eneficen:(a ""liomana 87 

La somma pertanto che suole erogarsi in media in beneficenza 
è di lire 2,647,797, perchè le sp'ese di amministrazione importano 
lire 327,43 S 29 ; quelle di culto lire 142,29 1 27 ; tasse lire 867,827 28. 

Ond'è che di tutta la rendita di cui è ricca la beneficenza Ro- 
mana appena il 55 per cento serve veramente a scopo caritativo. 



'P E R S O 'K. E 'BEN E F 1 e AT £. 

SE TUTTI gli istituti di beneficenza dessero puntualmente la 
lista nominativa delle persone annualmente beneficate, noi 
potremmo avere una media di beneficati, e ciò servirebbe mirabil- 
mente a dare un giudizio sulla efficacia caritativa di tante istitu- 
zioni : ma poiché ciò fino ad ora non avviene ci limitiamo a pro- 
durre nel seguente quadro le notizie raccolte, avvertendo che, a 
parlare propriamente, alle cifre che riportiamo si deve dare .piut- 
tosto il valore di atti di heneficenT^a, anziché di perfone beneficate. 



Opere "Pie. 



'Perfom beneficate 

atti di heneficenia 

nel iSjj. 



Ospedali per infermi 

Manicomio 

Istituto Sordo-Muti 

Esposti 

Ospizi e ricoveri di mendicità, conservatorii . . 

Posti di studio e sussidii scolastici 

Sussidii in danaro 

Sussidii ad infermi 

Beneficenze diverse 



N. 



17,763 
670 

80 

2,500 

2,600 

120 
7,000 

300 
2,000 



a Ogni giorno negli ospedali si curano in media 1460 ammalati. Le giornate di presenza sa- 
rebbero quindi 5 32, 900. Supponendo che ogni malato si trattenga nell'ospedale 30 giorni, si hanno 
malati 17.763 che sono curati nell'anno. 



88 IJ^/Za 'Beneficenza Tiomana 

Questi dati non ci permettono di fare una statistica dei po- 
veri, perchè non è dal numero dei sussìdi o dei sussidiati ch'essa 
viene costituita, ma sibbene dal numero delle persone che trovansi 
nello stato di vera indigenza, quantunque non sussidiati. 

Tale risultato però, difficile a raggiungersi sempre, noi saremo 
assai lungi dall'ottenerlo se non organizziamo in una maniera po- 
sitiva e razionale il sistema della beneficenza pubblica. 



Quirino Queris'i. 



Le IST ITUZIOtLI VI •P^EVIDE'H.ZjÌ 
NELLA CITTA DI ROMA. 



> E ANTICHE tradizioni di carità elemosiniera e lo spirito 
J, degli ordini civili che sì trasformarono in Roma da 
brevissimo tempo, chiariscono senza fatica la scarsa espansione di 
quei sodalizi, onde è in altre provincie d'Italia ben più copioso il 
numero e più rigogliosa la vita. La forma del reggimento politico 
e l'indole delie relazioni tra i cittadini agiati ed i poveri contribui- 
rono in egual modo ad impedire che Ìl principio della mutualità e 
il fecondo concetto della cooperaiìom rinnovassero le forme della 
beneficenza in que' luoghi nei quali risuonò l'antico grido ; pattern 
et circenfes. Si avrebbe forse creduto di menomare la fede nei de- 
stini provvidenziali, invigorendo nell'animo dell'uomo il senti- 
mento della responsabilità. E in pari tempo l' indole stessa delle 
relazioni sociali, gli organismi del lavoro, il patronato dei ricchi 
sopra un numero non ristretto di clienti o famigli, offrivano 
senza dubbio minore stimolo e minori occasioni a creare l'una o 
l'altra delle forme, che si comprendono sotto il nome di istituti 
cooperativi. 

Le società di mutuo soccorfo propriamente dette e le 'Banche 
popolari sorsero pertanto in Roma soltanto dopo Ìl 1870. La terza 

Il — HiConografa di Homa, Parte li. 



90 Le iftitu:(^ioni di previden:^a 

forma della cooperazione, la società di confumo, che non buone 
prove fece anche nel resto d'Italia, vi rimase sconosciuta. 

E delle prime posson darsi, come ben si comprende, quelle 
notizie che valgono a dimostrare soltanto le prime prove di un 
periodo iniziale. Eziandio in mezzo a classi popolane, sveglie d'in- 
telletto e d'animo accessibile a sentimenti generosi, le consuetu- 
dini antiche non possono modificarsi d'un tratto. E quand' anche 
siffatta trasformazione avesse potuto eflFettuarsi in questi luoghi 
con molta prontezza, sarebbe mancata e mancherebbe ora la pos- 
sibilità d' immediate applicazioni per quegli istituti che debbono 
reclutare il più numeroso contingente di associati in mezzo alla 
parte più giovanile della popolazione ; come sarebbe parimenti 
assai malagevole di allettare coi benefizi del credito popolare quei 
piccoli industrianti o quegli artigiani tra i quali le abitudini antiche 
del traffico o del lavoro non possono a meno di conservare forza 
durevole. 

Epilogheremo pertanto in brevi cenni le condizioni presenti e 
la recentissima storia delle associazioni di mutuo soccorso e del 
credito popolare nella città di Roma. A queste notizie aggiun- 
geremo in appresso la cronaca del risparmio, nella sua forma più 
diretta e più semplice. 



C%EDITO POPOLA%E. 



DU E banche popolari furono fondate a breve intervallo di 
tempo ed operano presentemente in Roma. Entrambe si pre- 
figgono di procacciare il credito ai soci col me:^7^o della mutualità e del 
rifparmio: entrambe debbono durare cinquanf SLumi in entrambe 
il valore delVa:(ione è di lire cinquanta. La più antica (3 1 dicem- 
bre 1871) ebbe esistenza col capitale nominale di lire 15 1,250; — 
la più recente (6 ottobre 1872) col capitale di lire 100,000 ; e 



nella città di 'lipoma 91 

il carattere popolano di quest'ultima è più manifestamente indi- 
cato nelle operazioni disciplinate del suo statuto \ 

Le condizioni di entrambi questi istituti sono chiarite nei dati 
numerici che si danno qui appresso e son ricavati da fonte uf- 
ficiale : 



Situazione dei Conti al ji Dicembre i8j6. 



ISTITUTO 



Ca- 
pitale 


Ca- 


Fondo 


Depofto 


Cambiali 


no- 






a 


tfi 


tivo 


pitale 


di 


ri/par- 


por- 


L. 


ver/ato 


riferva 


mio 


tafoflio 



Conti 
cor reni 

a 
inlereffi 



Banca popolare dì Roma . . 151S50 
Banca mtitua artigiana di 

Roma e Gas. di risparmio 100000 



145008 


24921 47 


• ■ • • ■ • ■ 


147596 91 


51595 


1S67 19 


24282 77 


89093 77 



131577 95 



10175 86 



Il carattere cooperativo della banca mutua artigiana si scorge 
anche nella più esigua somma dei conti correnti a intereffcy e il 
compenso che essa ha nei depojiti a rijparmio. Esso viene pure 
segnalato nelle operazioni di anticipa:^ione sopra titoli privati, che 
non sono ammesse nella banca maggiore, ed invece costituivano al 
31 dicembre 1876 un credito della banca minore per lire 4493. 

Senza procedere più oltre nell'analisi delle rispettive situazioni 
dei due istituti, giovi porre qui le cifre finali complessive dei conti, 
contrapponendo ad esse anche quelle che comprendono i conti di 
tutti gli istituti consimili esistenti nel Regno : 



» (( Articolo 13, lettera d. Scontare le fatture di lavori eseguiti e con- 
segnati dai soci ai loro clienti. » 

Questa operazione non è fatta dall'altra banca. 



91 



Le iftituiioni di previden^^a 



ISTITUTI 



Banca popolare di Roma. . . . 
Banca mutua artigiana di Roma 

Totale, Banche popolari del Regno 



Attivo 


Passivo 


w«:(a ìe spefe 


sen:^a le rendile 


e perdite 


e profitti 


1876 


1876 


441,524 48 


441,524 27 


"4,533 93 


"4,533 93 


219,604,136 41 


^216,202,941 56 



Per comprendere come siano veramente incipienti le prove di 
questa forma di credito nella capitale del Regno, basterà conside- 
rare i seguenti dati, che chiariscono la espansione vigorosa che 
essa ha già acquistata in tutta Italia mercè la infaticabile propa- 
ganda di Luigi Luzzatti : 

j I T> I CEv^'BRE j8y6. 

Capitale nominale L. 37,445,610 00 

» versato » 35,322,526 27 

Depositi a risparmio » 63,032,747 76 

Conti correnti passivi a interesso. . » 60,703,355 19 
Cambiali in portafoglio .... » 94,654,637 85 



Le Società di 3^utuo Soccorso. 



CINQUANTA società di mutuo soccorso esistevano nella pro- 
vincia di Roma alla fine dell'anno 1873. Forse qualcun'altra 
fu fondata di poi; ma non vanno oltre a quel tempo le notizie 
ufficiali, da cui si rileva che ben quarantatre di queste associazioni 
ebbero vita nel triennio 1871-73. I fatti comprovano adunque, 



nella città di T(^ofna 93 

anche per questa forma di previdenza, lo scarso favore che consi- 
mili sodalizi potevano avere prima de' mutati ordini politici. 

Accoglievano soci, senza distinzione di professioni o mestieri, 
ventinove di queste associazioni; ventuna erano professionali; sol- 
tanto quattordici ammettevano anche le donne; nessuna era for- 
mata esclusivamente dal sesso femminile. 

L'età in cui i soci potevano essere ammessi, oscillava fra un 
massimo di anni quai'antotto e un minimo di quattordici. Il contri- 
buto massimo era di L. 1,90; il minimo di L. 0,69. La media del 
sussidio giornaliero saliva a L. 1,12. 

Le avvertenze, molte volte ripetute, sull'organismo tuttora im- 
perfetto del mutuo soccorso italiano si devono applicare anche ai 
sodalizi di cui facciamo parola. Mancanza di calcoli accurati per 
determinare la corrispondenza fra i contributi ed i sussidi ; difetto 
di tavole di malattia; non buona economia di servizi e di spese, 
sono imperfezioni che qui pure van confessate ad eccitamento di 
studi e di riforme. E questa condizione di cose, nonché lo svi- 
luppo ancor troppo scarso di questa manifestazione di previdenza, 
ci fanno credere sufficiente, per l'indole di queste notizie, il rag- 
gruppamento di pochi dati intorno alle società esistenti nella sola 
città di Roma. 

Raffrontando queste notizie colle altre (pure trascritte), che 
dimostrano le condizioni del mutuo soccorso in tutto il Regno, si 
dovrà avvertire che, tenuto calcolo della densità della popolazione 
e di altri fattori della convivenza urbana, è alquanto tardo lo svi- 
luppo della mutualità economica in seno alla popolazione della ca- 
pitale. 



94 



Le iftitu^ioni di previden:^a 



Società 


Sumero 

dei 

Soci effettivi 


Patrimonio 
L. 


Entrale 
L. 


Spefe 



Indoratori in legno . . 158 

Barbieri 300 

Falegnami 377 

Centrale Operaia 357 

Accenditori del gas 9$ 

Albergatori ecc. . . 245 

Operai Fornai ... 213 

Macella] .... 399 

Cappellai no 

Sarti 120 

Orefici 400 

Cocchieri .... 249 

Marmisti 41B 

Maccaronarì, ecc. . 185 

Uscieri, ecc. .... 1 28 

Conciatori .... 108 

Calzolaj 250 

Tappezzieri ... 74 

Tipografi 219 

4,405 

Provincia di Roma . 8,369 

Italia 217,906 



1,181 


IO 


5,089 


15 


5,6os 


25 


475 


52 


1,7 »4 


35 


2,9>2 


55 


1,346 


40 


497 


80 


5,491 


60 


8,834 


14 


1,198 


00 


10,381 


26 


2,595 


00 


5,506 48 


906 


80 


954 


60 


451 


90 


1,065 


12 


56,275 


02 


81,309 


64 


9,885,995 54 



1,258 60 

3»i37 70 
7,496 29 
3.494 55 
2,437 21 
1,140 00 

3.536 99 

5,957 30 
2,667 IO 



4,794 76 

2,649 50 

11.291 co 
1,246 00 

6,577 40 
1,256 30 

955 85 

12.292 73 

1,007 05 

73,496 33 
101,129 70 

3,207,864 41 



77 50 
2,042 48 

7.701 13 
3.021 03 

692 26 
3.413 99 

3,467 3r 

4,610 90 
1,742 20 
3,868 84 
3,238 90 
1,451 00 
9,915 40 
1,035 40 
1,070 92 

349 SO 
380 25 

11,677 S7 
5x9 33 

60,275 94 

78,722 70 

2,098,420 20 



nella città di %oina 95 



La Cassa t>i %istard\<io di '^d^a. 




Uesta forma diretta della previdenza fece prova assai fortu- 
nata. Benché l'istituzione non avesse vita che nell'anno 1836, 
vale a^ire più tardi che in altre provincie d'Italia, l'intendimento 
con cui fu fondata e il favore che essa ottenne, son degni della più 
grande attenzione; imperocché essi dimostrino qui pure l'intima 
virtù di idee e di moventi che contrassegnano lo spirito civile del 
nostro tempo. 

Leggendo le considerazioni dalle quali i fondatori di questa cassa 
di risparmio fecero precedere lo statuto che ebbe l'approvazione 
del Pontefice, si comprende che l'istituto non potè venire alla luce 
senza che si vincessero resistenze ed obbiezioni abbastanza vigo- 
rose. Le antiche e radicate consuetudini della carità riparatrice si 
atteggiavano a diffidenza verso questa creazione dovuta a principii 
ben diversi di regime economico e sociale; ma la vittoria doveva 
rimanere a questi ultimi. E soprattutto in Roma é notevole il fatto 
che chiaramente si enunciasse il concetto di una carità, « immu- 
tabile come THo, ma varia bensì nelle sue appHca:(ioni, condotta a 
seguire il movimento della società, guidata a prevenire la miseria 
e spegnere più che poteasi il male nel suo nascere, piuttosto che 
aspettare ad alleggerirlo quando, cresciuto e dilatato, avesse pro- 
dotto i suoi funesti eflFetti ». 

Queste nobili parole ebbero virtù di grande eloquenza presso 
la popolazione romana. Cosicché nel periodo non breve di qua- 
rant' anni, che ormai conta di vita questa istituzione, debbon no- 
tarsi tali progressi da far legittimo il paragone della cassa ro- 
mana colle più fiorenti della penisola. 

Questa pagina di storia economica é raccolta nella serie di no- 
tizie numeriche date qui appresso, e non abbisogna di alcun com- 
mento. Cosi nel numero dei libretti emessi dalla cassa e rimasti 
in circolazione, come nell'ammontare dei depositi e nel progres- 




96 Le ifiitu^ioni di previden:^a 

sivo aumento del patrimonio, sì scorge a colpo d'occhio la con- 
dizione floridissima dell'istituto romano; e dal credito ch'esso 
ottenne sempre maggiore, si può argomentare con certezza la 
bontà dell'amministrazione ond'esso fu governato; 



Fine 
anno 



LI'BTIETTI 



1836 
1837 
1838 
1839 
1840 
1841 
1842 

1843 
1844 

1845 
1846 

1847 
1848 

1849 
1850 
1851 
1852 
1853 
1854 
1855 
1856 



emejji 



ejlinti 



20)2 


H7 


2789 


1005 


5184 


977 


2590 


1196 


2793 


1396 


2985 


1518 


2930 


1258 


2542 


1905 


2338 


151S 


2264 


1157 


2019 


1091 


1625 


1341 


1006 


3615 


505 


1736 


un 


1270 


1756 


1029 


1799 


980 


1786 


743 


1765 


1061 


1971 


1225 


2187 


io6i 



refidui 



Crediti depofitati 
Lire 



Capitale 

della Coffa 

Lire 



1,885 


385,924 62 


326 69 


3,669 


1,139.775 56 


14,495 35 


5,876 


2,183,864 92 


36,253 46 


7,270 


3,184,816 50 


52,901 72 


8,667 


4,064,286 95 


76,755 59 


10,134 


5,236,840 79 


128,550 41 


11,806 


6,436,136 32 


173,333 97 


12,443 


7,033,164 44 


206,555 02 


13,266 


7,969,098 14 


248,172 35 


14,373 


9,218,682 66 


307,373 08 


15,301 


10,149,417 07 


358,788 08 


1S,S85 


10,050,567 05 


421,229 99 


12,976 


7,865,655 78 


73,803 86 


11,745 


7,559>6i3 71 


12,993 26 


11,586 


6,705,884 78 


32,622 81 


12,313 


7,171,803 48 


60,331 04 


I3>i32 


8,195,885 79 


9^687 61 


14,175 


9,373,693 79 


M5.975 38 


14,879 


10,293,116 02 


201,997 55 


15,625 


9,998,075 77 


255,679 77 


16,751 


10,928,332 07 


324,178 72 



nella città di lipoma 



97 



Firn 
anno 



LIBRETTI 



emeffi 



efttnti 



refidui 



Crediti depofitati 
Lire 



CapilaU 

della Coffa 

Lire 



1857 
1858 

1859 
1860 

1861 

1862 

1863 

1864 

1865 

1866 

1867 

1868 

1869 

1870 

1871 

1872 

1873 

1874 
1875 
1876 
1877 



2283 


1223 


2174 


1078 


1882 


1290 


1700 


1520 


1827 


1292 


2130 


1131 


2289 


Ilio 


2S5S 


1136 


2751 


1219 


2697 


1241 


2414 


1613 


2259 


2047 


2527 


1968 


-2260 


3138 


2267 


2652 


3574 


1348 


3625 


1646 


3SS7 


2037 


4314 


209 s 


S123 


229 s 


5306 


2753 



i7>8" 


11,549,880 30 


425,465 76 


18,907 


12,767,210 41 


475,238 63 


i9>499 


12,827,806 44 


577,015 76 


i9>679 


12,853,105 17 


672,983 97 


20,214 


13,381,119 26 


761,527 IO 


21,215 


14,491,808 40 


891,091 80 


22,392 


15,401,805 58 


1,036,512 63 


23,811 


16,714,667 17 


1,190,922 14 


25,343 


17,909,527 95 


1,359,187 48 


26,799 


19,564,9^1 30 


1,568,135 61 


27,600 


19,728,252 67 


1,842,763 76 


27,812 


19,071,277 58 


2,119,242 30 


28,371 


20,120,000 78 


2,295,062 60 


27,493 


20,104,558 38 


2,526,507 16 


27,108 


20,687,920 83 


2,741,523 65 


29>334 


24,113,142 45 


3,028,738 48 


3MI3 


25,936,281 07 


3,159,203 49 


32,833 


26,427,058 36 


3,243,271 59 


35,052 


27,936,915 52 


3,876,359 15 


37,880 


30,587,080 37 


3,886,825 02 


40,433 







La solidità dell'istituzione fu posta a dura prova (come si vede 
dalle cifre) nell'anno 1848. Ma il cimento fu felicemente superato 
in Roma, come in ogni altra parte d'Italia. E non valsero commo- 
zioni, o paure, o rivolgimenti politici ad indurre più tardi nem- 
meno la minaccia di una crisi. 

13 — fonografia di 1(pma, Parte IL 



98 Le iftitu^ioni di previdenza 

I resoconti annuali dimostrano pure che la cassa risponde lar- 
gamente al concetto da cu! ha vita, imperocché si vedono affluire 
ad essa in particolar modo i piccoli risparmi. Bensì è notata anche 
qui la difBcolti di collocamenti che corrispondano alla funzione 
economica e alle orìgini dell'istituzione. Si discute qui pure tale 
questione particolarmente dal punto di vista della difficoltà di pre- 
venire c^i pericolo di perturbazione nei momenti di crisi. E forse 
sulla distribuzione del capitale depositato nelle varie forme d'inve- 
stita tornerebbero acconcie alcune osservazioni. Ma esse rientrano 
in une studio più generale. 

Basti qui presagire che la cassa, della quale abbiam parlato, rag- 
giungerà indubbiamente una espansione anche maggiore della pre- 
sente. E per debito d'imparzialità ognuno vorrà ricordare in ogni 
tempo, fra le cagioni dei nuovi progressi, te onorate e non recen- 
tisàme tradizioni. 



EìtlUO ^OSPUKGO. 



'K.OTiziE sull'^ptucazwìie kAlla Città 'DI %03»ca 

ED ALLE SEDI SUBURBICARIE 
dtìla legge 19 giugno iSjj, numero 1403. 




it N T R A T A Roma coti la sua provìncia a formar parte 
I del Regno d'Italia e cessato il dominio temporale dei 
Papi, il Governo del Re e il Parlamento avvisarono ad estendervi 
le leggi, colle quali nelle altre italiane provincie erasi provveduto 
alla soppressione delle corporazioni religiose e di altri enti eccle- 
siastici e determinata la liquidazione del loro asse o patrimonio, A 
ciò si provvide con la legge del 19 giugno 1873, che allargò le 
leggi precedenti alla città e provincia di Roma, ma con talune 
modificazioni, risguardanti in ispecie la città, di cui sì vollero ri- 
spettare le speciali condizioni di centro della religione cattolica, 
sparsa pel mondo intero e di sede del Pontefice, a cui pei loro 
interessi spirituali fanno capo i cattolici di ogni contrada. 

In coerenza a ciò, posto il piincipio dell'abolizione della 
manomorta ecclesiastica, e quindi sottoposti alla conversione in 
rendita i beni ecclesiastici, esclusi i parrocchiali, fu stabilito che in 
Roma e nelle Sedi suburbicarie, le quali hanno stretta attinenza 
con la Chiesa e Diocesi Romana ; 1° non cadessero sotto la sop- 
pressione che le corporazioni religiose e i benefìci di ogni specie 
di patronato laicale, ritenuto che ì patroni laici di essi benefìci! do- 
vessero avere l'eguale trattamento fatto ai patroni laici dei benefizi 



19UJM8 



1 00 *^//^ f^ ^ / efiaftic 

stessi nel rimanente del Regno; 2^ che dai beni delle corpora- 
zioni religiose, che nella città di Roma andassero soppresse, non 
dovesse il Demanio dello Stato trarre alcun profitto, ma che il 
prodotto della loro alienazione, detrattane la occorrente somma 
per le pensioni dei membri di esse corporazioni e pel soddisfaci- 
mento degli oneri ad essi inerenti, di culto, di beneficenza e di 
istruzione, costituisse un fondo speciale per usi di religione e di 
beneficenza nella città di Roma; 3^ che ad una Giunta apposita, in- 
titolata Giunta Liquidairice dtlVaJft ecclefiafiico di %pma, fosse 
commesso di attendere, cosi alla conversione dei beni ecclesiastici 
di Roma e delle sedi suburbicarie, come a tutte le operazioni ri- 
sguardanti la soppressione delle corporazioni religiose nella città 
sola, dovendovisi procedere nelle Sedi suburbicarie, come nel ri- 
manente della provincia romana, per mezzo dell'Amministrazione 
del Fondo pel Culto, a cui compete ogni diretta ingerenza sugli 
enti soppressi nel rimanente del Regno. 

La Giunta Liquidàtrice fii insediata il giorno 22 luglio 1B73 e 
tosto si diede a sdebitarsi del suo mandato, di che ha quasi tocco 
il termine, come risulta dalle Relazioni che indirizzò negli anni 
1874, 1875, 1876 e 1877 alla sua Commissione di Vigilanza, co- 
stituita dalla legge sovradetta e composta di tre Senatori, di tre 
Deputati, di ti'e fimzionari del Governo e di due membri della 
Deputazione Provinciale di Roma, a cui deve annualmente rasse- 
gnare i bilanci della sua amministrazione e rendere conto di ogni 
particolare ad essa attinente. 

Il Governo del Re, presentando nel 20 novembre 1872 al Par- 
lamento il disegno da cui esci la legge del 19 giugno 1873, or 
ora citata, vi uni un elenco che portava a 2 1 6 il numero delle 
case indicate o come appartenenti in proprietà a famiglie religiose, 
o tenute da queste in amministrazione e custodia. 

In mancanza di un documento più preciso, da che lo stesso 
Governo dichiarava di non poterne garantire la esattezza, per le 
difficoltà di ogni specie incontrate nel compilarlo, la Giunta Li- 
quidàtrice tenne a base delle sue ricerche l'elenco summentovato ; 
ma, maturate le indagini, riconobbe doversi aggiimgere alle 216 al- 



^ffe Ecclefiaftico loi 

tre 5 case^ e cosi estese i suoi studii alla condizione giuridica di 
221 case religiose in Roma. 

Codesti studiy lunghi e minuziosi, posero in sodo la speciale 
natura di ciascuna casa, fecero riconoscere che e delle maschili e 
delle femminili non poche non potevano cadere sotto la soppres- 
sione, accertarono che altre avevano il carattere di quegli enti ec- 
clesiastici fondati in Roma a benefizio di stranieri, pei quali la 
legge aveva determinato uno speciale trattamento, e diedero in ul- 
timo il seguente resultato : 



Gise religiose maschili soppresse . . N. 93 

Id. femminili id » 41 

Id. maschili non soppresse . » 23 

Id. femminili id. ... » 49 



/ 



N. 134 



» 



72 



Case religiose fondate a benefizio di stranieri 
in Roma : 



Maschili ... N. 13 
Femminili ...» 2 ^ 

Totale . . 



» 15 
N. 221 



Le case religiose maschili soppresse sono le seguenti : 



•2 






Ordine Congregazione 



Titolo e Sede della Cafa 



1 


Canonici Regolari Lateranensi. 


San Pietro in Vincoli. 


2 


Idem 


Sant'Agnese fuori le Mura 


3 


Chierici Regolari Teatini. 


Sant* Andrea della Valle. 


4 


Barnabiti. 


San Carlo ai Catinari. 


S 


Chierici Regolari Somaschi. 


Santi Alessio e Bonifacio. 


6 


Idem 


Sordo-Muti a Termini 



I02 



•AJJc Ecclefiaftico 



I 

1 

8 



Ordine $ Cangrega^ioiu 



Titolo e Sedt della Cafa 



7 


GesuitL 


8 


Idem 


9 


Idem 


IO 


Idem 


II 


Idem 


12 


Chierici Regolari Minori. 


n 


Ministri degli infermL 


14 


Idem 


15 


Idem 


i6 


Chier. Regolari della Madre di Dio. 


17 


Scolopii. 


i8 


Idem 


19 


Passionisti. 


20 


Idem 


21 


Redentoristi Liguorini. 


22 


Idem 


23 


Dottrinarli. 


24 


Idem 


2S 


Missionari Lazzaristi. 


26 


Idem 


27 


Pii Operai. 


28 


Missionari Bufiilini. 


29 


Filippini. 


30 


Idem 


31 


Pallottini. 


3^ 


Sacerdoti dei Sacri Cuori. 


33 


Basiliani di Rito Italo-Greco. 


34 


Benedettini Cassinesi. 


35 


Idem 


36 


Camaldolesi 


37 


Idem 


38 


Eremiti Camaldolesi di Toscana. 


39 


Vallombrosani. 



Gesù. 

Sant' Andrea al Noviziato. 

Collegio Romano. 

Collegio dei NobilL 

Sant* Eusebio. 

San Lorenzo in Lucina. 

Sanu Maria Maddalena. 

S. Vincenzo ed Anastasio a TrevL 

San Giovanni della Afalva. 

Santa Maria a CampitellL 

San Pantaleo. 

San Lorenzo in Piscibus. 

Santi Giovanni e Paolo. 

Scala Sanu. 

Santa Maria in Monterone. 

SS. Concezione a Villa Caserta. 

Sanu Maria in Monticelli. 

Sanu Agau in Trastevere. 

SS. Trinità a Monte Citorio. 

San Silvestro al Quirinale. 

San Giuseppe alla Longara. 

Sanu Maria in Trivio. 

Sanu Maria in Vallicella. 

Santi Nereo ed Achilleo. 

San Salvatore in Onda. 

Santa Maria in Publicolis. 

San Basilio. 

San Calisto. 

San Paolo fuori le Mura. 

San Gregorio al Monte Celio. 

San Romualdo. 

Piazza di Termini. 

Santa Prassede. 



xAffe EccUfiaftico 



103 



o 



2 



Ordine e Congregazione 



Titolo e Sede della Cafa 



40 


Gstercìensi. 


41 


Idem 


42 


Trappisti. 


43 


Benedettini della Riforma. 


44 


Olivetani. 


4S 


Silvestrini. 


46 


Certosini. 


47 


Domenicani. 


48 


Idem 


49 


Idem 


50 


Idem 


51 


Idem 


52 


Minori Osservanti. 


53 


Idem 


54 


Idem 


55 


Minori Riformati. 


56 


Idem 


57 


Idem 


58 


Minori Conventuali. 


59 


Idem 


60 


Idem 


61 


Idem 


62 


Cappuccini. 


63 


Idem 


64 


Idem 


65 


Terz'Ordine di San Francesco. 


66 


Idem 


67 


Agostiniani. 


68 


Idem 


69 


Agostiniani Scalzi. 


70 


Carmelitani Calzati. 


71 


Idem 


72 


Idem 



San Bernardo alle Terme. 

Santa Croce in Gerusalemme. 

Sant'Anastasio alle 3 fontane. 

Sant'Ambrogio della Massima. 

Santa Maria al Foro Romano. 

San Ste£mo del Cacco. 

Santa Maria degli Angeli. 

Ospizio Generalizio. 

Santa Maria sopra Minerva. 

Santi Qiairico e Giuditta. 

Santa Sabina. 

Santa Maria a Monte Mario. 

Santa Maria in Ara Coeli. 

San Bartolomeo ali* Isola. 

San Sebastiano fuori le mura. 

San Francesco a Ripa. 

San Bonaventura al Palatino. 

A Fiumicino. 

Santi XII Apostoli. 

Santa Dorotea. 

Sant' Antonio alle 4 fontane. 

San Bonaventura. 

Santa Maria della Concezione. 

San Lorenzo fuori le mura. 

Via delle sette Sale. . 

Santi Cosma e Damiano. 

San Paolo alla Regola. 

Sant' Agostino. 

Santa Maria del Popolo. 

Gesù e Maria al Corso. 

Santa Maria in Traspontina. 

Santi Silvestro e Martino ai Monti. 

Santi Nicola e Biagio ai Cesarini. 



104 



%AJfe Ecclefiaffico 



I 

O 
«Vi 

g 

S 



Ordine e Congregazione 



Titolo e Sede della Cafa 



l73 


Carmelitani Scalzi. 


Via della Panatteria. 


74 


Idem 




Santa Maria della Vittoria. 


75 


Idem 




Santa Maria della Scala. 


76 


Idem 




San Pancrazio fuori le mura. 


77 


Servi di Maria. 


San Marcello. 


78 


Idem 




Santa Maria in Via. 


79 


Minimi di San Francesco di Paola. 


Sant'Andrea delle Fratte. 


80 




Idem 


San Francesco di Paola ai Monti. 


81 




Idem 


San Salvatore in Corte. 


82 


Triniurii Riformati del Riscatto. 


San Grisogono. 


85 




Idem 


Santa Marta al Vaticano. 


84 




Idem 


Santa Maria delle Grazie alle 
Fornaci. 


85 


Girolamini. 




Sant' Onofrio al Gianicolo. 


86 


Idem 




San Francesco a Monte Mario. 


87 


Scalzetti. 




Santa Maria delle Grazie a Porta 
Angelica. 


88 


Idem 




Santa Agau alle Colonnacce. 


89 


Fate-bene-fratelli. 


San Giovanni Calibita. 


90 


Concettini. 




Vigna Doria. 


91 


Scolopii. 




Collegio Nazzareno. 


92 


Somaschi. 




Santa Maria in Aquiro. 


93 


Idem 




Collegio Cementino. 



Le case religiose femminili soppresse sono le seguenti : 



1 Adoratrici Perpetue. 

2 Agostiniane. 

3 Idem 

4 Idem 



Santa Maria Maddalena al Qui' 

rinaie. 
Santa Lucia in Selci. 
Santa Caterina de'Funari. 
Santa Marta. 



*Affe Ecclefiaftico 



los 



1 

o 






o 


Ordine e Congrega:^ione 


Titolo e Sede delia Cafa 


s 


mk 




5 


Agostiniane. 


Santissima Annunziata - Le Tur- 
chine. 


6 


Idem (Le Orsoline). 


Via Vittoria 


7 


Idem 


Santa Maria delle Vergini. 


8 


Agostiniane Oblate. 


Bambin Gesù. 


9 


Agostiniane dette le Convertite. 


San Giacomo alla Longara. 


IO 


Canonichesse Lateranensi. 


Santa Pudenziana. 


II 


Battistine. 


San Nicola da Tolentino. 


12 


Benedettine. 


Santa Cecilia in Trastevere. 


13 


Idem 


Santa Maria in Campo Marzio. 


14 


Camaldolesi. 


Sant' Antonio Abbate. 


15 


Cappuccine. 


Santa Maria della Concezione. 


i6 


Idem 


Santa Chiara al Quirinale. 


17 


Idem 


Sant' Urbano a Campo Carleo. 


i8 


Carmelitane dette le Barberine. 


Santissima Incarnazione e S. Caio 


19 


Carmelitane Scalze. 


Sant* Egidio. 


20 


Idem 


San Giuseppe a Capo le Case. 


21 


Idem 


Santa Teresa al Quirinale. 


22 


Idem 


Santa Maria Regina Coeli. 


2} 


Idem 


Santi Pietro e Marcellino. 


24 


Cisterciensi. 


Santa Susanna. 


25 


' Clarisse Francescane. 


San Cosimato. 


26 


Idem 


San Lorenzo in Panis Pema. 


27 


Idem 


Santa Maria delia Purificazione. 


28 


Idem 


San Silvestro in Capite. 


29 


Domenicane. 


Santi Domenico e Sisto. 


30 


Idem 


Santa Caterina da Siena. 


31 


Idem 


Santissima Annunziata ai Pantani. 


32 


Filippine. 


Via dei Quattro Cantoni. 


33 


Terziarie Francescane. 


San Bernardo ai Monti. 


34 


Minime Paolotte. 


Santi Gioacchino e Francesco. 


35 


Salesiane. 


Villa Miltz. 


36 


Servite dette le Mantellate. 


Santiss. Addolorata alla Lcngara 



14 — iconografia di l^pnia, Parte IL 



io6 



^ffc Ecclefiaftico 



IL 

o 
o 

a 



Ordine e Congregazione 



Titolo e Sede delia Cafa 



37 

39 
40 

41 



Suore del Buon Pastore. 

Idem 
Dame del Sacro Cuore. 

Idem 
Monache del Divino Amore. 



Santa Croce alla Longara. 
Via San Giovanni in Laterano. 
Sante Rufina e Seconda. 
Villa Lame. 
Conservatorio Pio. 



Le case religiose maschili, dichiarate non colpite da soppres- 
sione, sono le seguenti : 



I 
2 

3 

4 
S 



7 
8 



IO 

II 
12 

13 
14 

i; 

16 

17 
18 



Ignorantelli. 

Idem 

Idem 
Rosminiani o Padri della Carità. 
Congregazione dell'Oratorio di 

San Girolamo della Carità. 
Sacerdoti del Ritiro Piatti. 
Antoniani Maroniti. 
Trappisti. 

Antoniani Armeni del Monte Li- 
bano. 
Ospizio dei Cento Preti. 
Missionari Bu&lini. 
Sacerdoti della Risurrezione. 
Fratelli della Misericordia. 

Idem 

Idem 
Camaldolesi di Monte Corona. 
Antoniani Maroniti. 
Mechitaristi di S. Lorenzo presso 
Venezia. 



Piazza Poli. 

Via nuova Mastai. 

San Salvatore in Lauro. 

Via Alessandrina. 

San Girolamo della Carità. 

Casa al Gianicolo. 
Piazza San Pietro in Vincoli. 
Stradone di San Giovanni in La- 
terano. 
San Gregorio Illuminatore. 

A Ponte Sisto. 

San Salvatore in Campo. 

San Claudio ai Polacchi. 

Piazza Pia. 

Vigna Pia. 

Piazza Santa Maria degli Angeli. 

Piazza Sforza. 

S. Biagio alla Pagnotta. 

Via San Giuseppe a Capo le Case. 



nAfJe Ecclefiaftico 



107 



•2 



o 



Ordine e Congregazione 



Titolo e Sede della Cafa 



19 
20 

21 

22 

23 



Basiliani Greco Melchiti. 

Idem 
Agostiniani. 

Sacerdoti dello Spirito Santo. 
Collegio Germanico Ungarico. 



Santa Maria in Girinis. 
Santa Maria della Navicella. 
Santa Prisca sull'Aventino. 
Via di Santa Chiara. 
Via del Seminario. 



Le case religiose femminili, dichiarate non colpite da soppres- 
sione, sono le seguenti : 



I 


Agostiniane. 




Santi Qjiattro Coronati. 


2 


Idem 




San Pasquale Baylon. 


•3 


Armene. 




San Biagio alla Pagnotta. 


4 


Basiliane. 




AirEsquilino. 


5 


Carmelitane Oblate — 
resche. 


Le Vipe- 


Santa Maria della Concezione. 


6 


Adoratrici dette di Maria Ripa- 


Piazza di Sant'Isidoro. 




ratrice. 






7 


Maestre Pie Filippine. 




Santa Lucia dei Ginnasi. 


8 


Maestre Pie Venerine. 




Via del Governo Vecchio. 


9 


Idem 




Via Cesarini. 


IO 


Pie Operaie. 




Via Graziosi. 


II 


Idem 




Via del Cancello. 


12 


Suore del Preziosissimo 


Sangue. 


Conservatorio di Santa Eufemia. 


15 


Idem 




ImmacoL Concezione e San Luigi. 


U 


Idem 




Via del Corso. 


IS 


Idem 




Via di San Giovanni in Laterano. 


16 


Idem 




Via di San Nicola in Arcione. 


17 


Suore di Santa Dorotea 


. 


Santa Maria del Rifugio. 


18 


Suore di Santa Maria del 


Rifugio. 


Piazza di S. Maria in Trastevere. 


19 


Idem di San Giuseppe < 


li Cluny. 


Conservatorio p^resso S. M. Magg. 


20 


Idem della Carità. 




Via Felice. 



loS 



'Affé Ecclefiaftico 



o 
o 



^ 



Ordine e Congrega-^ionc 



Titolo e Sede della Caja 



21 


Suore della Carità. 


22 


Idem di San Carlo Borromeo. 


23 


Idem della Compassione. 


24 


Idem del Buon Soccorso. 


2S 


Idem di San Giuseppe. 


26 


Idem della Concezione. 


27 


Idem di Nostra Signora al Monte 




Calvario. 


28 


Idem della Provvidenza. 


29 


Idem deirimmacol. Concezione. 


50 


Idem 


31 


Idem 


32 


Suore di S. Gius, dell' Apparizione. 


33 


Suore Mariane. 


34 


Figlie della Divina Provvidenza. 


35 


Idem 


36 


Idem 


37 


Idem 


38 


Figlie del Sacro Cuore di Gesù. 


39 


Idem 


40 


Figlie della Carità Paolotte. 


41 


Idem 


42 


Idem 


45 


Idem 


44 


Figlie del Sacro Cuore di Maria. 


4S 


Figlie di Santa Maria dell' Orto. 


46 


Figlie della Croce di Sant'Andrea. 


47 


Conservatorio delle Borromee. 


48 


Benedettine Oblate. 


49 


Agostiniane Oblate. 



Via della Salara. 
Via della Longara. 
Vicolo degli Ibemesi. 
Via dei Banchi Vecchi. 
San Lorenzo in Miranda. 
Via delle Fratte. 
San Norberto. 

Palazzo Giustiniani. 

Piazza delle Vaschette. 

Presso la villa De Merode. 

Via Trionfale. 

Piazza Margana. 

Piazza Farnese. 

Via dei Falegnami. 

Via delle Fratte. 

Borgo Sant'Agata. 

Conservatorio della SS. Concez. 

Via Graziosa. 

San Paolo I Eremita. 

Conservatorio Carolino. 

Alle Zoccolette. 

Presso San Giov. dei Fiorentini. 

Presso San Nicola da Tolentino. 

Alle Quattro Fontane. 

San Martino ai Monti. 

Palazzo Borghese. 

Via Graziosi. 

Tor de* Specchi. 

Santa Maria dei sette dolori. 



^ffe Ecclejiaftico 109 

A prima giunta parrà eccessivo il numero delle 72 case che 
sfuggirono alla soppressione; ma, se si rifletta che per 23 di esse 
fra le femminili sta nell'allegato summentovato un'annotazione in 
cui leggesi: « Di questa e di tutte le seguenti Congregazioni non 
» si ebbero speciali notizie per accertare se siano ritiri di carattere 
» ecclesiastico, a sensi dell'articolo i della legge 7 luglio 1866, ov- 
» vero semplici conservatorii o ritiri di natura laicale »; se si pensa 
all'incertezza delle notizie sulle quali dovette formarsi esso alle- 
gato, per l'assoluta mancanza di documenti autentici, che stabilis- 
sero il numero delle case religiose; se si ponga mente alla scrupo- 
losa attenzione con che furono vagliati i documenti, presentati per 
ciascuna di esse e quelli che si andarono procacciando con istudio 
indefesso, e se si avverta che, ove si fosse insistito nel sostenere la 
condizione religiosa di talune fra le case in discorso, che rima- 
neva in dubbio, si sarebbero dovute sopportare moltissime conte- 
stazioni giudiziarie in cui, per le massime assodate dalla giurispru- 
denza in vigore, si aveva la quasi certezza di soccombere, si rico- 
nóscerà che il partito adottato, come non fu certo il più largo, 
era evidentemente consigliato dall'equità e d^la convenienza. 

A prova di ciò basterà indicare quello che segui delle case 
e dei beni delle Benedettine oblate di Tor di Specchi e delle Ago- 
stiniane oblate di Santa Maria dei sette dolori, di cui la Giunta 
liquidatrice aveva creduto dover prender possesso. 

Le Benedettine oblate ricorsero ai tribunali; la lite toccò tutti 
i gradi della giurisdizione, e la Giunta, in forza d'una sentenza 
dèlia G)rte di Cassazione, fu obbligata a dismettere il possesso 
dei loro beni. Eguale provvedimento dovette adottare pei beni 
delle Agostiniane, che trovavansi nella condizione giuridica istessa 
delle Benedettine oblate. 

Ma coU'essersi ammesso che le case di cui si tratta non erano 
colpite di soppressione dalla legge del 19 giugno 1873, non si 
ammise che dovessero andar sottratte all' azione ed alla vigilanza 
del Governo. Fossero pure istituzioni laicali, fossero pure Con- 
gregazioni femminili senza voti e senza clausura, esse attendevano 
ad opere di beneficenza o d'istru zione, e quindi la Giunta non 



no ^fU Ecclefiaftico 

ommise di ragguagliare man mano delle sue deliberazioni i Mi- 
nisteri dell' Interno e dell'Istruzione pubblica per quei provvedi- 
menti che, a sensi delle leggi sulle opere pie o sulla istruzione, fos- 
sero di loro competenza. Non è poi meraviglia che istituzioni 
aventi apparenza religiosa, senza il vero carattere dell'ecclesiasticità, 
fossero cosi numerose in questa città, ove in addietro la cura della 
pubblica beneficenza e della istruzione era presso che interamente 
lasciata alle corporazioni religiose o a pie associazioni congeneri. 

Ad eccezione delle due case dei Redentoristi a Villa Caserta e 
delle Dame del Sacro Cuore a Villa Laute, per le quali pendono 
tuttavia vertenze dinanzi i tribunali per la prima, e per l'altra col- 
Tambasciata di Francia, circa la rispettiva loro condizione giuridica, * 
la Giunta, entro i due anni prescritti dall'articolo 6 della legge, 
entrò in possesso di tutte le case religiose soppresse. 

Gli articoli 23 e 24 della legge più volte citata suonano cosi : 

Articolo 23. L*amministrazione dei beni degli enti ecclesiastici che, in virtù 
di fondazione, sono attualmente destinati a benefìcio di stranieri nella città di 
Roma, e che sono compresi nella presente legge di soppressione, è conser- 
vata negli attuali amministratori, o, sorgendone il bisogno, affidata ad altri, 
che la Giunta nominerà fra individui appartenenti alla nazione straniera. 

Ciascuna amministrazione procederà alla compilazione dell' inventario 
del patrimonio dell'Ente da esso rappresentato, coli' intervento di un delegato 
della Giunta; ed assumerà l'obbligo di provvedere al mantenimento dei reli- 
giosi o delle religiose delle Case soppresse ed all'adempimento degli oneri e 
dei servigi cui attendevano gli enti religiosi soppressi. È escluso ogni obbligo 
a carico dello Stato. 

Gli immobili tanto degli enti ecclesiastici soppressi, quanto di quelli con- 
servati, saranno convertiti, a cura della stessa amministrazione, in rendita 
pubblica italiana o dello stato straniero, da inscriversi nominativamente in 
favore del nuovo istituto, od in altri capitali fruttiferi. 

Articolo 24. Nel corso di due anni l'amministrazione del patrimonio degli 
enti soppressi, di cui è detto all'articolo precedente, potrà proporre nuove fon- 
dazioni in Roma, a benefizio dei proprii connazionali, per scopi permessi dalle 
leggi del Regno. Il governo del Re prowederà per la necessaria appro- 
vazione. 

Trascorsi i due anni, senza che siano proposte nuove fondazioni, il Governo 
del Re fonderà in Roma e doterà cogli stessi beni, previa la conversione, isti- 
tuti aventi uno scopo congenere, a profitto delle stesse nazioni straniere. 



^JJc Ecclefiaftico 



III 



I diritti di riversibilità e qualunque altro diritto di terzi sui beni anzidetti 
restano salvi e non pregiudicati, e potranno sperimentarsi avanti i tribunali 
competenti. 

La Giunta, esaminati i moltiplici documenti che le furono 
presentati, o che essa medesima si procacciò, riconobbe che siffatte 
disposizioni della legge erano applicabili alle seguenti case reli- 
giose, attualmente fondate in Roma a benefizio di stranieri. 

Cafe Mafchilù 






s 



a 

^ 



Ordiste di Congregazione 



Titolo e Sede della Casa 



Stato 
straniero 
a cui favore 
furono fon- 
date le Cafe 



I 


Sacerdoti della S^nta Croce. 


Santa Brigida. 


Francia. 


2 


Ignorantelli. 




Sant'Antonio Abbate. 


idem 


3 


Idem 




Via Gregoriana. 


idem 


4 


Domenicani. 




San Clemente a San Sisto 
Vecchio. 


Inghilterra 


5 


Minori Osservanti. 




Santi Isidoro e Patrizio. 


idem 


6 


Minori Riformati. 




San Pasquale. 


Spagna. 


7 


Basiliani di Rito Greco-Rumeno. 


Santi Sergio e Bacco. 


Russia. 


8 


Mercedarii della Redenzione degli 


Sant'Adriano. 


Spagna. 




schiavi. 








9 


Agostiniani Irlandesi. 




Santa Maria inPusterula. 


Inghiherra. 


IO 


Agostiniani Scalzi. 




Sant'Udefonso alle Quat- 
tro Fontane. 


Spagna. 


II 


Trinitari Calzati. 




Via Condotti. 


idem 


12 


Trinitari Scalzi. 




Alle Quattro Fontane. 


idem 


n 


Minori Osservanti. 


Cafe Feti 


San Pietro in Montorio. 
sminili. 


idem 


I 


Dame del Sacro Cuore. 


1 


Trinità dei Monti. 


Francia. 


2 


Fighe di Nostro Signore di Bor- 


San Dionisio. 


idem 




deaux. 


1 







112 ^fj^ Ecclefiajtico 

Le deliberazioni della Giunta ottennero l'approvazione, in que- 
sto caso necessaria, del Governo del Re, e furono accolte di pieno 
buon grado dai rappresentanti degli Stati stranieri interessati. 

L'art. 12 della legge più volte ricordata fissa le pensioni ai re- 
ligiosi ed alle religiose delle corporazioni soppresse nella città di 
Roma in annue lire 600 per i sacerdoti e le coriste, e in lire 300 
per i laici e le converse degli ordini possidenti; ed in annue lire 300 
per i sacerdoti e le coriste, e in lire 150 per i laici e le converse 
degl' ordini mendicanti. Se i religiosi mendicanti dimostrino, all'e- 
poca dell'attuazione della legge, di essere colpiti da grave ed insa- 
nabile infermità, che impedisca loro ogni occupazione, sono am- 
messi a una pensione annua di lire 400 se sacerdoti o coriste, e 
di lire 300 se laici o converse. 

Delle 93 case religiose maschili soppresse, 79 appartengono ad 
ordini possidenti, 14 ad ordini mendicanti. 

Erano addetti alle prime 1304 religiosi distinti in 

Sacerdoti N. 744 

Laici » 360 

e le loro pensioni importavano annue lire 608,250. 

Erano addetti alle seconde 515 religiosi distinti in 

Sacerdoti N. 292 

Laici » 223 

e le loro pensioni importavano annue lire 134,850. 

In questa somma sono comprese anche le pensioni concesse a 
coloro che dimostrarono d'essere colpiti da grave ed insanabile in- 
fermità. 

Alle 4 1 case femminili, tenute tutte d'ordini possidenti, erano 
addette 1069 religiose, cosi distinte: 

Coriste N. 719 

Converse » 350 

le cui pensioni importavano annue lire 536,982 50. 



^Afjt Ecclefiajtico 113 

La somma totale delle pensioni, in riguardo al numero sopraindi- 
cato dei religiosi e delle religiose, saliva ad annue L. i, 280, 082 50. 

Dal 20 ottobre 1873, giorno della applicazione della legge, a 
tutto dicembre 1877 morirono 169 religiosi, le cui pensioni am- 
montavano a lire 69, 800, e che vanno così classificati: 

Ordini poffidentL 



Sacerdoti N. 65 

Laici » 58 y 



123 



cioè il 9.43 per cento sul numero complessivo di 1304 religiosi. 

Ordini mendicanti. 

Sacerdoti N. 26 | 

Laici » 20 j ^ 

cioè l'8.93 per cento sul numero complessivo di 515 religiosi. 

Durante lo stesso- periodo di tempo morirono 112 religiose, le 
cui pensioni importavano lire 57,000, e che si distinguono cosi: 

^ Coriste N. 78 

Converse » 34 

cioè il 10.48 per cento sul numero complessivo di 1069 religiose. 
Al I. gennaio 1878 sono rimasti in corso di pagamento nu- 
mero 2607 pensioni, cosi divise : 

CORTORAZWS,! ^JSCHIH . 

Ordini pqffidenti. 

Sacerdoti N. 679 

Laici » 502 

iS — fonografia di 'Roma, Parte IL 



114 ^fl^ EccUfiaJtico 

Ordini mendicanti. 

Sacerdoti N. 266 

Laici » 205 

C0RP0RAZI0*K,I FeOCMINILI. 

Coriste N. 641 

Converse » 316 

le quali importano Tannua spesa di lire 1,153,282 50, con la diffe- 
renza di lire 126,800 sulla somma precedentemente indicata di 
lire 1,280,082 50 : differenza verificatasi per le morti sopra ac- 
cennate. 

Delle 134 case religiose colpite di soppressione, fu riconosciuto 
che otto non avevano fabbricato proprio, ad uso di convento, cioè • 

1 . Somaschi al Collegio dementino. 

2. Id. a santa Maria in Aquiro. 

3 . Scolopii al Collegio Nazzareno. 

4. Filippini ai santi Nereo ed Achilleo. 

5. Concettini a Vigna Doria. 

6. Minori Conventuali a san Bonaventura. 

7. Domenicane alla SS. Annunziata. 

8. Monache del Divino Amore al Conservatorio Pio. 

Fu avvertito più sopra che di due case religiose non venne per 
anco preso possesso (Redentoristi a Villa Caserta; Dame del Sacro 
Cuore a Villa Lante). Quindi i fabbricati disponibili rimasero 124, 
ed ebbero la seguente destinazione : 

Espropriati dal Governo in forza della l^ge 3 febbraio 1871 sul 
trasferimento della Capitale, od assegnati al medesimo per l'ar- 
ticolo 8 della legge 19 giugno 1873 . . N. 54 

Ceduti al Comune di Roma » 33 

Ceduti alla provincia di Roma » i 

Dismessi a privati d 7 

Tuttavia disponibili » 29 



*Affe Ecchjiaftico 



"5 






» 

^ 



Ordine o Congregazione 



Titolo e Sede della Cafa 



Ojfferva^ioni 



1 Barnabiti. 

2 Gesuiti. 

3 Idem. 

4 Missionarii. 

5 Camaldolesi. 

6 Vallombrosani. 

7 Cistercensi. 

8 Idem. 

9 Minori Riformati. 

10 Carmelitani. 

1 1 Trinitarii. 

12 Minori Conventuali. 

1 3 Agostiniane. 

14 Idem. 

15 Carmelitane. 

16 Idem. 

17 Camaldolesi. 

18 Agostiniane. Le Convertite. 

19 Carmelitane. 

20 CisterdensL 

21 Domenicane. 

22 Filippine. 

23 Benedettini Cassinesi. 

24 Agostiniane Oblate. 



25 Terziarie Francescane. 

26 Canonici Lateranensi. 



San Carlo ai Catinari. 

Il Gesù. 

Sant* Eusebio. 

San Silvestro al Quirinale. 

San Romualdo. 

Santa Prassede. 

San Bernardo alle Terme. 

S. Croce in Gerusalemme. 

San Francesco a Ripa. 

Santa Maria in Traspontina. 

San Grisogono. 

Santi XII Apostoli. 

Santa Marta. 

Le Turchine. 

Santissima Incarnazione e 

San Caio. 
Santa Teresa al Quirinale. 
Sant'Antonio Abate 
San Giacomo allaLongara. 

Santi Pietro e Marcellino. 

Santa Susanna. 

Santa Caterina da Siena. 

Via dei quattro Cantoni. 

San Calisto. 

Bambin Gesù. 



San Bernardino ai Monti. 
San Pietro in Vincoli. 



Occupato totalmente dal Mi- 
nistero della Guerra* 
idem 
idem 
idem 
idem 
idem 
idem 
idem 
idem 
idem 
idem 
idem 
idem 
idem 
idem 

idem 

idem 
Occupato soltanto in parte dal 
detto Ministero. 

idem 

idem 

idem 

idem 

idem 
Espropriato per conto del detto 
Ministero, ma non ancora 
occupato. 

idem 
Espropriato per conto del Mi- 
nistero della Istruzione Pub- 
blica ed occupato totalmente. 



ii6 



^ffe Ecclefiaftico 



I 

S 



Ordine o Congregazione 



Titolo e Sede della Cafa 



Offerva^ioni 



27 Domenicani. 



28 Minori Riformati. 

29 Minori Conventuali. 

30 Terziarii. 

31 Clarisse Francescane. 

32 Agostiniane. Le Orsoline. 

3 3 Benedettine. 

34 Chierici della Madre di Dio. 



3 5 Terziarii. 

36 Carmelitani. 

37 Servitù 

38 Minimi. 

39 Benedettine. 

40 Carmelitane. 

41 Servite dette le Mantellate. 

42 Teatini. 



43 Domenicani. 

44 Agpstiniane. 

45 Domenicane. 



Ospizio Generalizio. 



San Bonaventura. 
Sant'Antonio alle quattro 

Fontane. 
Santi Cosma e Damiano. 
S. Lorenzo in Panis Perna. 
Via Vittoria. 

Santa Cecilia. 

Santa Maria a Campitelli. 



San Paolo alla Regola. 
Santa Maria della Scala. 
San Marcello. 
Sant* Andrea delle Fratte. 
S. Maria in Campo Marzio. 



Regina Coeli. 
Alla Longara. 

Sant'Andrea della Valle. 



Santa Maria sopra Minerva. 
Santa Maria delle Vergini. 
SS. Domenico e Sisto. 



Espropriato per conto del Mi- 
nistero della Istruzione Pub- 
blica ed occupato totalmente. 

idem 

idem 

idem 

idem 

Espropriato dal detto Ministero 

ed occupato soltanto in parte. 

Espropriato come sopra , ma 

non ancora occupato. 
Espropriato per conto del Mi- 
nistero dell'Interno ed occu- 
pato totalmente, 
idem 
idem 
idem 
idem 
Espropriato per conto del detto 
Ministero ed occupato sol- 
tanto in parte, 
idem 
idem 

Espropriato per conto del Mi- 
nistero delle Finanze ed occu 
pato totalmente, 
idem 

idem 

Espropriato per conto del Mi- 
nistero delle Finanze ed oc- 
cupato soltanto in parte. 



^ffe Ecc le f taf tic o 



117 



O 






Ordine Congregazione 



46 Filippini. 



47 Agostiniani. 



48 Carmelitani. 



49 Clarisse Francescane. 



50 Gesuiti. 



Titolo e Sede della Cafa 



S. Maria in Valliceli a. 



Sant'Agostino. 



S. Maria della Vittoria. 



S. Silvestro in Capite. 



Sant'Andrea al Quirinale. 



OJfervaT^ioni 



Espropriato per conto del Mi- 
nistero di Grazia e Giustizia 
ed occupato totalmente. 

Espropriato per conto del Mi- 
nistero della Marina ed oc- 
cupato totalmente. 

Espropriato per conto del Mi- 
nistero di Agricoltura eCom. 
ed occupato totalmente. 

Espropriato per conto del Mi- 
nistero dei Lavori Pubblici 
ed occupato totalmente. 

Espropriato per conto del Mi- 
nistero della Casa Reale ed 
occupato totalmente. 



Furono inoltre assegnati al Ministero dell'Istruzione Pubblica, a ;ensi dell'ar- 
ticolo 8 della legge, i seguenti conventi: 



51 Gesuiti. 

52 Olivetani. 
$3 Salesiane. 



Collegio Romano. 

S. Maria al Foro Romano. 

Villa Miltz. 



E da ultimo fu riconosciuto che il Demanio dello Stato aveva diritto di 
proprietà sul seguente convento 



54 Minori riformati. 



I A Fiumicino. 



che fa parte del comune di Roma. 



ii8 «-^/A Ecclefiajtico 

Né va taciuto che il Governo espropriò pei suoi bisogni cinque grandi orti 
di case religiose soppresse, staccati e distinti da quelli dei conventi, la Vigna 
Antoniana, dell'estensione di ettari 13 e are 27, e il tempio di Pallade, già ap- 
partenenti a case religiose. 

I £2ibbricati ceduti al municipio di Roma, a sensi dell'articolo 8 della legge, 
sono i seguenti: 






Ordine Congregazione 



Titolo e Sede della Cafa 



OJferva:^ioni 



I 


Somaschi. 


Santi Alessio e Boni&zio. 


Occupato totalmente. 


2 


Crociferi. 


Sanu Ilaria Maddalena. 


idem 


3 


Idem 


Santi Vincenzo ed Anasta- 
sio a Trevi. 


idem 


4 


Scolopii. 


San Pantaleo. 


idem 


5 


Idem 


San Lorenzo in Piscibus. 


idem 


6 


Liguorini. 


Santa Maria in Monteroni. 


idem 


7 


Dottrinarii. 


Santa Maria in Monticelli. 


idem 


8 


Idem 


Sant'Agata in Trastevere. 


idem 


9 


Missionarii. 


Santissima Trinità à Mon- 
tecitorio. 


idem 


IO 


Bufalini. 


Santa Maria in Trivio. 


idem 


II 


Camaldolesi. 


San Gregorio al Monte 
Celio. 


idem 


12 


Benedettini della Rifor. 


Sant'Ambrogio della Mas- 


idem 






sima. 


idem 


13 


Silvestrini. 


Santo Stefano del Cacco. 


idem 


14 


Certosini. 


Santa Maria degli Angeli. 


idem 


15 


Minori osservanti. 


Ara Coeli. 


idem 


16 


Minori riformati. 


San Bartolomeo all'Isola. 


idem 


17 


Minori conventuali. 


Santa Dorotea. 


idem 


18 


Cappuccini. 


San Fedele. 


idem 


19 


Agostiniani. 


Santa Maria del Popolo. 


idem 


20 


Agostiniani scalzi 


Gesù e Maria al Corso. 


idem 



^Affe Ecclefiaftico 



119 





ss 


Ordine Congrega^ìoru 


Titolo e Sede della Cafa 




OJfervaiioni 


K 
a 

^ 










JI 


Minimi. 1 


San Francesco di Paola. 


Occupa 


to totalmante. 


22 


Girolamini. 


Sant'Onofrio. 




idem 


23 


Scalzetti. 


Santa Maria delle Grazie. 




idem 


24 


Idem 


Sant'Agata alle Colonnac. 




idem 


25 


Fate-bene-fratelli. 


San Giovanni Calibita. 




idem 


26 


Carmelitani. 


San Nicola ai Cesarini. 




idem 


27 


Agostiniane. 


Santa Caterina ai Funari. 




idem 


28 


Battistine. 


San Nicola da Tolentino. 


Occupato solo in parte. 


29 


dppuccine. 


Sant'Urbano a Campo Car- 
leo. 




idem 


30 


Carmelitane. 


Sant'Egidio. 




idem 


31 


Clarisse Francescane. 


San Cosimato. 




idem 


32 


Paolotte. 


Santi Gioach. e Francesco 




idem 


33 


Clarisse Francescane. 


Santa Maria delia Purifica- 


Non ancora effettivamente con- 






zione. 


segnato. 



ir fabbricato ceduto alla provincia di Roma, in forza dello stesso articolo 8 
della legge, è il seguente : Chierici Regolari, San Lorenzo in Lucina. 

fabbricati dismessi per patronato o per altri diritti sono : 



1 Canonici Regolari Latera- 

nensi. 

2 PassionistL 

^ Idem 



Sant'Agnese fuori le mura. 



Santi Giovanni e Paolo. 



Scala Santa. 



Dismesso al parroco pro-tem- 
pore. 

Al Cardinale Vicario di Roma, 
per gli esercizi spirituali. 

Ai Palazzi Apostolici, trat- 
tandosi di fabbricato com- 
preso nel Patriarcato Late- 
ranense e tutelato dalla legge 
13 maggio 1871 sulle pre- 
rogative del Sommo Ponte- 
fice. 



120 



^ffe Ecclefiajtico 



sa 

o 
o 



se 



Ordine o Congrega:^ione 



Titolo e Sede della Cafa 



Ojferva^ioni 



4 Sacerdoti dei Sacri Cuori. 

5 Serviti. 

6 Trinitarii. 

7 Dame del Sacro Cuore. 



Santa Maria in Pubblicolis. 



Santa Maria in Via. 



Santa Marta. 
Santa Rufina. 



Dismesso alla Éimtglia Santa 
Croce, patrona. 

Dismesso alla Simiglia Piom- 
bino, patrona. 

Ai Palazzi Apostolici, proprie- 
tari i. 

A S. M. la Regina Margherita, 
patrona, come successa per 
disposizione testamentaria 
alla fondatrice marchesa 
d' Andosilla. 



I fabbricati disponibili sono: 



1 Gesuiti. 

2 Ministri degli infermi. 

3 Pii operai. 

4 Pallottini. 

5 Basiliani. 

6 Benedettini Cassinesi. 

7 Camaldolesi di Toscana. 

8 Trappisti. 



9 Domenicani. 

10 Idem 

1 1 Idem 

12 Minori Osservanti. 



Collegio dei Nobili in Ti- 
voli. 
San Giovanni della Malva. 
San Giuseppe allaLongara. 
San Salvatore in Onda. 
San Basilio. 

San Paolo fuori le mura. 
Piazza di Termini. 
Alle Tre Fontane. 



Santi Quirico e Giulitta. 
Santa Sabina. 

Santa Maria a Monte Mario. 
San Sebastiano fliori le 
mura. 



Affittato al Ministero dell'In- 
terno. 



Affittato per 1 8 anni ai Trap- 
pisti per bonificare le terre 
annesse. 

Sono in corso pratiche per 
farne cessione alla Provincia. 

Sono in corso pratiche per 
cessione al Comune. 



%Afje Ecclefiaftico 



121 



o 



I 

S 



Ordine o Congregazione 



Titolo sede della Cafa , 



OJfervaiioni 



1 3 Cappuccini. 



14 


Idem 


15 


Carmelitani 


i6 


Idem 


17 


Idem 


i8 


Minimi. 


19 


Trinitarii. 


20 


Girolamini. 


21 


Somaschi. 



22 Adoratrici perpetue. 

23 Agostiniane. 

24 Canonichesse Lateranensi. 

25 Cappuccine. 

26 Cappuccine. 

27 Carmelitane. 

28 Suore del Buon Pastore. 

29 Idem 



Piazza Barberini. 



San Lorenzo fuori le mura. 
San Martino ai Monti. 

Casa in via della Panatteria 
San Pancrazio fuori le 

mura. 
San Salvatore in Corte. 
Santa Maria delle Fornaci. 
San Francesco a Monte 

Mario. 
Sordo-muti a Termini. 



Via del Quirinale. 
Santa Lucia in Selce. 
Santa Pudenziana. 
Santa Maria della Conce 

zione. 
Santa Chiara al Quirinale. 
S. Giuseppe a Capo le Case. 
Via della Longara. 
Via S. Giov. in Laterano. 



Vi è impiantato l'ospizio pei 
religiosi vecchi ed infermi, a 
sensi dell'articolo 6 della 
Legge. 

Sono in corso pratiche per la 
cessione al Comune. 

Sono in corso pratiche per la 
cessione al Comune. 



Sono in corso pratiche per la 

cessione al Comune. 
Sono in corso pratiche per con- 
segnarlo al Ministero del- 
l'Istruzione Pubblica, a sensi 
dell'articolo 8 della Legge. 
Occupato da monache. 
Idem 
Idem 
Idem 

Idem 
Idem 
Idem 
Idem 



L'articolo 6 della legge dà facoltà alle monache di continuare a vivere nella 
lor casa claustrale od in una parte della medesima^ che verrà loro assegnata 
dal Governo, il quale, o ridotte che siano le religiose al numero di sei, o per 

16 — t\Conogrc^a di l(omay Parte IL 



122 ^fj^ Ecclcfiaftico 

esigenze di ordine e di servizio pubblico, può concentrarle in 
altra casa. 

L'espropriazione per parte del Governo di tanti fabbricati mo- 
nastici, resa necessaria dalle stringenti necessità d- insediare in 
Roma le pubbliche amministrazioni, e le numerose cessioni fatte 
al Municipio per le scuole e per altri pubblici servizi, obbligarono 
la Giunta a far sgombrare ben 12 monasteri dei 41 soppressi ed 
a raccogliere le monache che vi dimoravano negli altri disponibili, 
cosi che, come rilevasi dalle annotazioni poste in margine degli 
elenchi di sopra trascritti, le 957 monache, tuttavia esistenti, son 
ridotte ad abitare in 29 monasteri, 1 5 dei quali sono in parte oc- 
cupati per conto del Governo o del Comune per pubblici servizi. 

La Giunta liquidatrice, mentre assodava la condizione giuri- 
dica delle case religiose, doveva attendere ad accertare quali fos- 
sero gli enti ecclesiastici che In Roma .e nelle Sedi suburbicarie 
possedevano beni immobili da convertire. 

È innanzi tutto opportuno aver presente che l'art. 17 della 
Legge dava facoltà ai legittimi rappresentanti di detti enti di 
eseguire direttamente la conversione dei loro immobili, purché, 
entro il termine di tre mesi dalla pubblicazione della legge, ne 
facessero espressa dichiarazione alla Giunta, proponessero il modo 
di effettuarla, e, ottenutane l'approvazione, intraprendessero e 
proseguissero senza interruzione le operazioni della conversione. 

Nessuno dei rappresentanti gli enti di cui si tratta profittò 
della accennata facoltà, cosi che la conversione fu intrapresa, con- 
dotta innanzi ed ormai compiuta esclusivamente dalla Giunta. 

Possedevano beni immobili i seguenti enti ecclesiastici: 
I. Capitolo di san Pietro in Vaticano. 



2 

3 
4 
5 



7 
8 



Id. san Giovanni in Laterano. 

Id. santa Maria Maggiore. 

Id. santa Maria in Via Lata. 

Id. santa Maria in Cosmedin. 

Id. santi Celso e Giuliano. 

Id. santa Maria in Trastevere. 

Id. san Lorenzo in Damaso. 



i^lffe Ecclejiaftico ili 

9. Capitolo di santa Anastasia. 

10. Id. sant' Angelo in Pescheria. 

11. Congregazione del Sant'Uffizio. 

12. Id. di Propaganda Fide. 

13. Mensa vescovile di Albano (sede suburbicaria). 

14. Abbazia delle Tre Fontane. 

15. Cappellania Navaretti in San Lorenzo in Lucina. 

16. Cappellania Violante in S. Maria in Vallicella. 

17. Beneficio Falloni nella cattedrale d'Albano. 

18. Seminario vescovile d'Albano. 

19. Capitolo di san Pancrazio in Albano. 

20. Id. dì Ariccia, presso Albano. 

21. Id. di prima erezione in Civita Lavinia (Diocesi di 

Albano). 

22. Seminario di Velletri (sede suburbicaria). 

23. 'Capitolo di prima erezione in Nettuno (Diocesi di 

Albano). 

24. Id. di Genzano (diocesi di Albano). 

25. Prebenda canonicale di seconda erezione in Civita La- 

vinia. 

26. Chiesa in Civita Lavinia. 

27. Seminario di Frascati (sede suburbicaria). 

28. Cappella Giulia nel Capitolo Vaticano. 

29. Beneficio di Santa Caterina in Velletri (Sede suburbi- 

caria). 

30. Collegio dei cappellani Innocenziani al Vaticano. 

31. Capitolo di san Clemente in Velletri. 

32. Collegio dei beneficiati in santa Maria Maggiore. 

33. Ufficio degli eccetti nel Capitolo Vaticano. 

34. Sagrestia di san Pietro in Vaticano. 

35. Istituto Imperiale Borromeo. 

36. Collegio dei cappellani in santa Maria in Trastevere. 

37. Beneficiati Mariani in santa Maria in Trastevere. 

38. Cappellania Zinaghi in san Pietro in Vaticano. 

39. Cappellania dei santi Celso e Giuliano. 



124 ^ff^ Ecchfiaftico 

40. Capitolo di Massa Antica in Palestrina (sede suburbi- 

caria). 

41. Sagrestia di san Clemente in Velletri. 

42. Idem di santa Maria in Trivio in Velletri. 

43. Idem di san Michele Arcangelo in Velletri. 

44. Chiesa e sagrestia di san Pietro in Cori (diocesi di Vel- 

letri). 

45. Capitolo di san Nicola in Carcere. 

46. Cappellania Piccolomini in sant'Eustachio. 

47. Beneficio Verotti in santa Maria in Cosmedin. 

48. Cappellania di sant'Andrea in santa Maria in Via. 

49. Massa Comune dei beneficiati di san Martino in Velletri. 

50. Sagrestia della chiesa di san Pietro in Cori. 

51. Capitolo di san Biagio in Palombara (diocesi di Sabina: 

sede suburbicaria.) 

J2. Capitolo di Massa Comune in Palestrina. 

53. Seminario di Velletri. 

La Giunta ha proceduto alla vendita dei beni di codesti enti, 
il cui resultato sarà messo in luce più innanzi, e ne ha convertito 
il prezzo fin qui riscosso in certificati di rendita sul debito pub- 
blico, intestati all'ente proprietario. Ed ora, esaurite quelle inda- 
gini per cui ebbe la scorta dei relativi documenti, che più volte 
penò a procacciarsi, attende a spigolare negli uffizi catastali se 
altri enti ecclesiastici posseggano beni immobili da convertire. 

Era altresì dovere della Giunta di accertare la condizione giu- 
ridica di altri enti fondati in Roma a benefizio di stranieri, dei 
quali taluni affacciavano i caratteri di enti ecclesiastici ed a cui 
per conseguenza, pei succitati articoli 23 e 24 della legge, era ap- 
plicabile la conversione in rendita od in capitali fruttiferi dei loro 
immobili. 

Essa ebbe a riconoscere come enti ecclesiastici i seguenti 
collegi: 

1. Collegio Germanico-Ungarico. 

2. Collegio Irlandese. 

3. Collegio Inglese. 



%Affe EccUfiaftico 12 j 

4. Collegio Polacco. 
5- Collegio Americano. 

6. Collegio Americano-Ispano-Portoghese. 

7. Collegio Greco. 

8. Collegio Scozzese. 

I Collegi Americano, Americano-Ispano-Portoghese e Greco 
non possedevano beni immobili, eccetto i fabbricati ove avevano 
stanza, i quali per legge sono esenti da conversione. 

La conversione dei beni immobili degli altri Collegi fu fatta 
all'asta pubblica, a cura dei rispettivi rettori ed amministratori, col- 
Tassistenza di un rappresentante della Giunta, ed il prodotto della 
vendita venne impiegato nella formazione di crediti ipotecari 
fruttiferi. Non restano da convertire che due tenute del Collegio 
Germanico-Ungarico, circa le quali sono presso che ultimati gli 
studii per bandirne all'asta pubblica la enfiteusi. 

La Giunta riconobbe che avevano carattere di opere pie lai- 
cali, gravate di oneri di culto, gli enti che seguono : 

1. Ospizio di San Jago a Monserrato, di patronato spagnuolo. 

2. Congregazione dei pii stabilimenti francesi. 

3. Ospizio di Sant'Antonio dei Portoghesi. 

4. Ospizio di Santa Maria dell'Anima, di patronato austro- 



ungarico. 



5. Ospizio di Santa Maria della Pietà di patronato austro- 
ungarico. 

6. Ospizio di San Girolamo degli Schiavoni, di patronato au- 



stro-ungarico. 



7. Ospizio dei Belgi. 

8. Ospizio di San Stanislao dei Polacchi. 

I beni immobili di codeste opere pie sono tutelati dall'ar- 
ticolo 8 del Decreto Reale, primo dicembre 1870 , con cui fu 
estesa alla città di Roma la Legge sulle opere pie del 3 ago- 
sto 1862, il quale stabilisce che « nulla è innovato quanto agli 
instituti di carità e di beneficenza destinati a speciali vantaggi 
degli esteri ». 

Colle deliberazioni adottate dalla Giunta e sanzionate dal Go- 



126' *^If^ Ecclefiaftico 

verno, venne assodato che in questo centro della cattolicità du- 
rano non solo tranquille, ma protette dalla legge, quelle insti- 
tuzioni fondatevi nel corso dei tempi o perchè se ne giovino i 
cattolici di qualsivoglia contrada estera che traggono a Roma, 
o perchè essi portino alle estere contrade il frutto della istruzione 
religiosa e civile che qui ricevono. 

Assunto il possesso dei beni delle case religiose soppresse, e 
scorsi inutilmente i termini concessi dalla legge ai rappresen- 
tanti degli enti conservati per eseguire, come fu detto, diretta- 
mente la conversione, la Giunta attese alla vendita mediante 
asta pubblica degli immobili, tanto degli enti soppressi, quanto dei 
conservati. Il prezzo d' incanto venne determinato a sensi del- 
l'articolo IO della Legge 15 agosto 1867, pubblicata in Roma col- 
l'altra del 19 giugno 1873, cosi concepito : 

« Il prezzo su cui si aprirà la gara sarà determinato dalla 
media aritmetica fra il contributo principale fondiario, moltipli- 
cato per sette e capitalizzato in ragione di cento per ogni cin- 
que : la rendita accertata e sottoposta alla tassa dì manomorta 
od equivalente d'imposta moltiplicata per venti, con l' aumento 
del dieci per cento; ed il fitto più elevato dell'ultimo decennio, 
depurato dalle imposte, moltiplicato per venti, se i beni si trovino 
attualmente o siano stati locati in detto periodo di tempo. 

« Non si farà luogo a perizia diretta se non nei casi in cui la 
detta Commissione (Commissione centrale di sindacato, a cui per 
la città di Roma fu sostituita la Commissione di Vigilanza deUa 
Giunta) con deliberazione motivata ne dichiari la necessità. » 

Nessuna perizia diretta è occorsa, e i prezzi d'incanto non die- 
dero luogo a richiami. 

I beni immobili provenienti dalle case religiose soppresse do- 
vevano senz'altro essere venduti ; ma quelli derivanti dagli enti 
conservati potevano essere concessi anche in enfiteusi, segnata- 
mente allo scopo di concorrere al bonificamento dell'agro romano, 
entro i cui confini parecchi di essi son posti. In fatti l'articolo 19 
della legge così dispone: « Sia che la conversione venga eseguita dai 
)) rappresentanti degli enti contemplati all'articolo 17 (enti eccle- 



^fjt Ecclefiaftico 127 

» siastici conservati), sia che venga eseguita dalla Giunta, i beni 
» incolti o bonificabili potranno esser conceduti, mediante pubblici 
» incanti e colle norme prescritte dagli articolo 11 e 17, in enfi- 
» teusi perpetua redimibile, a termini del codice civile » . 

La Giunta attenendosi a tali prescrizioni, interpolando le ven- 
dite dei beni delle case religiose a quelle degli enti conservati, 
trovò mezzo di bandire l'enfiteusi di beni immobili da questi pos- 
duti per una estensione di molta importanza. 

Il risultato delle vendite e delle enfiteusi è il seguente : 

Enti sopp re/fi — Vendite. 



%Anno Lotti Numero 



1875 




6 


1874 




141 


1875 




107 


1876 




98 


1877 




47 


Totali 


N. 


399 



Prexxp d'incanto Pre^^o d'aggiudicaxione 



L. 


298,985 00 


L. 


353,200 00 


» 


5,9SS,02s 00 


» 


6,955,092 50 


» 


1,683,386 32 


» 


2,206,133 32 


» 


i,459»930 00 


» 


1,693,270 00 


» 


731,005 00 


» 


815,069 75 



L. 10,128,331 32 L. 12,022,770 57 

Incanto L. 10,128,331 32 



cioè del 18.70436 per cento. 



Aumento L. 1,894,439 25 



^nno 

1873 
1874 
1875 
1876 
1877 



Enti confervati — Vendite. 



Lotti fumerò 

S 
68 

100 

22 

96 



Totali N. 291 



Prexpio d* incanto Pre^o d'aggiudicai^ione 



L. 

» 
9 



93,849 81 
6,639,370 00 

4,5i9»073 79 
854,185 00 

216,930 00 



I- 227,300 00 

» 8,434,230 00 

» 4,791,603 00 

» 1,004,260 00 

» 252,731 00 



cioè del 19.36734 per cento. 



12,323,408 60 L. 14,710,124 00 

Incanto L. 12,323,408 60 
Aumento L. 2,386,715 40 



128 ^JI^ Ecclefiajtico 

Enti conjervati — Enfiteufi, 

nAnno Lotti Numero Canone (T incanto Canone d* aggiudicazione 

1874 8 L. 231,710 L. 243,660 

1875 2 » 45i8so « 69,550 

1876 4 » 38,770 » 44,310 

1877 ^ * 10,000 » 10,020 

Totali N. 15 L. 326,330 L. 367,540 

Incanto L. 326,330 
Aumento L. 41,210 

cioè del 12.62832 per cento. 

Enti ecclejiajlici fondati in T^pma a beneficio di stranieri — Fendite. 

^Anno Lotti 'Kjunuro Freno d* incanto Ptei:^o <f aggiudica:^ione 

1875 I L. 32,000 L. 32,200 

1876 19 » 231,775 » 320,390 

1877 I » 14,000 » 22,200 

Totali N. 21 L. 277,775 L. 374,790 

Incanto L. 277,775 

Aumento L. 97,015 
cioè del 34.925 per cento. 

Enfiteufi , 

xAnno Lotti *K»umero Canone d incanto Canone daggiudica:^ione 

1876 I L. 1,250 L. 3,210 

1877 4 » 47,140 » 68,670 

Totali N. 5 L. 48,390 L. 71,880 

Incanto L. 48,390 
Aumento L. 23,490 

cioè del 48.55342 per cento. 

T(iaJfunto a tutto l'anno 7S77 — Vendite. 

Lotti Pre^j^o d'incanto 'Pre^xp d aggiudicazione 

Enti sopprejfi ... - 399 L. 10,128,331 32 L. 12,022,770 57 

Enti confervati dello Stato 291 u 12,323,408 60 » 14,710,12400 

Enti confervati stranieri .21 » ^llill'y 00 » 374>790 00 

Totali Lotti 711 L. 22,729,514 92 L. 27,107,684 67 

Incanto L. 22,729,514 92 
Aumento L. 4,378,169 65 

cioè del 19.26205 per cento. 



^jje Ecclefiaftico 129 

Enfiti ufi , 

Lotti Canone d'incanto Canone iT aggiudicai^ione 

Enti consen-ati dello Stato 15 L. 326,330 L. 367,540 

Id. stranieri 5 » 48,390 » 71,880 

Totale 20 » 374,720 L. 439,420 

Incanto L. 374,720 
Aumento L. 64,700 

cioè del 17.26623 per cento. 

Dei 711 lotti venduti per L. 27,107,684 57 

N. 391 riferisconsi a terreni aggiudicati per » 19,318,968 61 
520 id. a fabbricati id. » 7,788,715 96 

I venti lotti concessi in enfiteusi riguardano terreni della com- 
plessiva estensione di ettari 14,435: are 95, centiare 30, con ob- 
bligo agli enfiteuti di bonificarli, erogandovi in complesso una 
somma non inferiore a lire 1,499,500. 

. E riunendo assieme il prodotto delle vendite e dell'enfiteusi, 
aggiungendo cioè al prezzo ottenuto dalle prime in L. 27,107,684 57 
il capitale cento per cinque del complessivo ca- 
none di lire 439,420 ottenuto dall'enfiteusi, in 8,788,400 00 

Si ha un prodotto totale di L. 35,890,084 57 

Che si riferisce 

A enti soppressi per L. 12,022^770 57 

Idem conservati dello Stato .... » 22,060,924 00 
Idem stranieri » 1,812,3^0 00 

Sommano a bilancio L. 35,896,084 57 

Classificando per Circondarli amministrativi gli stabili ven- 
duti, si ha il seguente risultato: 

17 -- iconografia di licma, Parte IL 



ijo ^ff^ Ecclejiafiico 

Dei 391 terreni aggiudicati per . . . L. 19,318,968 61 

appartengono: 

N. 335 al Circondario di Roma per L. 18,817,188 61 

2j idem Velletri » 63,710 00 

2 idem Viterbo » 166,655 00 

I idem Rieti » 5>90o 00 

8 idem Perugia » 78,465 00 

14 idem Macerata » 9i>635 00 

6 idem Chieti » 95,415 00 



» 

» 
» 



Dei 320 fabbricati aggiudicati per^ . . . L. 7,788,715 96 

appartengono: 

N. 301 al Circondario di Roma per L. 7,674,150 96 

» 9 idem Velletri » 25,245 00 

)) I idem Civitavecchia » 307)50 00 

» 2 idem Perugia » 19,700 00 

» 7 idem Chieti » 39,070 00 

» 

Dei venti lotti concessi in enfiteusi, uno soltanto, aggiudicato 
per lire 10,020, è compreso nel circondario di Velletri, tutti gli 
altri fanno parte del circondario di Roma, e più precisamente del- 
Y^Agro ornano, meno uno che è sotto il comune di Monterosi, 
aggiudicato per lire 10,100. 

È prezzo dell'opera indicare la provenienza di tutti i beni ven- 
duti o dati in enfiteusi per far risaltare a un batter d' occhio 
l'importanza del patrimonio immobiliare di ciascun ente. 

E*>LT I SOPPRESSI. 

Distribuzione per i singoli enti dai quali provengono i 399 
lotti venduti per L. 12,022,770 57. 



'Affé Ecclejìajtico 



»3i 



1 




••• 


PREZZO 




T%OV E'K. lE'K.ZU 




di 








aggiudicaxionc 



1 Canonica di San Pietro in Vincoli i 

2 Casa dei Teatini in Sant'Andrea della Valle . . 2 

3 Congregazione Somasca in Sant* Alessio . ... i 

4 Compagnia di Gesù - Casa professa i 

5 Idem Noviziato 2 

6 Idem Collegio Romano .... i 

7 Idem Collegio dei Nobili ... 3 

8 Convento di San Lorenzo in Lucina 3 

9 Casa dei Ministri degli infermi alla Maddalena . 3 

10 Idem dei Chierici Regolari di Santa Maria in Cam- 

pitelli 3 

11 Scolopj in San Pantaleo e Casa Generalizia . . 4 

1 2 Idem in San Lorenzo in Borgo - Casa e Noviziato 1 

13 Casa Generalizia e Collegio in Santa Maria in 

Monticelli 7 

14 Casa Religiosa dei Signori della Missione a Mon- 

tecitorio II 

1 5 Idem di San Silvestro al Quirinale .... i 

16 Casa dei Pii Opera) di San Giuseppe alla Lon- 

gara 2 

17 Congregazione dei Missionari del preziosissimo San- 

gue in Santa Maria del Trivio . . 2 

18 Idem di San Filippo Neri in Santa Maria 

in Vallicella 45 

19 Idem dèi Pallottini in San Salvatore in 

Onda pel legato pio Violante . . 14 

20 Monastero dei Benedettini in San Paolo .... 89 

2 1 Congregazione Camaldolese Cetìobitica in San Ro- 

mualdo 6 

22 Monastero di Santa Croce in Gerusalemme ... i 

23 Idem dei Silvestrini in San Stefano del Cacco 2 

'Da riportare . . 205 



251,000 00 
18,965 00 
11,700 00 
57,200 00 

149,500 00 

283,000 00 
73,125 00 

280,400 00 
69,125 00 

66,500 00 

171,150 00 

5,075 00 

169,775 00 

139,065 00 
22,200 00 

20,850 00 

78,400 00 

1,568,000 00 

34,125 00 
2,066,816 82 

592,600 00 

1,270 00 

18,000 00 

6,147,841 82 



132 



4ffc Eccìejiajtico 






o 



?^ 



VR.OVE'K.IE'K.Z^ 



••• 

O 




••• 

o 


TliEZZO 

di 
aggiudicazione 


e^ 


» 



Importo . . 205 

24 Monastero dei Certosini in Santa Maria degli Angeli 9 

25 Camera Generalizia dei Domenicani in Santa Maria 

sopra Minerva 2 

26 Convento dei Domenic. in Santa Maria sopra Minerva 3 

27 Idem dei Domenicani in Santa Sabina ... 2 

28 Ospizio dei Minori Conventuali in Santa Dorotea 2 

29 Convento dei Santi Cosma e Damiano .... 3 

30 Idem di Sant* Agostino - Biblioteca Angelica ed 
opera pia Lucchesi 4 

3 1 Convento degli Agos*^in. di Santa Maria del Popolo i 

32 Convento dei Carmelitani di Santa Maria della Tra- 

spontina 13 

3 3 Convento dei Carmelitani in San Martino ai Monti. 2 
34 Convento e Definitorio dei Carmelitani Scalzi in 

Santa Maria della Vittoria 2 

3 5 Conv. dei Carmel. Scalzi in Santa Maria della Scala 1 2 

36 Idem idem in San Pancrazio i 

37 Convento e Procura Generalizia dei Servi di Maria 

in San Marcello !6 

38 Convento dei Serviti di Santa Maria in Via ... 6 

39 Idem idem per la eredità Fede-Giusti ... 2 

40 Idem dei Minimi in Sant' Andrea delle Fratte. i 

41 Idem idem Paolotti in S. Francesco di Paola. 3 

42 Ospizio dei Minimi in San Salvatore della Corte. 6 

43 Convento dei Trinitari Scalzi alle Fornaci ... i 
4^ Idem dei Girolamini in Sant'Onofrio al Gianicolo. 3 

45 Idem di San Francesco a Monte Mario ... 2 

46 Procura Generale dei Somaschi 2 

47 Collegio di San Bonaventura nel Convento dei 

santi XII Apostoli 15 

^Da riportare . . 318 



6,147,a41 82 
115,285 00 

91,000 00 
24,200 00 
52,900 00 
41,620 00 

29,945 00 

182,855 00 
29,000 00 

61,239 00 
36,800 00 

32,450 00 

158,640 00 

22,400 00 

96,552 00 
102,^25 00 
23,200 00 
8,850 00 
48,000 00 
55,837 00 
10,000 00 
85,200 00 
22,400 00 

4,375 75 

236,635 00 
7,719,650 57 



^Aj'Jt Ecclefiajtico 



133 



o 
'a 

o 






77?.0 FE'H.lE'SiZ^ 





••• 















T%EZZO 




-^ 









di 










s 

a 


aggiudica'^ione 




;^ 





Riporlo . 

48 Convento dei Santi XII Apostoli 

49 Idem idem pel legato Pio Rubini 

50 Monastero delle Agostiniane in Santa Lucia in Selce 



51 
52 

53 
54 
55 
56 

57 

58 

59 
60 

61 
62 

63 

64 

65 
66 

67 

68 

69 

70 

7^ 
72 

73 
74 
75 



Idem di Santa Marta 

Idem delle Agostiniane dette le Turchine . . 

Idem idem le Orsoline. . 

Idem di Santa Pudenziana 

Idem delle Convertite alla Longara . . . 

Idem del Bambin Gesù 

Idem delie Battistine in San Nicola da Tolentino 

Idem di Santa Cecilia in Trastevere . . . 
Monastero di S. Maria in Campo Marzio . . . 

Idem delle Cappuccine dette Vive Sepolte in 
Santa Maria della Concezione ai Monti 

Idem di Sant'Egidio in Trastevere. . . . 

Idem delle Teresiane in S. Gius, a Capo le Case 

Idem delle Carmelitane in Santa M. Regina Coeli 

Idem dei Santi Pietro e Marcel, dette le Ginnasi 

Idem di San Lorenzo in Panis Perna . . . 

Idem di Santa Maria della Purificazione . . 

Idem dei Santi Silvestro e Stefano in Cipite 

Idem dei Santi Domenico e Sisto .... 

Idem di Santa Caterina da Siena 

Idem delle Oblate Filippine ...... 

Idem delle Minime Paolotte ai Monti . . . 

Idem delle Salesiane a Villa Miltz .... 

Idem delle Mantellate alla Longara .... 

Idem • del Divino Amore 

Casa dei Ministri degli infermi dei Santi Vincenzo 

ed Anastasio a Trevi 



318 
2 
I 
I 
I 

5 

I 

3 

I 

3 
4 
4 
I 

2 
2 
I 
I 
I 

4 

2 

6 

13 
4 

5 

I 

I 
8 
I 



7,710,650 57 

34,575 00 

12,200 00 

16,650 00 

69,300 00 

81,000 00 

60,600 00 

77,71$ 00 

250,500 00 

107,450 00 

180,650 00 

526,900 00 

68,000 00 

61,200 00 
1 1,100 00 

106,700 00 
2,050 00 
5,500 00 

104,650 00 
62,600 00 

629,000 00 

1,216,900 00 

81,700 00 

292,000 00 
41,600 00 
25,200 00 
44,530 00 
15,100 00 

34,900 00 



T>a nporUre . . 396 .11,939,920 57 



134 



'Affé Ecclefiaftico 



1 




••• 

o 

••4 


TTiEZZO 




T'ROVE'K.IE'ÌLZ^ 


^1 


di 


^ 

S 

5 






aggiudica:^ione 



%iporlo . . 396 

76 Monastero di San Cosimato 2 

77 Gisa dei Ministri degli infermi alla Maddalena pel 

patrimonio Sinibaldi i 

Sommano a bilancio lotti N. 399 



11,939,920 57 
80,500 00 

2,350 00 
12,022,770 57 



Enti CotLs e rvat i . 

Distribuzione pei singoli enti dai quali provengono i 291 
lotti venduti per lire 14,710,124 00. 

Capitolo di San Pietro in Vaticano 71 

San Giovanni in Laterano .... 
Santa Maria Maggiore 



I 
2 

3 

4 

S 
6 

7 
8 



Idem 
Idem 
Idem 
Idem 
Idem 
Idem 
Idem 
Idem 



Santa Maria in Via Lata. 
Santa Maria in Cosmedin . 
Santi Celso e Giuliano . 
Santa Maria in Trastevere . 
Sant* Anastasia .... 
Sant'Angelo in Pescheria . 



12 

S 
2 

2 

2 

3 
4 

3 
I 

2 

2 



10 Cappellania Navaretti in San Lorenzo in Lucina . 

1 1 Idem Violante in Santa Maria in Vallicella 

12 Capitolo di San Lorenzo in Damaso 

13 Pia Casa del Sant'Uffizio 3 

14 Congregazione di Propaganda Fide i 

1 5 Beneficiato Palloni nella Cattedrale di Albano . . i 

16 Mensa Vescovile di Albano t 

17 Seminario Vescovile di Albano 5 

18 Capitolo di San Pancrazio in Albano .... 2 

19 Idem di Ariccia 4 

20 Idem di prima erezione in Civita Lavinia . . 5 

21 Seminario di Velletri 20 

*Da riportare . . 151 



8,076,958 21 
1,412,905 00 

n9>975 00 
398,200 00 

20,550 00 

266,100 00 

516,800 00 

232,568 79 

310,025 00 

13,600 00 

23,605 00 

25,750 00 

1,686.200 00 

327,000 00 

5,200 co 

10,100 00 

32,410 co 

3,550 00 

5,171 00 

40,480 00 
41,895 00 

13,589,043 00 



^AJfe Ecclejiaftico 



135 



1 

«te 






TXEZZO 





•P TiO y E 'ÌL I E 'X. Z ^4 




di 


3 






aggiudica:^ione 


se 




^ 





mporto . . 151 

22 Capitolo di prima erezione in Nettuno .... i 

23 Capitolo di Genzano 5 

24 Prebenda Canon, di seconda erezione in Civita Lav. 3 

25 Corpo di chiesa in Civita Lavinia i 

26 Seminario di Frascati 18 

27 Cappella Giulia nel Capitolo Vaticano .... 2 

28 Beneficio di Santa Caterina in Velletri .... i 

29 Capitolo di San Clemente in Velletri 2 

30 Collegio dei Cappellani Innocenziani al Vaticano 2 



31 



?2 



1 ■% 
>> 



34 

35 
36 



Idem in Santa Maria in Trastevere .... 
Beneficiati Mariani in Santa Maria in Trastevere 
Collegio dei Beneficiati in Santa Maria Maggiore 
Ufficio degli Eccetti nel Capitolo Vaticano . . 
Sagrestia di San Pietro in Vaticano .... 
Istituti Imperiali Borromeo 

37 Abbazia Nullius delle Tre Fontane .... 

38 Cappellania Zinaghi in San Pietro in Vaticano. 

39 Idem nei Santi Celso e Giuliano. . . 

40 Capitolo di Massa Antica in Palestrina . . . 

41 Sagrestia di San Clemente in Velletri . . . 

42 Idem di Santa Maria del Trìvio in Velletri 

43 Idem di San Michele Arcangelo in Velletri . 

44 Corpo di chiesa o sagrestia di San Pietro in Cori 

45 Capitolo di San Nicola in Carcere 

46 Piccolomini-Cappellania in Sant' Eustacchio . 

47 Verottì — Beneficiato in Santa Maria in Cosmedin. 

48 Cappellania di Sant' And. nella eh. di Santa M. in Via 

49 Massa Comune dei Beneficiati di S. Martino a Velletri 

50 Sagrestia della chiesa di San Pietro in Cori . . 

51 Capitolo di San Biagio in Palombara .... 

T)a riportare . . 



2 
I 



8 



3 
I 

4 

5 

I 

I 

15 
2 

I 

I 

4 
I 

I 

I 

I 

I 

I 

22 



13,589,043 00 

950 00 

31,590 00 

2,080 00 

520 00 

207,795 00 

39,250 00 

1,860 00 

7,725 00 

129,800 00 

9,530 00 

12,200 00 

253,150 00 

21,350 00 

29,800 00 

135,500 00 

41,000 00 

12,300 00 

10,150 00 

38,686 00 

16,450 00 

3,275 00 

1,700 00 

1,135 00 

13,200 00 

16,950 00 

7,350 00 

5,250 00 

1,400 00 

915 00 

36,835 00 



2(33 1-1,G78,739 00 



136 



nAffe Ecclejiaftico 







■«« 




.5 




3 




'2 




■te* 


PREZZO 






-1 






P%0 VE'H.lE'bLZ^ 


Q 


di 


v! 




C 




%< 




^» 




«1* 






aggiudica:^iom 


<i 




^ 





Importo . . 263 14,678,739 00 



52 Capitolo di Massa Comune in Palestrina. 

53 Seminario di Palestrina 



15 
13 



Sommano a bilancio lotti N. 291 



16,890 00 
14,495 00 

14,710,124 00 



E'K.T I CONSERVATI D E L LO St AT O. 

Distribuzione pei singoli enti dai quali provengono i 15 lotti 
concessi in enfiteusi per Tannuo canone di lire 367,540. 



1 Capitolo di San Pietro in Vaticano 6 

2 Idem di San Giovanni in Laterano .... i 

3 Idem di Santa Maria Maggiore 2 

4 Collegio dei Beneficiati di Santa Maria Maggiore. i 

5 Capitolo di Santa Maria in Via Lata i 

6 Idem di Santa Maria in Cosmedin ... i 

7 Idem di San Lorenzo in Damaso i 

8 Abazia delle Tre Fontane i 

9 Capitolo di San Clemente in Velletri i 

Sommano a bilancio lotti N. 15 



221,030 00 
5,670 00 
53,550 00 
II, 6 '30 00 
2;,22o 00 
6,790 00 
24,500 00 
10,100 00 
10,020 co 

367,540 00 



Enti conservati fondati in Roma a benefizio di stranieri. 

Distribuzione pei singoli enti dai quali provengono i 21 lotti 
venduti per lire 374,790. 



1 Collegio Irlandese 

2 Idem Irlandese nei Santi Sisto e Clemente. 

3 Idem Irlandese in Santa Maria in Pusterula 

'Da riportare. 



2 
I 
6 



25,100 00 
32,200 00 
75,TOO 00 

132,400 00 



*Affe Ecclejiaftico 



137 



1 




• 


•-• 


di 


s 




S 
s 


aggitidica:^ione 


^ 




s^ 





TUporto . . 9 

4 Collegio Ibernese ed i quattro arcivescovi cattolici 

d'Irlanda 2 

5 Idem Scozzese 3 

6 Idem Germani co-Ungarico 5 

7 Idem Inglese 2 

Sommano a bilancio lotti N. 21 



132,400 00 

29,950 00 

13,380 00 

136,010 00 

63,050 00 

374,790 00 



ESTI CONSERVATI FONDATI IN RoMA A BENEFIZIO DI STRANIERI. 

Distribuzione pei singoli enti dai quali provengono i cinque 
lotti concessi in enfiteusi per l'annuo canone di lire 71,880. 



1 Collegio Inglese 

2 Collegio Germanico-Ungarico 



I 
4 



Sommano a bilancio lotti N. 



3,210 00 
68,670 00 

71,880 00 



L'articolo 6 della legge 15 agosto 1867, estesa, come più volte 
tu detto, alla città e provincia di Roma, coH'altra del 19 giugno 
1873, dispone intorno alla vendita che « i beni saranno divisi in 
» piccoli lotti, per quanto sia possibile, tenuto conto degli inte- 
» ressi economici, delle condizioni agrarie e delle circostanze lo- 
» cali. » 

Sebbene dagli specchi precedenti appaia il modo di riparto dei 
fabbricati e dei terreni posti in vendita ed in enfiteusi, tuttavia tor- 
nerà opportuno classificare anche più distintamente i lotti, a far 
toccar con mano che nel bandirne gli incanti fu tenuto speciale 
riguardo alle prescrizioni della legge, e che la gran maggioranza 
dei beni fu messa alla portata delle borse più modeste. 

18 — thConografia di 'Roma, Parte IL 



138 



*AfJe Ecclcfiaftico 



Classificazione dei lotti. 



L T) elle vendite. 



Enti 


soppreffi. 








Enti confervatù 








Lotti 










Lotti 


sotto le 


L. 100 


N. 


3 


sotto 


le 


L. 


100 


N. I 


fra L. 100 e 


500 




30 


fra L, 


100 e 




500 


37 


5C0 


1000 




32 




500 




1000 


32 


lOOO 


5000 




112 




1000 




5000 


6S 


5000 


lOOOO 




55 




5000 




lOOOO 


44 


lOCOO 


20000 




61 




[OOOO 




20000 


48 


20000 


50000 




59 




20000 




50000 


29 


50000 


lOOOOO 




22 




50000 




lOOOOO 


12 


lOOOOO 


500C00 




24 




lOOOOO 




500000 


18 


500000 


1,000000 




I 




500000 




1,000000 


3 


sopra il milione 
Ritorna il tot 






» 


sopra 


il milione 






7. 


ale di Lotti 


N. 


399 






Lotti N. 291 



Enti fondati a henefi:^io di stranieri. 

fra L. 1000 e L. 5000 Lotti N. 5 

5000 loooo 5 

loooo 20000 4 

20000 50000 5 

50000 looooo 2 

Ritornano Lotti N. 21 

//. ^Delle enfiteusi. 



Enti confervaii delio Siate, 

Canone sotto le L. 5000 Lotti N.o 

fra L. 5000 e lOOOO 5 

icooo 20000 3 

20000 30000 4 

30000 50000 5 

Ritorna il totale di Lotti N. 15 



Enti fondati a beneficio di stranieri 

Canone sotto le L. 5000 Lotti N. 2 
fra L. 5000 e loooo 2 

loooo 20000 
200CO 30000 

50000 50000 I 

Lotti N. 5 



^ffe Ecclefiaftico 139 

Ma non tutti i lotti esposti all'asta dalla Giunta furono ven- 
duti, e quello che merita maggiore attenzione è, che, se si eccet- 
tua una tenuta a poche miglia da Roma, che avrebbe trovato il 
compratore in lire 500 mila, e la cui vendita venne sospesa dalla 
Giunta, a richiesta della Commissione del Senato del Regno, che 
attende a studii sul bonificamento dell'agro romano, trattasi di 
fabbricati urbani o di terreni non certo di gran prezzo. 

Infatti i lotti deserti per mancanza d'oblatori a tutto l'anno 1877 



sono Inseguenti: 



Enti s p p r e ff i . 



u 






4» 






e 






C 






•0 






•2 
























Prezzo 


T3 




Prezzo 





FA'BBTilC^TI 







T£'^i?£X./ 




S 




ridotto 


«> 

E 

3 

?5 




ridotto 



1 Area fabbricabile in Roma . . 25 000 

2 Simile 15 000 

3 Forno in Kazzano 1 300 

4 Casa in Fossaccsia sotto Chieti 500 

5 U. id. id. ... 120 
é IJ. id. id. . . 300 

7 Porzione di casa in Albano • . 3 200 

8 Casa in Carbognano sotto Vi- 

terbo 400 

9 Grotte id. id. ... 4^0 

10 Cantina in Formello 100 

I i Casa in Roma $ o$o 

12 Id. id. 25 900 

n Id. id. 38 000 

14 IJ. id 17 000 

Sommano (Lotti 14) L. . 138 S20 



I Terreno in Tivoli 700 

a Id. id. 200 

3 Id Marino 1 000 

4 Id. id. .... 1 400 
$ Id. Rocca Priora . . . 800 

6 Id. Campagnano . . 220 

7 Id. Cesano 3^0 

8 IJ. in Maglianpeco- 

rereccio 3^0 

9 Id. id • . 650 

10 Tenuta delle Tre Fontane in 

Agro Rumano 500 000 



Sommano (Lotti io) L. . 505 70.1 



140 



%Affc Ecclefiajtico 



e 
■■5 

o 
•a 

o 

I. 

g 



F^i'BBXlC^Tl 



Enti confervati. 



Prezzo 
ridotto 



•3 



E 

9 

?5 



r£^i?£X,/ 



Preuo 
ridotto 



> 

4 

S 
6 

7 

8 

9 
10 

i 

1; 

1 

1. 

1 

t6 

>7 
18 

•9 
so 

21 

21 

= 3 

34 

25 

20 

27 
28 

29 

3^ 



CaMtnento in RomA 145 000 

Due cose riunite in Kobm . . 39 000 

Porzione di cnsa in Albano . . i 200 

Cantina in Palcstrina 300 

Casa in VeUetri i 500 

]J. id. I 000 

Id. id 8so 

Id. id I 800 

Locale terreno in VeUetri. . . $00 

Casa in VeUetri * 200 

Id. id a Soo 

Id. id a 000 

Id. id 2 000 

Id. id » 800 

Locale terreno in Cori .... 'S<) 

Stalletta id . . . . ^ 

Rimessa e cascina in Palombara. ' ^'^^ 

Cantina in Palombara .... ^^^ 

Casa e porzione id ^ ^°^ 

SuUa in Palcstrina *^° 

Cantina id ^°^ 

Porzione di casa id ''° 

Sulla id '^ 

Casa id » 80° 

id. con orto id ** ®**^ 

Casa id ^^ 

Stalla id »~ 

Casa e botteghe id t 9<> 

id. con stalle in Palombara. . ^^ 

Sulla e cantina id. . ^^^ 



Sommano (Lotti 30) a 217 990 



I 


Porzione 


della tenuta di Ra< 








miano in Ponzano . . 


125 000 


i 


Id. 


id. in Sant'Oreste . 


no 000 


3 


Terreno 


in Palestrina 


1 600 


4 


Id. 


id. 


• • • « 


3 500 


S 


Id. 


id. 




3 200 


6 


]d. 


id. 


• • • • 


800 


7 


Id. 


id. 




4$o 


8 


Id. 


in VeUetri .... 


goo 


9 


Id. 


id. 




)00 


10 


Id. 

Id. 


in Cori, 
id. , 




280 


1 1 




3$o 
100 


12 


Id. 


id. 




»3 

14 


Id. 
Id. 


id. . 




3 000 
$0 


in Palombara . . . 


»S 


Id. 


id. 


• • ■ • 


300 


16 


Id. 


id. 


• • • • 


4S0 


«7 


Id. 


id. 


a • • ■ 


IJO 


18 


Id. 


id. 


• • • • 


600 


»9 


Id. 


id. 


• • • • 


$co 


30 


Id. 


id. 


■ • • • 


2 300 


21 


Id. 


id. 


(Stazzano). 


950 


22 


Id. 


in Palestrina. . . . 


I 600 


23 


Id. 


id. 


. . . . 


700 


24 


Id. 


id. 


.... 


900 


2$ 


Id. 


id. 


. . ■ . 


450 


26 


Id. 


id. 


.... 


10 000 


27 


Id. 


id. 


. • . . 


1 000 


28 


Id. 


in Castel San Pietro. 


350 


29 


Id. 




id. . . 


800 


30 


Id. 




id. 


250 


3» 


Id. 




id. . . 


350 


32 


Id. 




id. 


300 


33 


Id. 




iJ. . . 


750 


34 


Id. 




id. 


300 


3$ 


Id. 


in Civita Lavinia. . . 


2 500 



Sommano (Lotti 35) a 271 930 



^JJc Ecclefiaftico 141 

Enti fondati a benefi:(io di stranieri. 

Due soli sono i lotti deserti e consistono, l'uno in un piccolo 
prato e l'altro in due piccolissimi canneti, situati e questi e quello 
nel Comune di Marino: il prezzo d'incanto ultimamente ridotto, 
e per cui rimasero deserti nell'asta del 29 dicembre 1877, fu per 
il primo di lire 450 e per il secondo di lire 130. 

Riassumendo poi tutti i lotti, di qualunque provenienza, ri- 
masti deserti d'oblatori dall'insediamento della Giunta a tutto il 
1877 si hanno 44 fondi urbani e 47 rustici così distinti: 







Fabbricati 


Terreni 


Non superiori alle L. 


100 


Lotti N. 


5 


Lotti N. 2 


fra L. ICQ e 


500 




12 


20 


500 


1000 




6 


M 


1000 


5000 




15 


8 


Sooo 


lOOOO 




I 


I 


lOOOO 


20000 




2 


• • 


20000 


50000 




4 


• • 


50000 


I 00000 




■ • 


• • 


I 00000 


200000 




I 


2 


2000 JO 


500000 




• • 


I 



Sommano come sopra Lotti N. 44 Lotti N. 47 

Oltre ai beni come sopra venduti o dati in enfiteusi, la Giunta, 
in ossequio alla legge, la quale determina che dalla massa capito- 
lare dei beni sia stralciata una quota da assegnarsi in natura al par- 
roco di ciascun Capitolo, dispose a titolo di quota curata pei Ca- 
pitoli Vaticano, Lateranense, Liberiano o di santa Maria Maggiore, 
delle seguenti tenute: 

Capitolo di San T^ietro in Faticano. 

Tenuta di TnVwaWfe di Ettari 314 

IJ. di Acquafredda » 258 

Assieme ettari 572 



142 ^fU Ecclejiaftico 

Capitolo Laferanenje. 
Tenuta di Tratolongo di Ettari 522 

Capitolo Liberiano. 

Tenuta del Quarticciolo colla annessa Pedica di 
Torre nuova di Ettari 558 

Totale ettari 1632 

Dopo le notizie date sulle vendite, le enfiteusi e le assegna- 
zioni di immobili, è opportuno far conoscere a quanto residuino i 
beni disponibili. 

Codesti beni, sia d'enti soppressi, sia di conservati, possono 
valutarsi a circa sei milioni. 

Di provenienza d'enti soppressi non esiste che una tenuta nel- 
l'agro romano, denominata delle Tre Fontane, e precisamente 
quella la cui vendita fu sospesa pel motivo indicato più sopra. 

Essa tenuta ha una estensione di Ettari 447 

Di provenienza d'enti conservati vi sono le tenute 
della Congregazione di Propaganda Fide, delle quali 
non potrà disporsi se non ultimata la lite promossa 
dalla detta Congregazione alla Giunta per andar 
franca dall'applicazione della legge. Esse tenute si 
denominano : 

Castel Romano w 12S) 

Pietraura o Coazzo » 224 

Pisana o Maschietto » 138 

Pantanella » 117 

Pare di provenienza di enti conservati vi è la te- 
nuta di Ramiano nei Comuni di Sant'Oreste e Pon- 
zano appartenente all'abbazia delle Tre Fontane, la 
quale fu più volte inutilmente esposta all'asta ...» 1007 

T>a rip?rtarfi . . . Ettari 3218 



^jfe Ecclefiaftico 143 

Xiporlo . . . Etfari 3218 

Di provenienza di enti fondati a benefizio di stra- 
nieri vi sono le tenute del Collegio Germanìco-Unga- 
rico denominate: 

Monte Mariola » 615 

Vicarello Sotto Bracciano » 1 1 3 5 

di cui si attende, come fu detto, a preparare i capito- 
lati speciali per l'enfiteusi. 

In totale adunque sono otto tenute per . . . Ettari 49GS 

oltre piccoli fondi urbani e rustici di ben mediocre importanza. 

Ed a proposito delle tenute, franca la spesa di far conoscere 
come la Giunta abbia proceduto nel curarne la vendita o la enfi- 
teusi. 

I terreni alienati o dati in enfiteusi ammontano ad ettari 46,9 14, 
dei quali 40,133 esistenti nell'agro romano e 6781 nel Circon- 
dario di Roma ed in altri. 

Lasciando da lato quest'ultima cifra, come quella che è costi- 
tuita in massima parte da lotti piccolissimi, gioverà spendere 
qualche parola su quella degli ettari 40,133 dell'agro romano. 

L'agro romano ha un'estensione di . . . Ettari 204,000 
divisi in 360 tenute. 

La Giunta per vendite od enfiteusi ha disposto 
di 7 1 tenute per Ettari 40,133 

Ne ha assegnate 4 per quote cu- 
rate di » 1,632 

Rimangono tuttavia disponi- 

bili 8 per » 4,968 

40,733 

Differenza . . . Ettari 157,267 

II che importa che gli enti ecclesiastici non possedevano nep- 
pure un quarto dell'estensione dell'agro- romano. 



144 *^//^ Ecclejiajtico 

Il modo di riparto delle tenute vendute o date in enfiteusi è il 



ses:uente : 



Elenco delle tenute dell'agro romano di cui la Giunta ha già 
disposto: 

Tfr vendita. 

'Provenienti da enti sopprejji. Spettanti ad enti confervati 



1 

Q 
-3 


'DfuoM in anione 




'•5 

la 
O 


7>^it0'»iMa*foif« 




O 




Eturi 


o 




Ettari 


i 

S 

55 


della Tenuta 




u 

B 


della Temuta 





1 MaglianA 349 

a AcqiMcetosA $04 

3 Infcrmeria o Risarò 167 

4 Valchetta i* porzioae ... 21 

IJ. 2- id 7 

Id. 3* id 52 

$ Monachina i* porzione. ... 85 

o selce 2* id 102 

3' id n 

6 Torreaageia o Mompeo .... 410 

7 Tor Vergata 168 

8 Grotta di Gregna o C^sal bru- 

ciato 24$ 

9 M.mdrie o Mandriole 31$ 

10 Miilpasso MI 

1 1 Marranelta 97 

12 Statuario 226 

1 3 S. Maria Nuova . 1 29 

14 Dragoncello o Monti di S. Paolo 662 
i; Prati del Valco i<* porzione . ao 

Id. 2* id. . . 28 

IJ. 5» id. . . 8 

Id. 4» id. . . . 7 

16 Vittorie e Casalvecchio. . . . 309 

17 San Cesareo 119 

18 Cerqueto i* porzione 175 

id. 2" id 318 

19 Torre rossa o Capannacce. . 138 

20 Ponte Nonientano 86 

21 Quarto del Tufello 42 

22 Quarto di S. Agnese 44 

23 Cornazzanello « . 372 

Sommano . • 5 335 



1 Conca I* porzione i 953 

id. 2* id I 7^8 

id. 3> id 1 914 

2 Castel Giubilèo 244 

3 Tor di Quinto 67 

4 Tragliatella 1 707 

5 Campo morto . 2 597 

6 Torre del Padiglione 3 366 

7 Prato Carbone • Pedica ... i\ 

8 Monte del Sorbo o PiJorotto . $Si 

9 Trigoria 73$ 

10 Malborghetto 805 

1 1 MagliancUa 370 

1 2 S. Anastasia 1 38 

1 3 Sepoltura di Kcrone €^4 

14 Palmarola 403 

i; Mazzalupo 127 

16 Casal del marmo 3B4 

17 Inviolatella !$<> 

18 Mimmoli 292 

19 Torrevecchia 26; 

20 Sant'Agata. . 332 

21 Quarto delle 40 rubbia. ... 71 

22 Radicelli Ii6 

23 Castelle. . . ; i 722 

24 Grottoni (per 314) 114 

25 Fontlgnano 732 

26 Monte del Forno (per i;3) . . 6q 

27 Casa Mistici (id.) . . los 

28 Morranella • Pedica 12 

29 S. Maura id 40 

30 Spinacceto - porzione 20 

Sommano ... 21 878 



tAffe Ecclefiajtico 



M5 



Ter enfiteuft. 



Spettanti ad enti fondati a benefi:(io 
di stranieri. 



Spettanti ad enti confervati. 



w 






u 






6 






e 






^ 


/ 




^ 






u 






w 






e 






O 






* 
ti 






•O 








T)tnomÌHa^ione détta Tenuta 


Ettari 


o 


Denomiuaiione della Ttiuta 


Ettari 


^ 






ì: 






1 






6 

3 






Ti 






?: 







1 Monte delle Piche 31 

2 Ponte Fratu 8$ 

3 Tor di Valle 188 

4 Tor de' Cenci iia 

5 Santa Maria in Celsano e Ban- 

dita di Calerla i ^$4 



SoniUMno * . 



2 070 



1 Boccea o Bocceola i 290 

2 Tragliata i 660 

3 Valca o Valchetta i 293 

4 Cervaro 268 

$ Prima Porta o Frassineto. . . 603 

6 Castelluccia 305 

7 Casal Perfetto o Presciano . . 704 

8 Carano i 438 

9 Salone 1 127 

10 Monte Oliviero 734 

11 Tor Pignattara o Cento Celle . 184 

12 Carcaricola 240 

1 3 Pietra Pertusa 1 004 

Sommano ... 10 8S0 



"^iaffunto. 



Tenute di Enti soppressi per vendita K. 23 

Id. di Enti conservati dello Stato id. 30 

Id. id. per enfiteusi 13 

Id. di Enti stranieri id. 5 

Totale N. 7 1 



di Ettari $,33$ 
id. 21,878 

id. 10,850 

id. 2,070 
Ettari 40,133 



Da codesti elenchi appare : 

I. Che sono 23 le tenute provenienti da case religiose sop- 
presse, le quali, a norma di legge, non potevano essere concesse 
in enfiteusi, ma dovevano essere vendute, che hanno una esten- 

19 — fonografia di Homa^ Parte IL 



146 ^fl^ Ecclefiaftico 

sione non vasta, e che le consuetudini locali, accennate dalla legge, 
non ne avrebbero ammessa la divisione, 

Tuttavolta la Giunta studiò spezzame alcuna in più lotti, a se- 
conda dei fabbricati che possedevano e delle strade che vi da- 
vano accesso, ed ottenne il seguente risultato : 

La tenuta di Valchetta (ettari 80) fu divisa in tre lotti, di 7, di 2 1 
e di 52 ettari. I due primi, formati dei terreni, migliori furono su- 
bito venduti, ma il terzo fu forza riprodurlo all'asta ben quattro 
volte, e venne aggiudicato con una diminuzione di lire sedicimila 
sul primo prezzo d'incanto. Se pel contrario di essa tenuta fosse 
stato fatto un sol lotto, era certo il compratore al primo incanto. 
Ma c'è di più : i compratori dei due primi lotti si convinsero di 
aver fatto un magro affare e li cedettero al nuovo proprietario 
del terzo e più grande lotto. 

La tenuta di Monachina e Selce (ettari 206) fu divisa in tre 
lotti, di 85, di 102, di 19 ettari ed esposta all'asta per due volte, 
non venne venduta. Alla terza tutti tre i lotti furono acquistati da 
un solo compratore. 

I prati del Valco, di ettari 63, alle porte di Roma, vennero 
esposti all'asta in quattro separati lotti, che in più volte vennero 
comprati da un solo individuo. 

2. Delle 43 tenute spettanti ad enti conservati, la Giunta ne 
ha vendute 30 e le altre 13 furono concesse in enfiteusi. 

Fra le vendute primeggia quella di Conca, di ettari 5625. Essa 
fu divisa in tre lotti, non potendosene di più per mancanza di strade, 
di fabbricati e di fontanili, e tutti tre i lotti furono separatamente 
acquistati da una stessa persona. 

La tenuta di Tragliata, di ettari 1661, divisa in tre lotti non 
trovò compratori. 

La tenuta di Tor di Quinto, di soli ettari 62, non trovò com- 
pratori che al quarto esperimento d'asta. 

La tenuta di Mazzalupo, di ettari 127, fu esposta ben tre volte 
all'incanto. 

La tenuta di Spinacelo, di ettari 20, fu venduta al quarto in- 
canto. 



^fjc Ecclefiaftico 147 

Le tenute S. Agata, di ettari 332, Miminoli, di ettari 292 e 
Torrevecchia, di ettari 265, fra loro confinanti, furono messe al- 
l'asta in separati lotti, e rimasero deliberati tutti tre allo stesso 
compratore. 

3. Oltre le 13 tenute derivanti da enti conservati, furono 
concesse in enfiteusi altre cinque tenute dell'agro romano di pro- 
prietà di enti fondati in Roma a benefizio di stranieri; ma Tobbligo 
in cui fu la Giunta tanto pei beni degli enti conservati dello Stato, 
quanto pei beni degli enti stranieri, di non diminuire il reddito agli 
attuali investiti degli enti da cui derivano le tenute, non le permise 
di imporre agli enfiteuti quei carichi che avrebbero eflfettivamente 
procurato un efficace bonificamento ai terreni. 

Del resto non è qui il luogo per trattare la secolare, e pur 
sempre gravissima, questione del risanamento dell'agro romano. 
Furono è vero concessi in enfiteusi 12,920 ettari di terreno, sparsi 
nei 204,000 dell'agro romano. Fu bensì imposto l'obbligo di bonifi- 
camento entro un determinato periodo di tempo per lire 1,419,500; 
ma allorché pei fatti qui messi in luce si deve toccar con mano 
che le più piccole fra le tenute dell'agro romano o rimasero più 
volte deserte di compratori, o, ripartite in più lotti, caddero in 
potere di un solo individuo ; ed allorché rimane accertato del 
pari che andarono deserti di compratori assai lotti di piccoli ter- 
reni, nelle località più salubri del circondario di Roma, é lecito 
pensare che neppure tutte le tenute disponibili potevan dare un 
efficace impulso a scongiurare una condizione di cose che dura da 
secoli. 

Forse una mano potente, raccogliendo in uno codesta vasta di- 
stesa di terreno incolto e malsano, aprendovi strade, praticandovi 
scoli, costruendovi fabbricati, e quindi ripartendola ad esperti e 
tenaci aflSttaiuoli e coloni, che non dubitino spendervi le più dure 
fatiche e porvi anche a repentaglio la vita, verrà a capo di un reale 
e durevole resultato ; ma, se ciò non avviene, sembra che anche i 
nostri più tardi nepoti avranno a lamentare come noi, e come i 
lontani nostri avi, le miserevoli condizioni dell'agro romano. 

A complemento poi delle notizie date sulla trasformazione dei 



148 ^//^ Ecclejiajtico 

beni immobili formanti il patrimonio delle corporazioni religiose 
soppresse e degli enti ecclesiastici di Roma, gioverà far conoscere 
che gli enti che lo possedevano, e dei quali ebbe fin qui ad occu- 
parsi la Giunta erano 130, cosi distinti : 

Q)rporazioni religiose N- 77 

Enti conservati » 53 

e che per le vendite e le enfiteusi già stipulate, essi beni passarono 
in mano a 5 io individui, appartenenti ad ogni ceto e nel maggior 
numero alla città e provincia di Roma. 

n patrimonio amministrativo della Giunta liquidatrice e pro- 
veniente dalle case religiose soppresse in Roma è composto come 
segue: 

^yl ttivo . 

Patrimonio fruttifero L. 56,724,580 21 { 

..... y\ ^ \ L. 60,260,747 83 

Patrimonio mfruttifero » 3,536,167 62J 

V affivo . 



Oneri perpetui L. 9>37i,623 17 

Oneri temporanei » 22,136,717 99^ 



31,508,341 -i6 
Sopravanzo attivo L. 28,752,406 67 



dedotto da questa somma il patrimonio attivo 

infi-uttifero di 3,536,16762 

Si ha un sopravanzo attivo fruttifero di L. 25,216,239 05 

Codesta somma può soggiacere a qualche modificazione, per- 
chè, se è vero che gli oneri temporanei diminuiscono d'anno in 
anno, non è men vero che possono aumentare gli oneri perpetui, 
man mano che si accertano e definitivamente si liquidano i pesi 
che gravano le singole case. 



^ffe Ecchfiaftico 149 

L'art. 2 della legge 19 giugno 1873 dispone che : 

« I beni delle corporazioni religiose soppresse nella città di 
» Roma, con riserva della conversione e con gli oneri loro ine- 
» renti e con quelli stabiliti dalla presente legge, sono devoluti ed 
» assegnati come segue : 

» 1. 1 beni delle case in cui i religiosi prestano l'opera loro 
» nella cura degli infermi,siain ospedali loro proprii,sia in altri ospe- 
» dali, o che attendono ad opere di beneficenza, sono conservati 
» alla loro destinazione ed assegnati agli ospedali, alle corrispon- 
» denti opere pie ed alla Congregazione di carità di Roma, per 
» essere amministrati a norma della legge del 3 agosto 1862; 

» 2. I beni delle case i cui religiosi attendono all'istru- 
» zione sono del pari conservati alla loro destinazione, ed asse- 
» guati, per la parte che concerne l'insegnamento e l'educazione 
» popolare, al Comune di Roma pel mantenimento di scuole pri- 
» marie, asili ed istituti di educazione di simil genere; e per la 
» parte che concerne la istruzione secondaria o superiore, a scuole 
» od istituti del medesimo grado, mediante Decreto reale, secondo 
» le norme stabilite dalle leggi dello Stato; 

» 3. 1 beni delle case cui sono annesse chiese parrocchiali 
» saranno ripartiti fra le chiese stesse e le altre chiese parroc- 
» chiali di Roma, tenuto conto della rendita e della popolazione 
s> di ciascuna parrocchia. La somma da ripartirsi non eccederà le 
» lire 3,000 per ciascuna parrocchia, compresa la dotazione 
» attuale; 

» 4. Sui residui dei beni, detratto il capitale delle pensioni, 
» in ragione di sedici volte il loro ammontare, sarà assegnata alla 
» Santa Sede una rendita fino a lire 400 mila, per provvedere al 
» mantenimento delle rappresentanze degli ordini religiosi esistenti 
» all'estero. 

» Sino a che la Santa Sede non disponga di detta somma, 
9 potrà il Governo del Re afiidarne l'amministrazione ad enti ec- 
» clesiastici giuridicamente esistenti in Roma, 



150 *^ff^ Ecclefiaftico 

» È data facoltà al Governo del Re di lasciare, mediante Decreto 
» reale, da pubblicarsi insieme colla presente legge, agli attuali 
» investiti delle rappresentanze anzidette, sino a che dura Tufficio 
» loro, 1 locali necessari alla loro residenza personale e al loro 
» ufficio. » 

In ossequio a codeste disposizioni la Giunta assegnò al Muni- 
cipio di Roma, dal cui seno esce la Congregazione di carità, 
Tospedale di san Giovanni Calibita coi beni che gli appartenevano 
e che superano un milione di lire, già tenuto dai Fate-bene-fratelli, 
nell*intendimento che il Municipio, il quale non possedeva un 
ospedale proprio, se ne giovasse nei suoi bisogni, conservando, 
sotto determinate condizioni, i soppressi religiosi, trasformati in 
libera associazione laicale. 

Alla Congregazione di carità, la Giunta assegnò una casa in 
via Ton'etta di Borghese, numeri 44 e 45, legata da una pia testa- 
crice per servir di dimora a cinque povere vedove romane di età 
superiore ai quarant'anni. Alla stessa Congregazione fu pure asse- 
gnata una rendita, in certificati nominativi del debito pubblico ita- 
liano, di annue lire 4937 91, rappresentanti un capitale nominativo 
di lire 98,758 20, da erogarsi a seconda della mente di pii benefat- 
tori in assegni dotali. Di più la Giunta medesima assegnò fin qui 
in danaro alla ripetuta Congregazione lire 42,000 per erogarle in 
opere di beneficenza. 

Sebbene sia stato riconosciuto che i patrimonii delle case reli- 
giose, le quali avevan per istituzione l'obbligo della educazione po- 
polare, siano attualmente passivi, non tanto pel pagamento delle 
pensioni ai religiosi o religiose che vi erano addetti, quanto pei de- 
biti di cui le case stesse, all'epoca della loro presa di possesso, 
erano gravate, tuttavia affinchè « non siano interrotti questi ser- 
vizii secondo lo stato attuale » come dispone 1* articolo 14 della 
legge, la Giunta ha assegnato al Municipio di Roma in acconto di 
quanto potrà competergli, lire 150,000. 

Per la istruzione secondaria o superiore furono spese dall'im- 
pianto della Giunta lire 198,750. 



^ffe Ecclefiafti co 151 

Nelle congrue ai parrochì della città di Roma vennero fin qui 
erogate lire i o i ,445 51. 

Per provvedere al mantenimento delle rappresentanze degli or- 
dini religiosi esistenti all'estero furono spese lire 135,000, le quali 
vennero esatte a nome del cardinale Vicario di Roma, che, come 
ente ecclesiastico giuridicamente esistente, ne assunse l'ammini- 
strazione e distribuzione. 

Tutti i superiori generali degli ordini o congregazioni religiose 
aventi case all' estero, e che si trovavano in carica all' attuazione 
della legge, ottennero dal Governo del Re nei rispettivi conventi di 
Roma i locali necessari alla loro residenza personale e al loro 
ufficio. 

In ossequio all'articolo 3 della citata legge, il quale dispone, che 
i beni delle corporazioni ed enti ecclesiastici soppressi, pei quali 
non è altrimenti disposto, siano costituiti in un fondo speciale di 
benifìcenza e religione, col quale si provvederà al pagamento delle 
spese che gravavano il bilancio dello Stato per ragion di culto e per 
edifizii sacri ed ecclesiastici nella città di Roma, la Giunta erogò 
lire 798,815 49, nella quale figurano per lire 675,135 26 le spese 
per la ricostruzione della Basilica di san Paolo fuori porta Ostiense. 

L'articolo 14 della legge impone alla Giunta fra gli altri carichi 
il pagamento degli oneri inerenti alle case religiose soppresse e 
quello delle spese di culto delle chiese ufficiate dalle disciolte cor- 
porazioni. 

Di tali oneri occorre specialmente segnalare il pagamento 
in lire 1,229,330 07 fatto dalla Giunta per passività plateali delle 
case medesime verso i loro somministratori di generi per vitto 
e vestiario. 

Certamente pare appena credibile un tal cumulo di passività pla- 
teali; ma di un fatto cosi anormale è da ravvisare la causa primaria 
nella pessima anteriore amministrazione delle case religiose, poi 
nel proposito deliberato a che esse vennero di lasciare insoddisfatte 
tali passività e di crearne continuamente di nuove, tosto che eb- 
bero sentore che anche a Roma si sarebbero estese le leggi di sop- 
pressione pubblicate nelle altre parti del regno. 



152 «^//^ Ecclefiajtico 

Credesi opportuno di mettere in evidenza, distinti in varie ca- 
tegorie, codesti debiti. 

Da L. 



I 


a 


L. 


100 


N. 


712 


per L. 


38,613 63 


lOI 






200 




407 




67,076 09 


201 






500 




294 




105,118 78 


501 






1000 




212 




152,433 38 


lOOI 






2000 




136 




193,284 62 


2001 






5000 




III 




33i>;32 25 


5001 






lOOOO 




16 




102,890 04 


lOOOI 


in 


su 






12 




233,381 28 



Totale N. 1900 per L. 1,229,330,07 

A fronte di un numero cosi rilevante di creditori che si presen- 
tarono con dichiarazioni dei rispettivi superiori delle case religiose 
aflfermanti la verità dei debiti, e con estratti di registri commerciali 
che possono far fede davanti i tribunali, la Giunta fu costretta a 
pagare per iscansare lunghi litigi d'incerto esito e il conseguente 
carico di spese giudiziarie. 

Le chiese di Roma sommano a 323 ; ma quelle già apparte- 
nenti a corporazioni religiose soppresse e da queste tenute aperte 
al culto pubblico erano 126. 

Per esigenze di pubblici servizii ne furono chiuse 7 cioè: 

1. Santissima Annunziata, in via Sforza, già delle monache 
Turchine, altrove concentrate. 

2. Santa Teresa, in via Venti Settembre, già delle Carmelitane, 
altrove concentrate. 

3. Santissima Incarnazione, in via Venti Settembre e 

4. San Caio, pure in via Venti Settembre, già delle Carnìe- 
litane, dette le Barberine, altrove concentrate. 

5. Santa Marta in piazza del Collegio Romano, già delle mo- 
nache Agostiniane, altrove concentrate. 

6. Sant'Antonio abbate, vicino a Santa Maria Maggiore, gii 
delle Camaldolesi, altrove concentrate. 



fAffe Ecclefiaftico 153 

7. Oratorio di Santa Maria della Scala in Trastevere, già dei 
Carmelitani. 

Codeste chiese non hanno alcuna importanza monumentale, 
ad eccezione della facciata di quella dedicata a Sant'Antonio abbate, 
che verrà conservata intatta dall* amministrazione militare ces- 
sionaria. 

La chiusura delle prime quattro di dette chiese non diede luogo 
a richiami, ma quelle delle altre due, di Santa Marta, e Sant'An- 
tonio abbate, diede origine ad una lite promossa dal Cardinal Vi- 
cario per contrastare al Governo il diritto che esso presume essergli 
concesso dalla legge sulle chiese delle case religiose soppresse: lite 
non per anco dai tribunali decisa. 

Per l'uffiziatura delle chiese delle corporazioni religiose, la 
Giunta ha un carico annuo di lire 250,769 05 ed ha speso sin qui 
lire 1,009,059 75. 

L'articolo 16 della legge 19 giugno 1873 dispone che nella 
città di Roma e nelle sedi suburbicarie il disposto dell'articolo i 
della legge 15 agosto 1867 (che non riconosce più come enti mo- 
rali i capitoli delle chiese collegiali ed altri enti ecclesiastici) avrà 
eflfetto solamente pei canonicati, benefizii, cappellanie, abbazie ed 
altre istituzioni ecclesiastiche di patronato laicale, pei quali riman- 
gono in vigore le disposizioni dell'articolo 5 della stessa legge, 
cioè la facoltà ai patroni laici di rivendicarne i beni che ne costi- 
tuiscono la dotazione, pagando alla Giunta una determinata tassa, 
la quale, per gli enti esistenti in Roma, è devoluta al fondo spe- 
ciale di beneficenza e di religione, prescritto dall'articolo 3 della 
legge, e per gli enti esistenti nelle Diocesi suburbicarie è de- 
voluta ad uso di beneficenza e d'istruzione a favore dei Comuni 
in cui gli enti medesimi esistono. 

Sorse di subito una questione se le prelature fossero colpite 
dalla legge, e quindi potessero esserne svincolati i beni. Il Governo 
del Re, in seguito di un parere del Consiglio di Stato, adottò che 
le prelature in genere non sono da tenersi colpite dalla legge del 

19 giugno 1873. 

In eseguimento poi al detto articolo furono accolte cinque- 

20 — t\Conografia di 1Ìpma, Parte IL 



154 ^//^ Ecclefiaftico 

centonovantotto domande per svincolo di benefìzi o cappellanìe di> 
patronato laicale. 

A favore dei Comuni delle Diocesi suburbicarie fu ricono- 
sciuto spettare la somma di lire 688,681 17, della quale la 
Giunta pagò sin qui lire 364,400 97 e pagherà il rimanente 
non appena i Comuni creditori abbiano ottenuto dal Governo 
l'autorizzazione pel reimpiego di quanto loro compete in ren- 
dita sul Debito Pubblico vincolata o per opere di beneficenza 
per istruzione. 

Oltre alle dette domande la Giunta ebbe ad occuparsi di altri 
1450 benefizii o cappellanie per accertarne il patronato, prenderne 
. in caso il possesso perchè non svincolati, dichiararli esenti dalla 
legge ove il patronato fosse ecclesiastico, ma convertirne in ren- 
dita i beni immobili. 

Lo studio di essi benefizii diede il seguente risultato: 

Furono riconosciuti: 

esenti da soppressione perchè di patronato ecclesiastico N. 563 

soggetti a conversione perchè in possesso di beni immobili 5 

di patronato laicale ed assunti perciò in possesso dalla Giunta 4 1 

rimangono in corso d'esame 841 

L'esame della condizione giuridica di codesti enti è lunga e 
delicata, ed è resa anche più difficile dalla resistenza degli investiti, 
i quali, o si rifiutano di presentare i necessari documenti, o dichia- 
rano di non possederne. 

Mediante assegni a carico della Giunta furono conservate, come 
prescrive la legge, al pubblico servizio le seguenti biblioteche : 

1. Angelica, già dei religiosi di Sant'Agostino. 

2. Casanatense, già dei Domenicani alla Minerva. 

3 . Vallicelliana, già dei Filippini a Santa Maria in Vallicella. 
Coi libri rinvenuti nelle case di tutte le altre corporazioni reli- 
giose soppresse, in numero di circa 650,000 volumi, e che, secondo 
le prescrizioni della legge, avrebbero dovuto dalla Giunta rilasciarsi, 
d'accordo col Ministero dell'Istruzione Pubblica, ad Instituti le^ 



^fft E e e lefiaftic o 155 

terari e scientifici di Roma, venne dall'anzidetto Ministero, con 
savio consiglio, fondata nel fabbricato del già Collegio Romano, 
mercè Decreto reale del 13 giugno 1875, una nuova biblioteca che 
s'intitolò da Re Vittorio Emanuele, la quale, provveduta, a spese 
del Ministero medesimo, dei libri recenti e più pregiati, è diventata 
uno dei più splendidi ornamenti di questa città a sommo giova- 
mento di tutti gli studiosi. 

L'applicazione di una legge di tanta importanza non poteva non 
dar luogo a controversie giudiziarie. 

Dall'insediamento della Giunta a tutto il 1877 le cause fu- 
rono 304, delle quali diedero luogo a transazioni . . N. 39 
furono lasciate in tronco per fatto degli avversari . , 52 

flirono vinte 98 

furono perdute 36 

e non sono per anco decise 79 

Altri particolari potrebbero essere soggiunti intorno all'esecu- 
zione della legge del 19 giugno 1873 sulla soppressione delle cor- 
porazioni religiose e sulla liquidazione dell'asse ecclesiastico di 
Roma; ma si reputa che le cose esposte bastino a darne sufficiente 
notizia, e sian quelle di cui l'universale abbia maggior desiderio di 
avere preciso ragguaglio. 

Solo credesi dover soggiungere che l'esecuzione di detta legge, 
se diede luogo a lamenti per parte di coloro, i quali ne rimanevano 
offesi o nelle loro radicate opinioni o nei loro interessi, non pro- 
mosse richiami che fosser causa della minima turbazione dell'or- 
dine pubblico. Di ciò è da'render merito agli intendimenti tempe- 
rati a cui la legge stessa è informata e ai modi del tutto miti e 
conciliativi con che venne recata in atto. La mercè di essa le 
condizioni di questa Roma, già inespugnabile cittadella della ma- 
nomorta ecclesiastica, ed operoso focolare di tutte le corporazioni 
religiose, vennero ragguagliate a quelle del rimanente del regno, 
ed anche qui si die mano a una grande riforma economica e ci- 
vile, di cui già appaiono copiosi i fiiitti, senza che ne derivasse 



IS6 ^//e EccUfiaftico 

scapito alle esigenze di quel culto che è professato dalla gran 
maggioranza dei cittadini italiani, o che si menomasse l'ossequio 
a quella religione che ha qui il centro della sua unità. Ne già si 
può metter dubbio che quando la legge, di cui si trana, avrà a^nito 
il suo pieno eseguimento e Ìl gran principio delta libertà reli- 
giosa sarà dalla legislazione nostra passato nei costumi e nella 
persuasione universale, e quando saranno attutite le passioni pro- 
vocate dagli eventi contemporanei, cesseranno tutti i clamori dalla 
medesima destati, e si ravviserà, che, mentre non ha punto nociuto 
ai véri e più preziosi interessi della religione, è tornato in grande 
giovamento economico e morale di questa nobilissima fra le città. 



IST%V ZIO'N^E 'PXIMAIIIA E S EC O'ìi.DAK^I A 

NELLA CITTÀ E PROVINCIA DI ROMA. 



N A delle più ragionevoli curiosità circa la Provincia 
di Roma, è quella che riguarda le condizioni dell'istru- 
zione. La storia ha infatti raccolto in questa classica terra da un 
lato tutti gli elementi d'una civiltà che rigermoglia perpetuamente 
sul tronco antico, dall'altro tutte le cause di ìncurevole rassegna- 
zione e di oblio. Le memorie ancor vive di un passato, che parla 
da' suoi avanzi giganteschi, disseminati per le città e per le cam- 
pagne, anche all'immaginazione del volgo; gli archi, i teatri, Ì 
templi e le colonne, si alternano e si confondono da per tutto coi 
conventi e cogli emblemi di istituzioni destinate a distogliere gli 
uomini da ogni pensiero dì grandezza e di gloria, insegnando 
l'inutilità di t^ni cura rivolta alle cose di questo mondo. Questo 
contrasto visibile in ogai luogo, quest'antitesi colossale, che com- 
pendia una storia di duemila e cinquecento anni, arresta e trat- 
tiene, non meno gli occhi dell'artista, che la mente del pensatore, 
tormentato di continuo da una serie di problemi, e di frequente 
anche di enigmi, che formano il fàscino dì questa terra privi- 
legiata. 

La provincia di Roma, nucleo ed avanzo d' uno Stato retto da 
secoli con leggi e forme sue proprie, vissuta lungamente in di- 
sparte sotto il dominio di tradizioni e di usanze tenaci, quantun- 
que riunita per l'ultima al Regno d' Italia, non viene molto dopo 



158 Iftru:(^ione primaria e secondaria 

le prime, per ciò che riguarda la diffusione della cultura. È inutile 
dire che non è questo V effetto esclusivo delle leggi e delle istitu- 
zioni del Regno, 

Per quanto la libertà abbia contribuito a fecondare il buon 
seme, è evidente che questo esisteva già innanzi. Sette anni, infatti, 
non bastano a tramutare le usanze di un popolo; il quale obbe- 
disce agli esempi e alle consuetudini più che ai decreti, come 
palesano le esperienze raccolte in un tempo più lungo in qualche 
provincia meno fortunata. 

In omaggio alla verità e alla giustizia è da confessare che il 
governo passato riserbava le sue diffidenze principalmente agli 
studi elevati, a quelli segnatamente dai quali si possono trar con- 
seguenze di effetto lontano nelle teorie che si riferiscono al mondo 
e alle cose umane, e perciò alle scienze di osservazione. Certe ve- 
rità di fatto, per quanto sulle prime appariscano indifferenti, mo- 
dificano il metodo e quindi la filosofia, che a sua volta reagisce 
sopra la fede. Ciò non poteva convenire a un governo sacerdo- 
tale. Ma quanto a quell'istruzione modesta e pacifica, che oltre- 
passa di poco i limiti deir-alfabeto, il governo pontificio, nonché 
riguardarla come un pericolo, la considerava come uno dei mezzi 
più efficaci di tener legata la gioventù al clero, e uno strumento 
di autorità e di influenza. Il clero infatti, se si prescinda da cin- 
quanta maestri laici autorizzati in Roma, e da alcune donne che 
avevano facoltà di tener scuola di piccole bambine, era il solo e 
naturale maestro, facendo dell' insegnamento un ufficio esclusiva- 
mente suo proprio e privilegiato. Per ciò in ogni luogo preti, frati 
e monache aprivano scuole, raccogliendo da ogni parte bambini, 
mescolando l'abbecedario col catechismo e alternando le pazienti 
e pietose diligenze educative colle misurate sollecitudini per l'istru- 
zione. Poiché i parenti si sommettevano, talvolta rassegnati, più 
spesso lieti di lasciar fare, largheggiando di fiducia con chi si pren- 
deva cura dei loro figli, il leggere e lo scrivere, fra i maschi, e so- 
lamente il leggere fra le donne, andò propagandosi, e soprattutto si 
formò e diffuse nelle famiglie la preziosa abitudine di inviare i 
figli alla scuola. 



Iftruiione primaria e secondaria 139 

Di qui provenne che la provincia romana fu trovata nel 1870 
più innanzi, quanto a istruzione popolare, di quello che gl'Italiani, 
giusta un concetto un po'confuso del suo governo, solessero pre- 
vedere. Infatti di subito la prima leva, che fu appunto quella 
del 1870, sopra 100 coscritti ne diede soltanto 59.93 che non sa- 
pevano leggere, collocando cosi questa provincia al di sopra, oltre- 
ché della Sicilia, che n'ebbe 74.01, del Napoletano (72.81) 
della Sardegna (78.48), anche dell'Umbria, che n'ebbe 65.01, 
delle Marche, con 66.39, dell'Emilia con 62.60, e poco lontana 
dalla Toscana. Anzi l'anno successivo, nella leva cioè del 1871, 
la provincia di Roma oltrepassò, benché di pochissimo, la To- 
scana stessa, avendo avuto sopra 100 coscritti 59.68 inalfabeti, 
quando in Toscana se ne trovarono 59.69. Cosi essa venne a tro- 
varsi di botto, ed evidentemente non per effetto delle nuove leggi, 
nella scala delle regioni ordinate secondo la cultura elementare, 
tosto dopo il Piemonte, la Lombardia e il Veneto, 

Il terreno, come si vede, non era mal preparato. Se però non 
era nuovo il concetto della scuola, nuova del tutto giungeva la 
sua organizzazione. 

Sotto il governo pontificio insegnavasi ai maschi il leggere e 
lo scrivere, principalmente come avviamento al latino, e alle donne 
il leggere, come mezzo di adoperare i libri di preghiera; ma l'istru- 
zione elementare non costituiva un corso completo in sé, diretto a 
procacciare a ciascuno quell'insieme di cognizioni, di cui nella vita 
civile abbisognano tutti i cittadini. Per giunta, poiché la legge del 
13 novembre 1859, promulgata tosto nella provincia di Roma, ri- 
chiede una scuola maschile ed una femminile in ogni Comune, trat- 
tavasi di indurre i Comuni, ch'é come dire i contribuenti, a votame 
le spese, a dedicarvi le loro cure, edificando o prendendo a pigione 
locali adatti, fornendoli dei necessari arredi, nominando insegnanti 
muniti di patente ecc. 

Per vedere come quest' opera non fosse di lieve conto, basta 
considerare che nella maggior parte dei paesi c'erano lasciti a be- 
nefizio dell'istruzione, il cui godimento veniva dal governo di prima 
assegnato al clero, coU'obbligo di far la scuola. Ove queste non esi- 



i6o Iftru:(^ione primaria e secondaria 

stevano, i Comuni s'impegnavano a una piccola contribuzione annua 
verso una congregazione religiosa, i Gesuiti, gli Scolopi, gì' Igno- 
rantelli, le Clarisse, le Suore del prezioso Sangue, le Venerine ecc., 
liberandosi con questo da ogni pensiero. Trattavasi quindi di su- 
scitare, per dir così, un mondo nuovo accanto al vecchio, di dar 
vita all'uno quando l'altro non era morto, di sciogliere gli antichi 
contratti, di rivendicare i lasciti, di fare che i Comuni si impegnas- 
sero a spendere assai più di prima, a considerare l'istruzione come 
cosa loro propria, e a porvi amore e prenderne cura, in luogo di 
trarsi d'ogni impiccio, confermando un mandato ad altri, senza sa- 
perne più nulla, come solevano da lunghi anni. A considerarla nel 
1870, quest'operazione, da compiere nei 227 Comuni della pro- 
vincia, non appariva facile. Nondimeno, oltreché il desiderio quasi 
generale in principio, di esimersi dalla tutela dei preti, giovò gran- 
demente, in questa provincia, anche dove mancano l'intrapren- 
denza spontanea e l'iniziativa, ci sono sempre molta deferenza al- 
l'autorità e molta disciplina, qualità che riescono al medesimo 
effetto di far qualche cosa, oltre a quello di evitare la confusione. 
Cosi avvenne che nel 1870-71, il primo anno si trovarono 
aperte ben 735 scuole comunali; le quali vennero poi crescendo 
via via, secondo la tabella che sta qui sotto: 



1870-71 


Num. 


735 


1871-72 




787 


1872-73 




888 


1873-74 




928 


1874-75 




977 


1875-76 




1045 



Ma nelle private, combattute dalla gratuità e dai migliori me- 
todi delle pubbliche, nonché dai mancati assegni dei Comuni, ecco 
un movimento rapidissimo in direzione opposta; poiché da 416 
ch'erano ancora nel 1871-72 si ridussero a no nel 1872-73, per 



lftru7;ione primaria e secondaria i6i 

risalire a i86 nel 1873-74, a 176 nel 1874-75 e a 189 nel 1875-76. 
Cosi in quest'ultimo anno s'ebbero nella provincia di Roma, fra 
pubbliche e private, 1234 scuole; una in ragione di 677 abitanti, 
sugli 836,704 che fanno la popolazione della provincia. 

Il rapporto d'una scuola per 677 abitanti resta alquanto infe- 
riore alla media d'Italia che, giusta la statistica del 1875-76^ è di 
una sopra 568, ma non rimane molto lontano da quello di Pro- 
vincie riputate per le loro tradizioni di coltura. 

A meglio chiarire le condizioni della provincia di Roma, rife- 
riamo le. cifre dei grandi compartimenti dello Stato. 

L'Italia settentrionale (Piemonte, Liguria, Lombardia e Ve- 
neto) ha una scuola (pubblica o privata) per 443 abitanti; la Cen- 
trale (Emilia, Marche, Toscana, Umbria e Lazio) una per 571 ; la 
Meridionale peninsulare (Abruzzi, Molise, Campania, Puglie, Ba- 
silicata e Calabria) una per 698; l'insulare (Sardegna e Sicilia) una 
per 936. La provincia di Roma trovasi quindi in una condizione 
al di sopra della media nel gruppo delle r^ioni dell'Italia centrale; 
ciò che le torna a non poca lode, se si considera che il lavoro del- 
l'istituzione delle scuole era nel 1875-76 incominciato in questa 
provincia da soli 6 anni, mentre nelle altre durava da 16. 

È però da notare che4e 1234 scuole si ripartiscono assai va- 
riamente sui cinque circondari, d;:i quali la provincia è formata, 
essendo assai differenti dall'uno all'altro le condizioni economiche, 
sociali e civili. La parte settentrionale costituita dal circondario di 
Viterbo, arieggia la Toscana, la meridionale invece, che comprende 
quella di Velletri e di Prosinone, s'accosta alle provincie napole- 
tane. Lasciando i minuti particolari, che non farebbero al caso, ba- 
sterà dire che, relativamente agli abitanti, il primo ha circa un terzo 
di scuole più che i due altri ; e un numero un po' inferiore a quello 
di Viterbo ha pure il circondario di Roma, quantunque quest' ul- 
timo comprenda tutte le scuole della capitale. Anche nella provincia 
di Roma si verifica quindi, pressoché esattamente, la legge generale 
in tutto il Regno, che le scuole diminuiscono da settentrione verso 
mezzogiorno. 

Rappresentando il numero totale delle scuole con 100, 85 nel 

21 — fonografia di '^oma. Parte li. 



i62 IftruTiione primaria e secondaria 

1875-76 erano pubbliche e 15 private. Cera quindi poco più di 
una scuola privata contro 6 pubbliche. Ed è poco, poiché nella me- 
dia d'Italia, sopra 100 scuole nello stesso anno, le pubbliche e- 
rano 81 e le private 19; le private cioè stavano alle pubbliche presso 
a poco come una a quattro. Ora la scarsezza di scuole elemen- 
tari private nella provincia di Roma merita tanto più di essere os- 
servata, che dovunque non manchi una grande città, queste 
scuole crebbero rapidamente, aiutate, contro quello che i più cre- 
devano, dalla gratuità delle pubbliche, alle quali le famiglie agiate 
rifuggono di regola dall' inviare i loro figli. Cosi a Torino, a 
Milano, a Venezia l'insegnamento privato ha una grande impor- 
tanza; a Firenze poi gli appartiene un terzo delle scuole, e a 
Napoli poco meno della metà. A ciò si aggiunga che nella provin- 
cia romana acquistarono il nome di scuole private quelle stesse 
che sotto il governo pontificio si riguardavano come pubbliche, le 
scuole cioè delle associazioni ecclesiastiche e delle soppresse cor- 
porazioni, le quali scuole in buona parte rimasero in vita, pro- 
tette dalle libere leggi italiane. Questa circostanza che avrebbe do- 
vuto rendere le scuole private più numerose in questa provincia 
che nelle altre, mostra come la scuola del Comune abbia acqui- 
stato rapidamente la fiducia del pubblico. 

Delle 1045 scuole pubbliche, 523 erano maschili, 479 femmi- 
nili e 43 miste; delle 189 private, le maschiU erano 66, le fem- 
minili 133. Dove è notabile, che nelle pubbliche il numero delle 
maschili supera quello delle femminili ; mentre l'opposto avviene 
fra le private; il che si spiega facilmente colla maggiore ripugnanza 
delle famiglie, ogni poco agiate, a inviare le bambine alle scuole 
pubbliche , e quindi al maggiore sforzo che fanno di pagare la 
scuola per qwieste, che per i maschi. È da avvertire però che que- 
sto fatto non avviene se non dove sia abbastanza vivo e comune- 
mente sentito il bisogno di istruire anche le donne, cioè nelle Pro- 
vincie più colte. Così in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, in 
. Toscana s'incontra lo stesso fenomeno che nella provincia di Roma. 
Ma nella Calabria, in Basilicata e in Sicilia li numero delle scuole 
femminili rimane inferiore a quello delle maschili non meno fra 



Iftru:(^ione primaria e secondaria 163 

le private che fra le pubbliche, essendo più debole il bisogno di 
dare un'istruzione alle fanciulle o di inviarle a una scuola qualsiasi. 

Delle scuole, la statistica può dire il numero, ma difficilmente 
le qualità. Rispetto ai locali la provincia di Roma, cominciando 
dalla capitale, va annoverata fra le più infelici. Egli è che la 
scuola elementare del Comune è di natura sua una istituzione de- 
mocratica, che cresce spontanea e rigogliosa, a guisa di pianta 
indigna, agli Stati Uniti e nella Svizzera, mentre qui le tradi- 
zioni e i costumi sono ancora aristocratici e si risentono del feu- 
dalismo. Tutto quanto c'è di bello, di elegante o di comodo è 
opera di grandi femiglie privilegiate, proprietarie quasi esclusive 
del suolo, fautrici e mantenitrici di ciò che s'attiene al gusto signo- 
rile e all'arte, spesso generosamente benefiche, ma dalle quali, ap- 
punto per ciò, il popolo minuto era uso a dipendere e ad aspettare 
ogni cosa. Quindi le istituzioni, figlie, per cosi dire, de' bisogni 
suoi e nate in altri paesi da esso, o mancano, o penano a diven- 
tare vigorose. Il Comune poi sotto il governo pontificio, appena 
si può dire che esistesse, e nessuno naturalmente pensava a edi- 
ficar scuole, alle quali, come fu detto, provvedevano i conventi, 
le chiese, e il clero, talvolta le stesse famiglie nobili, tenutevi in 
forza di lasciti degli antenati, ma senza darvi un'importanza mag- 
giore di quella che avessero allora l' istruzione in sé e il bisogno, 
al quale soddisfaceva. 

In principio riponevasi ogni speranza nell'occupazione dei con- 
venti. Ma molti fiirono lasciati alle corporazioni, dichiarate libere 
associazioni laicali ed esenti dalla legge, e molti, occupati dal 
Demanio, vennero poi assegnati allo Stato, o sono ancora contesi 
fra Demanio e Comuni per varie cause, ovvero abitati tuttavia da 
frati e da monache, che la Giunta liquidatrice o l'amministrazione 
del fondo per il culto non sa dove trasferire. Ciò è quanto dire che 
i conventi passati ai Comuni si riducono a una parte minima e 
non sono i migliori. Ma poi, oltre a questo, un convento è sempre 
un convento e non una scuola, e il tramutar quello in questa 
non è né facile, né di poca spesa, come non lo sarebbe da un 
carcere tirar fuori una chiesa, o da una locanda un teatro. 



164 Iftru:^ione primaria e secondaria 

Per tutto ciò non sarebbe rimasto altro che erigere edifizi 
appositi. Ma qui le condizioni dei Comuni, aggravati in un tratto 
da ingenti spese di ogni genere, e tuttavia pieni di bisogni grandi 
e pressanti, almeno al pari di quelli dell'istruzione, di una meno 
negletta nettezza pubblica, dell'illuminazione, delle fogne che non 
c'erano in nessun luogo, dei cimiteri, lusso di pochi, e delle strade, 
o mancanti affatto o trasandate, spiegano da sé il non molto che 
s'è potuto fare. Le scuole di regola stanno quindi a pigione e pas- 
serà un tempo non breve prima che, in Roma e fuori, vi sia prov- 
veduto altrimenti. Perchè, oltre tutto, sia in questa, sia nelle altre 
Provincie d'Italia, delle quali non c'è gran fatto di meglio a dire, 
gli edifizi appositi per le scuole non sorgeranno, se non quando la 
scuola rappresenti un bisogno generalmente sentito dalle popola- 
zioni, come la chiesa, che appunto per ciò non c'è paesello, per 
quanto misero, il quale da sé non si sia costruito la sua. Quando 
si capirà che, se la scuola riesce a risparmiare un omicidio o un 
ferimento in un anno , a distogliere qualcuno dall' abitudine di 
portare il coltello, a far acquistare quella di lavarsi, di amare la 
vita ordinata, di porre da parte quel poco che ognuno può, la spesa 
n'è subito più che pagata, sebbene tutti questi vantaggi si otten- 
gano in misura minima; quando cioè si smetterà la vecchia gret- 
teria di credere che tutta l'utilità della scuola si restringa all'in- 
segnamento dell'alfabeto, e i benefizi suoi saranno valutati equa- 
mente, senza diffidenze da signorotti e disprezzi da grulli, allora 
non parrà troppo ch'essa si ricoveri tranquilla, modesta e pulita 
fra quattro mura proprio sue, le quali servano a far fede del rispetto 
e della gratitudine pubblica, non solamente per la cultura, ma per 
l'amore del bene, di cui deve essere banditrice. 

Il numero dei maestri pubblici dipendenti dai municipi, supera 
di poco quello delle scuole, essendo stato nel 1875-76 di iior, 
mentre le scuole furono 1045; ciò che è inevitabile, dacché nella 
statistica italiana la parola scuola significa aula o classe. L'eccedenza 
degli insegnanti rappresenta i direttori e i sotto-maestri. Nelle 
scuole private gl'insegnanti erano 287 per 189 scuole, essendo i 



IJtruT^ione pimaria e secondaria 165 

sottomaestri neirinsegnamento privato più numerosi che non nel 
pubblico. Tra pubblici e privati i maestri erano 1388. 

I maestri delle scuole pubbliche della provincia romana sono 
in gran parte venuti da fuori, dal Piemonte principalmente, poi 
dalia Lombardia, dalla Toscana e dall'Abruzzo. Era questa in prin- 
cipio una necessità, se non si voleva mettere tutte le scuole in 
mano del clero o affidarle a maestri senza patente. Àppun^to per- 
ciò i maestri pubblici, con patente definitiva, giungono a 90 
per 100, mentre nelle scuole private i non patentati sono quasi 
la metà. 

. Particolarmente importante per questa provincia è il sapere 
quanti insegnanti appartengano al clero. Sul numero totale di 
1388, son laici 991, e preti, frati o monache 397, cioè, rappresen- 
tato il numero totale con 100, appartengono al clero secolare o 
regolare 29 e al laicato 71. Ciò nelle scuole pubbliche e private 
prese insieme. Il rapporto però varia gradatamente dalle une alle 
altre, poiché nelle scuole pubbliche i laici, sul totale di 100, sono 81 
e gli ecclesiatici 19, mentre invece nelle scuole private i laici sono 
41 e gli ecclesiastici 59. 

II numero degli insegnanti appartenenti al clero è nella pro- 
vincia di Roma certamente considerevole. In media del Regno, so- 
pra 100 insegnanti, gli ecclesiastici sono 18 a petto di 82 laici, men- 
tre nella provincia di Roma, come si è detto, i primi sono 29 e gli 
altri 71. La cosa però non reca la menoma maraviglia, se si con- 
sidera che questa provincia, dove il clero era fino al 1870 il mae- 
stro privilegiato e poco meno che esclusivo, ha un numero di 
ecclesiastici inferiore a quello di alcune altre per tradizioni e storia' 
differentissime. Cosi per esempio il Friuli ha il 30 di ecclesiastici 
su 100 insegnanti, Novara il 3 1, Vicenza il 34 e Verona, la più 
ben fornita di tutte in Italia, il 38. Il Veneto in generale è la re- 
gione che, per numero di insegnanti ecclesiastici nel? istruzione 
elementare, predomina su tutte le altre. Invece, al contrario di 
quello che si crederebbe, il clero . non è molto numeroso nelle 
scuole delle provincie meridionali, ed è poi scarsissimo in Lom- 
bardia, nell'Emilia e nelle Romagne. Caltanissetta non ha che 13 



i66 Iftrn^ione primaria e secondaria 

ecclesiastici in loo insegnanti^ Piacènza e Ravenna ne contano 8, 
Brescia 6 e Mantova, quella che ne ha meno in tutto il Regno, ne 
conta uno. Dove è curioso a notare, che le due provincie che rap- 
presentano in Italia il massimo e il minimo, Verona e Mantova, 
siano confinanti. Evidentemente la storia e le tradizioni hanno sulle 
usanze dei popoli un'influenza molto maggiore che non la posi- 
zione geografica. 

Tornando a noi, i timori che il clero vada ripigliando nella 
provincia di Roma ciò che ha perduto non sono privi di fonda- 
mento. Il suo ritirarsi dalle scuole fu effetto in parte della man- 
canza dei titoli richiesti dalla legge, e della contrarietà sua vera 
o affettata alle nuovi istituzioni, ma in parte di una certa reazione 
manifestatasi in principio nelle popolazioni contro tutto ciò che 
rammentava il governo passato. Però, da due anni in qua, alcuni 
municipi s'industriano di sostituire ecclesiastici ai maestri e prin- 
cipalmente alle maestre laiche, per ragioni diverse, ma fra l'altre 
anche per economia, poiché i sacerdoti e le monache, vivendo 
d'altro, accettano stipendi minori. Le monache segnatamente hanno 
la fiducia delle famiglie ed è frequente il caso che i municipii affi- 
dino a queste le classi inferiori, chiamando una o due maestre 
laiche per le superiori. 

Ai maestri venuti di fuori vanno sostituendosi a poco a poco 
nelle scuole quelli della provincia; al quale effetto furono istituite 
fino dal 1871 due scuole normali, l'una in Roma per le maestre, 
l'altra per i maestri in Velletri. Hanno tutte e due un corso di tre 
anni, ma a quella di Roma è annesso un corso preparatorio e uno 
complementare, diviso in due anni. A entrambi è assegnato un nu- 
mero di sussidi in parte governativi, in parte provinciali, da godere 
nel Convitto, mantenuto dai municipii rispettivi presso la scuola. 
Quella di Roma ha circa 200 alunne nei tre corsi e 260 compresi 
i corsi preparatorio e complementare. Ma a Velletri il numero 
degli alunni è assai scarso, non oltrepassando nei tre corsi il 40; 
causa le poche attrattive che l'ufficio di maestro ha pei maschi, 
ai quali stanno aperte altre carriere più libere e più lucrose. Ag- 
giungasi che la scuola femminile è frequentata da un numero di 



Iftru:(^ione primaria e secondaria 167 

alunne discretamente agiate, che vi cercano una coltura senza 
proporsi di diventar maestre. 

Colle cifre degli inscritti nelle due scuole normali non concor- 
dano quelle dei candidati che si presentano ciascun anno a subire 
gli esami di patente. Questi esami si danno a chiunque, comun- 
que o dovunque sia stato istruito, e quelli che vi si preparano per- 
correndo l'intero corso normale rappresentano il numero minore. 

Gl'inscritti per gli esami di patente giunsero nel 1876-77 a 300, 
dei quali 121 maschi e 179 femmine. Dei maschi poi aspirarono 
alla patente inferiore 70, alla superiore 5 1 : delle femmine alla in- 
feriore 89, alla superiore 90; prova anche questa degli studi più 
diligenti e della più sollecita preparazione nelle donne. Gli appro. 
vati furono cogli inscritti nel rapporto di 49 a 100. Gli altri ven- 
nero rimandati a ripetere l'esame in parte o per intero. La ta- 
bella che sta qui sotto dà le cifre dei candidati e degli approvati 
nell'ultimo quinquennio. 

^nni Candidati xApprovati 



1873 


185 


113 


1874 


248 


148 


1875 


295 


154 


1876 


215 


127 


1877 


300 


148 



Sui 300 candidati appartenevano al clero secolare o regolare 60; 
ossia su 5, erano laici quattro e uno ecclesiastico; rapporto molto 
vicino a quello degli insegnanti che il clero ha al presente nelle 
scuole. Nel quinquennio il numero dei candidati sacerdoti stava a 
quello dei laici come si vede dalla tabella che viene appresso. 

xAnni Candidati Laici Clero Ecclefiajìici su 100 candidati 



1873 


185 


121 


64 


34 


1874 


248 


194 


54 


22 



i68 IfiruTiione primaria e secondaria 

^nni Candidati Laici Clero Ecclejiaftici su joo candidati 

1875 295 ^36 59 20 

1876 215 170 45 19 

1877 300 440 60 20 

Se si toglie il primo anno, nel quale si presentò un numero 
considerevole dei maestri vecchi, gli ecclesiastici (maschi e fem- 
mine) che aspirano alla patente son dunque all'incirca il quinto 
del numero totale. 

Detto delle scuole e degli insegnanti, veniamo alle relazioni 
della scuola colla famiglia, e prima di tutto al numero degli alunni. 
Gli alunni inscritti nelle scuole pubbliche al principio dell'anno 
1875-76 furono 40,668, dei quali 21,336 erano maschie 19,332 
femmine; nelle private il numero complessivo fu di 10,943, dei 
quali 441 1 maschi e 6532 femmine. Sommando insieme i pri- 
vati e i pubblici, gl'inscritti furono 51,611: maschi 25,147, e 
femmine 25,864. 

Gli alunni delle scuole pubbliche andarono crescendo di anno 
in anno come si vede qui sotto : 



1870-71 


28,350 


1871-72 


31,321 


1872-73 


32,728 


1873-74 


37,779 


1874-75 


39,813 


1875-76 


40,668. 



Lasciamo da parte il movimento avvenuto nelle scuole pri- 
vate, poiché le cifre dei primi anni non appariscono bastante- 
mente sicure. 

La cifra complessiva di 51,611 alunni, sopra una popolazione 
di 836,704, risponde a una media di 6.16 in 100 abitanti. Cal- 
colando poi a 12 per abitanti il numero dei fanciulli obbligati 
alla scuola, secondo la legge 13 novembre 1859, vale a dire 



Iftrn:(^ioiie primaria e secondaria 169 

dai 6 ai 12 anni, il che darebbe 100,404 fanciulli, se ne trovano 
inscritti neUe scuole un po' più della metà. 

La media del Regno nello stesso anno fu di 7.15 inscritti 
per 100 abitanti, cioè a dire di 60 in 100 fanciulli da 6 a 12 
anni. In conchiusione, per numero di inscritti, la provìncia di 
Roma rimane al di sotto della media d'Italia, venendo non so- 
lamente dopo le Provincie dell'Italia Settentrionale, ma dopo l'Emi- 
lia, e avvicinandosi sommamente alla Toscana. Le differenze però 
che corrono da una regione all'altra sono enormi. Il Piemonte, 
che va innanzi a tutte, ha 14.30 alunni in 100 abitanti, la Lom- 
bardia ne ha 10.61, la Liguria 9.66, il Veneto 8.97, ma al capo op- 
posto le Calabrie ne hanno 3.47, la Sicilia 3.40, le Puglie 3.33, 
la Basilicata 3.10. La provincia di Roma sta quindi in mezzo, 
ma occupa però un posto più vantaggioso di quello che le spet- 
terebbe per la posizione geografica, andando innanzi alle Marche 
che hanno 4.45 alunni in 100 abitanti e all' Umbria che ne ha 
5.25. Non è però necessario avvertire che anche nella provincia 
di Roma corrono differenze molto notabili fra i Circondari. Quello 
di Prosinone, per esempio, eh' è l'ultimo, ha poco più della metà 
degli alunni di quello da Roma, che ne ha 7.13 in 100 abitanti. 

Gli alunni, come s'è visto, andarono dal 1871 al 1876 con- 
tinuamente aumentando. Ma non si può dissimulare che l'au- 
mento dal 1875 al 1876 è piccolo, riducendosi a 955 alunni nelle 
scuole pubbliche e a 515 nelle private. Peggio è poi che all'au- 
mento nelle scuole pubbliche contribuirono soltanto i maschi, i 
quali crebbero di 1220, mentre le femmine diminuirono in queste 
scuole stesse di 368, andando invece ad aumentare di 956 le pri- 
vate. Questo spostamento delle femmine dalle scuole pubbliche 
alle private avvenne principalmente nel Circondario di Roma, dove 
le femmine nelle scuole pubbliche diminuirono di 1472, crescendo 
nelle private di 1107. Ciò av^'enne principalmente nella città; 
ed è da attribuire al lavoro delle soppresse corporazioni di mona- 
che, che attirano nelle loro scuole le fanciulle delle famiglie povere, 
colla somministrazione di una parte dell' alimento e col dono di 
libri e di vesti. 

22 — Dk<onorfrafia di %cma, Parte IL 



lyo Iftru:(^ione primaria e secondaria 

Rappresentato con loo il numero complessivo degli alunni, 79 
sono nelle scuole pubbliche e 21 nelle private. Questa cifra supera 
di più del doppio la media del Regno, nel quale sopra 100, gli 
alunni pubblici sono 90 e i privati io. La cosa è naturalissima in 
una provincia, in cui la città capitale novera 282,000 abitanti, nella 
qual capitale durano in gran parte, benché a titolo privato, le scuole 
delle soppresse corporazioni. Ad onta di questo la prova della loro 
influenza per ora non grandissima sta in ciò, che nello stesso Cir- 
condario di Roma gli alunni privati sommarono a 9,729 e i pubblici 
a 20,310, cioè sopra 100 i primi giunsero a trentadue gli altri a 
sessantotto. 

La media degli alunni inscritti nelle scuole pubbliche e private 
ittsieme, fìi di 42; ma nelle pubbliche separatamente non raggiun- 
sero che la cifra di 39, nelle private si elevarono a 57. Nel 1874-75 
ogni scuola della provincia ebbe in media 43 alunni; le pubbliche 
41 e le private 58. Ciò mostra che da un anno all'altro le scuole 
aumentarono più degli alunni. Nel Regno la media per ogni 
classe fu nel 1875-76 di 39, ma nelle pubbliche di 45 e nelle 
private di 23. Nella provincia di Roma si verifica quindi un rap- 
porto inverso a quello dello Stato, essendovi le scuole private 
più frequentate che non le pubbliche, mentre in generale accade 
l'opposto; effetto anche questo delle scuole dei monasteri parti- 
colarmente di Roma. 

Un dato importante è quello che riguarda l'assiduità. Le cifre 
riferite sopra rappresentano gli inscritti al principio dell'anno, cioè 
il massimo ; ma gli alunni pubblici si ridussero via via da 40,668 
a 30,793 e i privati da 10,943 ^ 957^ ^ sarebbe una diminuzione 
minore di un quarto. Siccome però, a causa del tempo in cui si fa 
la statistica, non si hanno le cifre del vero minimo, che cade nei 
mesi di luglio e di agosto, è da credere, segnatamente per le scuole 
pubbliche, a una diminuzione maiggiore. Di regola nel Regno la diffe- 
renza è del terzo, e nella provincia di Roma essenzialmente agri- 
cola, e dove i fanciulli sogliono essere adoperati non poco nei la- 
vori meno faticosi della campagna, non si può credere ad una 
minore. 



IftruTiione primaria t secondaria 171 

Quanto al rapporto dei due sessi, la provincia di Roma pre- 
senta un'anomalia, che torna a suo onore. 

Nelle scuole pubbliche i maschi superano alquanto le fem- 
mine, mentre nelle private le femmine superano i maschi; e quanto 
a questo non c'è nulla di strano, attesa la ripugnanza maggiore 
delle famiglie ad inviare alla scuola comune e pubblica le femmine 
che non i maschi. Il fenomeno si ripete infatti in tutte le provincie, 
dove è alquanto sentito il bisogno di una certa coltura anche nella 
donna; perchè, dove questo manchi, le femmine rimangono in mi- 
nor numero dei maschi tanto nelle scuole pubbliche, quanto nelle 
private. Cosi avviene per esempio nel Molise, nelle Calabrie, in 
Basilicata e in Sicilia, se si tolga la provincia di Palermo. Ma quello 
che v'ha di notabile nella provincia di Roma, è questo, che il nu- 
mero complessivo delle femmine che frequentano la scuola pub- 
blica o privata è non solo eguale a quello dei maschi, ma anche di 
poco lo supera, il che non si vede in nessun altro paese. I maschi 
furono infatti nel 1875-76 25,747 e le femmine 25,864, il che cor- 
risponde, sopra 100 alunni dei due sessi, a 49.88 maschi e 50.12 
femmine. Il rapporto generale d'Italia è invece di 5 5 maschi e 45 
femmine. 

Per ciò che riguarda la frequentazione delle scuole da parte 
delle femmine in paragone coi maschi la provincia di Roma è 
quindi la prima d'Italia. In nessuna infatti i due sessi si pareg- 
giano, come si vede dalla tabella seguente, in cui il rapporto fra i 
due sessi in 100 alunni è riassunto secondo le quattro regioni dello 
Stato: 

^{afchi Femmine 

Italia settentrionale .... 54 46 

centrale 56 44 

meridionale .... 55 45 

insulare 55 45 

Donde provenga la bella anomalia della provincia di Roma, 
non è facile a dire. Forse vi ha qualche parte l'antica tradizione 



172 



Iftru:^ione primaria e secondaria 

di libertà della donna romana, che si rivela tuttora in certe usanze. 
Ma forse una parte principale del merito spetta alle monache, le 
quali, godendo la fiducia delle famiglie, attiravano a sé con facilità 
le fanciulle, propagando, se non l'istruzione, almeno l'uso d'in- 
viarle alla scuola; il quale uso, trasformatosi col tempo in abitu- 
dine, si conserva^ quantunque la scuola non sia più quella del con- 
vento. 

A completare questa relazione, bisognerebbe ora dir qualche 
cosa delle scuole serali e delle festive per gli adulti e degli asili 

« 

per i bambini, poiché tutte queste istituzioni si riferiscono alla 
istruzione elementare e aiutano l'opera delle scuole diurne. Ma 
poiché tutto questo ci trarrebbe fuori dei limiti impostici dallo 
scopo di questo lavoro, cìl restringeremo a riferire alcune cifre, 
notando ch'esse sono una testimonianza del buon volere della po- 
polazione, ma in pari tempo non hanno un valore effettivo il quale 
corrisponda allo loro grandezza. C'è dentro una disposizione buona, 
che darà maggior frutto in avvenire, ma per ora l'apparenza, per 
varie ragioni, fra l'altre per il lento profitto, la frequenza irrego- 
lare, la differentissima età degli alunni ecc. supera la sostanza. 



%Anni 



xAìunni delle scuole 



Serali 



Feftive 



1870-71 


1 833 


I 139 


1871-72 


IO 493 


2 836 


1872-73 


16 352 


6 393 


1873-74 


18 873 


7 493 


1874-75 


19 505 


8 638 


IS75-76 


18 462 


8 743 



Mirando a fare impressione colle grandi cifre, basterebbe som- 
mare queste con quelle degli alunni delle scuole diurne; ma poi da 



Ifirii:i^ione primaria e secondaria 173 

una mistura simile non si potrebbe trarre nessuna conseguenza, 
anche perchè non di rado sono inscritti nelle scuole serali alunni 
che frequentano anche le diurne, cioè per una parte delle cifre 
gli stessi individui figurano in due luoghi. 

La spesa complessiva per gli stipendi fu in tutta la provin- 
cia di lire 966,999 delle quali 514,379 pei maestri e 452,6:^0 per 
le tnaestre, con una media di lire 933 annue per ciascuno di quelli 
e di lire 822 per ognuna di queste; media di molto superiore a 
quella del Regno che fu di lire 600, e dipendente principalmente da- 
gli stipendi assai elevati della città di Roma. — Se alla spesa per 
gli stipendi sostenuta dai Comuni si aggiungono lire 35,037, di 
sussidi dello Stato, e lire 19,950 di sussidi provinciali, si ha la 
somma complessiva di lire 1,021,986. 

La spesa dei Comuni, prescindendo dai sussidi governativi e 
provinciali, corrisponde alla media lire 1,15 per abitante, no- 
tàbilmente superiore a quella d'Italia che fu di 0,95, ma non a 
quella di qualche regione presa a parte, come si vede dalla tabella 
seguente : 

Regioni Spefa media per abitante 

Italia settentrionale 1.26 

centrale 0.95 

meridionale 0.66 

insulare 0.62 

Le spesa della provincia di Roma supera quindi quella del- 
l'Italia centrale a cui appartiene. — Per un alunno la spesa fu di 
lire 23,77, cioè a dire molto elevata, come si vede dalla tabella 
che segue: 

'^.gioni Spefa media per ogni alunno pubblico 

Italia settentrionale 12.12 

centrale 19.58 

meridionale 15-95 

insulare 16.97 



174 Iftrn:^ione primaria e secondaria 

La provincia di Roma spende quindi per ogni alunno più della 
media dell' Italia centrale, che pure supera le altre parti del Regno, 
causa gli stipendi suoi più elevati e gli alunni relativamente meno 
numerosi. 

Un certo concetto dello stato delle cose in questa provincia 
vien fuori dall'applicazione della Legge 15 luglio 1877 sull'istru- 
zione obbligatoria. È noto che questa legge non è applicabile se 
non di mano in mano che i Comuni raggiungano certe condizioni, 
ossia più precisamente, in quelli al disotto di 5000 abitanti, quando 
abbiano almeno un insegnante di grado inferiore per ogni 1000; 
nei Comuni di popolazione da 5 a 20,000 quando ne abbiano uno 
per 1200; negli altri, quando ne abbiano uno per 1500. Con que- 
sti criteri la legge potè cominciare ad essere posta in pratica que- 
st'anno in 190 comuni sopra il totale di 227, ossia in 88 su 100; 
rapporto che supera quello delle altre parti d'Italia, eccettuata la 
settentrionale. La legge fu infatti applicata : 

nell'Italia settentrionale, in 96.38 Comuni su 100 
centrale 72.92 

meridionale 56.06 

insulare 51.66 

Anche se si guarda al rapporto fra la popolazione che, per la 
distanza minore di due chilometri, può frequentare una scuola e 
quella che non può accedervi, le condizioni della provincia di Roma 
sono migliori di quelle della rimanente Italia centrale e s'accostano 
all' Italia alta. Stanno infatti entro un raggio minore della distanza 
sopraindicata da una scuola 788,019 abitanti, e fuori solamente 
48,685; ossia sul totale possono accedervi facilmente 94, non 
possono soli 6. Nell'Italia centrale i primi sono 81, gli altri 19; 
nella settentrionale quelli 97 e questi 3. 

L'istituzione delle scuole è troppo recente per trovarne il 
frutto nella diminuzione degli analfabeti al tempo della leva o in 
occasione del matrimonio civile. A tale diminuzione rilevabile 



IftruT^ione primaria e secondaria 175 

ndr uno o nell'altro modo non possono aver conferito sino ad 
ora se non le scuole degli adulti. Nondimeno, premessa questa 
avvertenza, che delle scuole diurne non si potè fino ad oggi con- 
statare il profitto, atteso il tempo troppo breve, giova vedere qual 
sia il movimento dell' istruzione nella provincia anche prescin- 
dendo da esse. Riferiamo perciò le cifre dei coscritti in grado 
di leggere e scrivere dal 1870: 





Sapevano leggere e scrivere 


Leva del 




in 100 cofcritti 


1870 




37.02 


1871 




34-17 


1872 




39-57 


1873 




40.92 


1874 




43.63 


1875 




41.66 


1876 




41.17 



Nello stesso tempo il movimento dell' istruzione nel Regno fu 
il seguente : 





Sapevano leggere e scrivere 


Leva del 




in 100 infcritti 


1870 




35-97 


1871 




38-59 


1872 




39-77 


1873 




42.58 


1874 




43.12 


1875 




44-45 


1876 




44.71 



Donde si vede che nella media del Regno si guadagnarono 
alla scienza dell'alfabeto, sui maschi di 20 anni, 8.74 per cento, 
mentre invece nella provincia di Roma il numero dei conquistati 



176 IftruTiione pr'nnaria e secondaria 

nello stesso tempo fu di 4.15. In altri termini, l'istruzione crebbe 
in Italia fra gli stessi maschi di 1.25 all'anno, e nella provincia ro- 
mana di 0.59. Ma se si considera che negli altri paesi si raccoglie- 
vano già dal 1870 al 1876 i frutti delle scuole diurne, ciò che 
nella provincia di Roma non poteva ancora avvenire, perchè i 
primi che entrarono in queste scuole nel 1870-71 hanno ora non 
più di diecisette o diciotto anni, si vedrà che il miglioramento 
ottenuto in questa provincia lascia sperare non poco per l'av- 
venire. 

Un'altra prova di questa verità ci è offerta dall'istruzione 
nella città stessa di Roma, della quale ci par necessario dir qual- 
che cosa in particolare. 

H Municipio di Roma interpretò largamente il suo ufficio e, 
lottando con innumerabili difficoltà, segnatamente per ciò che 
riguarda i locali, attese fino da principio con rara sollecitudine 
ad istituire le scuole, poi con costanza ad accrescerle e miglio- 
rarle. 

Le scuole (corsi o classi) maschili diurne, nell'interno della 
città, giunsero nel 1876-77 a 126, le femminili a 130, ossia in- 
sieme a 256. Unendo poi a queste 23 classi maschili suburbane e 
rurali nel territorio del comune di Roma, e 24 femminili, si ha 
un totale di 303 scuole aperte al pubblico ogni giorno a spese 
della città. 

In queste classi insegnavano 153 maestri e 158 maestre, otto 
delle quali nelle scuole maschili; cioè insieme 311 insegnanti. 

Gli alunni inscritti al principio dell'anno nelle dette scuole 
furono 10,400, dei quali 5,746 maschi e 4,654 femmine, con 
una media di 35 per classe. Però via via nel corso dell'anno i 
frequentanti si ridussero dai 10,400 inscritti in principio a 8,531, 
cioè i maschi a 4,749 e le femmine a 3,782, con una media per 
classe di 29. 

Ma alle scuole diurne del comune sono da aggiungere le diurne 
private, che in Roma, dove continuarono a in<5egnare le sop- 
presse corporazioni, hanno, come si può immaginare, una grande 



Iftru:{^ione primaria e secondaria 177 

importanza. Le scuole (corsi o classi) private, di corporazioni 
pie o di cittadini sacerdoti o laici, erano 206, delle quali 89 per 
maschie 117 per femmine. 

Gli alunni poi inscritti al prjpcipio dell'anno erano 8,915, 
dei quali, maschi 3,930 e femmine 4,985. La media per classe 
era, come s'è veduto in tutta la provincia, superiore a quella 
delle scuole pubbliche, giungendo a 43 inscritti per ciascuna. 

Fra privati e pubblici c'erano quindi nelle scuole diurne di 
Roma 19,315 alunni, dei quali 9,676 maschi e 9,639 femmine. 

Giusta l'elenco nominale dei fanciulli da 6 a 12 anni, compia 
lato dal Municipio, i fanciulli di quest'età in Roma, la città dei 
celibi a causa dei non pochi militari, del numeroso clero e dei 
numerosissimi impiegati, non oltrepassavano i 26,403. Nei 10,400 
alunni delle scuole comunali circa un migliaio era o al di sopra 
o al di sotto di quest'età. Ad ogni modo intomo a 8^000 fanciulli 
non sarebbero ancora comparsi nelle scuole diurne. Se però si le- 
vano da questa cifra i numerosi alunni degli orfanotrofi, quelli che 
vengono istruiti nei collegi, o in famiglia, o all'estero, quelli che 
frequentano le scuole serali per gli adulti o le festive, gli amma- 
lati, gl'impediti, i ciechi, i sordo-muti, ecc., si può conchiudere 
che, sui 26,404, non più di 3 o 4,000 rimangano assenti dalle 
scuole. È molto, se si guarda all'ideale che c'entrino tutti, ma 
pochissimo per chi pensi a quanto s'è ottenuto in pochi anni. 

Se poi ai fanciulli inscrìtti nelle scuole diurne <lel Comune, 
(10,400) si aggiungono gli adulti delle scuole serali per i ma- 
schi e delle festive per le femmine, e oltre a ciò quelli delle classi 
di disegno per gli artieri, della scuola professionale, ecc., di tutte 
le scuole insomma mantenute dal comune, si ottiene un totale di 
18,902 alunni, che uniti agli 8,531 delle scuole private, danno un 
complesso di 27,433 che attendono in Roma all'istruzione popo- 
lare o almeno si inscrivono nelle scuole. Questa cifra però com- 
prende, come fu avvertito, elementi troppo disparati, perchè si 
possa trarne qualche conseguenza precisa. 

Gli stipendi dei maestri elementari in Roma stanno molto al 
di sopra della legge. Quelli dei direttori vanno da lire 2000 

23 — S\Cofwgrqfia di '^ornCy Parte IL 



178 Iftru:(^ione primaria e secondaria 

a 2300; quelli degli insegnanti da 1200 a 1800, senza considerare 
il sussidio annuo per la scuola serale che va da 140 a 280. In 
conclusione i maestri hanno circa un terzo più di quello che la 
legge richiede e i direttori pocc^ meno del doppio. 

La spesa complessiva per l'istruzione inscritta nel bilancio 
comunale per il 1870 fu di lire 951,109 50; quella per il 1877 fu 
di 1,196,481 60. Non tutta però questa somma riguarda le scuole 
popolari, comprendendovisi le spese di contributo per il man- 
tenimento di alcuni istituti o municipali o del Governo, di istru- 
zione secondaria, della quale diremo più innanzi. 

Infatti le sollecitudini del Municipio romano non si limita- 
rono all'istruzione elementare. La cultura degli artieri e quella 
della donna furono soggetto di assidue e costose cure. 

Per gli artieri il Municipio istituì la scuola serale di disegno, 
frequentata da 360 alunni, con una diligenza ed assiduità che die 
ottimi frutti. 

Quanto alla cultura della donna, esso provvide molto savia- 
mente ai vari bisogni delle classi sociali, aprendo innanzi tutto 
uno. scuola femminile superiore per le famiglie più agiate, che mi- 
rano a procacciare un'istruzione piuttosto elevata alle loro figlie 
senza scopo di guadagni, e la scuola professionale femminile per le 
giovanette, che, desiderando pure di acquistare alcune cognizioni 
superiori alle elementari, intendono di avviarsi a qualche profes- 
sione od arte. 

La scuola superiore ha quattro corsi di due bienni ciascuno. Vi 
s'insegnano la lingua italiana, la francese, il disegno, la matema- 
tica, le scienze naturali, l'igiene, la fisica, la geografia, la storia, la 
economia domestica ed anthe la pedagogia. La tassa va da lire 100 
a 200 annue, secondo i corsi. Il numero delle alunne s'aggira in- 
torno alle 200. Vi è annessa una scuola elementare preparatoria a 
pagamento assai frequentata, e la direzione è affidata ad una si- 
gnora, ma l'insegnamento parte a donne, parte a professori. 

La scuola professionale comprende alcune materie di istru- 
zione d' obbligo per tutte le alunne e sei laboratorii professio- 
nali, tra i quali possono scegliere. Vi ha la^sartoria, il lavoro dei 



Iftrn:^ione primaria e secondaria 179 

fiori, dei guanti, delle maglie, ecc. Il numero delle alunne.è di 260, 
compresa una classe elementare preparatoria. Anche questa scuola 
professionale è a pagamento, ma la tassa è naturalmente molto 
minore che non nella superiore femminile, riducendosi a lire 3 al 
mese. Il reddito dei laboratorii che ricevono commissioni va a 
benefizio della scuola , servendo a formare un fondo con cui 
essa possa in processo di tempo reggersi da sé come corpo morale. 
•Per r istruzione secondaria e più propriamente per la classica, 
che aveva nella provincia di Roma fondamento di antiche e nobi- 
lissime tradizioni, se non rimaneva a creare ogni cosa, come per 
l'elementare, bisognava nondimeno por mano a novità e riforme 
importanti. Senza parlare delle materie d' insegnamento, dei pro- 
grammi, dei testi e dei metodi, che il Governo non poteva accet- 
tare dai Gesuiti e dagli Scolopi, il mezzo più efficace di fare a 
queste e alle altre corporazioni una concorrenza efficace era quello 
di aprire degli istituti classici governativi, che servissero di esempio 
e di guida ai privati, esercitando in pari tempo per via degli esami 
sull'insegnamento di questi un'utile vigilanza. Inoltre però era ne- 
cessario che questi istituti si uniformassero alla legge, per ciò che 
riguarda la patente di abilitazione degli insegnanti, il diritto di 
ispezione riservato all' autorità, e V ordinamento generale degli 
studi. Siccome poi le corporazioni religiose tenevano istituti clas- 
sici, non solamente in Roma, ma in tutte le città minori, perfino in 
quelle dì tre o quattro mila abitanti, e sarebbe stato pericoloso per 
l'istruzione il riconoscerli e autorizzarli senz'altro tutti, vedesi 
che paziente lavoro di indagini siasi dovuto intraprendere, per evi- 
tare nel medesimo tempo due pericoli opposti, quello d'un' intol- 
leranza, incompatibile con un regime liberale, e l'altro di una cor- 
rentezza comoda, ma nociva agli studi. 

L' inconveniente della facilità con cui sotto il governo passato 
si concedeva di insegnare a chiunque, purché fosse stato sacerdote, 
e più ancora della moltiplicità di istituti classici, sparsi in ogni 
luogo, era questo, che tutti i giovani, per l'opportunità della vici- 
nanza e la tenue spesa, vi s'accostavano, studiando il latino, come 
il solo strumento possibile di coltura. Era quindi grandissimo il 



i8o Iftru^ione primaria e secondaria 

numero di coloro che s'avviavano poi all' università, la quale fab- 
bricava più avvocati che non vi fossero cause e medici destinati a 
non trovare poi ammalati. Ma in numero anche più grande erano 
quelli che, finiti o lasciati a metà gli studi secondari, non consen- 
tendo loro le ristrette fortune di recarsi all'università, imbottiti di 
grammatica e di i^torica, vale a dire di una cultura di nessun uso 
pratico nella vita, rimanevano, segnatamente nella campagna, 
sviati dai negozi e dagli aflFari e disutili a sé medesimi e agli altri. 

Perciò un altro intentodelGoverno italiano doveva essere quello 
di aprire con nuovi studi più spicciativi e più pratici una via 
a coloro, che non avendo o l'attitudine di ing^no o le condizioni 
economiche necessarie per progredire, desiderassero di acquistare 
alcune nozioni applicabili ai bisogni della vita giornaliera. In altri 
termini il Governo, tenendo dietro al rivolgimento economico e 
sociale avvenuto negli altri paesi, doveva cercare di prepararlo e 
di affrettarlo anche in questa provincia, istituendo l'istruzione tec- 
nica, e adoperandosi, quanto più era fattibile, a propagarla- e a ren- 
derla accetta alle popolazioni. 

Tutto considerato, o si guardi alle scuole classiche, o alle tec- 
niche pubbliche che bisognava aprire, o alle private da riordinare 
secondo le nuove leggi, il compito dello Stato non era facile, né 
leggero. Fu poi ventura che fino dai primi tempi esso non sì scher- 
misse dall'addossarselo, potendosi presumere che ogni cosa sarebbe 
rimasta nell' identica condizione in cui era sotto il regime ponti- 
ficio, qualora, adottando la teoria del lasciar fare e lasciar passare, 
il Governo si tosse tenuto in disparte, per concedere un'iniziativa 
maggiore ai comuni e ai privati. I Comuni infatti, avvezzi ad avere 
entro la piccola cerchia delle loro mura, un istituto di istruzione 
classica, avrebbero voluto conservarlo, né potendovi riuscire altri- 
menti, sarebbero tornati a raccomandarsi ai Vescovi o alle sop- 
presse corporazioni, pagando loro, come in passato, una tenue con- 
tribuzione. In vero non si può dire che ciò non avvenga di fire- 
quente anche adesso. Ma le patenti richieste nell' insegnamento 
privato, e gli esami, non sempre fortunati, che gli alunni devono 
subire negli istituti pubblici, limitano e attenuano gì' inconvenienti 



IftruT^ione primaria t secondaria i8i 

d'una libertà, che senza di questo, per mancanza non di buon vo- 
lere, ma della necessaria esperienza, sarebbe stata il più spesso ado- 
perata a rifare tutto come prima. 

Gl'istituti classici governativi nella provincia romana son tre : 
il Ginnasio-liceo E. Q. Visconti, col corso completo, di otto anni e 
doppie classi ginnasiali, e i due ginnasi, di cinque classi ciascuno, 
di Viterbo e di Velletri. Il primo ebbe nel 1876-77 502 alunni in- 
scritti al principio dell'anno (346 nei ginnasi e 156 nel liceo); il 
ginnasio a Viterbo n'ebbe 42, quello di Velletri 26. Tutti insieme 
gli alunni degli istituti classici governativi giunsero a 5 70. 

L* istruzione tecnica dipendente dal Governo è rappresentata 
da 7 scuole tecniche inferiori, 3 delle quali in Roma, alcune con 
doppie classi, e 4 nei quattro capiluoghi di circondario (Civitavec- 
chia, Prosinone, Velletri e Viterbo). Le tre scuole di Roma ebbero 
insieme nell'anno 1866-67 530 alunni; le quattro di fuori n'ebbero 
146; cioè insieme gli alunni tecnici inscritti giunsero a 671. Riu- 
nendo questi a quelli degli istituti classici, si ha il numero com- 
plessivo di 1241. 

Nella provincia di Roma vi sono poi due istituti tecnici ammi- 
nistrati dal Governo, ma largamente sussidiati dalla rappresentanza 
provinciale, che vi ha pure una considerevole ingerenza. Uno di 
questi istituti è in Roma, l'altro a Viterbo. Quello di Roma, co- 
piosamente provveduto di gabinetti e di laboratori, e diviso in 
quattro sezioni, la fisico-matematica, l' industriale, la commerciale 
e di ragionerìa e quella di agronomia e agrimensura, ebbe nel- 
l'anno 1875-76 220 alunni; dei quali 109 in una prima classe 
comune, 34 nella sezione fisico-matematica, io nell' industriale, 
35 nella commerciale, 27 in quella di agronomia e agrimensura, 
e 5 per alcune materie speciali. 

L'istituto tecnico di Viterbo con tre sezioni, due comunali 
(là fisico-matematica e la commerciale) e la governativa (di agri- 
mensura) ha 42 alunni, 18 nell'anno comune, e 6 nella I se- 
zione, 2 nella II e 1 6 nella m. 

L'istruzione secondaria privata, segnatamente la classica, ha 
nella provincia di Roma una preponderanza notabile sulla gover- 



i82 IftruT^ione primaria e secondaria 

nativa. Quantunque il Governo vi abbia aperto scuole classiche e 
tecniche in maggior numero che non altrove, tuttavia non è me- 
raviglia se gli istituti ecclesiastici, forti di antiche aderenze, so- 
pravanzano, per numero di alunni, i pubblici. 

A petto dei 3 istituti di istruzione classica del Governo ci sono 
nella provincia di Roma ben 24 seminari, ai quali sono da aggiun- 
gere 13 istituti di corporazioni, o di associazioni religiose, cioè 
in tutto 37 istituti di istruzione classica. In questi istituti, presi 
insieme, omettendo i convittori che attendevano all'istruzione 
elementare e quelli che erano inviati al sacerdozio , cioè a dire 
avevano ricevuto gli ordini maggiori o almeno attendevano agli 
studi teologici, c'erano nel 1876-77 ben 1273 alunni, dei quali 241 
di liceo e 1132 di ginnasio. Raccogliendo le cifre dell'insegna- 
mento pubblico e privato si ebbero : 











* 






^ 1 u n n i pubblici 


%AÌ unni privati 


Totale 


di 
ginnasio 


m 

di liceo 


Totale 


di 
ginnasio 


di liceo 


Totale 


generale 



414 



156 



570 



1032 



241 



1273 



1843 



Rappresentato il numero totale con 100, gli alunni pubblici 
erano 31 e i privati 69. 

Il rapporto degli alunni pubblici ai privati in media del Regno 
nel 1874-75 era questo: sopra 100 alunni di ginnasio e liceo, 34 
erano pubblici e 66 privati. Ciò è quanto dire che l'istruzione 
privata predominava nella provincia di Roma sulla pubblica più 
che nella media d'Italia due anni prima. È però da avvertire che 
nel biennio dal 1874-75' al ^^7^"77 era avvenuto nella provincia 
romana a favore dell'insegnamento pubblico un notabile cangia- 
mento. 



Iftru:i;ionc primaria e secondaria 185 

Infatti nel 1874-75 ^^^^ provincia di Roma c'erano stati ne- 
gli istituti pubblici 3, 4 alunni in 10,000 abitanti, mentre negli 
istituti privati, sullo stesso numero di abitanti, ce n' erano stati 
18.6. Nel 1876-77 se n'ebbero invece negli istituti pubblici 6.81, 
nei privati 15.21. Quantunque in confronto nella media d'Italia 
l'insegnamento pubblico nella provincia di Roma sia ancora poco 
frequentato, non si può non tener conto del cangiamento di rap- 
porti avvenuto in due anni. 

Quanto all'istruzione tecnica inferiore diamo nella tabella che 
segue le cifre degli alunni pubblici e privati nel 1876-77. 

^Alunni pubblici privati Totale 

671 283 954 

Qui fra l'insegnamento pubblico e il privato il rapporto è in- 
verso, il privato cioè è di molto oltrepassato dal pubblico. In 100 
alunni di scuola tecnica 71 son pubblici e 29 privati. Ed è naturale, 
essendo l'insegnamento tecnico stato istituito nella provincia di 
Roma soltanto dopo il 1870, ove tolgasi il solo istituto Poli che 
esisteva innanzi. In altri termini l'insegnamento tecnico privato, 
non avendo le tradizioni e i fondamenti nel passato che ha il 
classico, s'avvia, per opera dei Comuni e dei cittadini, appena ora 
sulle orme del pubblico. 

Se si confrontano gli alunni tecnici coi classici si trova che 
in 10,000 abitanti i primi erano nel 1876-77 11,40, gli altri 
22,02, cioè un po' più della metà; rapporto che s'accosta molto 
a quello della media d'Italia nel 1874-75 ch'era di 8 alunni tecnici 
a petto di 15 classici. 

Però, se si distinguono i vari compartimenti del Regno, la 
provincia di Roma aveva nel detto anno 1874-75 più alunni tecnici 
in confronto coi classici dell'Italia meridionale, ma meno della 
settentrionale. Cosi per es. la Campania aveva 6 alunni tecnici e 
23 classici, gli Abruzzi 3 dei primi e 9 degli altri, la Calabria 3 
e II, ecc.; ma la Lombardia io e 13, il Veneto 7 e 9. La cosa si 



184 Iftru:(^ione primaria e secondaria 

spiega, non essendo la provincia di Roma molto commerciale, né 
industriale e per giunta essendo l'istruzione tecnica assai recente. 
Anche qui però nel biennio dal 1874-75 al 1876-77 è avvenuto 
un cangiamento significante. Nel 1874-75 i tecnici non giungevano 
infatti se non a 8 in 10,000 abitanti e da questa cifra salirono in 
due anni, come s'è detto, a 11.40. 

Sommando insieme gli alunni classici e tecnici, pubblici e pri- 
vati, si ha la cifra complessiva di 2,797 ^^^^ni, che risponde al 
rapporto di 33 in 10,000 abitanti. È un rapporto che mette la 
provincia di Roma al di sopra della Lombardia e del Piemonte, 
collocandola dopo la sola Liguria. Ma è dubbio se questo nu* 
mero molto elevato di alunni di scuole secondarie, dove l'istru- 
zione elementare non ha uno sviluppo proporzionato, rappresenti 
veramente un vantaggio. Esso dipende infatti principalmente dal 
numero soverchio di istituti di istruzione classica e segnatamente 
di Seminari, disseminati in ogni luogo, ai quali gli alunni si arre- 
stano in forza di antiche abitudini e dove trovano studi, che, se 
bastano a sviarli dalle faccende pratiche e dalla vita reale, non 
bastano di frequente a prepararli a carriere più nobili e più ele- 
vate. La prova l'abbiamo nel numero relativamente scarso di alunni 
privati che si presentano agli esami di licenza alla fine del ginna* 
sio e del liceo, senza dei quali non possono avere accesso al- 
l'Università. 

Nel 1876 si presentarono all'esame di licenza liceale, pren- 
dendo insieme le due sessioni del luglio e dell'ottobre, 40 alunni 
pubblici e 154 privati; dei primi ottennero la licenza 30, degli 
altri 32, cioè dei primi il 75 e degli altri il 20 per 100. Se si 
guarda al ginnasio (cifre del 1874-75) ^ all'incirca il medesimo, 
essendosi presentati 25 alunni pubblici e 118 privati, e di quelli 
essendo stati licenziati 23, di questi 41, cioè di quelli 92 in 100 
e di questi 34. 

Non mancano certamente fra gli istituti privati di istruzione 
classica i buoni e gli utili. Prescindendo però da alcune belle e 
molto lodevoli eccezioni, non danno sufficiente frutto e, se con- 
tribuiscono ad accrescere il numero di coloro che s'avviano ^0 



Iftru:^ÌQne primaria e secondaria 185 

studio del latino e del greco, accrescono pure quelli che per man- 
canza di cognizioni, o di ingegno, o per scarse fortune, restano 
smarriti a mezzo cammino e non sanno poi dove volgersi, né che 
fare della loro vita. 

Tutto ciò viene a dire che apparisce per ora in questa pro- 
vincia un certo sbilancio fra l'indirizzo degli studi e quello che di 
mano in mano deve acquistare l'economia. Un tempo la proprietà 
accumulata in pochi, le comunicazioni scarse e faticose, il credito 
diffidente, impacciando l'agricoltura, l'industria e il commercio, e 
restringendo l'operosità materiale, costringevano quasi tutta la 
classe media a cercare una fonte di guadagno nelle professioni a 
cui preparano gli studi classici. Ora è necessario che anche gli 
studi secondino e aiutino il rivolgimento economico a cui ci av- 
viano la graduale divisione delle proprietà, le nuove strade, il cre- 
scente amore del risparmio, uno spirito di intraprendenza più co- 
raggioso, il lavoro fatto più assiduo e più intelligente. 

Raccogliendo il senso complessivo delle cifre soprariferite 
si può dire che l' istruzione nella provincia di Roma ha una testa 
troppo grossa e troppo esili le gambe, ha uno sviluppo soverchio 
al di sopra con una base insufficiente. Ora ciò che più importa è 
di allargar questa, tanto che n'esca una figura proporzionata e so- 
lida. Propagare quanto più è possibile l'istruzione popolare, dan- 
dole un indirizzo sempre più pratico, tale che il frutto trapassi fa- 
cilmente dalla scuola alla vita, e contribuisca al miglioramento 
civile, al progresso dell'igiene, a formare l'abitudine del rispar- 
mio, a fare più miti e gentili i costumi ; rendere poi di mano in 
mano più proficua l'istruzione tecnica, tanto che ne ricevano 
lume e incremento le industrie, l'agricoltura e il commercio; e 
in pari tempo vegliare affinchè l' istruzione classica fiorisca, non 
per numero, ma per vigore di istituti, e serva a quelli che ebbero 
dalla natura e dalla fortuna le condizioni indispensabili a trarne 
profitto e a progredire poi negli studi; tali, se non c'inganniamo, 
sono gli uffici di un'amministrazione savia e previdente, intenta 
a procacciare l'utilità vera del paese e ad affi'ettare quel migliora- 
mento economico dal quale dipendono in gran parte gli altri. 

24 — fonografia di Tipma^ Parte IL 



i86 Iflruilonc primaria e secondtin'ti 

In conclusione, trattasi di adattare un po' più l'indirizzo degli 
studi ai bisogni del tempo e delle varie classi sociali. Quant'è 
maggiore in questa provìncia la spontaneità dell'ingegno, l'amore 
del sapere, il rispetto della legge, tanto dovrebbe riuscire meno 
difficile il volgere rapidamente queste doti preziose ad un fine 
utile, correggendo certe deficienze e certe esuberanze, che deri- 
vano dal contrasto di istituzioni e abitudini ereditate dal passato 
con un mondo in parte nuovo. 



'Della 'Popolazione di %o^ca 

dalli; OniGINI ai nostri TtMI'!. 



(Ruoto la Til, Livio, Ub. I, Cip. «.) 

Arlo della popolazione, si presuntiva che accertata 
da censimenti, di Roma antica e moderna; e però ab- 
braccio tutto il periodo conosciuto della sua esistenza sotto questo 
nome, lasciate da parte le dispute su precedenti occupatori ed abi- 
tatori, accennaci più o meno dubbiosamente dagli storici, Enotri, 
Siculi ed Ausonii (1500 avanti Cristo), Arcadi con Evandro (1540 
av. Cr.), Troiani con Enea (1270 av. Cr.), fusi cogli Aborigeni 
per costituire i prischi Latini. Sono anni 2631, quanti ne corrono 
dalla prima occupazione del Palatino, fatta il 21 aprile dell'anno 
753 avanti Cristo, giusta il computo di Marco Varrone, da Ro- 
molo e dai Latini suoi seguaci (inizio e fondatore accenati tra- 
dizionalmente e quasi convenzionalmente), sino al giorno in cui 
scrivo. 

Non mi diffonderò sulla storia di Roma, della quale basterà al 
mio intento citare date e fatti, che spieghino 1 pifi notevoli sbalzi 
nelle cifre della popolazione; e toccherò delle istituzioni solo quel 



i38 "Popola:;^iont di l{^oma 

tanto che giovi a chiarire il metodo de' censi e delle numerazioni, 
e a sciogliere le controversie insorte nello interpretarne le cifre. Io, 
per quanto insigni ed autorevoli siano gli scrittori, che, nel nostro 
secolo principalmente, hanno trattato di questa materia, e quasi 
criticamente costruita e rifatta la storia romana, con equa li- 
bertà di esame andrò cercando il vero o il probabile, colla scorta 
delle fonti prime, o sia dei monumenti storici e degli autori latini 
e greci, che lasciarono scritto delle cose di Roma antica; mentre 
per il periodo cristiano o moderno mi fonderò senza discussione, 
sui documenti autentici e sugli scrittori che vi hanno attinto. 

Le cifre, ed una parte delle notizie che qui troverà il lettore» 
furono già da me raccolte e pubblicate per incarico del Ministero di 
Agricoltura e Commercio nel 1862, nel primo volume (Storia dei 
cetijimenti italiani) dell'opera sui cenjimenti degli anni iSjS e iSj^ 
degli antichi Stati Sardi, della Lombardia, di Parma e di ^Codena, 
colla quale fu iniziata la statistica ufficiale del regno d'Italia, Ma non 
farà meraviglia se la maggior parte, nel presente lavoro, è nuova 
o mutata, e se non rimangono, quasi, di quel primo, che le argo- 
mentazioni storiche fondamentali e le cifre e date certe dei censi- 
menti; perchè in sedici anni d'intervallo mi fu dato agio di più 
larglii studi, e perchè in questo lavoro speciale su Roma era neces- 
sario esaminare sotto i suoi vari aspetti la materia, mentre in quella 
rassegna statistica di tutta l'Italia non si poteva darla che conden- 
sata e incompiuta. 



Parte P r i m a . 

'POTOLAZIO'ME DI "^Rot^CA "MELLE^A ^iNTlCA 

FINO ALLA CADUTA DELL'iMPERO 
al 12)} dalla fondazione di ^Hptna, o $00 dopo Crifto. 

INCERTEZZA e difficoltà del soggetto. — Molte questioni si pre- 
sentano nello studio e nell'interpretazione dei censi dell'era ro- 
mana, le quali giova esaminare partitamente. , 

Il censo romano aveva scopi più larghi di quella che noi chia- 
miamo numerazione, o censimento generale, della popolazione; anzi 
era più che altro una funzione finanziaria, politica, elettorale e 
militare, che si compieva per via della numerazione. In genere fu 
fatto secondo la istituzione di Servio Tullio, mantenuta sino ai 
tempi de' primi imperatori ; però, presa questa per fondamento, 
quale apparisce dalla esposizione che ne sarà fatta qui appresso, 
voglionsi considerare anche le successive mutazioni, si di metodo, 
e sì, principalmente, di diritti civici, a cui si collegava il censi- 
mento, e che non tutte convengono ad ogni censo, né ad ogni 
epoca. Tenendo conto di questo fatto, si giunge a comporre la 
quota, diversa nei diversi periodi, di quelle categorie di popolazione, 
che non entrano nelle cifi'e storiche dei censiti, e se ne può in- 
durre con diversi criteri, e per gruppi di censi, la cifra totale, cer- 
tamente assai maggiore di quella che apparisce dai censi medesimi. 
Documenti chiarissimi della grandezza di Roma antica ci som- 
ministrano le storie, non meno che i monumenti e gli avanzi di an- 
tichi edifici, rispettati dalla barbarie di nostrani e stranieri devasta- 
tori e dalle ingiurie del tempo. Però la maggior pai'te degli infi- 
niti scrittori, che dal medio evo fino a noi presero a trattare delle 
cose di Roma antica, non contenti di ciò che apparisce per cosi 
chiare prove, non hanno saputo guardarsi da quel naturale effetto 
della meraviglia, che si suscita alla vista di tanta grandezza, e si tra- 
duce in una vera passione di esagerazione, E si torturarono il cervello 



1^)0 'PopoIa:(^ione di %pma 

per farla più grande, di guisa che, per dire soltanto della popola- 
zione ond'era abitata, che è il tema precipuamente assegnato a 
questa parte della Monografia di Roma, i S^7>378 abitanti che 
un po' avaramente le assegna, per l'età più florida, Dureau de la 
Malie S sarebbero stati 2,265,000 per Hòck % e nientemeno che 
da 8,000,000 fino a 14,000,000 per Vossio '; e avrebbero avuto 
ragione Vopisco, Lipsio, Bergerio, Garzetti, fiottio, Freret Gib- 
bon ed altri che spaziarono tra queste due cifre, e Montesquieu, 
che, per superar tutti, s'immaginò Roma abitata più che un gran 
regno della Europa del secolo xvni. Chi ponga infatti a riscontro 
gli sforzi di Iqgica fotti da Vossio, collo interpretare e torcere a 
suo modo qualche testo di classici scrittori, per esagerare le cifre, 
e da Sigonio e Dureau de la Malie, per attenuarle di troppo, fa- 
cilmente si persuade che il giudizio è difficile nella controversa 
materia, e che è necessario, con severa indagine statistica, far en- 
trare nella discussione gli svariati criteri, che possono condurre al- 
l' apprezzamento più simile al vero. Perocché l'aver tenuto conto 
or di questo or di quel criterio soltanto, ha sollevato tante dispute 
presso i moderni scrittori, da non poterne cavare più nulla di certo, 
neppure chi si contenti di ragionevoli induzioni. Mi sono perciò 
adoperato di raccogliere e porre a riscontro fra loro i vari ele- 
menti del giudizio, e di guardarmi dalle pregiudicate sentenze e 
dalle gratuite o men fedeli interpretazioni, seguendo, con una pa- 
ziente ricerca, le sorgenti più autorevoli e più concordi, senza 
omettere la disamina delle più o meno dubbie o sospette, per ispie- 
gare le divergenze, che diedero luogo a quella confusa moltiplicità 
di opinioni. Di vero, dalla stessa copia e disparità dei testi si può ca- 
vare il metodo tenuto nel far i censi, cosi per le forme essenziali 
e costanti, come per le temporanee od occasionali modificazioni e 
per la varietà di parziali notizie, che gli storici contemporanei 
cstrassero dalle complesse e particolareggiate tavole di questo 



» Economie polilìque des 'H^vnains, voi. i. 
- Upemische C:5chichle, voi. i, pt. iii, 383. 
3 De Mjfrnilndme %wtae veteris, cap. vi. 



i 



nel l'era antica 191 

quel censo, o dal libro annale de' magistrati e de'fatti più notevoli, 
che a noi giunse sotto l'arida forma di elenco cronologico dei 
Consoli e dei Magistrati, Fa/ti confulares et magiftratuum, e nel 
quale dalla metà del terzo secolo i pontefici riassunsero la cifra 
de'censi ed i grandi fatti, supplendo pe'secoli precedenti con notizie 
tolte dalla tradizione. Allora si comprendono e spiegano certe 
divergenze di opinioni sul risultamento finale, che è la cifi'a com- 
plessiva della popolazione, disputatissima appunto per essersi presa 
da taluno come legge applicabile a tutti, quella che non può con- 
venire che a censi singoli, più particolareggiati del consueto. 

Importan;(^a della statiftica romana. — Il censo era una grande 
inchiesta statistica, che si prestava a scopi svariati, dei quali alcuni 
scrittori si contentarono di pigliarne uno solo di mira, come cri- 
terio del fatto più saliente, ch'era il numero dei cittadini censiti 
ad ogni lustro. 

Gli scrittori di storia della statistica, che fanno a gara per ri- 
vendicare a scienziati, paesi e tempi diversi la priorità di questi 
studi, e del metodo scientifico, che n'è la condizione ed il pregio 
principale, non dovrebbero, in fatto di demografia, disconoscere 
che quasi tutto, quel che oggi costituisce il metodo e il soggetto 
di un buon censimento e delle ausiliari ricerche attinenti allo stato 
economico e politico delle popolazioni, fu preveduto, ordinato e 
attuato dagli antichi romani. Chi studia attentamente le loro isti- 
tuzioni comunali, il giure diverso dei cittadini, dei soci, dei coloni, 
dei municipi, gli uffici pubblici a cui erano confidate in città e 
fiiori l'amministrazione, la legislazione, la polizia, la finanza, l'an- 
nona, l'edilità, la milizia, la carità legale, la religione, l'educazione 
e moralità pubblica, la tutela delle proprietà, della famiglia e della 
stessa servitù, tutte insomma le condizioni dell' uomo in quella 
società si potentemente costituita, comprende quanto abbia gio- 
vato a render Roma dominatrice del mondo, la sapienza dei primi 
reggitori, re e consoli, i quali della statistica demografica, nel 
senso largo più sopra accennato, fecero fin da principio una delle 
basi di governo. Dal secondo secolo fino ai primi segni di deca- 



192 TopolaT^ionc di \pma 

denza dell'impero vediamo ordinate queste indagini statistiche 
sotto forma d'istituzione sociale, sorta quasi perfetta dal genio 
ordinatore del re Servio Tullio, e le indagini stesse fondamento 
della finanza, della milizia, dell'amministrazione, non meno che 
del diritto civile e del potere politico e legislativo. 

E vaglia il vero: col sistema del censo romano, adattato man 
mano allo svolgimento crescente della città, si raccoglievano, per 
registrarle nelle tavole censuarie, le notizie occorrenti per di- 
verse statistiche, quali sono: 

I. La statìstica demografica, basata sulla popolazione libera o 
cittadina, compresi i liberti o libertini; fatta per tribù e centurie e 
regioni di domicilio, cioè per tribù locali, per quartieri o vici^ per vie 
o vicoli, nella città, e per pagi o villaggi e frazioni nel territorio 
suburbano, per sessi, per grandi categorie di età, per stato civile, 
per grandi gruppi di condizioni sociali ed economiche e di profes- 
sioni, come si fa ora; e ne risultava anche la popolazione non 
libera, o servile, dalla contemporanea denuncia dei beni e degli 
schiavi posseduti; mentre la popolazione forestiera con domicilio 
permanente e la fluttuante apparivano dalle indagini ordinarie della 
polizia nei registri censorii dei curatori di regione e di quartiere 
o di pago. Ciò si ricava dal testo di Dionisio, più sotto citato in 
nota, da testimonianze di altri storici, e da cifre parziali eh' essi 
recano per qualche epoca sui singoli fattori della popolazione, 
come il numero dei puberi, delle vedove, degli orfani, degli schiavi 
operai e bottegai, degli atti alle armi, degli ammessi alle distribu- 
zioni gratuite di grano, o a prezzo ridotto, cioè àtifrummtanH,^iìi 
o meno poveri. Disgraziatamente queste particolarità non si hanno 
riunite per nessun censo; ma bastano^ anche staccate, a provare, 
che il metodo impiegato nelle operazioni censuarie si prestava a far 
conoscere tutte le accennate suddivisioni della popolazione. E quello 
che noi chiamiamo più comunemente l'anagrafe, o registro e mo- 
vimento della popolazione, che oggi ha costato tante diflicoltà ad 
essere impiantato, era dai romani per istituzione di Servio Tullio 
tenuto in corrente tra l'uno e l'altro censo, anno per anno, e poi 
riformato ad ogni lustro, colle annotazioni giornaliere dei nati e 



1 



neìrSra antica 193 

dei morti e dei mutamenti di domicilio, non solo per quartieri del 
centro urbano, o urbs, che era come ciò eh' è oggi la City per 
Londra; ma anche fuori le mura per i suburbii e pagi annessi, con- 
titientia aedijlcia, che costituirebbero l'odierno agro esteriore, o 
le frazioni rurali del comune. 

A questo servizio anagrafico poi eran deputati impiegati appo- 
siti, che anche sotto l'impero si dissero vicorum principes per i quar- 
tieri, e curatores per le regioni e per i pagi, simili agli uffici regio- 
nani di stato civile dell'odierna Roma, col personale necessario di 
scrivani e banditori, e più tardi di perequatori ed ispettori del ca- 
tasto fondiario, e con sacre feste per le verificazioni annuali ^. A 
tutto questo servizio soprintendevano prima i re, poi i consoli, poi 
i censori, ed infine il praefectìts urbis, come autorità centrale e su- 
prema. Dai censori dipendeva ed era ordinato, coU'anagrafe, il 
censo delle città alleate, delle colonie e dei municipii dipendenti 
da Roma; eglino vegliavano che collo stesso periodo e sistema del 
censo romano i cittadini, anche delle città latine confederate, ivi 
domiciliati, fossero censiti nelle loro città, e vi si tenessero i re- 
gistri, per inviare a Roma i riassunti, o tabulae^ degli atti alle armi, 
e di tutti gli altri cittadini liberi e delle loro proprietà 5; sui quali 
computavasi il contingente dei militi ausiliari e il contributo di da- 
naro, o grano, dovuti a Roma, come alla città egemonica ed inve- 
stita a poco a poco dell'alta sovranità. I censori da un lato e i capi 
militari dall'altro verificavano che nelle dette tavole non si com- 
mettessero frodi ^. 

2. Statistica politica ed elettorale, per cui ripartivasi la citta- 

• 

4 Censìtores qui census agerent, peraequatores et inspectores qui emen- 
darent praediis inspectis et adaequatis invicem (Euseb., lib. iv in Conjlant.) 

5 Livio, *Dec. v. lib. 11, cap. 9: L. Postumius consul prò conclone edìxerat 
qui sociorum Latini nomini s ex edicto C. Claudi consulis redire in civitates 
suas debuissent nequìs eorum Romae sed omnes in suis civitatibus censerentur. 

^ Cicero, prò Ciuentio: lUum pubblicas tabulas Larini corrupisse decurio- 
nes universi judica veruni (evidentemente perchè ne risultava un minore contri- 
buto militare) .... eum fuisse Oppianicum constabit, qui tabulas publicas mu- 
nicipii sui corrupisse judicatus sit. 
25 — (\Conoff rafia di 'J^ma, Parte IL 



194 ^Popola7;ione di %oma 

dinanza libera nelle diverse categorie dei patrizi, con pieni diritti, 
dei plebei, con diritti limitati e in ragione delle sostanze, e dei cit- 
tadini passivi, o senza diritti politici di suffragio ed altri, salvo che 
li acquistassero coU'arricchire, e cosi mutare di classe. 

3. Statistica tributaria delle proprietà fondiaria, urbana e ru- 
rale, e della ricchezza mobile, base delle relative imposte. Infatti 
ogni cittadino dovea denunciare quanto possedeva, si in città, che 
fuori, persino in denari e vesti, e compresi gli schiavi, a cui si 
dava un valore. A tal uopo tenevasi la pianta topografica^ urbana 
e rurale, corretta cogli estimi e colle misure di riscontro dai pe- 
raejnatores per Y imposta. Ne abbiamo un saggio per le Provincie 
e le vie pubbliche in opere geografiche e storiche diverse, e per 
Roma nel calendario intitolato Curiosum o ^N^otitia dignitatum 
utriufque imperiiy che registra il numero e la qualità e . distribu- 
zione degli edifici per vici e per regioiji nei bassi tempi del- 
Timpero. 

4. Statistica militare associata alla tributaria, e metodo statistico 
esattissimo per la leva, colle distinzioni degli atti alle armi per due 
grandi categorie di età, iuniores e seniores, e per sottocategorie. 

5. Statistica vittuaria e della beneficenza annonaria, sulla base 
della quale in varie occasioni potè esser fatta a volontà del Governo 
e per quartieri (vicatim), una specie di numerazione straordinaria 
de' meno ricchi, che chiamossi recenfus, indipendente dal censo ge- 
nerale quinquennale, che si faceva tutto in un luogo e per tutti. 

T^opola:(ione anteriore al cenfo di Servio. — Le cifre effettive, da 
cui si può dedurre la popolazione di Roma sino all'anno 826 dopo 
la sua fondazione, cominciano dal primo censo di Servio Tullio, il 
grande ordinatore della città (186 di Roma), le istituzioni del 
quale rimasero fino ai primi imperatori fondamento dello Stato 7. 

Le cifre della popolazione anteriore a quell'epoca (vedi pro- 



7 Tito Livio dice di Servio : ut conditorem omnis in ciyitate discriminis 

ordinumque posteri fama ferrent censum enim instituit, rem saluberrì- 

mam tanto futuro imperio. 




nell'era antica 195 

spetto in fine di questa prima parte) sono approssimative, e de- 
dotte da notizie più o meno vaghe degli storici, tra le quali hanno 
maggior carattere di credibilità le seguenti : 

Che Romolo giunse a Roma con 3300 seguaci, da lui divisi 
in 3 tribù, di io centurie di fanti ed una di cavalieri, cioè 1000 
fanti e 100 cavalieri, ciascuna; e questa gente occupava nel Pala- 
tino 1000 casupole *; 

Che dopo rapite le Sabine (anno 4°), aperto l'asilo ed accolti 
in città Tusci e Sabini, fu necessario aggiungere al Palatino parte 
del Quirinale e del Capitolio, cioè circa altrettanto ; e che, in capo 
a 37 anni di continue vittorie e annessioni, egli lasciò tra cittadini, 
popoli conquistati e alleati una forza militare di 4 6 mila fanti e 1000 
cavalieri '; 

Che il regno di Numa fu tutto pacifico e religioso (39 a 81 
di Roma); egli distribuì l'agro tra i poveri e lo divise in pagi, 
giusta Plutarco; 

Che la popolazione fu duplicata sotto Tulio Ostilio (82 a 113 
di Roma), vinti gli Albani e i Fidenati e distrutta Alba, si che fu 
aggiunto il Celio. I cavalieri erano 900, come si rileva da Dio- 
nisio e da Tito Livio, là dove dicono che Tarquinio Prisco portò 



s Peditum 3000, equites 300, legio dieta. 

Mille domuSy dicono Livio, lib. i, Plutarco in Romolo^ e Dionisio D'Ali- 
CARKASSO libro lì. La domus dì Romolo era una casupola di paglia, secondo 
la tradizione 

Quae fiierit nostri si quaeris regia nati 
Adspice de canna straminibusque domum. 

(OviD., Fajl, lib. Ili, vers. 183.) 

9 Mox jactis urbis fìindamentis asylum aperuerunt profiigis et fugitivis, 
(Plutarco in Romolo), 

Romulus Palatium occupans et montem Coelium, Tatius vero Capito- 
lium quod ab initio coeperat et Quirinalem collem (Strabdne). 

Qui enim cum ilio (Romulo) urbem habitare coeperunt non plures 
erant ter mille peditibus et pauciores trecentis equites; quando autem ex mor- 
talium numero sublatus est, peditum reliquit XLVI miliia et mille ferme 
equites (Dionys. Alic. traduzione latina, libro 11). 



196 T^opola^^iont di %oma 

i cavalieri a 1800, raddoppiando il numero esistente sotto Tulio 
Ostilio '° ; e fu probabilmente sotto Tulio che, duplicato con 100 
Albani il Senato, avvenne la distinzione della maiores et minores 
gcfìtes, e fu raddoppiata anche la fanteria, onde poi l'uso di levar 
le legioni a due a due ; 

Che vinti ed accolti in città da Anco Marzio i Latini, fu ag- 
giunto l'Aventino ; ma la popolazione potè in parte avere sfogo 
nella colonia di Ostia da lui fondata (ii4ai37di Roma) " ; 

Che un più forte ordinamento militare e civile si ebbe sotto 
Tarquinio; egli abbracciò i colli nel muro, che fu poi circondato 
dall'aggere di Servio, raddoppiò le tribù, portò i cavalieri a 1800 
e a 300 i senatori (138 a 175 di Roma) '* ; 

Che infine sotto Servio Tullio (i76a2i9 di Roma) i cavalieri 



10 Dionisio d'Alicarnasso e Plutarco afTermano che le forze della città 
sotto Tulio Ostilio erano raddoppiate, e Livio nel libro I: Roma interim 
crescit Albae ruinis, duplicatur civium numerus, Coelius urbi additar mons, 
principes 100 Albanorum in patres, ut quaeque pars reipublicae cresceret, 
legit; et ut omnium ordinum viribus ex novo populo adjiceretur, equitum 
decem turmas ex Albanis legit, Icgiones et veteres eodem supplemento 
explevit, et novas scripsit (Liv. Dee, i, libro 1). 

11 Celio fu dato, secondo Dionisio, ne ullus sine domicilio esset, qui- 
cumque erant sine laribus Romani, ex eo loco sortiti quod satis esset ut 
sibi aedes construerent (Dionys. Alic. libro ni). 

» » Anco rege non urbem tantum crevisse sed etiam agrum finesquc ; 
Sylva Mesia Veientibus adempta, usque ad mare imperium prolatum, et in 
ore Tiberis Hostia urbs condita (Liv. Dee. i, libro i). 

Multis minibus Latinorum ab Anco rege in civitatem acceptis (Eutropio). 

Ancus urbem Latinorum vi cepit, secutusque morem regum priorum qui 

rem Romanam auxerant hostibus in civitatem accipiendis, Romam traduxit 

Aventinum novae multitudini datum, additi eodem, haud ita multo post, 
Tellanis Ficanaque captis, novi cives tunc quoque multis miliibus Lati- 
norum in civitatem acceptis, quibus ad Martiae data sedes (Liv. Dee. i, 
libro i). 

12 Neque Tarquinius, equitem maxime suis deesse viribus ratus^ de equi- 
tum ccnturiis quidquam mutavit; numero tantum alterum adiecit, ut 1800 
equites in tribus centuriis essent, posteriores qui additi sunt appellati (Liv. 
Dee. I, libro i, capitolo 15), 



nell'era antica 



197 



da lui registrati nel primo censo (186 di Roma) fiirono ancora 
1800 018 centurie, di cui 12 nuove, di non patrizii, e i fanti 17,500 
0175 centurie, comprese 2 di fabbri e 2 di trombettieri ^K 

13 Equitum ex primoribus civìtatis 12 scripsit centurìas, 6 item alias cen< 
turias, isdem quibus a Romulo inaugurale fuerant nominibus» fecit (Liv. 
Dee. I, libro i, i 7). 

Dei militi Dionisio dà 193 centurie, Livio 194, cioè i di più di trom- 
bettieri, divise in 6 classi secondo l'estimo degli averi, Eccone il prospetto: 

CLASSIFICAZIONE CENSUARIA E MILITARE DI SeRVIO^ 



Ciuffi 



E f timo 
degli averi 

in affi 

da 7/ cent. 

rutto 



O r d i n i 



Centurie 
secondo IHonifio 



cava- 



lieri 



fanti 



militi 



fabbri 



tromb. 
(Dion.) 



Totale 



1 ICO mila e più 

2 7> a 100 mila 

3 Soa 75 » 

4 25 a 50 » 

5 II a 25 » 
{ 1 500 a 1 1 » 



« 6 



375 a 1500 



j^meno di 375 



• * 



Patrizii, Senatori e 
cavalieri . . . 



Plebe . 
id. 

id. . 
id. 



id. immuni, salvo 
estremo bi- 
sogno, dalla 
milizia . . 

id. proletari, atti 
a far prole. 

id. capite censi , 
censiti solo 
per testa. . 

Totale . 



18 



18 



80 
20 
20 
20 

30 



171 



2 



100 
20 
20 
20 
32 



^ 193 



'f Minor census (dopo la 5* classe) reliquam multitudinem habuit unde 
una centuria facta est immunis militia (Livio, T>ec, i, libro i, cap. 17). 

Le centurie de* fanti erano metà di juniori, da 17 a 46 anni, e metà 
di seniori da 46 a 60^ 85 per categoria (Liv., lib, i, cap. 17), 



198 Topola:(^ione di T{nma 

Egli aggiunse al pomerio la parte ancora esclusa del Quirinale, 
del Viminale e dell'Esquilino, compì il muro lapideo già iniziato 
da Tarquinio, abbracciando il Capitolio, e cinse la città di un ter- 
rapieno od dggere, inchiudendo nel pomerio i sette colli, meno 
la parte boschiva dell'Aventino, che ne rimase esclusa anche 
dopo negli allargamenti di Siila e di Giulio Cesare, perchè giudicato 
luogo infausto dopo gli augurii contrarli ivi raccolti da Remo. 

Vediamo ora il valore di queste notizie. 

I 3300 di Romolo erano i capi delle famiglie o delle casate; 
dieci di tsst formavano una delle cosi dette genti, gentes, o con- 
sorzi rurali gentilizi, i cui capi o padri furono i Senatori, e i cui 
membri e discendenti, patricii, furono i veri cittadini romani origi- 
nari, quirites majorum gentium. Una curia era composta di dieci 
genti, o cento casate, e di dieci curie o mille casate una tribù. Ogni 
casata dava un milite, e da ogni gente si cavavano un senatore e un 
cavaliere. Dunque i 3300 seguaci di Romolo erano gli atti alle armi, 
e, in quella prima occupazione militare del Palatino, costituivano 
quasi tutto il suo seguito; pochissimi i vecchi, i fanciulli, le donne, 
rari gli schiavi, essendo naturale che ad una impresa di colonizza- 
zione egli trascinasse con sé meno impedimenti che fosse possi- 
bile. Infatti, preso possesso, tracciato il circuito della nuova città, 
e improvvisate sotto forma di casupole coverte di strame le abita- 
zioni, che si computarono a un migliaio, difettarono le donne; 
tanto che coli' insidia di una grande festa religiosa, attirati ad assi- 
stervi i vicini, furon rapite, le 683, od 800, vergini Sabine '^ 

Adunque per il primo quinquennio di Roma si possono com- 
putare 3300 armati, da 17 a 60 anni, circa 3000 maschi di altre 
età, femmine tutto al più 2000, tra tutte le età, e forse 1700 tra av- 
ventizi e schiavi, a servizio dei 100 senatori, dei 300 cavalieri, e 
di qualche capo militare, una popolazione insomma di circa 10,000 
persone. 

H DioNis. Alic. lib. II. Comperto puellarum (Sabinarum) numero sex- 
centarum octuaginta trium. — Plutarco dice: Raptas aìunt hi 30 tantum, 
Valerias Antias 427, Juba 683 virgines. E più sotto: raptis paulo minus Sqo 
(Plutarco in T(pmolo), 



À 



• nell'era antica 199 

Rapite le Sabine, aperto l'asilo ai delinquenti, ai perseguitati 
dalla giustizia, ai debitori e schiavi fuggiaschi, cui più non resti- 
tuivano e immediatamente facean cittadini '5^ accolti, infine, dopo 
la vittoria, i Sabini di Lucumone ed i Tusci con Tito Tazio, ad 
onta che molti Romani fossero mandati come coloni nelle vinte 
città, eransi raddoppiate, giusta gli storici, le forze della nuova citt»^, 
o sia la milizia e la popolazione *^; e però dopo un decennio circa 
gli abitanti saranno stati all'incirca 20,000, computando già doppio 
numero di femmine e di schiavi ed awentizii. 

Romolo ebbe 37 anni di regno; e grazie alla rinnovata gene- 
razione, alle continue vittorie sui vicini Fidenati, Veienti ed altri, 
alle immigrazioni dei fuggiaschi nell'asilo e dei congiunti di co- 
loro che già erano stati accolti nella cittadinanza, e al cresciuto 
numero degli schiavi venali o comprati (perocché i vinti e prigio- 
nieri, per la sapiente politica di que' tempi, come afferma Tacito, 
oggi erano nemici e domani eran creati cittadini *?), si dovette in- 
grossare la popolazione. Però, appunto per essersi esteso l'alto 
dominio del nuovo popolo sopra le città finitime domate, non può 
credersi che fosse tutto romano l'esercito che, secondo Dionigi 
d'Alicarnasso, Romolo lasciò morendo, di 46,000 fanti e 1000 
cavalieri. 

Anzi, appunto per la proporzione già fissata da Romolo e 
mantenuta fino al censo di Servio Tullio, di i cavaliere per 



>sMox jactis urbis fundamentis asylum aperuerunt profugis et fugitivis, 
quod Dei Asilaei appellaverunt, omnesque recipiebant, ncque servum dominis, 
nec creditoribus nexum, ncque magistratibus debebant homicidam, veruni 
inviolatum locum ex oraculo Apollinis praestare se asserebant. Ita urbs 
brevi frequentata (Plutarco in Romolo), 

»6 Qjui permanere apud se vellent civitatis participes faciebat.... missis co- 
lonis proportione aliqua regiones colonias tomanorum faciebat urbes victas 
(DiONis., lib. II). 

Geminata urbe 100 ex sabinis Senatores allectì, legiones 2 costitutae ex 
peditibus senis millibus, equitibus sexcenis; tribus tres (Plut. in Romolo), 

»7 Tacit., lib. XI. Conditor nostri Romuius tantum sapientia valuit ut pie- 
rosque populos eodem die hostes dein cives habuerit. 



200 ^opola:^ione di %pma 

9 fanti, dobbiam credere che dei 47,000 armati circa 10,000 soli 
appartenessero a Roma città. Quella cifra infatti di 47 mila, se si 
prendesse come l'espressione della forza militare propria della 
città, sarebbe troppo sproporzionata a quelle verificatesi sotto i 
re successori di Romolo, e soprattutto, per fermarci ad una cifra 
certa, a quella registrata da Servio Tullio in occasione del suo 
primo censo, la quale era di 193 centurie, o 19,300 tra fanti e ca- 
valieri. E però le forze militari lasciate da Romolo, morendo, se- 
condo gli storici, doveano per la maggior parte esser formate dal 
contributo ausiliare di coloni e di soci, cioè di quelli tra i popoli 
vinti od alleati, che rimasero nelle loro città, o vi furono mandati, 
ed ai quali tuttavia richiedevasi la leva per i casi di una guerra. 

La cifra ragionevole degli abitanti di Roma, morto Romolo, deve 
coordinarsi a quel testo di Livio, ov* è detto che dopo la pace coi 
Sabini la città erasi raddoppiata '®, il che dava, come si disse 6,600 
soldati, e questi in 25 anni successivi di regolare aumento della po- 
polazione avranno potuto a poco a poco crescere di un terzo. 
Adunque avremmo alla morte di Romolo 10,000 maschi liberi 
da 17 a 60 anni. Entrata la popolazione nelle proporzioni consuete 
di sessi e gruppi di età, quei 10,000 sarebbero, secondo le comuni 
leggi statistiche, 56 per cento dei maschi ^9- quindi i maschi li- 
beri potevano essere 18,000, e le femmine un po'meno; gli artefici, 
mercanti e stranieri domiciliati, né cittadini né schiavi, circa 1,500; 
gli schiavi forse 4,500, che son già molti per quei tempi di povertà, 
in cui si liberavano persino i parricidi ed i servi fuggiaschi; di 
questi 4,500 poi, due terzi di sesso maschile, si per quello che se 
ne rileva dagli autori, si per l'origine stessa della maggior parte 
degli schiavi, cioè gente comprata, purché atta ai lavori rurali, 
prigionieri di guerra. In tutto s'avrebbe una popolazione, per 
r anno 37 di Roma, di 40,000 abitanti, i quali durante il pacifico 



»8 Nec pacem modo sed civitatem unam ex duobus faciunt, regnum con- 
sociant, imperium omne conferunt Romam. Ita geminata urbe, ut Sabinis 
tamen aliquid daretur, Quirites a Curibus appellati (Liv. lib. i, cap. v). 

»9 Per questi e per altri computi simili, che potranno occorrere nel se- 



nell'era antica 



201 



regno di Numa dovettero avere il regolare aumento di circa una 
metà, e giungere a 60,000 nell'anno 80 di Roma. 

Senza dubbio da Tulio Ostilio al censo di Servio Tullio 
(82-186 di Roma) la città andò gradatamente crescendo, per le 
vittorie sugli Albani, Fidenati e Latini, i primi aggregati alla cit- 
tadinanza, gli altri lasciati con diritto municipale proprio. Infatti 
i cavalieri sotto Tulio Ostilio da 600 eran saliti a 900, ed ammesso 
ch'erasi poi duplicata, come dice Livio, la forza, questa avrebbe toc- 
cato i 20,000 soldati, corrispondenti a circa 80,000, abitanti (137 

guito del presente lavoro, ricavo dal censimento generale di tutto il Regno 
d'Italia, del 31 dicembre 187 1, le proporzioni seguenti: 



Gruppi 


Cenjimento generale ^i dicembre 18 ji « 


Propor:(ioni per joo 


di età 


Ma/chi 


Femmine 


Totale 


Ma/chi 


Femm. 


Totale 





5 

5 

> 

5 
12 



a 5 

a 12 

a 14 

a 12 f. j 

a i4m./ 

a 16 I 

14 a 16 I 
12 a 16 f. j 

14 a i6m./ 

t 

61 
61 



a 
a 
a 
a 



16 

■7. 

61 in su 

16 in su 

17 in su 
Età ignote 

Totale 



1 674 642 

2 443 875 

516 033 



254 009 
5 827 372 
I 786 660 

7 614 032 
069 547 

8 857 588 
8 583 579 

75 
13 472 262 



I 630 742 
I 882 759 



I 023 521 



249 678 
5 732 863 
I 770 670 

7 503 533 
I 038 643 

8 791 854 
8 542 176 

16 

13 328 892 



■ • • 



4 326 634 



II 

3 

J5 

2 

17 
17 



539 

503 
560 

557 
117 

008 

629 

125 



26 801 



554 
687 
235 

565 
190 

442 

755 

91 

154 



12.43 

• ■ » 

18.14 


12.23 
14.13 

• • • 


12.33 

• • • « 

• • • • 


• • • 


• • • 


16.14 


• ■ • 

3.83 


7.68 

• • • 


• • • • 

• • • • 


• • • 


• • • 


5-75 


1.89 

43.26 
13.26 

56.52 

65.60 

63.71 

... 


1.87 
43.01 
13.29 
56.30 

65.96 
64.09 

• • • 


1.88 

43-13 
13.27 

56.40 

65.78 
63.90 

.... 


50.^67 


49.733 


100 



Popolazione del regno 26,801,154; vedove 1,221,383, ossia 4.50 per 100 
abitanti. 

Roma 1871; popolazione 244,484; maschi 139,267 (57 per 100); fem- 
mine 105,217 (43 per 100). Da 16 anni in su i maschi in Roma sono 78.42 
su 100 maschi d'ogni età, e le femmine 73.65 su 100 femmine d'ogni età; 
media ds'due sessi 76 per 100. 

I Le cifre contenute in queste colonne non riproducono esattAoieme i dati greggi del censi- 
mento, ma sono dedotte dalla tavola calcolata di popolazione per età, contenuta nel volume I, se- 
rie 11« degli ^Annali di Statijiica. 

26 -i— Cronografia di Hpma, Parte IL 



202 TopolaT^ione di %pma 

di Roma). Sotto Tarquinio Prisco i cavalieri furono 1800, e la 
popolazione in un quarto di secolo dovette salire a circa 100,000 
(175 di Roma). Questo numero di cavalieri fu mantenuto fino al 
censo di Servio Tullio (186 di Roma), che ne arruolò 18 centurie 
su 175 di fanti, cioè un cavaliere per 9 &nti circa, come ai tempi 
di Romolo; e gli atti alle armi non erano più tutti i censiti, ma 
i scelti tra di essi per l'esercito e di questi i juniores, forse per 
metà, si alternavano coU'altra metà nel servizio. E qui si stacca 
per la prima volta una classe, la quale divenne poi numerosissima, 
la sesta, che abbracciò tutti i minimi proprietari, i proletari e i ca- 
pite cenfi, e costituì militarmente una centuria sola, quasi per forma- 
lità, benché forse uguagliasse o superasse mmiericamente la classe 
quinta. Chi adunque volesse, collo stesso criterio induttivo tenuto 
per i 186 anni precedenti, costruire colle proporzioni degli iscritti 
nelle centurie la popolazione sotto Servio, dovrebbe ai 19,300 ma- 
schi arruolati aggiungere 405 mila della classe sesta non iscritti 
nella milizia, o adoperati nei soli casi di estremo bisogno, come 
supplenti od accenfe senz'armi, e più di tre volte tanto di altri ma- 
schi d'ogni età. Cosi Scendo arriverebbe presso a poco alla cifra 
dataci pel censo di Servio, da 80 a 85 mila censiti, a cui saranno da 
aggiungere i liberi cittadini non censiti, le fenmiine e i non citta- 
dini, schiavi, mercanti, artefici e forestieri, come si dirà appresso 
nell'apprezzamento delle cifre dei diversi censi. 

Sijlema del cenfo di Servio. — Gli scrittori concordano nel dire 
che il censo di Servio fu, per il metodo, fondamento di tutti gli 
altri, e quando in qualche parte vi si derogò lo accennano più 
meno chiaramente. 

L' istituzione del censo, giusta Dionisio, Livio e tanti altri, 
imponeva a ciascun cittadino di consegnare nel censo nominativa- 
mente sé, i genitori, la moglie, i figli, e le proprietà, compresi gli 
schiavi. Nel censo adunque tutti quelli che eran fuori della potestà 
maritale o patria o padronale, e i liberti parificati ad essi nei di- 
ritti e doveri comuni, erano i denunzianti, presso a poco come 
da noi tutti coloro che fanno famiglia o foco; i denunziati poi 



nell'ira antica 203 

eran tutti i liberi maschie femmine, fanciulli, giovani e vecchi; 
il che non vuol dire che tutti i denunziati fossero censiti, come si 
vedrà poi. Da questa piena ed universale inchiesta statistica le au- 
torità censorie ricavavano poi le categorie, che importava separare 
per la vita pubblica e l'amministrazione sociale. Ricavavano il com- 
plessivo numero dei cittadini, per il diritto di suffragio e di am- 
messibilità alle cariche, jus quiritium, od almeno per il semplice 
dhitto civile, jus civium, e per l'obbligo del tributo personale allo 
Stato, pel quale eran distinti in sei classi, giusta la proprietà, in 
ordine discendente ; le prime cinque per le proprietà maggiori, da 
100,000 a 11,000 assi; l'ultima per le minori, distinta nelle due 
classi, dei proletari, non adoperati che in casi estremi nella milizia 
ed atti a giovar la repubblica facendo prole, e dei capite cenjt, regi- 
strati solo per la loro testa o persona, i quali prima di Caio Mario 
non furono mai chiamati sotto le armi, al dire di Sallustio. Tutte e 
sei le classi componevano la cittadinanza libera, Senato e popolo ro- 
mano, che dividevasi negli ordini, senatorio, equestre, e plebeo, 
avendo i due primi alcuni privilegi negati alla massa, che, sotto il 
nome di plebe, abbracciava tutti i non nobili, ancorché ricchi e in- 
signiti di minori magistrature. Dai maschi liberi ricavavansi, per il 
diritto e dovere della milizia, le cifre dei giovani, junior es, e dei 
seniores, o provetti, oltre i vecchi, liberati dall'obbligo della milizia, 
ed i fanciulli, pueri. Appartenere alle prime categorie, anche come 
contribuenti, era un onore, essendovi annesso il diritto pieno di 
suffragio in tutti i comizi, e di ammessibilità alle alte cariche. 

I servi manomessi o liberti eran censiti, come liberi cittadini, 
nelle tribù urbane. 

Contemporaneamente al censo quinquennale Servio Tullio 
stabili il riparto della città in 4 regioni. Palatina, Suburana, Col- 
lina ed Esquìlina, e dell'agro in 26 parti, o pagi, qualificate da al- 
cuni storici, come Fabio e Vennonio, tribù ; e istituì i principi dei 
quartieri urbani e i curatori dei pagi, per tenere in corrente le no- 
tizie raccolte nel censo, provvedere alla leva, alla esazione delle 
imposte, e al registro dei nati, dei morti, e degli entrati nel 17. 
anno. E ogni anno nella festa religiosa per la verificazione della 



204 Topolaiione di 'Rj>ma 

popolazione, facevansi contribuire con una moneta diversa per cia- 
scunOy gli uomini, le donne e i nuovi togati; il che dimostra che, 
per quanto Servio avesse mutato il sistema dell'imposta, fondan- 
dola progressivamente sugli averi, ricevevansi alcuni tributi pagati 
per testa da tutti indistintamente i cittadini, il che giustifica la for- 
mula con cui si facevano ed erano annunziati i censi nel loro ri- 
sultamento finale, cenfa sunt civium capita ^^. 

>o Dionigi D*Alicarnasso nel libro m delle Iftorie cosi descrive minu- 
tamente ristituzione di Servio. 

Tullius muro uno septem coUes complexus, urbem in quatuor partes 
divisam, quas Palatinam, Suburanam, Collinam et Esquilinam vocavit, qua- 
tuor tribuum fecit, quae eousque trium fuerat ; cavitque ne qui in quacumque 
quatuor partium habitarent, aut aliud domicilium sumerent, aut uspiam alibi 
contribuerent, vel in delectu militari, vel in pecuniis, in bellum aut alios 
usus, quos unumquemque reipublicae praestare oporterct, conferendis. Neque 
amplius per tribus generales, ut ante, sed per quatuor locales, quas ipse de- 
scripserat, rem militar em administravit, cum curatores uniuscujusque regionis 
creasset tribuum, atque vicorum principes, quos ubi quisque incoleret co- 
gnoscere jussit.... Divisit vero agrum etiam omnem, ut Fabius inquit, in partes 
sex et viginti, quas et ipsas vocat tribus; et quum ipsis urbanas quatuor adie- 
cisset, triginta fecit ex utrisque. 

Quum igitur Tullius in quascumque velis partes agrum divisisset, in 
montanis et fìrmissimis imprimis coUibus perfugia quaedam disposuit, quae 
graece pagos nominavit, quo se agrestes ex agris per hostiles irruptiones re- 
ciperent, atque ibi pernoctarent. Erant autem horum etiam curatores, quibus 
negotium datum erat ut agricolarum in pago contribuentium nomina ac 
proedia quibus eorum vita sustentabatur nota haberent; et ubi res postularet 
eos ad arma excirent, ac tributa viritim exigerent. Ut autem eorum multi- 
tudo facilius inveniri, ac dirimi posset, aras ab eis jussit extrui diis quo- 
rum in fide pagus esset, atque eos communi sacrifìcio convenientibus quo- 
tannis rusticanis coli.... Ad hoc autem sacrificium omnes qui eiusdem essent 
pagi viritim nummum conferre, alium viros, alterum mulieres, et alium im- 
puberes statuit ; unde numerus £icile a curatoribvs sacrorum subduci et ratio 
generum et aetatum potuit. Adjicit Piso eundem quum vellet civium qui ur- 
bem incolerent, numerum nosse et qui nascerentur , et qui e vita decederent, 
et qui Inter viros abscriberentur, constituisse ut prò cujusque ortu, cognati 
nummum in arcam lunonis Lucinae inferrent; prò interitu, in Veneris Li- 
bitinae ; prò iis autem qui togam virilem sumerent, in luventae. Ex quibus 
facile quam multi quotannis, et qui ex hii militari aetate essent, cogniturus 



neirSra antica 205 

Tarquinio Superbo volle restituire per tutti i tributi Tantico 
sistema della capitazione; ma la sua riforma fini con lui *'. 

Al censo poi associò Tordinamento militare e l'ordinamento po- 
litico-religioso, creando per l'uno e per l'altro le sei classi, basate 
sulla proprietà, suddivise pel primo in centurie, pel secondo in cu- 
rie, secondo la denuncia spontanea delle proprietà di ciascuno; chi 
ometteva di farsi censire o denunciava il falso era punito, infamato 
e privato dei diritti che gli sarebbero spettati secondo l'ordine suo. 
Anzi fu assicurato il buon risultamento del censo colla legge sugli 
ìncenfi, che minacciava le verghe e la confisca dei beni **. 

Il censo si fece nel foro fino all'anno 311, poi nella villa pub- 
blica in Campo Marzio *3. 

erat. His autem rebus ita constitutis romanos omnes aestimare sua quemque 
bona, eaque juratum profiteri, ac sua, patrum, uxorum liberorumque nomina, 
et qua in urbis regione, quove in agri pago habitarent deferre; qui secus 
fecisset ipsum bonis privari et verberatum venire jussit. 

.... Centuriae, quas comprendebant 6 classes, 193 erant; prima cum 
equitibus, 98; secunda 22 cum opifìcibus; tertia 20; quarta 22 cum tibi- 
cinibus ; quinta 30 ; sextae ultra omnes statuta, quae erat pauperum, una 
centuria (Dionis, lib. iv). Tra queste, 85 erano di fanti, juniores, 

Dionisio aggiunge: Tullius etiam servis manumissis, nisi velient redire 
in patriam, comunicavit jus civium, jussis etiam cum ingenuis bona in cen- 
suro referre ; in quatuor urbanas tribus distribuit, in quos et nostro tempore 
mos est referri quidquid est libertini generis, eosque omnium munium quo- 
rum et coeteros liberos fecit participes (Ibidem). 

Aulo Gelilo scrive: Qui in plebe Romana tenuissimi pauperrimique erant 
neque amplius quam mille quingentum aeris in censum deferebant, proletarii 
appellati sunt; qui vero nullo aut perquam parvo aere censebantur capite 
censi vocabantur, extremus autem census capite censorum aeris fuit 375. 

>i Tributum a censu Tarquinius Superbus abolevit, et pristinam rationem 
in capita tributi redintegravit (Dionys. Alio., lib. iv). 

>> Gellio, lib. XVI, cap. ni e Cicer. Ferrine. Et qui censum neglexisset, 
poena proposita ut bonis in fìscum redactis virgis coesus sub basta veniret, 

Servius censum maturavit metu legis de incensis latae, cum vinculorum 
minis mortisque (Tir. Liv., lib. i). 

33 C. Furius Pacilius et M. Geganius Macerinus censores villam publicam 
in Campo Martio proba verunt, ibique primum (anno 3x8) census populì est 
actus (Livio, ^ec. iv, lib. i). 



2o6 Topola:(^ione di %pma 

La registrazione degli atti alle armi, juniores et seniores, non 
era lo stesso che il censo, come credono alcuni, ma ne era una 
parte; i maschi, fino ai i6 anni erano classificati tra i fanciulli, dai 
17 ai 60 s'iscrivevano nella milizia, divisi in due categorie, attivi 
o juniori da 17 a 46, e di riserva per la difesa della città, o seniori 
da 46 a 60; esenti dal servizio militare o depontani i più vecchi. 

Le centurie militari, che Servio attribuì a ciascuna classe, rap- 
presentavano 100 armati ciascuna, e tra tutte 19,300; mentre le 
curie civili e religiose corrispondenti erano molto più numerose, 
principalmente dalla seconda classe in giù, se tra tutte diedero nel 
censo 80 a 85 mila cittadini. I militi occorrenti si levavano tra le 
curie nella proporzione stessa delle centurie attribuite a ciascuna 
classe ^'♦. 

I servi contavano nelle proprietà, e se ne registrava il valore, 
anziché le persone ed i nomi; e neppure si censivano i forestieri 
ed esercenti piccoli commerci od arti sordide, non essendo cit- 
tadini '5. 

Tale fu, in compendio, l'istituzione Serviana del censo, desti- 
nata ad iniziare quella eguaglianza dei cittadini vecchi e nuovi, 
privilegiati e tollerati, affidai e avventizii, che non si potè compiere 
se non a poco a poco e dopo lotte di secoli. La base del diritto di 
esser censito, che fii sino all'ultimo la proprietà e il domicilio, rifor- 
mata nel 442 da Appio Claudio censore, che volle inscrivere anche 
cittadini senza domicilio e comprenderli a sua voglia in qualsiasi 
tribù, tornò a prevalere nel 450 per opera di Quinto Fabio Rulliano, 

34 Servium TuUìum regetn populi Romani quum quinque classes, junionim 
census faciendi gratia, institueret (non conta la sesta perchè non entrava 
allora nella milizia) pueros esse existimasse qui minores essent annis 17, 
atque inde ab anno 17 quos idoneos jam esse reipublicae arbitraretur mili- 
tes scripsisse; eosque ad annum 46 juniores, supraque eum annum senio- 
res appellasse (A. Gellio — Svet. Att., lib. x, cap. 28). 

Quoties opus esset io millibus milìtum aut 20, si ita res ferret, dividens 
hunc numerum per 193 curias, quod cuique obveniret id praestare eam jube- 
bat (DioNYs. lib. iv). 

2$ Siquidem Romanorum nemini cauponariam aut operosam artem tractare 
licuit (DiONYS. Alic, ihid.) 



nell'era antica* 207 

che escluse quasi dal voto i non domiciliati e liberti che non pos- 
sedessero più di 30,000 sesterzi, e li ascrisse tutti alle 4 tribù ur- 
bane. 

V^Cagifirato cenforio. — I censi furono fatti prima dai Re, poi 
dai Consoli fino a quello dell'anno 295, quindi dai censori, co- 
minciando da quello dell'anno 310, e gli ultimi quattro dal 725 
al 826 dagli Imperatori. 

I censori erano eletti dai cittadini nei comizi centuriati. I primi 
censori (lustro XI, anno 3 10-3 1 1) furono Lucio Papirio Mugillano 
e L. Sempronio Atratino, creati per disimpegnare, con tutti gli onori 
dei maggiori magistrati, tranne i littori, quegli uffici a cui più non 
bastavano i consoli *^. E furono molti e gravissimi, quali si ricava- 
no dalle ieggi delle Xn Tavole, giusta Cicerone: «Facciano il censo 
del popolo, età, prole, servitù ed averi ; della città curino i templi, 
le vie, le acque, l'erario, l'alimentazione; distribuiscano le parti 
del popolo in tribù ; quindi ripartiscano gli averi, le età, gli or- 
dini; descrivano la prole dei cavalieri e dei fanti (coscrizione); 
vietino il celibato; reggano i costumi della popolazione; siano 
due; tengano il magistrato per un quinquennio; e tale sia sempre 
la potestà loro *7». Ecco forma di leggi, che meriterebbe di essere 
imitata ai nostri tempi regolamentatori e verbosi. Zonaras spiega 

36 Idem hic annus (3 io) censurae initium fuit, rei parva origine ortae, 
quae deinde tanto incremento aucta est, ut morum disciplinaeque romanae 
penes eam regimen, senatus equitumque centuriae, decoris dedecorisque 
discrimen sub ditione ejus magistratus, publicorum jus privatorumque lo- 
corum, et vectigalia populi romani sub nutu atque arbitrio essent. Ortum 
autem initium rei ex quod in populo per multos annos incenso neque dlF- 
ferri census poterat, neque consulibus, quum tot populorum bella immi- 
nerent, operae erat id negotium agere... rem operosam ac minime consula- 
rem suo proprio magistratu egere, cui scribarum ministerium custodiaque 
et tabularum' cura, cui arbitrium formulae censendi subiiceretur. Papyrium 
Semproniumque censui agendo populus suffragiis praefecit: censores ab eo 
appellati (Livio, 'Dee. i, lib. iv). 

>7 Censores populi aevitates, soboles, familias pecuniasque censento ; ur- 
bis tempia, vias, aquas, aerarium, vectigalia tuentor; populi partes in tribus 



2o8 Vopolaiione di T(oma 

questi ufEci e la istituzione ; diversi autori li ricordano uno per 
uno; censire la popolazione, cioè distribuirla a loro giudizio (Var- 
rone); estimare i beni d'ognuno (Pesto); presiedere alle opera- 
zioni anagrafiche (Livio); reggere i costumi ed infligger note 
agli indegni, senatori, cavalieri, plebei, e persino al collega, mu- 
tandoli o cacciandoli di tribù e classe, per relegarli in una inferiore, 
o nell'ultima, dei capite cenfi, o per escluderli dal censo, e farli pas- 
sare tra gli inctnfi, a paro dei non domiciliati, dei forestieri, degli 
aerarii, o awentizii, che pagavano un tributo per la sola tolleranza 
o protezione. Codeste note però dovevano essere motivate pubbli- 
camente, ed erano rimediabili dai loro successori, dai tribunali, o 
dal popolo (Pediano e Livio). Dovean pure mantenere sacro il 
giuramento (Cicerone), e regolare i comizi (Livio). Eran tratti 
dall'ordine equestre; i primi, plebei entrambi, furono Q. Pompeo 
e Q. Metello nell'anno 622. Uno dei due plebeo, Calvino, si co- 
minciò ad avere fin dall'anno 415, ma fu escluso fino al 474 dal 
fare il sagrifizio di chiusura del censo. I censori tenevano in nu- 
mero il senato, rivedendone ad ogni censo la lista, escludendone 
gli indegni, creando i nuovi (pedarii) ai posti vacanti, dopo quelli 
che spettavano per dritto agli usciti da magistrature curuli. 

Il censore, cui toccava in sorte, chiudeva il censo colla purga- 
zione, o lustro, col sacrificio di un porco, un agnello e un toro, 
sue, ove, tauro, detto per ciò suovetaurilia, che si faceva in Campo 
Marzio insieme a una rivista militare **. 



distribuunto; exin pecunias, aevitates, ordines partiuntor; equitum peditumque 
prolem describunto ; celibes esse prohibento; mores populi regunto; bini 
sunto; magistratuni quinquennem habento; eaque potestas semper esto. 
(CiCER., *De ìegib, in.) 

28 Creati autem propterea censores fuerunt, quia consules rebus omni- 
bus propter earum multitudinem sufficerc non poterant ; nam consules om- 
nem iilam, quae tum censoribus attributa est, praefecturam ad illud usque 
tempus gesserant. Sunt autem a principio duo, iiquc ex patriciis, creati; 
qui et primis et postremis temporibus magistratum illuni qumquennium 
obtinuerunt; interjecto vero tempore, sesquiannum. Quin etiam potestatem 
consulibus majorem obtinuerunt, tametsi partem dumtaxat eorum magi- 



nell'ira antica 209 

Morto un censore non si poteva surrogare un altro, né fare 
il lustro, anche se era compito il censo, dal di che, surrogato il 
defunto censore Giulio da M. Cornelio, Roma era stata presa dai 
Galli; il collega anche a mezzo quinquennio si doveva dimet- 



stratus adepti essent. Munùs autem illorum erat vectigalia publica locare, 
viarum publicarumque aedium curationcm suscipere, civis cujusque £icultates 
censere, mores notare atque animadvertere; laude dignos cives in eque- 
strem ordinem, in Senatum, prò cujusque dignitate, adscribere ; qui minus 
honeste viver ent omni ordine ac tribù movere; quae potestas major erat 
omni ea quae consulibus erat relieta. Jusjurandum autem de unoquoque 
dabant, se neque gratia neque odio quidquam gesturos, sed ex animi sui 
sententia quae reipublicae utilia essent, re quesita et deliberata, fstcturos. 
Praeterea populum ad legum et aliarum rerum comitia evocabant, ma- 
jorumque magistratuum insignia, praeter lictores, habebant. (Zonaras, lib. 
II, traduzione di Ottomanno dal greco.) 

Censor, ad cujus censionem, idest arbitrium, censeretur populus. (Varrò, 
De Jing. IV.) 

Censores dicti quod rem suam quisque tanti aestimari solitus sit, quan- 
tum illi censuerint. (Festus, lib. ni.) 

Censores dicti quod censui agendo praeessent. (Livio, lib. iv.) 

Regendis moribus civitatis censores quinto quoque anno creari solebant; 
hi prorsus cives sic notabant, ut qui senator esset ejiceretur Senatu, qui 
eques romanus equum publicum perderet, qui plebeius in Ceritum tabulas re- 
ferretur, et aerarius fìeret, ac per hoc non esset in albo centuriae suae, sed 
ad hoc esset civis tantum ut prò capite suo tributi nomine aera penderet; 
iidem completo quinquennio urbem lustrabant, et suovetaurilia, sacrificio 
de sue, ove, tauro, faciebant; eorum notam successores plerumque solve- 
bant (Pedianus, in 7)ivmat. Cic"). 

Censores interim Romae M. Livius (Nero), et C. Claudius (Salinator), 
Senatum recitarunt; princeps (Senatus) iterum lectus Q, Fabius Maximus; 

notati septem Equitum deinde census agi coeptus est, et 

ambo forte censores equum publicum habebant. Quum ad tribum PoUiam 
ventum est, in qua M. Livi! nomen erat, et preco cunctaretur citare ipsum 
censorem: r/to, inquit Nero, Af. Livium, et, sive ex residua et vetere si- 
multate sive intempestiva jactatione severitatis inflatus, M. Livium, quia 
populi judicio esset condemnatus, equum vendere jussit (cacciandolo così 
dall'ordine equestre). Item M. Livius, cum ad tribum Narniensem et no- 
men coUegae ventum est, vendere equum C. Claudium jussit duarum rerum 
causa, ecc. (Livio, Dee, ni, lib. ix, cap. 22). 

27 — SkConograJia di 'Roma, Parte IL 



V 



210 Topola:iìone di %oma 

tere ^9. H periodo poi del quinquennio fu, per poco, ai tempi di 
Pompeo, ridotto a i8 mesi dal dittatore Mamerco Emilio 3^ 

Tutti gli scrittori attestano l'importanza che si dava all'ufEcio 
dei censori, e più di tutti Plutarco, che ne parla con entusiasmo 
nelle vite di Camillo, Quinzio Flaminio, Paolo Emilio, Catone 
maggiore. 

D censo si faceva per classi e tribù per la verificazione del ui- 
buto, e per centurie la leva militare '», indipendentemente dal censo. 
Si faceva l'appello nominale, procedendo per ordine di cittadini, 
prima i senatori, poi i cavalièri, in ultimo i plebei; e il censore 
aveva arbitrio di creare principe del Senato e principe dell'ordine 
equestre il primo da cui nei rispettivi ordini cominciava l'appello, 
durante il quale infliggeva le sue censure. Per tal modo la cen- 



NuUa de re diligentius quam de jusejurando censores judicabant (Cicer., 
de Offic, III.) 

Comitiis perfectis censores in campo ad oram Martii in sellis curulibus 
consederunt (Liv. lib. 40). 

Q, Pompeius et Q. Metellus primum uterque ex plebe censores facti 
(Liv. lib. Lix epit). 

Fabius Maximus Gurges, patricius, et Cn. Domitius Calvinus, primus 
e plebe, censores. {Fafii capital a. 415.) 

Censu perfecto edixit (Servius Tullius), ut omnes cives romani equi- 
tes peditesque in suis quisque centuriis in campo Martio prima luce ades- 
sent, et instructum exercitum omnem, sue, ove, taurilibus, lustravit, idque 
conditum lustrum appellatum, qui in censendo finis factus est. (Liv. lib. i.) 
M. Claudius Marcellus sorte superato Quintio, lustrum condidit. (T)^r. tv, 
lib. vili, cap. 23, anno 564.) 

29 C. Julius censor decessit; in ejus locum M. Cornelius sulfectus, quae 
res postea religioni fuit, quia eo lustro Roma est capta, nec deinde un- 
quam in demortui locum censor sufficitur (Liv. Dee, i, lib. v, cap. 19). 
Omnes deinde censores post mortem collegae se magistratu abdicarunt. 
(Liv. Dee. i, lib. IX, cap. 24.) 

30 Emilius Mamercus, legem ferre conatus est ut censura esset annua et 
semestris. (Liv. lib. iv.) 

31 Tribus eas appellavit, ego arbitror, a tributo.... neque has tribus ad 
centuriarum distributionem quidquam pertinere (Liv. lib. i). Anzi l'opera- 
zione militare veniva dopo. 



nell'era antica 211 

sura divenne di fatto il primo ufficio della repubblica, e dal 489 
in poi non potè più essere coperta due volte dallo stesso cittadino. 
Aveva il censore arbitrio di stabilire la formula per fare il censo, 
cioè il metodo (V. note prec), cui arbitrium formulae cenfendi su- 
hiiceretur, dice Livio; quindi si spiega come si facessero svariate 
operazioni statistiche sulle categorie della popolazione, cavandone 
ora i soli liberi, ora liberi, schiavi e stranieri, ora i soli maschi 
puberi, ora i liberi dei due sessi, esclusi orfani e vedove, ecc. 

I censori continuarono ad essere eletti dall'anno 3 io fino al 
703 di Roma, nel qual anno cuoprivano questa carica e fecero 
il 71^ censo L. Gilpumio Pisone Cesoniano ed Appio Claudio 
Fulcro. Non è dunque esatto il dire che Augusto, parlando nel 
monumento di Ancira di un'interruzione di censi di 41 anno, al- 
luda al periodo dal 684 al 725. '*, come si afferma nella Vie de J, 
Cèfar, pag. 230, voi. i. Tale periodo è esatto se si parla dell'ultimo 
censimento dell'impero fatto da Augusto nel 767. 

II lustro 72°, notato anche nei fasti capitolini, fu infatti il primo 
celebrato da Augusto nel 725 ; ma gli ultimi censori erano stati 14 
anni prim^ soltanto e l'ultimo censo 22 anni prima. E fu poco più 
tardi, cioè creando i censori Paolo e Fianco " nel 731, che egli 
rinnovò la censura, e poi la esercitò egli stesso. Se dunque non 
si tratta dell'ultimo censo dell'impero, fatto da Augusto 41 anni 
dopo il primo, cioè nel 767, convien dire che il monumento 
d' Ancira alluda piuttosto all'autorità politica e censoria, decaduta 
da più di 40 anni dopo Giulio Cesare, e inclusa nel potere ditta- 
torio e imperiale. 



3= Post annum alterum et quadragesimum. (Monumento d' Ancira, tav. 2.) 

33 Censores, creari desitos longo intervallo, creavit (Svetonio in *Aug, 

lib. II). Augustus gessit et censuram intermissam post Paulum Plancumque 

censores (Sveton. in xAug, num. 16). Paulus Emilius Lepidus e L. Munatius 

Plancus anno 731 censores lustrum non fecerunt. (Fafti capitol.) 

Cum enim rem ipsam nostri temporis imperatores habeant, neque 
deliguntur ad censuram, neque ejus magistratus nomen, praeterquam in 
agendo censum ferunt. (Dion., lib. 53.) 



212 Topolui^ione di ^ma 

Nerone, Severo, Domiziano, Claudio, Vespasiano, Aureliano 
ed altri imperatori furono anche censori, ed apparisce che fecero 
il censo Nerone, Claudio ed Aureliano 5*. 

Nei libri detti thphantìni, dal loro volume, o perchè fatti di 
pelli di elefante, consegnavansi le note nominative, o tabulae dei 
censi. Erano conservati prima nell'erario di Saturno, poi nella bi- 
blioteca Ulpia 35, e secondo alcuni nel tempio delle Ninfe. 

Epoca abbracciata dai cenfi e loro date. — Dall'anno i86 di 
Roma, in cui Servio Tullio fece il primo censo, all' anno 826, 
in cui l'ultimo si trova registrato, 128 se ne sarebbero dovuti 
avere, e se ne celebrarono appena 75. E che tanti siano stati ef- 
fettivamente, e non più, si ricava dagli storici e più ancora dai 
Fajli Capitolini e dai Fajìi thCagiftratuum Romanorum^ che notano 
anche i censori dai quali non fu fatto il lustro, L. N. F., luftrum 
nonfecerunt^^. Cause d'interruzioni più o meno lunghe furono le 

34 Domitianus censuram in usum revocavit. (Sveton. in Claudio.) 
Ciaudius imperator censuram gessit (Tacito, lib. vn). L!l parola cen- 
sor trovasi nelle monete di Severo, e nell'arco di Vespasiano e Tito. 
Titus Vespasianus censuram cum patre gessit (Svet. in Tito, num. 6). 
9S Bibliotheca Ulpia elephantini pugilares in sexto armario siti. (Ve- 

FISCO.) 

Civium in tribus distributorum nomina, elephantinis, hoc est, praegran- 
dibus libris, conscripta, asservabantur primum in aerano Saturnii, deinde 
in bibliotheca Ulpia. (Georg. Fabricii, 'Defcriptio urbis 1(pmae.) 

36 I seguenti Censori non fecero il lustro (L. N. F.) secondo i fasti Ca- 
pitolini : 

^nno di 'B^ma Cenfori 

373 Q, Sulpizio Camerino Cornuto e Sp. Postumio 

Albino Regillense. 
387 Postumio Regillense Albino e C. Sulpizio Pedco. 

454 C. Sulpizio Longo e Piauzio Decio 

500 D. lunio Pera e L. Postumio Megellio. 

517 L. Cornelio Lentulo Caudino e Q. Lutazio Cer- 

done. 
522 T. Manlio Torquato e Q. Fulvio Fiacco. 



( 

I 

\ 



nell'ira antica 213 

guerre, gli avvenimenti straordinari in città, come lotte intestine 
o pestilenze, e la morte di uno dei due censori. Né dei 75 cele- 
brati abbiamo le cifre negli storici, ma soltanto dei 37 notati nel 
Prospetto in fine della presente prima parte, se le mie ricerche non 
fallano; ed anche per questi non sempre sono conformi le indi- 
cazioni che gli storici danno di un istesso censimento^ come si ve- 
drà più avanti. 

Fra i censimenti alcuni contano cinque numerazioni speciali, 
accennate, senza numero d'ordine nei fasti, e ricordate dagli sto- 
rici, cioè: quella che fece Cesare per quartieri nell'anno 707 o 708 
di Roma, la quale, come avrò occasione di provare, non fu che una 
.numerazione per quartieri degli individui ammessi alla gratuita di- 
stribuzione del firumento; i tre censi di tutto l'impero fatti da Augu- 
sto negli anni 725, 746 e 767; e la numerazione de' frumentanti 
Éitta, per quartieri, da Augusto nel 756, ma senza lustro, abfque 
lujlro. Queste numerazioni però ci giovano a ricercare induttiva- 
mente la popolazione delle rispettive epoche, e a dissipare erronee 
opinioni sul Numero degli abitanti di Roma; e però le ho registrate 
nel Prospetto, senza numero d'ordine, come ho fatto delle cifre de- 
sunte da vaghe indicazioni di storici, per i tempi anteriori al primo 
lustro di Servio e per i posteriori al 75° censo. 

Anzitutto, come avviene in generale dei fatti accennati nei 
fasti e dagli storici dell'antica Rom^, cosi pei censi v'è differenza 
di computo nelle date, e per lo più questa differenza è di un anno. 



%Antto di %)ìna Ccnfori 

539 M. Aulio Regolo e P. Fulvio Filo. 

543 L. Veturio Filone e P. Licinio Crasso Di vite. 

61$ Ap. Claudio Fulcro e P. Cornelio Lentulo. 

644 M. Emilio Scauro e M. Emilio Dorsone. 

664 P. Licinio Crasso e C. Giulio Cesare. 

688 Q. Lutazio Catulo e M. Licinio Crasso. 

711 M. Antonio e P. Sulpicio Quirino. 

731 L. Munazio Fianco, e Paolo Emilio Lepido. 

824 Vespasiano Tito e Domiziano Augusto. 

1003 Aurelio Licinio Valerio Valeriane, solo. 



214 T?opola:^ione di T(^oma 

Volendo seguire un sistema, mi sono attenuto nella mia tabella al 
computo di M. Vairone, che fissa la fondazione di Roma al 21 
aprile dell'anno 753 avanti Cristo, anno 4** della sesta Olimpiade, 
conformemente alle indicazioni raccolte da Polibio, Livio, Dionisio 
d*Alicamasso ed altri; tempo computato sul Calendario Giu- 
liano; mentre Catone l'avrebbe fissata a due anni più tardi, 751 
avanti Cristo. Più esattamente poi, cominciando Tanno solare ro- 
mano al I. marzo, e il greco al i. luglio. Tanno primo della fon- 
dazione di Roma corrisponde agli ultimi io mesi dell'anno 753 e 
ai 2 primi dell'anno 752 avanti Cristo, o ai 4 ultimi dell'anno 3% 
e agli otto primi dell'anno 4° della sesta Olimpiade. 

Con questo computo concordano, da Romolo fino all'anno 

215 di Roma, i Fa/ti Capitolini^ cavati dai marmi che si scopersero 
nel secolo xvii sotto Paolo HI, suppliti, ed editi da Onofrio Pan- 
vinio e poi accresciuti da nuove scoperte; dal 215 fino all'anno 
800 dopo Cristo, in cui cessano, sono in generale arretrati di un 
anno. Seguono per lo più le date Varroniane i Fajii ^agijlratuum 
Romancrum da Romolo all'anno 69 dopo Cristo, cavati dagli istessi 
marmi Capitolini, ma suppliti ed editi da Stefano Vinando Pighio. 
Per il riscontro delle date dei nomi dei consoli giovano pure i Fafii 
Idatiani, dal 245 di Roma al 468 dopo Cristo, e i Fajìi confulares 
anonymi, dal 246 di Roma al 354 dopo Cristo. Allo scopo di tener 
conto di tutte le diversità di epoche che si riscontrano negli scrit- 
tori antichi e moderni sui censi di Roma, le ho raccolte in un 
prospetto, mettendo a riscontro tra loro le date: 1° secondo il 
computo di Varrone, indicato da Panvinio, e da me seguito nel 
mio prospetto dei censi; 2° nei FaJli Capitolini, editi da Panvinio; 
3° nei Fafii fKagiftrattmm^omanoruniy editi da Pighio; 4° se- 
condo i Fajìi Idatiani; 3° secondo i Fafii confulares anonymi; 
6° nella Vie. de Jules Céfar , volume I, ove furono pubblicati i 
censi con date e cifre molte volte diverse da tutte codeste fonti. 
Il Panvinio nella pubblicazione dei suoi fasti pose al lato sini- 
stro d'ogni pagina, in colonna, la data secondo Varrone, e al 
lato destro quella secondo i marmi Capitolini; e per lo più quella 
è anteriore di un anno a questa; qualche rara volta poi, nell'in- 



nell'era antica 2i> 

dice voluminosissimo delle cose più notevoli, che accompagna la 
sua pubblicazione, Panvinio ha preferito la data dei fasti a quella 
secondo Varrone. Le date dei Fajli Magijlratuum Romanortim di 
Pighio sono per lo più secondo il computo Varroniano; quelle 
dei Fafti confulares Idatiani, raccolti da Filippo Labbe da un an- 
tico Codice, concordano più spesso colla data varroniana dei fasti 
editi da Panvinio, e cosi quelle dei FaJli confulares anonymi, che 
il cardinale Enrico Noris cavò da un codice manoscritto della 
biblioteca imperiale di Vienna. Quanto alla coincidenza dei nomi 
dei magistrati cogli anni del calendario, vuoisi però osservare che 
nei fasti dovette farsene l'ascrizione approssimativamente, e senza 
tener gran conto del fatto che i consoli e gli altri magistrati entra- 
vano spesso in carica nel corso dell'anno, e cessavano nel corso 
del successivo; e però si dovettero intercalare anni complemen- 
tari, che nel computo Varroniano sono gli anni 379, 383, 421, 
430, 445, 453; cosi che, se le più antiche notizie dei fasti furono 
registrate soltanto per tradizione dai Pontefici dopo il iii secolo, 
l'accordo dei fasti consolari col calendario non ha valore vera- 
mente che dal 291. 

Ma è da notare che, mentre facilmente si giustifica la differenza 
di un anno, che suol esservi tra le diverse fonti, in causa dei diversi 
computi de' fasti, mal si comprendono quelle date che nella Vie 
de Jules Céfar si scostano da tutte quante, per i censi 9, 13, 18, 
2}y 44, 47, 48, 50, 51, 52, 56, 57 e 60, non fondate neppure sui 
testi che vi sono citati. Ecco ora il prospetto delle diverse date: 



2lé 



Vopola:^ione di T^oma 



"DATA "DEI LUSmi SECOWDO 'DIVERSE FOSTI 

xAnni dalla fondazione di l(pma. 



o 



P A N V I N I O 



Indice 

della 

sua Opera 

Fa/ti 

et 

Triumpbi 



Fa/ti capitolini 
ivi pubblicati 



computo 
secondo 
Varrone 



fecondo i 
marmi 



STEFANO 






w 






EKR. 


§• 


VINANDO 










KORIS 


FIGHI 


FIL. 


— 


,53 




L A B B£ 


Fafti 


^ 


Fafti 


— 


confu- 


•^ 


Magiftra- 


Fafti 


lares 


.S 


iuum 


Idatiani 


ano- 


••• 


Romano- 




m 






nymt 


rum 









Data 
da 
noi 

adoU 

tata 



1 


i86 


186 


185 


• ■ 


• • 


2 


191 


191 


190 


• « 


« ■ 


3 


196 


196 


195 


« ■ 


« • 


4 


201 


201 


200 


• • 


• • 


5 


246 


246 


245 


245 


246 


6 


256 


256 


255 


352 


256 


7 


261 


260 


261 


260 


261 


8 


28d 


279 


280 


279 


280 


9 


289 


288 


289 


288 


289 


10 


295 


294 


295 


294 


295 


11 


311 


310 


311 


310 


311 


12 


319 


318 


319 


318 


319 


13 


329 


329 


330 


329 


• ■ 


14 


355 


335 


336 


335 


• ■ 


15 


310 


340 


341 


341 


341 


16 


350 


350 


351 


350 


• ■ 


17 


356 


356 


357 


355 


• • 


13 


361 


361 


362 


361 


562 


19 


37> 


375 


376 


376 


■ • 


20 


390 


390 


389 


390 


391 


21 


402 


402 


403 


402 


403 


22 


408 


408 


409 


410 


409 



187 



247 
257 

262 

281 

290 
296 

312 

320 



245 

• « 

278 
280 

286 
295 



342 



363 

392 
404 

410 



365 



186 
191 

196 

201 

246 
2$6 

260 

279 
288 

294 

310 

318 

329 

335 
340 
350 

556 
361 

375 
390 

402 

408 



nelVira antica 



217 



'DATA DEI LUSTIII SECONDO T>1FE%SE FONTI 

%Anni dalia fondazione di l(pitta. 



o 



P A N V I N I O 



Indice 

della 
sua Opera 

FafH 

et 

Triumphi 



Fa/ ti capitolini 
ivi pubblicati 



computo 
secondo 
Varrone 



secondo i 

marmi 

capitolini 



STEFANO 

VINANDOl 

FIGHI 

Fafti 
Magiftra- 

tuum 
Romano- 
rum 







w 




ENR. 






NORIS 





FIL. 




<M 






^ 


L A B B E 


Fafti 


«a. 


— 


confu- 


■s 


Fafti 


lares 


.s 


Idatiani 


ano- 


i 




nymi 


« 



Data 
da 
noi 
adot- 
tata 



23 


413 


413 


414 


24 


421 


421 


422 


25 


435 


435 


436 


26 


441 


441 


442 


27 


446 


446 


447 


28 


449 


449 


45P 


29 


454 


454 


455 


30 


459 


459 


460 


31 


464 


464 


465 


32 


474 


474 


475 


33 


479 


479 


480 


34 


484 


484 


485 


35 


488 


488 


489 


36 


495 


495 


496 


37 


SOI 


501 


502 


38 


506 


506 


507 


39 


512 


512 


513 


40 


519 


519 


520 


41 


523 


525 


524 


42 


528 


528 


529 


43 


534 


534 


535 


44 


544 


544 


545 


>8 - 


^onograj 


la di 7(pma 


, Parte II 



421 
429 

435 

441 

446 

449 
454 

459 
464 

473 
478 

481 

488 

495 
501 

506 

512 

519 

523 
528 

534 
541 



414 

422 

436 

442 

447 
450 

455 
460 

465 
475 

479 
485 

489 
496 

502 

507 

513 
520 

524 
529 

535 

54) 



415 


415 


413 


423 


422 


421 


437 


435 


435 


443 


• • 


441 


448 


• • 


446 


451 


• • 


449 


456 


• • 


454 


461 


460 


459 


465 


465 


464 


475 


474 


474 


479 


479 


479 


485 


• • 


484 


489 


489 


488 


496 


• • 


495 


502 


502 


501 


507 


507 


506 


513 


513 


512 


520 


• • 


519 


524 


• • 


523 


529 


• ■ 


528 


535 


^534 


534 


545 


546 


544 



2l8 



^opolaTiione di ^otna 



DATA "DEI LUST%Il SECO'K.'DO DiyE%SE FCSLTI 

xAnni dalla fondaiione di Hpma, 





P AN V I N IO 


unuro 
dei Luf 


Indice 

della 

sua Opera 

Faffi 

et 

'Criumphi 


Fafti capitolini 
ivi pubblicati 




computo 
secondo 
Varrone 


secondo i 

marmi 

capitolini 



STEFANO 




ENR. 






VINANDO 






.^ 






FIL. 


NORIS 


sJ 


Data 


PIGIII 






«»» 




— 


L ABRE 


Fafti 


^ 

^ 


da 


Fafti 


— 


confu' 


•^ 


noi 


Magiftra- 
tuum 


Fafti 
Idatiani 


lares 


*•• 

a: 


adot- 
tata 


'Romano- 




ano- 




rum 




nymt 







45 

40 
47 
48 
49 
50 
51 
52 
53 
54 
55 
56 
57 
58 
59 
60 
61 
62 
68 
64 
65 
66 



549 


549 


554 


554 


559 


559 


564 


564 


569 


569 


574 


574 


579 


579 


584 


584 


589 


589 


594 


594 


599 


599 


606 


606 


611 


611 


617 


617 


622 


622 


627 


627 


633 


63} 


638 


638 


645 


645 


651 


651 


656 


6j6 


661 


661 



550 


549 


550 


5)5 


554 


555 


560 


559 


s6o 


565 


56* 


565 


570 


569 


570 


575 


574 


575 


580 


579 


$80 


585 


584 


585 


590 


589 


590 


595 


594 


595 


600 


599 


600 


607 


606 


607 


612 


611 


612 


618 


617 


618 


623 


622 


625 


628 


628 


628 


634 


633 


634 


659 


638 


639 


646 


645 


646 


652 


651 


652 


657 


656 


657 


661 


661 


662 



550 


550 


555 


• • 


560 


S6. 


565 


S66 


570 


• • 


575 


576 


580 


581 


585 


586 


590 


591 


595 


595 


600 


600 


607 


608 


612 


613 


618 


618 


623 


623 


628 


629 


634 


• ■ 


639 


639 


646 


• • 


652 


• • 


657 


• • 


662 


• ? 



49 
54 

59 

64 

69 
74 

79 
84 

89 
94 

99 
606 

611 

617 

622 

627 

633 
638 

645 
651 

656 

661 



ntlVira antica 



219 



DATADEl LUSTRI SECONDO DIVEl^SE FONTI 

tAnni dalla fondaiiotie di l(pma. 



o 
o 



P A N V I N I O 



Indice 

della 
sua Opera 

Fajìi 

et 

Triumpbi 



Fa/li eapitolini 
ivi pubblicati 



computo 
secondo 
Varrone 



secondo i 

marmi 

capitolini 



STEFANO 

VINANDO 

FIGHI 

Fafti 
Magifira- 

tuum 
'Baiano- 

rum 





ENR. 


! 






NORIS G 


Data 


FIL. 


_^ 


s 




L A B BE 


FafH 


^ 

^ 


da 

m 


— 


con/tir 


•^ 


noi 


Fafti 


lares 


«^ adot' 


Idatiani 


ano- 


1. 


tata 




nymi 


JS 





67 
68 
69 
70 
71 
72 
73 
74 
75 



667 


667 


668 


664-667 


668 


668 


667 


683 


683 


684 


683 


684 


684 


684 


692 


692 


693 


692 


693 


693 


• • 


697 


697 


698 


697 


698 


698 


• • 


703 


703 


704 


702 


704 


704 


• • 


72S 


725 


726 


725 


726 


726 


726 


766 


766 

(13 diCr.) 


767 


765 


767 


767 


767 


800 


800 

(47 di Cr.) 


801 


800 


801 


801 


« 


826 


826 

(73 dì Cr.; 


827 


• ■ 


827 


827 


• • 



667 
683 

692 

697 
703 

725 
766 

800 

826 



Dal prospetto comparativo precedente appariscono: 1° nei 
Fafti Capitolini di Panvinio, un anno prima del computo Varro- 
niano i censi 5 e 6, e un anno dopo tutti gli altri; 2° nei Fafti 
fKagiftrattmm Romanoritm, quattro anni prima il censo 6, tre anni 
prima il 34, un anno prima i censi 5, 17, 32, 33, 73, un anno 
dopo i censi 15, 19, éo, 71, e contemporanei tutti gli altri; però 
il 67 in questi fasti è notato due volte collo stesso numero d'or- 
dine all'anno 664 e all'anno 667; 3° nei Fafti canfulares Idatiani^ 
ì consoli sotto i quali si fecero i censi, giusta la pubblicazione di 
Panvinio, cadono nello stesso anno del computo Varroniano per i 
censi 5 e 6, un anno prima pei censi successivi; mancano i primi 
quattro censi fatti dal re Servio Tullio; 4° nei Fafti canfulares ano- 



220 Topolai^iont di %pma 

nymi quei magistrati cadono un anno dopo del computo Varroniano 
pei censi 5, 6, 31, 32» e dal 34 al 75, nello stesso anno pel 33, 
due anni prima pei censi dal 7 al 30 inclusivamente, e mancano qui 
pure i primi quattro; 5° nella Vie dejuìes Céfar, sono notati un 
anno dopo del computo Varroniano i censi i, io, 13, 24, 30, 31, 

55» 37, 38, 39, 45, 54, 55, 5^, 59, 62, 68, 72, 73, due anni dopo 
i censi 13, 23, 44,47, 48, 50, 51, 52, 53, 56, 57, 60, quattro ann» 
dopo il 18, contemporanei i censi 25, 32, 33, 43, 67, un anno prima 
il 5 e 8, due anni prima il 9, e mancano gli altri 35 censi ^7. 

Qualche volta alla differenza di date sopra notata si aggiunge 
quella dei magistrati sotto cui si dicono celebrati i censi, come 
apparisce dalle note aggiunte al prospetto seguente, nel quale sono 
indicati, secondo i fasti di Panvinio, i magistrati sotto i quali si 
fecero i 75 censi: 



37 Salvo la difTerenza in 5 censi, cioè il i, 32, 53, 43 e 60, dove corsero 
errori di stampa, io ho tenuto le stesse date che pubblicai nel 1862 nel primo 
volume della Statijiica ufficiale della popolazione del l(egno (T Italia in un 
prospetto, che fu poi riprodotto tal quale, salvo poche e illesa tte o insigni- 
ficanti differenze di cifre pei tempi moderni, e senza citarne la fonte, anzi 
dandolo come lavoro proprio, dalla Direzione municipale della statistica di 
Roma, com^ allegato num, n ^! Yplum? d^l Qnfimento ii Tipma del 1871, 



nell'era antica 



221 



*\CagiflraH sotto i quali si fecero i 7/ cenfi enumerati nei fafiù 



■•4 






Anni 
di 


^ 


Roma 


1 


secondo 


^ 


Varrone 



T(e, Cenfori, Con/oli^ Imperatori 



1 

2 

3 

4 

5 

6a 

7 

8 

9 

10 

11 



186 
191 
196 
201 
246 
2s6 
260 
279 
288 

294 

310 



12 


3x8 


13 


329 


14 


335 


lòb 


340 


16 


3S0 . 


17 


356 


18 


361 


10 


375 


2C 


390 


2 Ir 


402 



Servio Tullio sesto Re di Roma, anno 12 di regno. 

Id. ' 16 id. 

' Id. 21 id. 

Id. 26 id. 

T. Lucrezio Tricipitino e P. Valerio Poplicola II, consoli. 

T. Lar^io Flavio e Q. Qelio Siculo, consoli. 

Sp. Cassio Viscellino ePostumioCominio Laurentino it., consoli 

L. Furio Fuso e A. Manlio Vulsone, consoli. 

Q. Fabio Vibulano II e T. Quinzio Capitolino Barbato III, con- 
soli. 

Q. Fabio Vibulano III e L. Cornelio Maluginense Cosso, con- 
soli. 

L. Papirio Mugillano e L. Sempronio Atratino, primi censori, 
essendo consoli M. Geganio Af acerino it. e T. Quinto Capi- 
tolino Barbato V. 

C. Furio Pacilo e M. Geganio Macerino, censori, essendo 'con- 
soli C. Giulio Giulo e L. Virginio Tricosto Rutilo. 

Censori Lucio Giulio Giulo e L. Papirio Crassa 

L. Papirio Mugillano e Mamerco Emilio Mamercino, censori. 

Censori L. Sergio Fidenate e Q. Servilio Prisco, essendo con^ 
soli A. Cornelio Cosso e L. Furio Medullino. 

M. Furio Camillo e M. Postumio Albino, censori. 

Censori C. Valerio Voluso e Marco Emilio Mamercino. 

C. Giulio Giulo e L. Papirio, censori, essendo consoli L. Va- 
lerio Poplicola Potito, e M. Manlio Capitolino. 

Sp. Servilio Prisco e Q. Clelìo Siculo, censori, mancavano i 
consoli essendo la Repubblica tenuta dai Tribuni. 

M. Fabio Ambusto e L. Furio Medullino, censori, essendo con- 
soli L. Emilio Mamercino it. e Cneo Genucio Aventinese. 

M. Nevio e C. Marco Rutilo (primo della plebe), censori, es- 
sendo consoli C. Sulpizio Petico V ^ T, Quinzio Cincinns^to, 



222 



VopolaT^ione di %oma 



-^ 
^ 



Anni 

di 

Roma 

ucondo 

Varronc 



Re, Cenfori, Confoli^ Imperatori 



22di 
22e 

25 
26 
27 
28 
29 



408 

413 
421 

4}S 
441 

446 

449 

454 



30 


459 


31^ 


464 


Ut 


474 


33f 


479 


34/ 


484 


35 


488 


36 


495 


37 


501 



M. Fabio Ambusto e M. Popilio Lenate, censori, essendo con- 
soli M. Fabio Dorsone e Servio Sulpicio Camerino. 

M. Valerio Corvo e , censori, essendo consoli 

P. Decio Mure e T. Manlio Torquato IIL 

Q. Publilio Filone e Sp. PostumioRegilenSe Albino, censori, es- 
sendo consoli A. Cornelio Cosso Arvina it. e Cn. Domizio 
Calvino. 

L. Papirio Crasso e C. Manlio, censori, essendo consoli L. 
Plauzio Venoce e M. Posilo Flaccinatore. 

C. Claudio Ceco e C. Plauzio Venoce, censori, essendo con- 
soli M. Valerio Massimo e P. Decio Mure. 

M. Valerio Massimo eCGiunio Bubulco Bruto, censori, essendo 
consoli L. Volunnio Fiamma Violento e Ap. Claudio Ceco. 

Q, Fabio Massimo Rulliano e P. Decio Mure, censori, essendo 
consoli P. Sempronio Sofo e P. Sulpicio Saverrione. 

P. Sempronio Sofo e P. Sulpicio Saverrione, censori, essendo 
consoli M. Fulvio Paitino e M. Valerio Corvo VI. 

P. Cornelio Arvina e C. Marcio Rutilo, censori, essendo con- 
soli L. Postumio Megello it. e M. Attilio Regolo. 

M. Curio Dentato e L. Papirio Cursore, censori, essendo con- 
soli M. Valerio Corvino e Q. Cedicio. 

Q, Fabio Massimo Gurgite, patrizio, e Curzio Domizio Cai- 
vino plebeo, censori, essendo consoli P. Sulpicio Saverrione 
e P« Decio Mure. 

C. Fabrizio Luscino e L. Emilio Papo, censori, essendo con- 
soli Servio Cornelio Lentulo e M. Curio Dentato IV. 

C. Claudio Canina e T. Coruncanio, censori, essendo consoli 
Q, Fabio Pittore e L. Quinzio Gulone. 

Cn. Cornelio Blasione e C. Marcio Rutilo Censorino, censori, 
essendo consoli M. Valerio Massimo e Q. Mamilio Turrino. 

C. Duilio e-L. Cornelio Scipione, censori, essendo consoli 
A. Attilio Calatino e Q, Sulpicio Paterculo. 

M. Valerio Massimo Messalla e C. Sempronio Sofo, censori, 
essendo consoli C. Aurelio Cotta e P. Servilio Gemino. 



neirira antica 



223 



••* 






Anni 


-3 


di 


••* 

• 


Roma 


secondo 


?? 


Varrone 



Re, Cenfori, Confoliy Imperatori 



38 
39 
40 
41 
42 

44 

45 
46 
47 

48 
49 
50 
51 
52 
53 



06 
12 

19 

25 
28 

34 
44 

49 
S4 

59 

64 
69 

74 

79 
84 
89 



A. Attilio Calatine e A. Manlio Torquato Attico, censori, 
essendo consoli L. Cecilio Metello e N. Fabio Buteone it. 

C. Aurelio Cotta e N. Fabio Buteone, censori, essendo con- 
soli A. Manlio Torquato Attico it. e L. Lutazio Cerdone. 

C. Attilio Balbo ed A. Postumio Albino, censori , essendo 
consoli L. Postumio Albino e Sp. Carvilio Massimo. 

Q. Fabio Massimo Verrucoso e M. Sempronio Tuditano, cen- 
sori, essendo consoli M. Emilio Barbula e M. Giunio Pera. 

C. Claudio Centone e M. Giunio Pera, censori, essendo con- 
soli L. Emilio Papo e C. Attilio Regolo. 

L. Emilio Papo e C. Flaminio, censori, essendo consoli L. Li- 
vio Salinatore e L. Emilio Paolo. 

M. Cornelio Cetego e P. Sempronio Tuditano, censori, essendo 
consoli Q. Fabio Massimo Verrucoso V. e Q. Fulvio Fiac- 
co IV. 

M. Livio Salinatore e C. Claudio Nerone, censori, essendo con- 
soli C. Cornelio Cetego e P. Sempronio Tuditano. 

P. Cornelio Scipione Africano e P. Elio Peto, censori, essendo 
consoli L. Cornelio Lentulo e P. Villio Tappulo. 

C. Cornelio Cetego e Sp. Elio Peto, censori, essendo con- 
soli P. Cornelio Scipione Africano it. e T. Sempronio 
Longo. 

T. Quinzio Flaminio e M. Claudio Marcello, censori, essendo 
consoli Curzio Manlio Volpone e M. Fulvio Nobiliore. 

L. Valerio Fiacco e M. Porzio Catone, censori, essendo consoli 
P. Claudio Fulcro e L. Porzio Licino. 

M. Emilio Lepido e M. Fulvio Nobiliore, censori, essendo con- 
soli P. Manlio Addino Fulviano e Q,. Fulvio Fiacco. 

Q. Fulvio Fiacco e A. Postumio Albino, censori, essendo con- 
soli Sp. Postumio Albino Paolo e Q. Muzio Scevola. 

C. Claudio Fulcro e T. Sempronio Gracco, censori, essendo 
consoli Q. Marzio Filippo it. e Curzio Servilio Cepione. 

L. Emilio Paolo Torquato e Q. Marzio Filippo, censori, es- 
sendo consoli A. Manlio Torquato e Q. Cassio Longino. 



224 



^opoìa:iione di %pmd 



u 
'^ 



•^ 



^ 



Anni 

di 

Roma 

secondo 

Varrone 



Hf, Cenfori, Confoìi^ Imperatori 



54 

55 

56 

57 

58 
59 



mh 



61 



62 



63 



64 
65 
66 
67 



S94 

599 
6o6 

6ii 

617 
622 



627 

633 
638 

645 
651 

661 
667 



L. Coraelio Scipione Nasica e M. Popilio Lenate, censori, es- 
sendo consoli Cn. Cornelio Doiabelia e M. Fulvio Nobi- 
liore. 

M. Valerio Messalla e C. Cassia Longino, censori, essendo con- 
soli Q. Opimio e M. Acilio Glabrione. 

L. Cornelio Lentulo Lupo e L. Marcio Censorino, censori, 
essendo consoli P. Cornelio Scipione Africano Emiliano e 
C. Livio Druso. 

P. Cornelio Scipione Africano Emiliano e L. Mummio Acaico, 
censori, essendo consoli L. Cecilio Metello e Q. Fabio Mas- 
simo Serviliano. 

Q, Fabio Massimo Serviliano e Q, Fulvio Nobiliore, censori, 
essendo consoli Q, Furio Filo e Sesto Attilio Serrano. 

Q. Cecilio Metello Macedonico e Q.. Pompeo Rufo, censori 
(entrambi plebei, il che non era mai avvenuto prima), 
essendo consoli P. Licinio Crasso Mudano e L. Valerio 
Fiacco. 

Cn. Servilio Cepione e L. Cassio Longino Ravilla, censori, 
essendo consoli Mam. Emilio Lepido e L. Aurelio Oreste. 

Q. Servilio Cepione e Q, Cecilio Metello Balearico, censori, 
essendo consoli P. Manilio e C. Papirio Carbone. 

L. Cecilio Metello Calvo e Cn. Domizio Enobarbo, censori, 
essendo consoli M. Cecilio Metello Vittato e M. Emilio 
Scauro. 

Q. Fabio Massimo AUobrogico e L. Calpurnio Pisone Fruge, 
censori, essendo consoli Ser. Sulpizio Galba e M. Aurelio 
Scauro. 

Q. Cecilio Metello Numidico e C. Licinio Geta, censori, 
essendo consoli C. Mario IV e Q.. Lutazio Catulo. 

L. Valerio Fiacco e M. Antonio, censori, essendo consoli 
Cn. Cornelio Lentulo e P. Licinio Crasso. 

Cn. Domizio Enobardo e L. Licinio Crasso, censori, essendo 
consoli C Claudio Fulcro e M. Perpenna. 

L. Marcio Filippo e M. Perpenna, censori, essendo consoli 
L. Cornelio Cinna ^ Lucio Valerio Fiacco it. 



"^ 



nell'era antica 



225 



••* 






Anni 


^ 


di 




Roma 


• 


secondo 


5? 


Varrone 



'Bs, Cenfori, Confoìi, Imperatori 



68 
69 

70i 

71; 

T2k 
73/ 
74 

75 



683 
692 

697 

703 

725 
766 

800 
826 



L. Gellio Publicola e Cn. Cornelio Lentulo, censori, essendo 
consoli Cn. Pompeo Magno e M. Licinio Crasso Divite. 

Mam. Emilio Lepido Liviano e L. Aurelio Cotta, censori, 
essendo consoli M. Pupio Pisone Calpurniano e M. Valerio 
Messalla. 

P. Servilio Vaziano Isaurico e M. Valerio Messalla, censori, 
essendo consoli Cn. Cornelio Lentulo Marcellino e L. 
Marcio Filippo. 

L. Calpurnio Pisone Cesoniano e Appio Claudio Pulcro, cen- 
sori, essendo consoli L. Emilio Paolo e C. Claudio Mar- 
cello. 

Imperatore Cesare Ottaviano VI console e Principe del Se- 
nato col collega M. Vipsanio Agrippa it. 

Augusto e Tito Giulio Cesare Claudiano, censori, essendo con- 
soli Ses. Pompeo e Ses. Appulico. 

Tìb. Claudio Augusto e L. Vitellio, censori, essendo consoli 
A. Vitellio e L. Vipsanio Poplicola, L. Vitellio Paolo e C. 
Calpurnio Pisone Magno. 

Vesp. Augusto e Vesp. Cesare figlio di Vesp. Aug., censori. 



a) I fasti capitolini (Panvinio) riferiscono il 6" censo al consolato di 
T. Larzio Flavo e Q, CI elio Siculo nel 256 (fasti idatiani, stessi consoli) 
mentre i fasti magistratuum romanorum (Pighio) lo danno sotto la dittatura 
di T. Larzio Flavo e Sp. Cassio Viscellino nel 252. 

h) I fasti capitolini (Panvinio) danno il 15' lustro sotto i consoli A. Cor- 
nelio Cosso e L. Furio Medullino nel 341 (idem idatiani) e i fasti magi- 
stratuum romanorum (Pighio) lo danno nello stesso anno, ma sotto i con- 
soli susseguenti Q, Fabio Ambusto e C. Furio Pacilo. 

e) I fasti capitolini danno il censo 21° sotto i censori M. Nevio e C. 
Marcio Rutilo, e i fasti magistratuum romanorum sotto A. Manlio Capito- 
lino Imperioso e C. Marcio Rutilo primo della plebe. 

d) I fasti capitolini danno il censo 22"" sotto i consoli M. Fabio Dorsone 
e Sulpicio Camerino, e i fasti magistratuum romanorum sotto M. Valerio 
Corvo e A. Cornelio Cosso Arvina. 



39 — 9^ouo<Trafia di Ti^mia, Parti IL 



226 Topolaiione di %oma 

e) I fasti magistratuum romanorum pongono i censi 23** e 24"* più tardi 
di 7 anni ciascuno dei fasti capitolini e del computo di Varrone, e sotto 
magistrati diversi. Cosi pure pongono i censi 32** e 33** due anni prima dei 
fasti capitolini e sotto consoli diversi, il 31** sotto i censori M. Emilio 
Paolo e L. Volumnio Fiamma Violento. 

f) Il 34** censo è indicato nei fasti magistratuum romanorum tre anni 
avanti che nei fasti capitolini, cioè sotto i consoli L. Papirio Cursore e 
Sp. Servilio Massimo (481), mentre i secondi lo danno sotto Q.. Fabio 
Pittore e L. Quinzio Gulone (484). Nei primi i censori sono M. Curio 
Dentato e L. Papirio cursore, nei secondi C. Claudio Canina e T. Co- 
runcanio. 

g) Il 43" censo è dato nei fasti capitolini sotto i consoli M. Emilio Sa- 
linatore e L. Emilio Paolo, e nei fasti magistratuum romanorum sotto i 
loro antecessori M. Emilio Lepido e M. Valerio Levino. 

h) Il 60° censo è dato nei fasti capitolini sotto i consoli Mani. Emilio 
Lepido e L. Aurelio Oreste, e nei fasti magistratuum ronunorum sotto 
M. Plauzio Ipseo e M. Fulvio Fiacco loro successori. 

f) Il 70"* censo è dato nei fasti capitolini sotto i consoli Gn. Cornelio 
Lentulo Marcellino e L. Marcio Filippo, e nei fasti magistratuum romano- 
rum sotto Gn. Pompeo Magno e M. Licinio Crasso loro successori. 

/) All'anno 707 dopo il 71' censo, i fasti capitolini accennano il re- 
censo ùtto da Giulio Cesare senza collega per quartieri, luftrum vicatim 
egit, che nei fasti magistratuum romanorum risponderebbe all'anno 708, ma 
non è accennato. Questo recenso non è nel numero dei 75, perché fii una 
numerazione dei frumentanti, e non un censo ordinario della popolazione. 

k) All'anno 724 i fasti capitolini indicano che Augusto fece il primo 
de' suoi tre censi del popolo romano (intendasi dei cittadini dell'Impero), 
però senza numero d'ordine, i quali nei fasti magistratuum romanorum non 
sono indicati; poi all'anno successivo notano il consueto censo di Roma 
che porta il numero 72, notato pure nei fasti magistratuum romanorum. 

/) All'anno 756 i fasti capitolini accennano il recenso senza lustro, 
simile a quello di Giulio Cesare, fatto da Augusto per quartieri, unfum 
vicatim egit lufirum non fecit, essendo consoli Sisto Elio Cato e C. Senzio 
Saturnino, non indicato nei fasti magistratuum romanorum, e senza numero 
d'ordine. 



nell'ira antica 227 

Efagera:(ioni intorno alla popoldT^ione di %oma, — Alcuni scrit- 
tori si piacquero d'ingrandire le cifre della popolazione di Roma 
antica, sino ad attribuirle 4, 6, 8, 14, e più milioni. 

Vossio, che scriveva verso la fine del secolo xvii, non contento 
del computo di Lipsio che diede a Roma 607 milioni, lo raddoppiò, 
applicando ad essa le proporzioni tra liberi e schiavi di un censi- 
mento Ateniese male interpretato. Eccone il ragionamento, che tra- 
duco dal suo opuscolo *De Magnitudine Romae Veteris : « Io non 
» credo doversi pur dubitare che il numero degli abitanti di Roma 
» non sia stato assai maggiore di quello indotto da Lipsio, e che 
» i soli schiavi lo superassero. Quando in Atene si numerarono 
» 20 mila cittadini, si numerarono insieme 400 mila schiavi. Se ri- 
» duciamo allo stesso calcolo il numero dei legittimi cittadini do- 
» miciliati in Roma, i quali di certo non furono meno di 400 mila, 
)) avremo 8 milioni. Ma dalla stessa area della città di Roma si 
» può avere un argomento alquanto più sicuro della moltitudine 
» degli uomini. Paragoniamola coll'area delle due massime città 
» del mondo cristiano, Londra cioè e Parigi. Se i misuratori non 
» fallano, queste due città, unite insieme, danno un'area che forma 
» circa un miglio germanico, ossia 16 mila passi quadrati. Ora 
» l'area della città di Roma, uniti i suburbii, abbracciava uno spa- 
» zio 8 volte maggiore; e se aggiungiamo il tratto trasteverino, 
» più di 20 volte grande fii l'area di Roma di quello che non ne 
» comprendano le due predette città. Che poi l'antica Roma fosse 
» meno abitata che queste città, oggi nessuno credo che lo pensi, 
» essendo noto che a parecchi piani eran le case e molto più alte 
» di quello che sogliano farsi a dì nostri.... E Augusto e poi Ne- 
» rone ridussero questa sublimità, fissando la misura degli edifici 
» all'altezza di 70 piedi. Chi non ascolti il giudizio della plebe e 
» del volgo, ma consulti gli assennati, che giudicano rettamente 
» le cose, li troverà tutti d'accordo ad ammettere che il numero 
» degli abitanti in entrambe le città di Parigi e di Londra non ec- 
» cede 600 mila uomini. E se qualcuno, non contento di questo 
» numero, ne stimasse di più, renderà più grande anche Roma. 
)) Posto adunque questo computo avrai cento e quaranta centinaia 



228 T^opoìa:^tont di %pfna 

» di migliaia di uomini, o, come volgarmente dicono, 14 milioni 
» (ut vulgo loquuntur quatuordecim milliones). » 

È naturale che per legittimare codeste fiabe, Vossio e i suoi 
seguaci dovessero andar in cerca di speciosi argomenti. Trovarono 
che Roma più grande di Atene era egualmente ricca di schiavi ; 
ma non badarono che Ateneo in Ctesicle, parlando di quel &moso 
censimento, fatto da Demetrio Falereo nella no* olimpiade, 
chiama àdnyouovgy Ateniesi, i venti mila cittadini, e t»$ àrrtxi^ 
dell'Attica, cioè dell'intera provincia, i 400 mila schiavi. Certa- 
mente i ricchi Romani possedevano una miriade di schiavi desti- 
nati ai lavori dell'agricoltura in tutta l'Italia, in Africa, in Asia, e 
pei negozi industriali e commerciali in tutte le provincie soggette; 
ma questi abitavano forse in Roma? Dirò, parlando della popolazione 
schiava, quanto siasi esagerata la proporzione di quelli che vive- 
vano in Roma al servizio dei cittadini. 

Si cercò di corroborare questa opinione, quasi che Roma non 
fosse già stata grande anche con un milione di abitanti, con criterii 
induttivi diversi. Ma i ragionamenti di codesti magnificatori pec- 
cano per due errori di logica; uno di esser basati sopra interpre- 
tazioni gratuite di fatti, in parte veri, in parte supposti; l'altro di 
avere anacronisticamente concluso dal particolare all'universale, 
attribuendo all'èra romana o a Roma antica in genere il numero 
di cittadini legittimi e di schiavi d'un solo periodo, che fu quello 
da Cicerone ad Aureliano, dopo il quale, se anche vi fu aumento, 
il valutarlo è impossibile, mancando la sola base statistica, giunta 
fino a noi, che sono le cifre dei censi, terminati con Augusto. Per 
esempio tutti i computi proporzionali che si deducono da cifre di 
eserciti, sia durante sia dopo i sei secoli, per i quali abbiamo cifre 
dei censi, si fondano sulla supposizione che quegli eserciti fossero 
levati sugli abitanti di Roma, dimenticando alleati, colonie, muni- 
cipii, Provincie soggette, tutto insomma il mondo che vi contri- 
buiva. 

Cogli argomenti poi che si cavano dall'estensione del territorio, 
si confonde la città, o la urbSy e il suo agro colla nominale e, per 
cosi esprimermi, razionale cittadinanza di tutto lo Stato, estesa 



nell'ira antica 229 

ai popoli latini, e a poco a poco a tutti gli Italici. Oltre questi cri- 
terii, sene invocarono altri in aiuto, come la immensa capacità dei 
circoli, teatri, terme, bagni, e il numero delle case di Roma traman- 
datici da documenti, di assai dubbia fede, e che supporrò autentici 
per dimostrare la discutibilità, non solo, ma la erroneità delle con- 
seguenze che se ne trassero; la quantità, oltre agli schiavi, dei li- 
berti, dei clienti, dei latini, italici e provinciali di ogni paese che 
immigravano continuamente in Roma da altre città, e dei forestieri 
che vi si domiciliavano ; le cifre degli ammessi alle distribuzioni 
gratuite di grano e di denaro, la copia di granaglie trasportate e 
consumate in Roma, e simili. 

I mera\àgliosi avanzi de' più grandi monumenti parvero dar 
loro ragione. Ma tutti questi criterii, servono assai meglio a 
persuadere e confermare la opinione media da me sostenuta. 

Del resto non mancarono anche gli esageratori per difetto; tra 
i quali Paolo Manuzio, ed anche Dureau de la Malie, che il 
Tournon afferma essere stato il primo a confutare gli esagera- 
tori per eccesso, dimenticando che già questi sufEcenlemente erano 
stati cogli stessi argomenti combattuti da Manuzio e Panvinio 150 
anni prima ^^; e gli uni e gli altri voglionsi brevemente confutare, 
e possibilmente ridurre i fatti alla loro giusta lignificazione, per 
potere, come farò in appresso, comporre dentro ragionevoli con- 
fini le cifre induttive dell'intera popolazione, con l'aiuto di quelle 
storiche dei censi. 

E qui, per non più occuparmene di poi, osserverò che non 
meritano speciale confutazione, a mio giudizio, le esagerazioni per 
difetto, da pochi commentatori sostenute, alcuni dei quali vorreb- 
bero che le cifre dei censi esprimessero l'intera popolazione, od 
almeno tutta la libera; altri, accostandosi un po' più al verosimile, 
riducono a men di 600 mila (526,378), come il Dureau de la 
Malie, e il Gregorovius che lo cita, la cifra massima degli abi- 
tanti di Roma, liberi e schiavi, all'epoca del maggiore dei censi ro- 

38 P. Manutu, de Civitate Romana; Onuphru Panvikii, Civitas ^mana 
(V. la Raccolta di Grevio» ^Aniiquitatum Homanarum), 



230 TopoIa:(^ione di l(otna 

mani (anno 667), cioè sul finire della repubblica, quando già da 
tutta l'Italia si versavano nella capitale del mondo avventurieri, 
e scrocconi, usurpando il posto di cittadini, e più non si facevano 
censi, perchè più non v'erano da censire i Quiriti di una volta. 
La quale cifra il Dureau de la Malie riduce poi coi cofnputi pro- 
porzionali della estensione superficiale di Roma a meno di metà 
come massimo della popolazione, intendendo, a quel che sembra, 
parlare della urbs. Ma basterà, per far ragione anche di questi 
computi troppo avari, lo studio dei criterii che verrò ora espo- 
nendo, diretto allo scopo di confutare le esagerazioni per eccesso. 

iKiliiia ed eserciti. — Roma ebbe inizio da una banda di sol- 
dati, che, sotto apparenza di coloni, divennero in breve gli inva" 
sori e conquistatori dei paesi vicini. I 3000 fanti e 300 cavalieri di 
Romolo, come già si disse, fiirono circa la metà dell'intera popo- 
lazione della nuova città nei primi tre o quattro anni, dopo i quali 
si sestuplicarono cogli ausiliarii 5^. Divisi da lui in 3 tribù, o di- 
stretti militari, di io centurie di fanti ed i di cavalieri ciascuna, ed 
ogni centuria in io decurie, quei primi 3300 rappresentavano 
l'unità bellica, che poi, cresciuto il numero degli atti alle armi, si 
chiamò legione, perula scelta che si faceva tra essi degli arruolati in 
ogni occasione di leva, occorrenti per compirne una o più legioni 
secondo la possibilità ed il bisogno^®. E questa fu la base delle due 
legioni cittadine che Romolo potè avere nel secondo quinquennio, 
per l'unione coi Sabini ; alle quali s'andarono man mano aggiun- 
gendo, come corpi distaccati, piuttostochè come vere legioni ordi- 
nate alla romana, gli ausili! imposti ai popoli confederati e soggetti 

39 Sabini exercitum eduxerunt, peditutn habentes 25 millia, equites autem 
paullo minus 1000. Erant etiam Romanorum vires haud multo inferiores, 20 
peditum millia, equites octingenti (Diokis. ii). 

40 Singuli ordines peditutn habebant terna millia tricenos equites ; quia 
autem electi erant ex omnibus bellicosiores, legio dieta (Plutarco, in 7{p- 
molo). 

Legio, quod leguntur milites in delectu (Varroke, lib. iv). 
Legio ab electu vocata, quasi lecta (Isidorus, lib. ix, cap. 3). 



nell'era antica 231 

di Antemna, Crustumerio, Fidene, della Sabina, coi quali si potè 
asserire che Romolo già nella guerra coi Sabini avesse 20 mila com- 
battenti, e che lasciasse morendo una forza di 47 mila uomini**. I 
3300 continuarono ad essere la base della centuriazione e del- 
l'ordinamento militare, secondo Servio Tullio, il quale iscrisse 192 
centurie tra i censiti. E le 192 centurie attive rappresentavano 6 
legioni o 19,200 uomini. 

L'istituzione militare Serviana era basata sulla qualità di cit- 
tadini e proprietarii; delle 6 classi, che componevano le 4 tribù 
della cittadinanza, e rappresentavano la scala discendente della ric- 
chezza, egli riservò la prima, tutta di patrizii, all'arma di cavalleria, 
le quattro successive a quella di fanterìa, in tutto 192 centurie, 
contando poi per una centuria sola la sesta, dei proletarii, non de- 
stinata a prestar servizio, e che nei primi secoli, per le frequenti di- 
stribuzioni di terre dell'agro e dei paesi ridotti a colonie, dovette 
esser poco numerosa, ma più tardi andò crescendo fino a raggiun- 
gere forse la metà della cittadinanza; e allora entrò nella milizia. 

Inscrivevansi i chiamati alla milizia per via di appello nomi- 
nale, e, portando ciascuno il proprio nome, per tribù, classi e cen- 
turie, i cittadini liberi e nati da liberi, ingenui, e possidenti, tranne 
i casi in cui si dovettero arruolare i seniori, i liberti, i proletarii e 
perfino gli schiavi, manomessi li per 11**. Serviva nelle guerre esterne 

41 Ceninensium et Antemnatium in tribus curiasque descripsit tribus 

minibus haud pauciores ; ita ut tunc simul omnes 6 peditum millia ex de- 
scriptione romani fìerent (Donis. lib. n). 

Peditum reliquit 46 millia et 1000 ferme equites (Id. ib.). 

42 Magna vis hominum (contro Annibale) conscripta Romae erat : liber- 
tini etiam, quibus liberi essent et aetas militaris, in verba juraverunt. Ex 
hoc urbano delectu (nella tribù urbana erano i liberti) qui juniores 3 5 an- 
nis erant in naves impositi, alii ut urbi praesiderent relieti (Liv. xxii, 9). 

Senatus conterritus (nella guerra Campana) delectum omnis generis 
hominum haberi jussit. Nec ingenui modo aut juniores sacramento adacti 
sunt, sed seniorum etiam cohortes factae, libertinique centuriati sunt (Liv., 
lib. X, cap. 14, anno 457). 

Seniores ad urbis praesidium ut praesto essent, juvenes ut foris bella 
gererent (Liv., lib. i, cap. 17). 



232 TopoluTiìone di %pma 

la prima categoria degli atti alle armi, cioè i junior ts, dai 17 ai 46 
anni, e qualche volta i più giovani, pretestati, ed anche la seconda 
categoria, ì seniores, dai 47 ai 60, per istituzione riserbati a star di 
presidio in città. Non di rado si formarono legioni ed eserciti di 
volontarii, per gran parte veterani ^^, i quali godevano Tesenzione 
o vacazione, dapprima dopo 20 anni di servizio attivo, poi dopo io 
e perfino dopo 6 soltanto. 

Compito ad ogni 5 anni il censo, coloro che componevano la 
milizia erano radunati a parte per una rivista militare che si teneva 
in Campo Marzio, anche quando il censo si faceva nel foro (luftra- 
tio exercitus). 

Ma altro era la centuriazione degli atti alle armi nel censo, altro 
la leva, o deleciuSj e la centuriazione organica d'ogni legione. Fa- 
cevasi la leva volta per volta, ad ogni guerra o rifusione d'eser- 
cito, chiamando a convenire in Campidoglio, a giorno fisso, i ;«- 
niores della città e dell'agro ^. Si faceva un appello per ogni classe, 
fermandosi nella scelta appena raggiunta la cifra voluta, e gli ar- 



M. Furius Camillus (nella guerra Volsca, anno 367) delectum juniorum 
habuit; ita ut seniores quoque quibus aliquid roburis superesset, in verba 
sua juratos centuriaret (Liv., lib. vi, cap. 2). 

Exercitum magna ex. parte voluntariorum novi tribuni militum consulari 
potestate Vejos duxere (Liv., lib. iv, anno 350). 

In civitate (dopo Tignominia delle forche Caudine) ira odioque ardente de- 
lectus omnium prope voluntariorum fuisse ; rescriptae ex eodem milite novae 
legiones (Liv., lib. ix, cap. 8, anno 434). 

Hi quibus census equestris erat equis se suis stipendia facturos promit- 

tunt Fit concursus plebis : pedestris ordinis se ajunt nunc esse, operam- 

que reipublicae extra ordinem poUiceri, seu Vejos seu quo alio ducere ve- 
lint. Voluntarius ductus exercitus Vejos (Liv., lib. v, cap. 3, anno 352). 

43 Non juniores modo, sed emeritis etiam stipendiis pars magna volunta- 
riorum ad nomina danda praesto fuere; veteranis admissis fìrmior exercitus 
fuit (Liv., lib. ni, cap. 28, anno 304). 

44 Ubi dies adest et omnis militaris Juventus convenit, et in Capìtolio 
congregata est, juniores tribuni dividunt eo ordine quo a populo vel impc- 
ratoribus constituti sunt in 4 partes (Dionisio, iv). 



nell'ira antica 235 

ruolati distinguevansì poi in 4 parti ^5, una di cavalieri e 3 di fanti, 
ajiati, principi, e triarii, diversi per età e per armatura. Adunque 
le centurie contenevano in sé i reclutabili, e tra essi si cavava la 
cifra occorrente all'uopo, alternando individui nelle guerre succes- 
sive ^^j salvo casi di leva in massa. E tale fu, circa 100 anni dopo, 
il censo di Servio, nel 292, quando Erdonio con 45 00 esuli e schiavi 
occupò il Campidoglio e la rocca. Or bene; se gli 84 mila e più 
censiti da Servio, che secondo il censo dell'anno 288, erano saliti 
a 124,214, fossero stati gli atti alle armi, come pretendono gli esa- 
geratori, sarebbevi stato bisogno per vincere 4500 schiavi di chia- 
mare in fretta alle armi, mentre la guerra Volsca era in tregua, 
non solo tutto il popolo di Roma, ma anche una legione di ausi- 
liarii Tusculani?*7 E perchè Roma avrebbe dato 10,000 uomini al 
più, mentre l'entusiasmo del pericolo avea fatto tacere le gare tra 
consoli e tribuni, e non 100,000, se più che tanti fossero stati gli 
atti alle armi, in luogo di dover ricorrere a 4000 ausiliarii? 

L'ordinamento di Servio rimase fino ai tempi di Mario (anno 
650 circa), che lo mutò radicalmente, riducendo le antiche 6 classi 
a 3, la prima della cavalleria, la seconda, o le antiche seconda 
terza e quarta, della fanteria di linea, e la terza della fanteria leg- 
iera, o levis armaturae. Perocché era cessato da molto tempo il 
privilegio dei più agiati di esercitarla milizia, basato su due ragioni, 
una politica, cioè la maggior guarentìgia che davano alla dominante 
oligarchia, l'altra economica, perché i Romani nei primi secoli d o 
vevano, salvo il vitto, e per i cavalieri il cavallo, militare ed ar- 



45 T. Lartius dictator, cum eos qui militari aetate essent e senioribus 
secrevisset atque centuriasset, peditum et equitum 4 partes fecit (Dioni- 
sio, v). 

46 Simile veri est intervallis bellorum, sicut nunc in delectibus fit Romanis, 
alia atque alia sobole juniorum ad bella instauranda toties usos esse. (Liv. 
lib. VI, cap. 8). 

47 Tusculum nuntii veniunt... Placet ferri auxilium, Juventus conscribitur, 
arma dantur... Romani erigunt aciem... adjungitur et Tusculana legio (Liv. ni, 
, anno 292). 
30 — fonografia di Hpiruty Parte IL 



^ 



234 Topola:(ione di %pma 

marsi e vestirsi a loro spese, e i poveri non avrebbero potuto ^. Già 
alla metà del quarto secolo, e anche prima, si era verificato fre- 
quente il bisogno di arruolare, sotto nome di accensi, per lo più 
senz'armi, e in qualità di supplenti, soprannumerarii, bagaglioni e 
soccorritori dei feriti, i minimi possidenti, i proletarii, i capite censi, 
ì liberti proprietarii ; e si era dovuto, con grande loro gioia, ac- 
cordare lo stipendio alla fanteria (anno 349) e alla cavallerìa 
(anno 352), oramai composta appena per metà di patrizii, bastando 
già per entrarvi avere censo come i cavalieri ^9. E cosi i patrizii a 
poco a poco si ritirarono, e ai tempi di Mario non costituirono 
più che la guardia del corpo del generale, pretoriani volontarii. 
Dal 609 in poi si fini col concedere ai soldati anche il vestiario; e 
cosi sotto Mario si discese fino ai liberti poveri, ai servi, ai fo- 
restieri domiciliati ed agli operai, come si era fatto ai tempi della 
prima e della seconda guerra punica 5°. 

48 Ad equos emendos io millia aeris (Servio Tullio) ex publico data et 
quibus equos alerent viduae attributae quae 2 raillia aeris in annos singulos 
penderent ; haec omnia in dites apauperibus inclinata onera (Liv., lib.i,cap. 17). 

Nondum enim accipiebant Romani stipendium de publico (nei primi se- 
coli), sed sumptibus militabant propriis. (Dionisio, lib. iv). 

Privato sumptu se alebant niilites romani, antequam stipendia mererentur, 
quod fuit paulo antequam romana ci vita s capta est a Gallis (Festus). 

49Decrevit Senatus ut stipendium miles acciperet (guerra Vejente, anno 349) 
cum ante id tempus de suo quisque functus eo munere esset. Nihil acceptum 
numquam a plebe tanto gaudio traditur (Liv., lib. iv, cap. 34). 

Equiti certus numerus aeris est assignatus; tunc primum equis merere 
equitcs coeperunt (Liv., lib. v, cap. 3, anno 352). 

Equites merebant triplex (Id., lib. v, capo 16). 

Hi quibus census equester erat (Liv., lib. v, cap. 3, anno 352). 

so Eosque servos adhuc viris foeminisque indictos ac sine mora manu- 
missos sub priore vexillo habuit (Svet., in ^Augusto), 

Consules jussi scribere exercitum sine ulla vacationis venia; quin opi- 
fìcum quoque genus et sellularii exciti dicuntur. (Liv. viii, 18, anno 426). 

Etiam aliam formam novi delectus inopia liberorum capitum ac neces- 
sitas dedit, 8000 juvenum validorum ex servitiis empta publico armaverunt 
(Liv., seconda guerra Punica). 

C. Marius iniit urbem (anno 663) circumseptus delectis servis quos Bar- 
diaeos appellabat (Plut., in C. Mario), 



nelVira antica 235 

Le milizie ausiliari di città contederate, colonie, municipii e 
Provincie, costituivano corpi distinti alle ale dell'esercito urbano, 
cohortes alariae; poscia vere legioni, dal 659 in poi; ed uguagliarono 
in origine la metà, e successivamente i due terzi, il totale, e per 
sino, specialmente per la cavalleria, il doppio, il triplo e più del 
contingente di Roma nelle grandi spedizioni militari, per essere 
tosto licenziate cessato il bisogno ^\ 

Finalmente, giusta l'istituzione serviana, essendosi sempre in- 
contrata difficoltà nell'aumentare la cavalleria in proporzione della 
fanteria, i 1800 cavalieri avevano il cavallo dato dal pubblico, e 
nella spesa rispettiva contribuivano per 1 0,000 assi l'ordine eque- 
stre e per 2000 le vedove possidenti. E spesse volte i cavalieri sce" 
scro da 300 a 200 per legione, mentre questa andava crescendo di 
numero ; finché, conquistata la Numidia e qualche altra provincia 
atta a fornire cavalleria, questa toccò i 600, 660, 720 per legione. 

Per ciò che riguarda la forza, Dionisio pretende che già Servio 
Tullio portasse la legione a 4,000 armati 5». 



$1 Hemici et Latini jussi milites dare ex foedere, duaeque partes socio- 
rum in exercitu, tertia civium fuit. (Liv., in, cap. 9, anno 293). 

Multitudo autem omnis sociorum, quod quidem ad pedites, par est, ut 
plurimum romanis legionibus, quod vero ad equites dupla (Liv., vni). (Vedi 
anche Dionis., vni, 1$ e Polib., vi, 26.) 

Antiquum auxiliorum usum sub regibus, liberae reipublicae temporibus 
per aliquot saecula solos Latinos atque Hernicos suppeditasse auxilia gravium 
armatorum, leves enim ex aliis nationibus admissos : adscitos bello Marsico 
(anno 659) Latinos et Italos in jus civitatis, non auxiliorum nomine am- 
plius militasse, sed legionariae militiae praerogativa auctos : Augustum alios- 
que inde imperatores provincialibus quoque in legionariam militiam adscitis, 
auxilia revocasse nullo nationum discrimine (Savilio, de militìa romana), 

Alterum tantum (cioè altre 4 legioni di 5000 fanti e 300 cavalieri che 
d*or dinario sì arruolavano) ex Latino delectu adiiciebatur (Liv., lib. vili, cap. 7). 

Cohortes Latinae Hemicaeque ab Senatu gratiis actis remissae domus ; 
Antiates 1000, quia serum auxilium post proelium venerai, prope cum igno- 
minia demissi (Liv., lib. in, cap. 2, anno). 

$2 Unaquaeque legio 4 millìbus armatorum numero constans (Dionisio, 
lib. iv). 



236 To(>ola:(^ione di %pìna 

Ma non è ben chiaro quando avvenissero i progressivi au- 
menti della medesima, da 3300 a 4000, 4200 o 4300, a 5000, 
5200, 5300, 5600 a 6000, 6600 a 6800, che fu la cifra a cui 
la portò Mario nell'anno 650, compresi i cavalieri. Alcuni impe- 
ratori, incorporandovi gli ausiliari, l'accrebbero sino a 12,000 ". 
Certo è che la cifra di Dionisio, dei 4000, se non è sicura per 
i tempi di Servio, si riscontra dall' anno 374 in Livio, e quella di 
5000 fanti e 300 cavalieri per l'anno 415 nello stesso autore, seb- 
bene forse questo numero fosse straordinario per quell'epoca, e si 
tornasse poi ai 4000 o 4200 o si alternasse, come appare da Po- 
libio, finché la cifra dei 5300 a 5600 divenne consueta dal J34 
in poi, variando solo il numero dei cavalieri sino al 650, ossia alla 
riforma militare di Mario 54. 

In una città che qualche volta si trovava di fironte a nazioni 
potenti e a parecchi nemici in una volta, il numero degli eserciti 

53 Legionem imperialem ejusque auxilia consti tisse 12 millibushominam, 
seu 6 minibus peditum legionariorum et 600 equitum, etauxiliarium (Vegezio, 
lib. III. cap. I, e Savilio). Dione , Tacito ed altri dicono che Augusto te- 
neva nelle provincia 20 legioni da 6200 fanti e 720 cavalieri. 

54 Legiones decem 4000 peditum 300 equitum (Liv., viii, anno 257). 
Quatuor legionibus 4000 scriptis (Liv., vi, 14, anno 374). 
Scribebantur autem (anno 415) quatuor fere legiones 5 millibus pedi- 
tum, equitibus in singulas legiones 300 (Liv., lib. vili, cap. 7). 

Legio pedites habet circiter 4000, equites vero 200. Si vero usus postu- 
laverit, pedites in unaquaque 5000, equites autem 600 (Polib., lib. ni). 
Unaquaque legio 5 200 pedites, 300 equites habet (Polib., lib. 11). 

Numero quoque peditum equitumque legiones auctas, 1000 peditum et 100 
equitibus, ut 5000 peditum, 300 equitibus essent (Liv., xxii, cap. 21, anno 534). 

Novam legionem 5200 peditum, equitibus 400 (Liv., xl, cap. 16, anno 570). 

Sex millium et duecentorum hominum primus C. Marius conscripsit le- 
gionem, cum antea 4000 fuisset, unde etiam appellabatur quadrata (Festus). 

Legio habebat 6000 virorum (Servius ad £neidem)s 

Romani legiones habent, in quibus singulis 6000 militare consueverunt 
(Vegezio, lib. 11, cap. 11). 

Legio 6000 habet homines cum equitibus 626 (Vegezio). 

Legio apud Romanos 600 militum (Isidoro). 

Legio est moltitudo armatorum 6666 (Hesichius). 



nell'ira antica 237 

può fornire un eccellente criterio per giudicare della entità della 
popolazione, quando si sappia quanta parte di (Questi era fornita 
dalla città stessa e quanta dagli ausiliari. E a ciò siamo grande- 
mente aiutati dagli storici, che in fatto di cose militari furono ab- 
bastanza particolareggiati e precisi. Si può dividere l'èra romana, 
militarmente parlando, in 5 periodi : i. legione di 3300, a' tempi 
di Servio e fino al 250 circa; 2. legione da 3000 a 4000, probabil- 
mente fino alla guerra contro i Volsci e i Prenestini (dal 250 al 374 
circa) ; 3. legione di 4200 circa, dall'anno 374 al 414; 4. legione di 
5000 circa, dal 415 al 650; 5. legione di 6200 circa dal 650 fino 
alla fine dell'impero , non contando la maggior forza adottata in 
qualche caso straordinario dagli imperatori; tanto più che da Clau- 
dio in poi non abbiamo più né censi né cittadini originarii o locali, 
né eserciti propri di Roma^ e possiamo soltanto appoggiarci ad 
induzioni, per cavarne la cifra totale della popolazione romana. 

Nel primo periodo (sotto i Re e per un secolo e un quarto 
dopo) le legioni levate in Roma solevano esser due in caso di grossa 
guerra, e tutto al più quattro. I consoli solevano trarle a soite e 
comandarne una, o tutt'al più due ciascuno ^S in un caso straordi- 
narissimo tre per uno, come nell'anno 260, essendo i Romani in 
guerra con Volsci, Equi e Sabini ad un tempo. In quest'occasione 
si ebbe il più grande esercito che mai fino allora si fosse arruolato 
per r intera leva, cioè io legioni, 3 per ciascun console Virginio e 
Vetusio, e 4 pel dittatore Marco Valerio 5^. Si può supporre che 
queste legioni fossero la leva forzata dei Komzni juniores dai 17 
ai 46 anni, e non vi entrassero ausiliari; sarebbero stati 33 mila 



ss Duae legiones urbanae consuli decretae sunt (Liv., xxui, 19, anno 534). 

Legiones inde consules sortiti sunt, primam et tertiam ut in Macedo- 
niam cum P. Licinio trajicieretur, secundam et quartam ut in Italia cum C. 
Gissio remanerent (Liv., lib. 42^ anno 579). 

s< Quantus numquam ante exercitus, io legiones effectae, 3 inde datae 
consulibus, 4 dictator usus (Liv., lib. 11, cap. 15, anno 260). 

Censebantur ejus aetatis lustris 250 milliacapitum (censo 25, anno 435)9 
itaque in omni defectione sociorum Latini nominis urbano prope delectu io 
scribebantur legiones (Liv., ix, 11). 



238 Vopola:(^ione di T(j)ma 

uomini, che nella ragione del 43 per cento dei maschi, rappresen- 
tato da' /««iorw/ darebbero una popolazione cittadina maschile di 
76,750. Ora il censimento dell'anno 260, che fu il 7, diede 110,000 
teste ; ciò vuol dire che rimasero non arruolati i giovani infermi 
od inetti, e i maggiori di 46 anni censiti, cioè circa il 20 per 100, 
che darebbero 22,000 teste, più i proletarii e liberti poveri di 
ogni età, non mai adoperati in quei tempi nelle guerre. Questo 
computo mostra da un lato che le cifre dei censiti non includono 
le femmine, perchè 3 3 mila juniores combattenti avrebbero richie- 
sto una popolazione libera tra maschi e femmine di quasi 140,000, 
maggiore cioè della cifra data pel 7 censo ; e dall' altro lato che 
ha buon fondamento l'asserzione di Dionisio che i 110,000 fos- 
sero i maschi puberi ". 

La milizia solita armarsi in pace o per piccole guerre era un 
esercito, o due legioni cittadine. Il di più era di soci. Ad infer- 
mare l' opinione da me seguita, che le cifre cioè degli eserciti ro- 
mani rivelino esattamente una popolazione libera, propria della 
città e suo territorio, non maggiore di quella da me computata nel 
prospetto generale dei censi e degli abitanti, che reco in appresso, 
si addurrebbero a torto le grosse cifre delle legioni e dei combat- 
tenti nelle grandi guerre. Di siffatte cifre gli storici abbondano ; 
basti cavarne alcune per le diverse epoche, corrispondenti alle più 
gravi guerre ed agli estremi pericoli, in cui versò Roma nella sua 
vicenda tempestosa di lotte e conquiste. 

Nel 256, appena cacciati i Tarquini, vi fu guerra coi Latini, che 
ne presero le parti; era questione di vita o di morte per la giovane 
repubblica. E l' esercito, quasi tutto romano, tranne alcuni Latini 
che disertarono ad esso, a cui si deve la vittoria al lago Regillo,fu 
di 24,700 s». 

Nel 260, nella guerra Latina e Volsca si raccolse, come si 

57 Civium tum qui puberes essent supra no miliia erant ut proximo 
censu compertum fiierat (Dionisio^ vi). 

58 Romani s quidem numerus erat peditum circitcr 24 miliia trecentis 
demptis, equitesque 1000 . . . exacerbati Latini plures ad Romanos transfu- 
gere . . . urbanae quoque eos militiae manipulis admiscentes (DiONis., vi). 



nelVéra antica 239 

• 

è detto di sopra, il più grande esercito che mai si fosse veduto, 
IO legioni o 33>ooo uomini, cioè più del quarto dei 110,000 
censiti 59. 

Nel 272 sono in presenza le due guerre, degli Equi e dei 
Vejenti, e l'esercito cittadino che si prepara è di due legioni. Nel 
273, non bastando le forze per la guerra Ve j ente, per esservi altre 
guerre, i 306 Fabii con 4000 loro clienti di campagna, la fanno 
per proprio conto ^. 

Nel 323, combattendosi la gravissima guerra contro Equi e 
Volsci, i Romani aveano in Algido 4 eserciti, od 8 legioni, allora di 
3300 uomini ciascuna^'; e avevano raccolte tutte le loro forze. 
Le quali ascendevano a 26,400 uomini; rappresentavano adunque 
meno del quinto dei 150,700 censiti in quei tempi (veggasi il 
censo 6) e poco più di due quinti dei junioreSy atti alle armi. Non 
era ancora la leva forzata dei giovani. 

Nel 3 65,' dopo la sconfitta al fiume AUia, accostandosi i Galli 
a Roma, la popolazione non la può difendere; eppure, secondo 
Lipsio, Cantù ed altri, i liberi nel 361, censo 18, sarebbero stati 
762,000 ! I giovani vanno nella rocca Capitolina, la città é presa, 
incendiata, quasi rasa al suolo; Camillo per liberarla deve richia- 
mare le due legioni da Vejo e fare da sé una leva ad Ardea, dove 
concorrono i giovani romani ad ingrossar le file; e cosi raddoppia 
le forze, lieto di trovare 20,000 pronti a seguirlo e un maggior 
numero di alleati ^*. 

$9 Quantus numquam, exercitus, legiones io effectae (Liv., 11, 15). 

^ Ad duo simul bella exercitus scribitur (2 legioni) — Lrv., 11, 24. 

Fabii arma capiunt . . . 306 milites omnes patricii, omnes unius gentis 
sequebatur turba cognatorum sodalique (Liv. 11, 27). 

6* Dum Dictator Camillus delectum per se Ardeae habet magistrum 
cquitum L. Valerium a Vejis abducere exercitum jubet (Liv. v, 28). Receptus 
a civibus, qui extra urbem erant, invenit jam 20,000 armatorum; majorem 
numerum ipse ex sociis conscripsit (Plutarco, in Camillo), 

^3 Quatuor exercitus habebant. Scribebantur autem 4 fere legiones 5000 
peditum, equitibus in singulas legiones 300; alterum tantum ex Latino 
delectu adjiciebatur (Liv., vui, anno 315). — Duobus scriptis exercitibus, 
adjuncto Sanmitium exercitu (Liv. viii, v, anno 315). 



240 Topola:(^ione di %pma 

Nel 414 e nel 415 si erano scritte 4 legioni da 5000 fanti e 
300 cavalli; altrettanti diede la leva dei soci. Le proporzioni col 
censo più vicino a quest'epoca sono ancora minori; infatti Livio ne 
parla in questa occasione come di leva ordinaria, che, alternandosi 
i chiamati in servizio, sarà stata forse di un terzo dei juniores re- 
clutabili ^3. 

Dal quinto secolo in poi gli aiuti degli alleati acquistarono una 
grande importanza. Capua sola poteva armare 30,000 fanti e 4000 
cavalieri, secondo Livio (xxin, 5). 

A quei giorni si giungeva sino a io legioni cittadine. 

Nel 457 mossero guerra fierissima a Roma i popoli uniti del 
Sannio , dell' Etruria, dell'Umbria e parte dei Galli^ di Romani si 
ebbero 4 legioni, il doppio diedero gli alleati ch'eran rimasti fe- 
deli. E quando il pericolo era stato maggiore, cioè nella diserzione 
di tutti i soci, l'anno 406, dovendosi far conto sulle sole forze di 
Roma e fare guerra contro i LatiAi, si erano arruolate io legioni 
da 4200 fanti e 300 cavalieri ciascuna, tra iKcapoluogo e l'agro. E 
Livio, che scriveva ai tempi di Augusto, afferma che cosi straor- 
dinario esercito non si sarebbe facilmente raunato a* suoi giorni, 
da tutto r impero, che pure abbracciava quasi tutto il mondo ^*. 



^3 Urbano prope delectu io scribebantur legiones, quatuor quinque 
exercitus saepe per annos in Hetruria, Umbria, Gallis, Samniis, Lucanis 
gerebant bellum (Liv., ix, 11, anno 457). 

Romanis bellum ingens multis ex gentibus excitur: L. Volumnius cum 
legionibus secunda et tertia, sociorumque 15,000; Appium Claudium duae ro- 
ma nae legiones secutae, prima et quarta, et sociorum 12,000 (Liv., x, 12). 
Era Tanno in cui per ultima risorsa si arruolarono seniores et libertini 
(Liv., X, 14, anno 457). 

Extendere omnes imperii vires consules habendo delectu jussit (sena- 
tiis) ; civili quippe standum exercitu esse quando socialis coetus desereret. 
Undique non urbana tantum sed etiam agresti juventute io legiones seri- 
ptac dicuntur, 4200 peditum, equitum 300; quem nunc novum exercitum, 
si qua ex terna vis ingruat, hae vires populi Romani, quas vix terra rum capit 
orbis, contractae in unum haud facile efficiant (Liv., vii, 17 anno 406). 

64 Praeter 2 urbanas legiones, quae principio anni a consulibus conscri- 
ptae fucrant (e che dovevano essere la consueta leva annuale) et servo- 



nell'ira antica 241 

Ora IO legioni sono quasi la leva massima, o il quarto di 180,000 
maschi; e infatti il censo del 408 dà 160,000 censiti. 

Dopo la battaglia di Canne, nel 535, che pur fu momento 
difficilissimo, M. Giunio dittatore raccoglie tutte le forze di Roma, 
ed è costretto ad arruolare per disperazione schiavi e condan- 
nati. Se Roma avesse avuto i 2, i 3 o i 7 milioni che secondo 
Cantù, Lipsio, Vossio ed altri corrisponderebbero ai 270,213 
censiti del 534, censo 43, avrebbe trovato abbastanza cittadini ju- 
niores per fare a meno di 6 od 8 mila schiavi e di 6 mila carcerati 
prosciolti dalla pena, per militare contro Annibale e salvare la 
patria. 

Alla battaglia di Canne nel 534, Livio dice chiaramente che 
erano in campo 87,200 armati, cioè 5 legioni di Romani, che eran 
già pronte da prima, di 4000 fanti e 200 cavalieri Tuna, e quattro 
create di nuovo di 5000 fanti e 300 cavalieri Tuna, in tutto 42,200 
di Roma, e di alleati un egual numero in fanti e doppio circa in 
cavalieri, cioè 45,000 uomini; in tutto septem et octoginta milita 
armatorum et ducenti. E le perdite furono quasi metà per parte ^K 

E poco prima, nel 532, contro lo stesso nemico, e in un mo- 
mento non meno pericoloso, cioè dopo l'eccidio di Sagunto, l'eser- 
cito romano, che pur si reputava allora il più grosso che si po- 
tesse avere, contava 25,800 cittadini e 48,000 alleati, o 73,800 in 
tutto ^^. Questo numero del resto pare che nel sesto secolo fosse 
il massimo ; tra Romani e alleati, nelle strette dell'anno 536, eransi 
ordinate 18 legioni. 

rum delectum, cohortesque ex agro Piceno et Gallico collectas, ad ultimuni 
prope desperatae reipubblicae auxilium... eorum qui in vinculis essent 6000 
hominum armavit. Ita cum 25,000 armatorum ab urbe profìciscitur (Liv., 
xxni, 9). 

^s Armatorum 87,200 in castris romanis pugnatum ad Cannas est. Ab 
urbe 9 legiones profectaeXLiv., xxii, 21). Quadraginta millia peditum, 2,700 
equites, et tanta prope civium sociorumque pars, caesi dicuutur (Liv., xxii, 26, 
anno 534). 

^ 24 millia peditum romanorum sunt scripta, 1800 equites, sociorum- 
que 44 millia peditum et 4 equitum (Liv., xxi, 5, anno 532). 

Duodeviginti legionibus bellum geri placuit (Liv., xxiv, 4, anno 536). 
31 — fonografia di ^oma. Parte IL 



242 Vopola:(^iofìe di Kjoma 

Per i secoli settimo, ottavo e seguenti abbondano gli storici di 
notizie ancor più concordanti tra loro, benché meno determinate ^7. 

Nell'anno 605, all'ardita impresa della distruzione di Carta- 
gine fliron dati ai due consoli 80,000 soldati, ma le legioni con- 
solari di Roma eran due per ciascuno. Nel 620 Q. Fulvio Nobi- 
Uore porta in Ispagna 30,000 uomini, ma vi sono compresi la 
cavalleria e gli ausiliari Numidici, e numerosi contingenti di soci. 
Ad Arausio, nel 649, nella guerra Cimbrica, perirono 80,000 sol- 
dati e 40,000 bagaglioni (Liv., lvii). Nel 653 per la guerra gra- 
vissima contro i Cimbri si diedero al console Mario 25,000 uo- 
mini e altrettanti de' soci al proconsole Catulo. Nel 683 per la 
guerra Piratica Pompeo ebbe 123,000 fanti e 5,000 cavalli, e le le- 
gioni di Roma non erano più di 4. 

Nella tremenda guerra Italica, o sociale, che, imita alla civile, 
spense, secondo Eutropio, 150,000 e più Romani nel decennio dal 
é6o al 670, e 300,000 Italici, l'esercito che Roma tenne in piedi 
fu di 100,000 uomini, quanti se ne prepararono infine nel mas- 
simo sforzo contro Siila, il quale oppose 5 legioni di Italici e rac- 
cogliticci, 40,000 uomini in tutto. E a mezzo di questo periodo, 
secondo Appiano, entrarono in lotta per la guerra italica 100,000 
uomini da ambe le parti ; ma i Romani, secondo lo stesso autore, 
dopo esaurite le leve cittadine e quelle dei contingenti rimasti 
fedeli, dovettero comporre la 20» legione con 6000, tutti liberti, 
chiamati alle armi tra i servi emancipati al momento. Anche sup- 
ponendo che le 19 altre legioni fossero tutte di cittadini di Roma, 
siccome il censo del 667 fu di 464,000, si sarebbero avuti sotto 
le armi meno del quarto dei censiti, cioè meno della leva in 
massa dei jnnioreSy o mobilizzabilì, che rappresentavano più dei due 
quinti. Se 1464,000, cioè i censiti, fossero i soli junioreSy come pre- 
tendono alcuni, o rappresentassero ciascuno una famiglia di 5 per- 
sone libere, sarebbe stato facile cavarne alnlfeno 300,000 armati, 
né sarebbe stato necessario per giungere ai 100,000 liberare 
6000 schiavi e ordinarli in legione, contro tutte le tradizioni della 

67 Livio, Appiano, Plutarco, Eutropio, Vellejo ed altri. 



nell'era antica 243 

repubblica. Lo stesso computo può farsi per le 18 legioni con 
16,000 cavalieri (in buona parte di certo ausiliari, non avendo 
mai la città potuto fornire tanta cavalleria) con cui M. Anto- 
nio portò la guerra ai Parti nel 714^*; perocché l'ultimo censo 
repubblicano che abbiamo, del 703, ci dà 420,000 cittadini censiti, 
più che sufficenti a fornire il contingente romano, anche ammet- 
tendo con noi che i censiti, oltre agli atti alle armi, seniores e 
jnniores insieme, comprendessero qualche altra categoria, special- 
mente i nuovi cittadini, o forestieri domiciliati, gli orfani e le ve- 
dove contribuenti. Sarebbero stati infatti 1 24,000 uomini, com- 
presa la cavalleria, quelli che mossero contro i Parti; e certamente 
80, o 100, od anche tutti i 124 mila potevano comodamente esser 
forniti da 400,000 che avevan passato la pubertà, tale essendo il 
computo proporzionale che in tutti i paesi suol farsi per le chia- 
mate un po' forzate sotto le armi. 

Come si vede dalle ultime date che ho citate, le forze stretta- 
mente proprie di Roma cominciano dal 600 in poi a divenire più 
difficili a determinarsi. Come il dritto di cittadinanza cosi l'ufficio 
della milizia andavansi estendendo, e confondevansi oramai col di- 
ritto italico, che la legge Giulia consacrò nel principio del secolo 
ottavo. 

Cresciuti i commerci e con essi gli speculatori, divenuti influ- 
enti i liberti, che negoziavano a nome dei padroni, e gli esteri im" 
prenditori, riunita in latifondi la proprietà, sostituivansiapoco apoco 
ai Quiriti i cittadini semplici, ai militi delle tribù rustiche i poveri e 
stipendiati ; e per la milizia, divenuta affare di mestiere, ponevansi 
eziandio a largo contributo, oltre ai soci e agl'Italici, le provincie 
più lontane. 

Perciò gli ultimi censi non riproducono più l'immagine pro- 
porzionale delle forze militari proprie di Roma ; e le grandi cifre 
di soldati, che gli storici recano dalla caduta della repubblica sino 
alla caduta del primo impero, son le forze di tutto lo Stato, nelle 

^8 Marcus Antonius bellum cum legionibus 18, et 16,000 equitum, Parthis 
ntulit (Liv., EpiL cxxx). 



244 ''Popola:(^ione di K^oma 

quali la popolazione di Roma contribuiva di certo la più piccola 
parte. 

É dunque falsa, dal 700 in poi, ogni induzione che gli esage- 
ratori in eccesso della popolazione romana vollero basare sul 
grande numero di legioni da 6800 uomini T una , che gli impera- 
tori tennero sotto i loro ordini anche fuori dei tempi di guerra ; 
Augusto nelle sole provincie, 163,000 uomini o 25 legioni da 
6,200 fanti e 730 cavalli ciascuna ^^; Traiano 208,000 soldati, o 30 
legioni 7°; Severo 100,000, o 16 legioni, per vegliare nella sola 
Roma; Diocleziano 260,000 uomini o 37 legioni 7^ e cosi via. 

Meno ancora può dedursi il numero dei Romani e la popola- 
zione cittadina dal numero delle legioni tenute dagli imperatori 
dopo la traslazione della sede a Costantinopoli, anche per la mi- 
nore autorità degli storici; perciocché sappiamo che la legione 
andò mano mano assottigliandosi, e Valentiniano la ridusse a 1000 
o- 1500 uomini, oltre la cavalleria. Anzi gli ordini militari romani 
andarono cessando, per piegarsi nella decadenza dell'impero ad 
una infelice imitazione di quelli degli invasori barbarici, senza la 
coesione e l'energia che in questi molte volte regnava. 

Farmi già fin d'ora di aver dimostrato che le cifre della po- 
polazione, che reco nel mio prospetto, siano perfettamente confer- 
mate dalle cifre proporzionali delle milizie proprie di Roma città 
nei diversi tempi e nelle diverse guerre. 

Ma un ultimo argomento si porta in campo da coloro che alle 
cifre degli eserciti romani si appoggiano per ingrossare quelle dì 
Roma città, cadendo nel consueto equivoco di confonder questa 
con lo Stato od imperio romano; ed è quello del numero delle le- 
gioni e dei soldati, notato nei quattro censimenti militari, del 527 
durante la insurrezione Gallica, e dell' impero sotto Tiberio, Ne- 
rone e M. Aurelio. 

Il più importante è senza confronto quello del 3 27, recatoci 



^9 Tacito e Dionisio. 
70 Sparziaxo. 
7» Dione. 



nell'era antica 245 

da Polibio, per le particolarità che contiene ; ed è quello su cui 
gli esageratori si fondano, e che serve invece mirabilmente a con- 
fermare la tesi da me sostenuta. 

Neil' anno 527, atterrito dalla insurrezione Gallica, e volendo 
forse incoraggiare ad un tempo i Romani e scoraggiare i nemici, il 
Senato si fece presentare gli estratti degli atti alle armi, desunti 
dai registri censuari locali di tutte le popolazioni italiche, allora 
dipendenti da Roma, e lo specchio delle forze si attive che pronte 
a partire o di prima riserva. Sulla approssimativa esattezza del 
prezioso documento di Polibio ?% che ce ne dà il sommario, non 
può neppur sorgere il dubbio che egli abbia voluto esagerar le ci- 
fre del nemico per coprire i suoi ; giacché la somma complessiva 
torna con poco notevoli differenze nel cenno che ne fanno Fabio 
Pittore, copiato da Orosio e da Eutropio, Diodoro Siculo, e pia 
autorevole di tutti Plinio 73. Infatti Plinio reca in tutto, in cifre 
tonde, 700,000 fanti e 80,000 cavalieri, e non conta tra i primi 
i Veneti e i Cenomani, accennati da Polibio, che dà circa 10,000 
cavalieri di meno. L'Italia romana poi, di cui questo era il censi- 
mento militare, giungeva al nord al 44*" di latitudine sulla linea 
che dallo sbocco del Rubicone nell'Adriatico finisce al porto di 
Luna nel mare Tirreno, oltre al territorio dei Veneti e Ceno- 
mani, e a mezzodì fino allo stretto di Messina; paese che ai no- 
stri tempi abbraccerebbe circa 20 milioni di abitanti, pei quali i 
768,300 reclutabili in una leva in massa, come quella cui si prepa- 
rava il Senato nel 527, sarebbero in giusta proporzione anche oggi. 
Perocché V Italia unita potrebbe oggi, in una crociata di naziona- 
lità, fornire benissimo un milione di armati. 
Ecco il censimento militare di Polibio : 



72 PoLiB. Stor. II, 23, 69. 

73 Fabio Pitt. iv, i> - Diodor. Sic. Framm, 3, lib. 25 - Plin. 7^/. nat. iii, 
24 Italia, nuntiato Gallico tumultu, sola, sìne extemis ullis auxiliis, equi- 
tum 80 millia, pedituni 700 millia armavit. 



246 



Topola:^ione di Tf^otna 



T%UPPE E LEVE 

loro origine Q^ 

1 In Sicilia, 2 legioni di Roma « att. 

2 Coi consoli, 4 legioni di Roma '' att. 

3 Coi consoli di alleati att. 

4 Col pretore, ausiliari accorsi 

dai Sabini e Tirreni. . . . att. 

5 Id. id. da Umbri e Sarsinati 

abitanti deirAppennino . . . att. 

6 Id. id. da Veneti e Cenomani att. 



Fanteria 



7 Pronti, in Roma, truppe citta- 
dine 



1 ris. 



8 Id. di alleati i' ris. 



9 Dalie tavole censuarie, per la 
leva, Latini 



2 ris. 



2 ris. 



10 Id. id. Sanniti 

1 1 Id. id. Japigii e Messapi. ... 2' ris. 

12 Id. id. Lucani 



15 Id. id. Marsi, Marrucini, Fren- 
tani e Vestini 

I ; Registrati nel censo come atti 
alle armi, tra Roma, la Cam- 
pania e ì popoli isopoliti che 
entravano nelle legioni. . . 



2 ris. 



2* ris. 



2 ris. 



Totali 

Attivi 

Prima riserva 

Totale attivi e prima riferva . . . 
Seconda riserva 



8 400 
20 800 
30 000 

50 000 

20 000 
20 000 

20 000 
30 000 

80 000 
70 000 
so 000 
30 000 

20 000 



250 eoo 



149 200 

50 000 

199 200 

500 000 



Cavalleria 



Totale generale ... 699 200 

« Legioni di 4200 fanti e 200 cavalieri ciascuna. 
^ Legioni da 5200 fanti e 350 cavalieri ciascuna. 



400 

1 200 

2 000 

4 000 



I 500 

2 DOG 

5 000 

7 000 

16 000 

3 000 

4 eoo 



23 000 



7 600 

3 soo 

11 100 

58 eoo 

69 100 



Totale 



8 800 
22 000 
32 000 

54 000 

20 000 
20 000 

21 a.M 

32 000 

85 000 
77 000 
66 000 

33 000 

24 000 



273 000 



156 800 

53 500 

210 300 

558 000 

768 300 



nell'era antica 



247 



Ter origine: 

Attivi di Roma 30,800 alleati 126,000 totale 156,800 

Prima riserva 21,500 32,000 53,500 

Totali aitivi e prima riferva 52,300 158,000 210,300 

Seconda riserva 68,200 489,800 558,000 

Totale generale 120,500 647,800 768,300 

La sola cifi'a, che non fu data separatamente per le forze della 
città di Roma, è quella del contingente ch'essi avevano nei 273,000 
notati nella leva, al numero 14. Qui si è, con ogni ragione stati- 
stica, calcolato eh' essi fossero nella medesima proporzione delle 
truppe attive e di prima riserva, cioè 1/4 (52,300 sopra 210,300 in 
totale); quindi in quei 273,000 dovevano essere 68,200 di Roma. 

Se prendiamo ora il censo medio tra il 39°, anno 512, e il 43", 
anno 534, abbiamo 265,000 censiti, dei quali i 120,500 del con- 
tingente romano sarebbero appunto i juniores, in ragione del 43,26 
per 100, coir avanzo di 6,000 che sarebbero gl'inabili. 

Da questo documento apparisce chiaro che gli eserciti attivi 
e di prima riserva, nelle gravissime guerre, constavano per 3/4 di 
alleati e sudditi, e i notati per la leva per quasi 5/6. 

Da diversi scrittori de' tempi dell' impero e specialmente da 
Tacilo 7^ si ricava la somma delle forze di cui disponevano gli 
Imperatori Tiberio (25 dopo C.), Nerone (68 dopo C.) e M. 
Aurelio (160 dopo C). Eccone il prospetto: 



Sotto 
Tiberio 



xAlla morte 
di 

perone 



Coorti pretorie in Roma . 9 
Coorti urbane id. . 3 

Coorti di vigili id. . 2 

Legioni in Italia 

Id. fuori 25 

Truppe sparse fuori 

Totale 

Uomini di mare 

Ausiliari 

Totale 

74 Tacito, tAnn. lib. iv, 5. 



9 000 
3 000 
2 000 

• • ■ ■ 

157 500 

• • • • 

171 500 

21 000 
157 500 

350 000 



9 

5 
2 

I 
27 



9 000 
5 000 
000 
300 



2 
6 



170 100 
6 200 

198 600 

21 000 
170 100 

389 700 



Sotto 
^. tyiurelio 



12 
14 

7 
I 

32 



12 


000 


14 


000 


7 


000 


6 826 


218 


432 


258 258 


21 


000 


218 


432 



497 690 



248 Topola:;^ione di Ti^oma 

Supposto che tutti i 171,500 di Tiberio, i 198,600 di Nerone 
e i 258,258 di Marco Aurelio fossero di Roma, essi rappresen- 
terebbero presso a poco il numero degli atti alle armi juniores dei 
censi d'allora, preso per base l'ultimo censo che precedette l'im- 
pero, e che fu di 420,000 cittadini. Dicesi che questi crescessero 
fino ad Aureliano, a 900,000, cifra dubbia, data da alcuni scrittori 
imperiali, di cui sono incerti i testi per le varianti delle cifre, dei 
soldati principalmente. Ma è certo che moltissimi dovean essere 
forestieri mercenarii, surrogati a cittadini, che ottenevano la vaca- 
zione dalla milizia, o arruolati dal governo imperiale fra gli stra- 
nieri, principalmente i pretoriani e la cavalleria. 

Insomma restiamo anche qui nelle consuete proporzioni, di 
sopra notate ; e può dirsi provato che le cifre delle truppe di Roma 
convalidano i computi da me fatti nel Prospetto dei censi e degli 
abitanti, che reco in fine di questa parte del lavoro. 

Quantità degli schiavi. — Non vi è forse argomento trattato 
in modo più vago dagli antichi scrittori di quello degli schiavi in 
Roma. Mentre alcuni moralisti, come Catone, Plinio ed altri, gri- j 

dano contro il lusso di coloro che si permettevano di tenere dieci, 
cento, mille e più schiavi, ei altri vantano la ricchezza di coloro che 
tanti e più ne possedevano, nessuno ci dà la distinzione tra quelli 
che erano trattenuti a servizio in Roma e quelli che erano desti- 
nati ai lavori di campagna, agli opificii, alle manifatture, ai com- 
merci, alle miniere e cave di marmi, materiali da costruzione 
e simili, fuori del territorio di Roma. Sappiamo tuttavia che, dal 
quarto o quinto secolo in poi, il cittadino romano già più non la- 
vorava che per mano degli schiavi ; e ciò avveniva dapprima nelle 
grandi possessioni dei signori, poi anche nei pochi jugeri di terra 
del quasi proletario e del soldato veterano. E cosi eludevasi lo scopo 
sociale che si proponevano la repubblica o l'impero, quando distri- 
buivano terreno demaniale o tolto ai nemici, sia nelle città e colonie 
finitime, sia nelle più lontane regioni di tutta Italia, e dal settimo 
secolo in poi nelle provincie domate d'Europa, Africa, ed Asia, 
dovunque insomma erasi estesa la potenza militare e l'alto domi- 



nell'era antica 249 

nio di Roma. Una esagerata idea della dignità di quirite, e forse 
anche l'abitudine contratta fin dai primi secoli della repubblica di 
non apprezzare che gli uffici civili e politici e la milizia, di &rsi 
cassare i debiti con qualche sommossa cittadina, e di farsi soccor- 
rere dallo Stato, non fosse altro col grano a metà prezzo, aveva 
reso disdicevole per un libero romano l'esercizio di ogni arte ma- 
nuale o bassa industria 7^ 

E dopo la seconda guerra Punica e quelle di Grecia ed Africa 
dal 560 in poi fu dimessa anche l'agricoltura, fino allora nobilis- 
sima, e nei primi tempi imposta come un dovere sociale e come 
una condizione del godimento dei diritti politici ; tanto che i Ro- 
mani passavano la maggior parte dell'anno nell'agro, e le tribù 
rustiche erano di gran lunga piò stimate delle 4 urbane, rifugio di 
proletari, liberti, oziosi, o forestieri, commercianti e bottegai 7^. La 
precipua gloria dei Fabii, dei Cincinnati, degli Attilii, dei Curii, 
dei Fabrici, dei Cornelii, dei Camilli, dei Scipioni era di possedere 
e coltivare colle proprie mani, senza schiavi, quattro jugeri di ter- 
reno, come Cincinnato nel 293, e sette come Attilio Regolo nel 
498, e di tenere in guerra, benché fossero generali in capo, uno 
o due schiavi soltanto pel loro servizio personale, come Curzio e 
Scipione, del pari che in pace per la loro piccola casa. Più tardi era 
già divenuta rara questa modestia, quando Catone, che ne ha dal 
suo biografo Plutarco le lodi, generale nella guerra Ispanica, nel 
554, non aveva che un'ordinanza e 5 servi 77^ e M. Scauro, ancora 



7S Siquidem romanorum nemini cauponariam aut operosam artem trac- 
tare licuit (DlONIS., iv). 

7^ Viri magni majores nostri non sine causa praeponebant rusticos ro- 

raanos urbanis Itaque annum ita diviserunt ut nonis modo dielìus urba- 

nas res usurparent (nundinae) reliquos octo ut rura coler ent (Varrone). 

Assidue homines rusticabantur.... ex agris plerumque vocabantur a ma- 
gistratibus (Pesto). 

77 Cato dux exercitus non amplius sibi et suis tritici 3 medimnis atticis 
mense acciperet (117 litri di grano) ; unus sequebatur accensus qui ei vestem 
et cymbium ad libandum portabat. Habebat in eo bello servos 5 (Plutarco, 
in Catone maggiore, e Tacito^. 

32 — Scenografia di Vs>tna, Parte IL 



250 VopoìaTiione di %pma 

m 

verso il fine della repubblica, non teneva che 6 servi, benché fosse 
principe del Senato, mentre di poi un altro Scauro n'ebbe 4,000 
domestici e 4,000 rustici. 

In generale può dirsi che fino al quinto secolo gli schiavi furono 
pochi in città e non molti in campagna, perchè la legge delle 12 
tavole e poi la legge Licinia nell'anno 378 ne limitarono il numero 
negli usi agricoli. In città si può ammettere che avessero uno schiavo 
i capi famiglia dei censiti delle prime quattro classi, che possede- 
vano di che mantenerlo, e gli esercenti industrie e officine di qual- 
che importanza. Ora, ritenendo la proporzione delle classi fatta 
da Servio come press' a poco costante, benché in verità le prime 
classi andassero diminuendo di numero, sostituendovisi tuttavia gli 
industrianti, imprenditori e ricchi bottegai, si avranno per le prime 
quattro classi 8/10 circa dei censiti. Supposto che nel sistema ro- 
mano di vita patriarcale e di patria potestà, protratta sino all'età 
matura dei figli, i capi famiglia fossero il terzo dei censiti, si avreb- 
bero 7 schiavi su 30, che in un censo di 150,000 cittadini fareb- 
bero già 35,000 schiavi; aggiungendovi un terzo di più, che pos» 
sono presumersi a servizio pubblico, e d'industrianti e bottegai 
non censiti, o non interessati con essi, si arriva ai 50,000; pro- 
porzione che si può ritenere come giusta, e già assai maggiore 
di quella in cui sono ora i servi nelle grandi e licche capitali. 
Nell'odierna Roma, per esempio, il censimento del 1871 diede, tra 
personale di servizio, di fatica, a carico altrui ed esercenti profes- 
sioni girovaghe, 21,361 sopra 244,484 abitanti, che in confronto 
dei 223,123 delle altre categorie danno 3 su 30 circa. Però se la 
proporzione del terzo dei maschi liberi può rappresentare il numero 
degli schiavi esistenti in Roma negli ultimi secoli della repubblica, 
quando cominciavano già a svilupparsi le industrie e i commerci, 
ed era divenuto più grande il numero delle provincie conquistate e 
il contingente dei prigionieri tradotti in schiavitù, é soverchia per i 
primi secoli fino alla metà del 500, così che io l'ho computata 
ad 1/4 dal primo censo all'anno 550. È poi troppo scarsa dal 700 
in poi, quando le ricchezze cumulate nelle mani dei signori e degli 
imprenditori, l'oziosità ed il lusso, o dirò meglio la lussuria, die- 



nell'ira antica 2ji 

dero motivo agli scrittori degli ultimi tempi della repubblica e dei 
tempi imperiali di rappresentarci, molte volte coll'esagerazione del 
moralista, del poeta o del retore, le grandi schiere di schiavi pos- 
sedute da taluni, e il codazzo che se ne traevano dietro i più ricchi 
cittadini e avvocati e le più ricche matrone. E però, anche sceve- 
rando da certe cifre storiche degli schiavi posseduti da questo o quel 
romano, dalla metà del settimo secolo, e più ancora da Augusto 
in poi, quelle che indubitatamente si riferiscono alle braccia im- 
piegate nei campi, nelle lavorazioni e nei commerci lontano da 
Roma, non credo di errare portando la proporzione degli schiavi 
dal 700 airSoo a 1/2, e dall'800 fino allo smembramento dell'im- 
pero a 2/3 del numero dei liberi cittadini maschi. Per quest'ultimo 
periodo non ho potuto recar cifi"e storiche nel mio prospetto, per- 
chè col 703 cessano i censi; ammettendo che sotto Claudio la po- 
polazione libera fosse di 950,000, di cui la metà censiti, si avreb- 
beroda 300 a 3 50,000 schiavi, o una popolazione totale di 1,250,000, 
di cui metà abitanti nelle 14 regioni, che son quelli, come ve- 
dremo più avanti, che potevansi mantenere col grano provveduto 
per l'annua consumazione di Roma. 

Gli storici abbondano, come ho accennato, di allusioni all'im* 
menso numero di schiavi esistenti in Roma, e principalmente di 
quelli posseduti da alcuni signori; e si potrebbe citarne una infi- 
nità di passi, fi'a i quali ci bastano i più caratteristici. Parlando 
della popolozione schiava in generale, alcuni commentatori ed 
esageratori moderni trassero gran partito dal testo di Seneca, ove 
dice che portatasi in Senato ai tempi di Cesare la proposta di 
legge di dare un abito speciale agli schiavi, per distinguerli e nu- 
merarli, la maggioranza la respinse dicendo: guai se i nostri 
schiavi cominciassero a numerar noi 7^. Evidentemente i Senatori 
si preoccupavano della sicurezza personale di quelli che potevano 
avere in casa degli schiavi, e questi erano i capifamiglia possidenti. 



7^ In Senatu dieta est aliquando sententia ut servos a liberis cultus di- 
stinguerei;... deinde apparuit quantum periculum immineret si servi nostri 
numerare nos coepissent (Sekeca, ^e cìemenHa, i, 24). 



252 VopoIa:(^ione di %oma 

circa un quarto della popolazione rispettiva. Anche ammettendo 
adunque che vi sia pochissima esagerazione nella frase detta 
in Senato e trasmessaci da Seneca, e si volesse alludere ai soli 
schiavi di città, quelle parole non esprimerebbero mai che gli 
schiavi fossero tanti, quanti i liberi de' due sessi e di ogni età, o 
più, come pretesero alcuni. Altri testi si citano da Lipsio, da Vos- 
sio ed altri magnificatori della popolazione di Roma, come quello 
di Plinio, forse più facile ad esagerare di Seneca, ove parla di le- 
gioni di schiavi che ingombravano le case, in modo da richiedere 
un nomenclatore od impiegato apposito che ne ricordasse i nomi 
al padrone '9. Ma evidentemente egli alludeva alle grandi case si- 
gnorili ; né la parola legioni potrebbe prendersi alla lettera, perchè 
non sarebbe bastato nessun palazzo a contenerli, anche quando 
potessero angustiarlo, come dice Seneca *°, e nessun nomencla- 
tore a tenerne a memoria e citarne i nomi a richiesta del padrone. 
Bastano cinquanta, cento servi, per non potersene più ricordare e 
aver bisogno di chi ve li nomini. 

E gli storici, parlando del numero straordinario di servi pos- 
seduti da taluni, lo fanno appunto per darci una prova della ric- 
chezza smisurata di costoro, e del lusso vergognoso dell'alta classe, 
che, non contenta di schiavi comuni d'ambi i sessi per i bisogni 
di famiglia, li andava cercando belli, viziosi, addestrati alla mu- 
sica e alla danza, spadoni, pronti a servire di stromento ad ogni 
dissolutezza e mercato, giovani, giovinette , fanciulli, bianchi, 
mulatti, neri, mauri, siri, libici, greci, insomma d'ogni paese e di 
ogni lingua, di ogni varietà di età, di costumi, di abitudini e di 
dei ^'. Ma quanti erano codesti signori e codeste matrone, che 
si poteano permettere una turba di servi e serve in casa e un co- 
dazzo alla passeggiata? Cicerone ci assicura che al suo tempo non 



79 Mancipiorum legioncs et in domo turbam extemam ac servorum 
quoque causa nomenclatorem adhibendum (Plin.). 

^ Servorumque turbam quae quamvis magnam domum angustet (Sen.). 

Si Gori nella Defcriptio colunibarii ed altri enumerano con particolari nomi 
23 specie di ancelle e più di 300 specie di schiavi destinati a diversi usi. 



nell'era antica 255 

erano 2000 quelli che possedessero fondi ^*; e se anche questi aves- 
sero avuti in Roma 20 servi in media per uno, che è una delle cifre 
recate dagli storici fra le elevate, sarebbero, per questa categoria 
di cittadini, 40,000 schiavi, numero che non turba per nulla le 
proporzioni da me adottate. Il di più degli schiavi attribuiti dagli 
storici a questo o quel patrizio, a questo o quel ricco liberto do* 
vevan essere schiavi impiegati nei lavori de' campi o delle officine e 
miniere, che in date occasioni ^i potevano far venire in città per 
pompa, in modo da trarne dietro a sé una schiera per via, agmina 
servorum; il che non. fu possibile prima del quinto secolo, da cui 
cominciano quei latifondi, che furono la rovina d'Italia ^5, 

I grandi signori poi non doveano averne in città il gran nu- 
mero che si dice, a giudicarne dai 10,000 più robusti che Siila 
liberò, e che erano stati gli schiavi dei 2000 circa più potenti e 
ricchi cittadini da lui proscritti. Quei 10,000 corrisponderebbero a 
40,000 schiavi d'ogni età e sesso, che io ho calcolati pei possidenti 
di cui parla Cicerone. 

Crasso aveva tra i suoi servi 500 architetti e fabbri; e Augusto, 
giusta Svetonio, in tempo di carestia ne liberò 20,000, e fece fare 
da essi il porto Giulio presso Baja; e Pudentilla, secondo Apulejo, 
he donò 400 con una villa al figlio. Infiniti servi erano sparsi nelle 
campagne ^^ e nelle lontane provincie ^5. 

E se qualcuno arrivò ad averne mille e più in casa, come l'im- 
peratore Giustiniano che n'ebbe 5,500, doveva essere un caso sin- 
golare ed eccezionale, tanto da meritare che gli storici ne parlas- 
sero, come fanno, con meraviglia. — Cèrtamente i io o 20 mila 
sòhiavi da molti cittadini posseduti, di cui parla Ateneo, dei quali 

8» Non esse in civitate (assicurò il tribuno Filippo) 2000 qui rem habe- 
rent (Cicer. de officiis, 11, 21, anno 650). 

83 Secondo Catone (*De re rustica, x e xi) per coltivare 240 iugeri oc- 
correvano 13 schiavi, 3 bovi e 4 asini. 

Latifiindia perdidere Italiam jam vero et provincias (Plinio). 

84 In agris enim Romani divites pluriixios habebant servos (Plutarco). 
8s Familiam quidem tam magnam per agros Numidiae sparsam Eumol- 

pum habere, ut vel Carthaginem posset capere (Petronio, ii). 



254 Tol>ola:(^ione di ^onia 

parecchi accompagnavano il padrone per strada ^^ son &volosi 
come il suo milione di schiavi morti nella guerra sicula, mentre 
in tutto vi presero parte 200,000, e i 20,000 padroni sgozzati 
nelle miniere, mentre furono 1000, e i 470,000 servi raccolti nel- 
r isola di Egina, che ha 4 sole leghe quadrate di superficie ! Lo 
stesso dicasi déizfamilia più grande d'una bellicosa nazione, con 
cui Seneca allude alla turba di schiavi sparsa nei latifondi di qual- 
cuno di quegli immensi proprietari, di cui uno possedeva una in- 
tera provincia, e 6 possedevano da soli, sotto Nerone, metà del- 
l'Africa ^7. Villici erano i 4,116 ricordati da Plinio, che Gaudio 
Isidoro lasciò per testamento, benché molto avesse perduto per 
le guerre civili ; e il testo di Plinio lo prova **. Un tale fu ricordato 
da Ammiano per avere 50 schiavi, e Tigellio da Orazio per averne 
200 e Pedanio da Tacito 400 *', e Demetrio, il ricchissimo liberto 
di Pompeo, fu notato da Dione e da Seneca per non essersi ver- 
gognato di essere più ricco dell'antico signore, si che ogni giorno 
gli si riportava il numero de' suoi schiavi come a un generale 



^ Romanos permultos decem imtno vtginti miilia et plures quoque servos 
habuisse non quaestus causa ut ille graecorum ditissimus Nicias sed pie- 
rosque in publico comitantes (Ateneo, lib. vi). 

Mentre Diodoro Siculo dice che 200,000 servi fecero la guerra e che i pa- 
droni sgozzati nelle miniere furono 1000 (Diodor., EcL 36), per Ateneo gli 
sgozzati nelle miniere sarebbero stati 20,000 e i soli schiavi morti in guerra 
1,000,000. Cosi Appiano, 'BelLciv.^ i, 11 7, fa diventar 100,000 i 40,000 schiavi 
che mossero, secondo Velleio (ii, 30) contro Roma sotto Spartaco nel 681. 

^7 Miserum si quem delectat sui patrimoni! liber magnus et vasta spatia 
terrarum colenda per vinetos et immensi greges pecorum per provincias et 
regna pascendi et familia bellicosis nationìbus maior (Sen., De bene/., vu e 
50; id., De irUy lib., i, cap. ult. — Plinio, lib. 33, 6). Sex domini semissem 
Africae possidebant cum interfecit eos Nero princeps (Plinio). 

ss C. Coecilius Claudius Isidorus (sotto Augusto) testamento suo edixit, 
quamvis multa bello civili perdidisset, tamen relinquere servorum 4 116, 
juga boum 3600, reliqui pecoris 250,000, in numerario sestertium ducen- 
ties (o 3 milioni). (Plin., lib. 33, e. io e Sveton. in Aug^ 16). 

S9 Amm. Marc. — Orazio SoL i, 3. Habebat saepe ducentos saepe 
decem servos — Tacit., c/iwi., lib. xiv. 



nell'ira antica 255 

quello del suo esercito ^o. Ma Demetrio era un grande costruttore, 
che fabbricò co' suoi denari e co' suoi schiavi nel 699 il teatro di 
Pompeo 9\ Né finirei più se volessi recare testimonianze di code^ 
sto lusso, incominciato secondo. Livio dalle vittorie asiatiche, e 
secondo Floro dalle Sirie e dall'eredità asiatica del re Pergameno?*; 
e di questo lusso era una delle più spiccate manifestazioni la quan* 
tità e l'indegno abuso dei servi, molti dei quali, e specialmente in 
campagna e nei lavori, avevano dei sottoservi o vicarii : di guisa 
che l'Italia fii empita di lavoratori schiavi barbarici, e difettarono i 
liberi, onde le leggi agrarie '3. 

Ma quando veniamo a valutare il numero dei servi in Roma 
dai pochi casi, citati dagli scrittori, in cui tentarono ribellarsi, 
vediamo che la loro congiura sotto Erdonio e qualche altra in se- 
guito si limitò a poche migliaia ^4, e che nei supremi pericoli, in cui si 
chiamarono, come già ho detto, i servi a militare, non se ne tro- 
varono, ad onta del grande premio della libertà, che 6000 una volta 
e 8000 un'altra, nelle guerre puniche, e dodici coorti nella guerra 
sociale. Né si può dire che Roma si limitasse nello sceglierli per- 
chè li doveva pagare; ma non più di tanti furono quelli che nella 
guerra punica si offersero volontari!, e perciò furon chiamati vo- 
lones 95, liberati tosto e stipendiati. Con questi non devono esser 

90 Felicem tu Demetrium Pompeianutn voces, quem non puduit locu- 
pletiorem esse Fompeio? Numerus illi quotidie servorum velut imperatori 
exercitus referebatur (Seneca, de Tranquill.y cap. 8). 

9» Dione Cassio, lib. 39. 

92 Luxuriae peregrinae origo ab exercitu Asiatico in urbem invecta est 
(Liv. xxxix) Syria vieta prima nos corrupit, mox Asiatica Pergameni re- 
gis hereditas (Floro, lib iii, cap. 12). 

93 Italia infrequentia laboravit iiberorum hominum, et ergastulis com- 
pleta est barbaricis, quibus opulenti colebant agros, exactis civibus. (Plu- 
tarco, in Tib. e C. Gracchi), — V. Marziale, Giovenale, Ulpiano, Am- 
MiANo, Lucano, Plinio, Svetqnio, Petronio, Seneca, Varrone ecc. 

94 Negli anni 253, 294, 336, 553 (Dionis., v. — Liv., ni, 15, iv, e 
XXII, 21). 

95 De publico empta octo millia servorum (Livio). 
Liv., vii, 16, anno 398 e xxvii, io anno, 513. 



256 Topola:(^tone di %pma 

confasi i servi che solevano seguire i soldati agiati e graduati e 
specialmente la cavalleria, i quali eran tolti in massima parte dai 
campi per l'occasione della guerra, né i 40,000 che Cepione aveva 
nel suo esercito, appena doppio, né quello stuolo di schiavi che 
seguiva alla coda le legioni di Cesare, cosi immenso da metterle 
un giorno a pericolo ; perocché questi eran raccolti negli stessi 
paesi ove si guerreggiava, parte offertisi da sé disertando dai pa- 
droni, parte prigionieri di guerra, E son questi i tempi nei quali 
gli schiavi, da 1500 lire di nostra moneta che valevano ne' primi 
secoli, e da 500 che si vendettero ai tempi di Annibale, discesero 
a quattro lire l'uno, quando Lucullo ne fece un immenso numero 
nel Ponto e Cesare nelle Gallie. 

Né il numero de'servi poteva crescere, come l'ordinaria popola- 
zione, per la riproduzione naturale, si perché tra di essi molto mi- 
nore era il numero delle femmine, che io ho valutato di un terzo, ed 
altri di un quinto, e vietati i matrimoni, a meno che il padrone li 
consentisse; e la potestà di questo era cosi illimitata da fardi loro il 
più miserando mercato, opprimerli di lavoro, incatenarli, affamarli, 
venderli, barattarli, ed anche ucciderli a capriccio ; si che il Dureau 
de la Malie fissò a non più di 8 anni la durata media della loro 
vita. Aggiungasi, che per quanti se ne comprassero continuamente, 
o se ne trasportassero dai paesi vinti (si dice che Cesare ne fa- 
cesse un milione nelle Gallie), moltissimi però se ne andavano li- 
berando ogni anno, sebbene una legge limitasse il numero degli 
emancipandi. E qui vuoisi notare che errò nel calcolo Cesare Cantù 
nella sua Storia degli Italiani, valutandoli a 33,000 all'anno, nel 
tempo della seconda guerra Punica, mentre doveva dire 3,300. In- 
fatti in quel tempo si dovette por mano al tesoro sacro proveniente 
dalla tassa del 20° del valore d'ogni schiavo che si emanci- 
pava, la qual tassa fu introdotta da Caio Manlio nel 398; ed e- 
rano cumulati in cassa di questo denaro 4 milioni e mezzo di no- 
stra moneta lasciati intatti ^da 3 1 anno ; la qual somma al prezzo 
medio ch'egli calcola di 878 lire pel valore di ogni schiavo liberato, 
e quindi a 44 lire circa di tassa, corrisponderebbe a quasi 100,000 
schiavi liberali in 31 anno, ossia a 3,226 all'anno. Ora quando 



nell'era antica 257 

si pensa che gli scrittori rappresentano come un danno il gran nu- 
mero di codesti elementi servili ^, che entrava nella categoria ci- 
vile e abbandonava i lavori, mentre eran 304 mila all'anno sol- 
tanto, non si può più credere alle grandi cifre né di schiavi né di 
popolazione. 

Del resto, anche per i tempi di meno severi costumi, troviamo 
decantata la modestia di chi non teneva che pochi schiavi ; e questo 
stesso argomento si é voluto torcere in favore della tesi di Lipsio 
e Vossio. Perciocché si disse: se M. Antonio già consolare dopo 
tante cariche non teneva in sua casa che 8 schiavi, e Catone gene- 
rale 3, che portò seco in campagna, e Curione tre volte trionfatore 
2 soli, ciò vuol dire che 2, 3, 8 schiavi per cittadino erano il mi- 
nimo. Ma sempre si parla in codesti ed altri passi storici di uomini 
grandi e ricchi: e chi é tra i nostri principi che non abbia 8, 12, 
20 servitori? 

Un'ultima questione che si presenta é quella della proporzione 
dei seffi tra gli schiavi in Roma. Chi attribuisce uno schiavo o più ad 
ogni abitante suppone forse eguale il numero dei maschi e delle fem- 
mine ? Ma moltissime ragioni ci convincono della grande prepon- 
deranza di numero che dovevano avere i maschi; erano per lo 
più comprati sui mercati a scopo di lavoro o prigionieri di 
guerra, e questi già di età matura; non eran loro permessi i ma- 
trimoni che ad arbitrio del padrone; e le dame romane che dap- 
prima avevano una schiava per filare, non ottennero di avere più 
ancelle se non quando il lusso cominciò a dominare in Roma. 
Perciò molti sostennero che le schiave stavano agli schiavi come 
I a 4 o 5, riflettendo che in Grecia (dove però se ne teneva mer- 
cato, e quindi dovevano abbondare i maschi, ricercati da tutti) erano 
come I a 12. 

96 La legge Furia Canina h 4 classi de' maggiori proprietari di schiavi, 
cioè fino a io, da io a 27, da 27 a 100, e più di 100, limitando rispetti- 
vamente il numero da potersi emancipare a un mezzo, un terzo, un quarto» 
e un quinto, né mai oltre i 100. Secondo Dionisio (iv, 23) gli schiavi po- 
teano riscattarsi cumulando il danaro occorrente col frutto, prima del lavoro, 
e poi dei vizi e delitti. 

33 — fonografia di Vpma, ParU IL 



258 Topolax^iont di T(oma 

Per tutte queste considerazioni io ho adottato, in mancanza di 
cifre certe, od anche di chiare indicazioni storiche atte ad indurle, 
i seguenti criteri, che mi paiono confortati dall'insieme delle condi- 
zioni sociali e delle notizie sparse negli storici dei diversi tempi: 

1. il numero degli schiavi sotto i re ultimi fu maggiore 
che nei primi secoli della repubblica, perchè il numero dei possi- 
denti che potevano tenere un servo, per la recente distribuzione di 
terre, era relativamente maggiore; 

2. dallo stabilimento della repubblica sino a che si manten- 
nero costumi severi, cioè sino alla metà del secolo sesto, sembra 
ragionevole computare gli schiavi a un quarto dei maschi liberi, 
perchè allora il cittadino coltivava da sé i propri beni nell'agro, e 
persino i consoli e i generali si vantavano di menar vita modesta 
con due o tre servi soltanto, e tuttavia era cresciuto il numero 
dei proletari; 

3. questa proporzione può essere accresciuta ad un terzo dei 
maschi liberi dalla metà del sesto secolo al principio dell'ottavo, 
essendo incominciato col lusso l'abbandono della vita rusticana; 

4. dal 700 in poi 9i^ questa proporzione può portarsi alla 
metà ed anche a due terzi, essendo divenuta comune tra i nobili 
la mollezza asiatica e tra i plebei l'inerzia e la scioperatezza. 

Codesti computi, che pur danno centinaia di migliaia di schiavi, 
già sono soverchi per gli esageratori in difetto, tra i quali Dureau 
de la Malie, che deduce a suo modo la proporzione degli schiavi 
dal testo di Dionisio sul settimo censo del 260, da lui conciso col- 
l'ottavo del 278 o 279 ^^ Egli la stabilisce a 15 per cento dei cen- 
siti; poi pone per base le proporzioni di un venticinquesimo nei 
primi 550 anni, un ventesimo dal 550 all'impero, da un decimo 
fino a un sesto sotto l'impero. Del resto, nel suo computo sul sqì- 

97 Questa fu l'epoca in cui si empì di schiavi Roma, sì che discesero al 
prezzo di una misura di grano (Plutarco). 

98 Dionisio dice: Civium tum qui puberes essent supra 110,000 erant 
(anno 260) ut proximo censu compertum fuerat; mulierum autera et pue- 
rorum servorumque et mercatorum et sordidas artes exercentium triplo plus 
quam turbae civilis. 



nell'ira antica 259 

timo censo, Dureau de la Malie confonde i puberi, da 14 anni in 
poi, cogli atti alle armi, da 17 a 60 anni, ed esagera, contro la sua 
stessa tesi, il totale della popolazione in questo censo ^9. 

Ma delle proporzioni da me adottate ben si può contentare 
chiunque si sia formato dai testi degli storici una idea anche larga 
del numero degli schiavi presso i Romani, tanto più se le confronti 
con quelle della servitù e degli operai ai nostri giorni. 

Non se ne contenteranno di certo i più esagerati; né Gibbon 
che li pareggia ai liberi, né Blair che ne attribuisce uno ad ogni 
libero fino al 608 e 3 dal 608 ad Alessandro Severo '^, e sembra 
seguito da Cantù che lo cita, magnificando anch'egli il numero de- 
gli schiavi "' ; né Lipsio che ne dà io ad ogni libero, né Vossio, 
che, duplicando i computi di Lipsio, ne attribuisce 20. A questi ul- 
timi, oltre al testo di Dionisio sul settimo censo, già citato, é facile 
ripetere che, computando anche i liberi da mezzo milione a un mi- 
lione, non si sarebbe avuto bisogno nel 534 di assoldare schiavi con 
premio e comprarli col pubblico denaro, ed in ogni caso sarebbero 
accorsi in tal numero da duplicare quello dei militi cittadini pel solo 
prezzo della conceduta libertà, invece dei soli 6 od 8 mila arruolati 
nei più gravi pericoli della patria. E quelli che congiurarono in 
Roma sotto Erdonio e in altre occasioni, non sarebbero stati poche 
migliaia soltanto. Perocché i 200,000, che fecero la guerra servile 

99 Dureau de la Malle (Econ, polit, des Homains, tona, i) stabilisce il 
seguente computo : 

Maschi da 17 a 60 anni . . . 110,000 

sopra e sotto quest'età 85,145 

Femmine d'ogni età ... . 195,145 

Forestieri o metechi . . . . 32,523 

Schiavi 17,186 

Totale abitanti 439,999 

Nel mio prò spetto io computo il totale degli abitanti nel 260 a 289,844 
e gli schiavi coi forestieri non riconosciuti benché domiciliati (5 dei primi 
e I dei secondi su 6) a 35,347, o 1/4 dei maschi liberi. 

»«> Blair, An inquiry into the State of sìavery amongjl the %pmans. 

«01 C. Cantù, Storia degli Italiani, voi. I. 



léo Popolazione di %pmu 

in Sicilia, non furono schiavi di città, ma quasi l' intera popola- 
zione giovane delle campagne, possedute da pochi liberi, e coltivate 
da miriadi di schiavi. Se poi in Roma vi fossero stati 6 od 8 o 12 
milioni di schiavi, come pretenderebbero Lipsio e Vossio, non è 
difficile comprendere che avrebbero schiacciato col proprio peso 
i liberi ; poiché è naturale che i 400 o 500 s'impongano ai 20; e i 
milioni di schiavi sarebbero ben presto diventati liberi e possi- 
denti, e i 300 o 400, o 500 mila liberi sarebbero stati ridotti mi- 
serabili e schiavi, come sembra che si proponesse Spartaco, a cui 
si è voluto a torto attribuire l'idea rigeneratrice cristiana della 
eguaglianza, per quanto fosse giusta in fondo la reazione contro 
codesta infamia della schiavitù, che deturpa la storia antica della 
Grecia e di Roma. 

Del resto io non ho mai compreso la smania di alami scrit- 
tori di magnificare Roma coU'ingrossare cosi spropositatamente il 
numero degli schiavi, quasi che quella fosse una popolazione vera 
e propria, la quale potesse aggiunger grandezza al paese che con 
poche legioni seppe conquistare il mondo. 

Pomerio circuito , efienfione , abita:(ioni e pubblici edifici della 
città. — Il pomerio, o la superficie abbracciata dalle mura collo 
spazio esterno circostante ampliato, in varie epoche, era, secondo 
Livio, Varrone e Pesto, la parte abitata dentro e lo spazio libero 
e sacro fuori il muro della città '***. 

U circuito fu tracciato da Romolo sul Palatino, colla difesa di 
fortificazioni sul Capitolino, e fu un miglio quadrato di superficie. 

102 Spatium, quod neque habitari neque arari hs erat, non magis quod 
post murum esset quam quod murus post id, pomoerium Romani appel- 
larunt (Livio, i). 

Pomoerium est locus infra agrum per totius urbis cìrcuitum prope muros, 
regionibus certis determinatus, qui ùlcìì finem urbani auspicii(GELLio,xm, 14). 

Quod erat post murum pomoerium dictum eo usque auspicia urbana fi. 
niuntur (Varrone, de lingua lat.y lib. iv). 

Pomoerium ubi Pontifìces auspicabantur dictum est quasi pomorum 
(Pesto). 



nell'ira antica idi 

Tito Tazio, venuto coi suoi Sabini a Roma, aggiunse nel pomerio 
il Capitolino, colla difesa di fortificazioni sul Quirinale ; e allora 
Romolo fortificò per sé il Celio. 

Numa vi incluse il Quirinale, Tulio Ostilio, distrutta Alba ed 
accolti gli Albani in città, aggiunse per essi al pomerio il Celio, 
secondo Dionisio; ma forse per una parte soltanto, poiché Stra- 
bone lo dice aggiunto da Anco Marzio e Tacito da Tarquinio Pri- 
sco. Anco, accolti i Latini nella cittadinanza, diede loro l'Aventino, 
ma non lo incluse nel pomerio ^^^^ perché, secondo Gelilo, era luogo 
di mal augurio, avendovi Remo avuti gli auspici contrari ; né mai 
fino a Siila quel monte entrò nella cinta. Egli circondò la città di 
fosse, e vi aggiunse il Gianicolo. 

Lucio Tarquinio cominciò il muro lapideo, che Servio Tullio 
compi aggiungendovi Taggere o terrapieno, ed includendovi il Vi- 
minale e il resto del Quirinale e TEsquilino. Il terrapieno fu in- 
grossato e reso più sicuro da Tarquinio Superbo. 

Lucio Cornelio Siila fii il primo dopo Servio ad allargare il 
pomerio, che nessuno neppur generale o dittatore aveva osato 
toccai'e *^ ; dopo di lui Cesare, Augusto, Tito, Claudio, Nerone, 
Nerva, Traiano e Aureliano (che v'incluse il Campo Marzio) e 
Costantino protrassero ancora il pomerio. Per la parte che ne ri- 
maneva, le mura della cinta nei bassi tempi fiirono ristaurate da 
Arcadio ed Onorio, Teodorico, Belisario, Narsete, e dai papi Gre- 
gorio II, Adriano I, Leone IV, ed altri. Pare che Belisario ridu- 
cesse di nuovo la cerchia alla cinta di Servio (Vossio). 

103 Aventinus solus extra pomoerium (Gellio). 

Anco rege non urbem tantum crevisse, sed etiam agrum finesque ; Sylva 
Mesia Vejentibus adempta, usquead mare imperium prolatum (Livio). 

Qpi evidentemente imperium non vuol dire il territorio della città, ma il 
dominio dello Stato. 

104 Pomoerium non ultra septem coUes extendi religiosum fìiit (Dionisio). 
Nec tamen duces romani, quamquam magnis nationibus subactis, jus prò 

ferendi pomoerii usurpare ausi, tiisi L. Sulla et divus Augustus (Tacito, 
lib. xii). 

Pomoerium auxit Qaudius (Id.). 

Pomoerium (Claudius) ampliavit xtxvakiAvìK^Q {da una lapide TiburHna)» 



2é2 Topolaiione di T(pma 

Non difettano le notizie per ben definire, almeno approssima- 
tivamente, quale fosse l'estensione del pomerio; non cosi per i 
sobborghi o per il restante della città abitata. Perocché il pomerio 
ricorda il centro principale, o la urbs, e non V intero comune di 
Roma, che abbracciava per maggior tratto anche le abitazioni con- 
tigue e circostanti, continentia aedificia '<*5. Fin dove si estendessero 
i sobborghi, suburbia, e l'agro non è ben chiaro ; certo è che i limiti 
del comune di Roma con quelli delle città vicine variarono nelle 
diverse epoche. 

Comincerò dal meno incerto che è l'ambito e quindi la super- 
ficie intema della urbs circondata da mura. E tra le infinite e pur 
troppo discordanti notizie che si potrebbero riprodurre dagli storici 
su questo argomento, ne sceglierò pochissime che valgono a dare 
una qualche idea della estensione della città e del suo pomerio, e 
delle esagerazioni di taluni scrittori intomo ad esso. 

Secondo Dureau de la Malie e il conte di Toumon '^ il peri- 
metro di Roma ai tempi della fondazione era di i,6oo metri, o i6 
ettari di superficie; 5 anni dopo era il doppio, 032 ettari. 

Sotto Numa, col Quirinale, la superficie giunse a 64 ettari ; 
sotto Tulio, col Celio, crebbe a 1 28, che divennero 1 80 o 200 alla 
morte di Anco Marzio per l'aggiunta di parte dell' Aventino e della 
valle Marcia, tolti i due velabri paludosi. Finalmente il muro di Servio 
diede alla città un perimetro di 8,186 passi romani (secondo Dio- 
nisio sarebbero stati 7 stadii e secondo Strabone 6, cioè circa la 
metà) o 12,123 metri e un'area di 638 a 639 ettari; e tale rimase 
fino al secolo ix di Roma. Cresciuto senza apposite costruzioni di 
mura nel 400, secondo Orazio, poi secondo vari autori sotto 
Siila, Augusto, Claudio e Trajano, il pomerio, quale ancora oggi 
lo possiamo riscontrare, colla cinta di Aureliano e di Probo (anni 



10$ Urbis appellatio a muris, Rotnae autem continentibus aedificiis defi- 
nitur, quod latius patet. Qui in continentibus aedificiis nati sunt, Romae nati 
intelliguntur {'Digest, l, tit. 16, 2 in Ulpiano), 

loé Dureau de la Malle, Econ, polii, des Romains, 1860 — Tournon, 
Etiides statiJHques sur Rome, 1855. 



nell'era criftiana 263 

271 a 281 dopo Gesù Cristo), restaurata da Onorio, fii portato ad 
un circuito di 12,345 passi, e 1396 ettari di superficie; e tale mi- 
sura concorda presso a poco con quella raccolta da Giustiniano e 
colla cifra più autorevole che si trovi negli storici, quella di Plinio 
ai tempi di Vespasiano, cioè 13,200 passi '^7 o 19 a 20 chilometri. 

Sarebbero dunque esagerazioni le 22 miglia romane o 30 chi- 
lometri di circuito di Olimpiodoro, le 50 di Vossio, o 74 chilo- 
metri, le 70 di altri, confutate giustamente dal D'An ville, se, come 
credono alcuni, rappresentassero il circuito della sola urbs o del 
pomerio '®*. 

Ben più difficile anzi impossibile a delimitare è il territorio 
od agro del comune di Roma ; e ci è forza procedere per dati in 
gran parte negativi. Romolo diede due jugeri di terreno a ciascuno 
dei suoi 3,300 seguaci, e ne tenne un terzo per lo Stato; in tutto 
tra città ed agro 9,000 jugeri circa; che, essendo il jugero are 25, 28, 
sarebbero 23 a 24 ettari, il terzo di più di quello che calcolò il 
Dureau de la Malie per la urbs. 

Se con questa proporzione dovessimo seguire pegli ingrandi- 
menti deir agro del comune quelli della urbs^ avremmo alla fine 
del regno di Romolo per il solo agro 14 ettari, sotto Numa 28, 
sotto Tulio 56, sotto Anco più di 100, ammettendo che allora la 
maggiore estensione cominciasse ad aversi per l'agro, e sotto Ser- 
vio forse 400, supponendo, dal rapporto della popolazione cen- 
sibile di Romolo colla censita di Servio, che la urbs e gli edifici 



«07 Moenia urbis collegere ambitu imperatoribus censoribusque Vespa- 
sianis, anno conditae 828, passuum 13,200; complexa montes ipsa dividi- 
tur in regiones 14, compita earum 265 (Plin., lib. iii , cap. $). Poi dà la 
misura corrente delie strade, che altri confuse col perimetro, di passi 30,765 ; 
e abbracciando i contineniia aedificia, aggiunge : ad extrema vero tectorum cum 
castris praetoriis per vicos omnium viarum mensura colligitur paulo am- 
plius 70,000 passuum. 

108 Secondo Olimpiodoro il circuito di 21 miglia sarebbe stato misurato, 
80 anni dopo che Roma fu presa dai Goti, da Annone geometra. Forse eravi 
compresa tutta Pestensione dei suburbii che restavano ancora popolati. 

D'Anville, Mémoires de V^Acad, des Infcriptions, lu. 



264 Topola:(ione di %opia 

suburbani occupassero sotto il secondo 25 volte più di superfice 
che sotto il primo al tempo della fondazione della città. Sarebbero, 
da Servio all'impero, 70 chilometri di giro, cioè le 50 miglia ro- 
mane circa di Vossio, che io non credo esagerate comprendendovi 
tutto r agro '^. 

Infatti il circuito di 50 miglia di Vossio corrisponderebbe 
a 2675 chilometri. Ora per una coincidenza singolare il comune 
attuale non sarebbe molto diverso dall'antico sì per la urbs, se- 
condo i computi di Bureau de la Malie, si per l'intero territorio, 
secondo quello di Vossio. 1 12,345 passi romani della cinta di Au- 
reliano, o 1396 ettari, sono oggi i 141 1 ettari della città escluso il 
suburbio ed agro, giusta il censimento ufficiale del 187 1; le 50 
miglia, compresi i suburbii, di Vossio, che darebbero 267,506 ettari 
di superfice, sono oggi i 212,276 ettari del suburbio ed agro. 
Adunque il comune odierno sarebbe di poco minore dell'antico 
dopo i tempi di Aureliano "°. 

Ma qui si noti che quando computo la popolazione della città 
si interna che esterna io parlo dei suburbii, o continentia aedificia, 
tolte le più lontane parti del territorio presso ai confini con quello 
dei vicini comuni, le quali non erano che campi, orti, boschi, 
foreste, paludi, spiaggie, strade, e qua e là case sparse di coloni o 
ville di signori, il cui numero, per quanto considerevole, non dà 
mai una grande popolazione. Possiamo farci un'idea di quel che do- 
vevano essere la urbs e i suburbii attinenti rappresentandoci, come 
un solo comune, quel che sono oggi i due circondarii di Napoli 
e Pozzuoli, che paiono una continuata città, con tratti qua e colà 
spopolati Ma codeste non sono che ragionevoli induzioni, a cui 
tuttavia prestano appoggio parecchi passi degli storici. 

Del tempo di Romolo narra Strabone che l'agro della città 



«09 Vossio, De antiqua^ urbis Romae magnitudine (Thefaurus Grev,). 

»>o Bartolomeo Marliano, Urbis %>mae topographia, osserva che le 16 
miglia di diametro della cinta di Aureliano, che abbracciò pure il suburbio 
più abitato, direbbero appunto le 50 miglia di Vopisco. Manuzio ammette che 
vi fossero compresi i suburbii {'De civitate romana). 






L 



'! V- 



nell'era antica 265 

terminava tra il 5® e il 6° miglio romano, ossia ad 8 o 9 chilome- 
tri, compreso l'agro rustico "'; ma nel principio era un solo mi- 
glio quadrato e finiva alle radici del Palatino *''. 

I confini delle borgate e città non incluse nel territorio del 
comune di Roma, che gli scrittori ricordano, mostrano che anche 
nei secoli successivi non si estese mai tanto quanto alcuni pre- 
tenderebbero, benché, secondo Pliuio, alcuni paragonassero i su- 
burbii a città. Poco si protendeva dalla parte etrusca; giungeva 
negli ultimi tempi verso il mare dalla parte di Ostia; a io miglia, 
secondo alcuni, vprso Gabio, a 13 verso Vejo, a 16, che era il 
massimo, verso Tivoli. E tutto questo agro, dopo i re, fu diviso 
in 24 pagi suburbani. Cicerone chiama urbi vicina oppida, Fidene, 
CoUazia, Lanuvio, Aricia, Toscolo "', Gabio, Bovilla, Lavico "4. 
Livio accenna i territorii proprii delle città vicine di Ostia, Ardea, 
Solonio, Fidene, Antemna, CoUazia, Crustumerio, Vejo, Cere, 
Tivoli e Gabio che giungevano col confine a poche miglia dalla 
città "$. 

E però i commentatori in generale giudicarono che il 7° mi- 
liario fosse il termine medio dell'agro all'intorno, in forma di 
una stella con Roma per centro. Anzi, secondo Marziale, la città, 
tranne che verso il mare, non giungeva al di là del 3° miliario. 
I limiti più certi sembrano : dal ponte Milvio fino al 3° miglio 
sulla via Ostiense, ov'era il vico di Alessandro; all'odierna Tor 
Marancia sulla via di Ardea, alla villa Cafiarella sulla via Appia ; 

"' Intra quintum et sextum lapidem locus erat Fejii appellatus ubi romani 
tunc (sub Romulo) terminus monstrabatur agri (Straboke, lib. v). 

I» Antiquissimum Romuli pomoerium, ex Gellio, radicibus Palatini ter- 
minabatur (Livio). 

Agrum Romanum aetate Romuli arcus formam reddidisse, cuius chorda 
esset Tiberis (Fabio Pittore). 

Ronu vetus incipit a Sylva quae est in area ApoUinis, et ad supercilium 
scalarum Caci habet terminum, ubi tugurium fiiit Faustuli; ibi Romulus nun- 
sitavit (Floro). 

"3 Cicero, de Agraria. 

"4 Id. in Planciana. 

"5 Livio, paffim, 
34 — fonografia di Hpma. Parte IL 



266 7opola:(^ione di Ironia 

airarco Travertino sulla Latina; e dalla parte della riva sinistra del 
Tevere al mausoleo di S. Elena o Tor Pignattara sulla via Labi- 
cana, alla villa dei Lucani sulla Prenestina, al predio de* Verani 
sulla Tiburtina ; e ciò pei tempi di Roma imperiale (Lanciani, Vi- 
cende edili:(^ie di Roma), Fu la quantità delle ville de' signori che fece 
credere Roma estesa assai più che non era, e fece dire al poeta che 
Roma era una casa che a poco a poco avrebbe toccato Vejo "^. Ma 
molti lati della stella erano disabitati, o brevissimi. Il sobborgo di 
Alessandro a 5 miglia era il confine della città "7; la foresta Nevia 
era a 4 miglia "*; alla porta Capena cominciavano grandi bosclii "'; 
a JJonte Molle finivano gli edifici; le città di CoUazia, Antemna, 
Canina avevano il loro territorio distinto a poche miglia "®; il 
circo di Caracalla e il Testaccio erano al fine del fabbricato; la via 
Appia era funestata dai ladri ; il Vaticano era deserto ed infame per 
l'aere mnlsano anche sotto gli imperatori, e verso Ostia e Laurento 
si estendevano grandi foreste e praterie **'; l'Aventino stesso non 
cominciò ad essere abitato che verso il 300 da plebei, mentre 
prima era occupato da pochi patrizii, ed entrò nel pomerio al 
tempo di Claudio imperatore. E non è vero, come sostengono 
alcuni, che le 14 regioni di Augusto non componessero che la urbs; 
5 almeno erano fuori le mura, e in alcune sappiamo che erano 
compresi molti luoghi abitati ; e il portico d'Ottavia, benché fuori 
del pomerio, era computato nella 9* regione '". Aureliano spinse 
il pomerio fino ad 8 miglia dalla città fuori della via Flaminia e 
circa altrettanto fuori della porta Latina **'. Ed è appunto su que- 
sto diametro di 16 miglia in diretta linea che Vopisco basa il 

»«6 Roma domus fiet; Vejos migrate Quirites 

Si non et Vejos occupet ista domus. 

»»7 Ammiano, XVII, IV, 14. 

"8 FtSTO. 

»»9 Giovenale, Sat. iii. 

"o Strabone, vi. 

«a» Plinio jun., Epist. 

'2i Dione, Cass., 54, 8. 

'*3 Eutropio, Aristide Smirnéo e Zosimo 



ii_^ 



nelVéra antica 267 

suo computo di 50 miglia di circuito, come se i suburbii formas- 
sero tutt' intomo un vero circolo col diametro sopradetto. 

Chi volesse conchiudere qualche cosa di certo o di assai pro- 
babile da tutte codeste testimonianze disparatissime circa la popo- 
lazione dell'agro, non vi riuscirebbe. Anche ammesse le misure 
più esagerate, chi ci sa dire quante erano le abitazioni, quanti e 
quanto estesi gli spazi vuoti, boschi, campi ecc., e quale la densit;\ 
della popolazione ? Certo è però, chi voglia confrontare i Corpi 
Santi di Milano col centro urbano o il circondario di Napoli e 
Pozzuoli con Napoli città, o il territorio esteriore del comune di 
Roma odierna col capoluogo, troverebbe proporzioni di superficie 
non molto dissimili dalle più esagerate che ci danno alcuni storici 
e commentatori per il suburbio dell'antica Roma, e sarebbe indotto 
a ritenere che, ad onta di ciò, come per le città sopraddette, cosi 
per Roma antica la popolazione del territorio fosse un terzo, od 
un quinto di quella del centro, come è per gli odierni comuni di 
Milano, e di Napoli. Quanto a Roma, che non conta nell'agro più 
di un sedicesimo della popolazione totale, il confronto non è pos- 
sibile, essendo divenuta inabitabile per la malaria la maggior parte 
di quel territorio che anticamente si sa essere stato popolatissimo; 
e la città che mi sembra regger meglio a tale confronto è Napoli, 
aggregandovi in gran parte il circondario suo e quello di Poz- 
zuoli, qiiafi continentia edificia e suburbii alla maniera romana. E la 
popolazione doveva esservi non poca, quando si pensi che delle 35 
tribù 3 1 erano rustiche ; non vale però questa cifira a stabilire com- 
puti proporzionali, perchè immensamente più numerose erano le 
quattro tribù e le regioni urbane, contenendo tutto il proletariato, 
i liberti, i forestieri domiciliati, i magistrati, gli uomini politici e 
d'affari, e tutta la grande massa di gente che vive per le brighe, i 
lavori ed il consumo d'una capitale. E però se i 110,000 che 
Dureau de la Malie attribuisce ai sobborghi son pochi, non si può 
credere che eccedessero la metà dell'intera popolazione; nel che 
concorderebbe lo stesso Dureau de la Malie, senza avvertirlo, li 
dove attribuisce come popolazione massima di Roma circa 576,738 
abitanti; poi la riduce a 266,684 in ragione della superficie ur- 



268 Vopola:(^ione di ^R^oma 

bana, computando una densità di popolazione doppia di quella di 
Parigi "^ 

Non meno fallace è il criterio su cui fanno maggiore assegna- 
mento gli esageratori per eccesso, quello delle abitazioni e dei 
pubblici edificii e luoghi di spettacolo e convegno. E per comin- 
ciare da questi ultimi, si parla dei circhi e teatri, delle terme, dei 
bagni, ed altri luoghi pubblici, supponendoli destinati all'uso esclu- 
sivo, consueto e quotidiano che suol farsi oggidì di codesti edifici, 
quello che in massima parte serviva a tutti i popoli vicini e con- 
federati, ad occasioni straordinarie ed usi diversi, e attribuendo a 
tutte le epoche, quello che non esistette se non dopo il primo o 
secondo secolo dell' impero. 

Nei circhi e teatri, dai tempi degli imperatori in poi, potevano 
contenersi più di mezzo milione di spettatori "5; ma uno solo era 
in esercizio nello stesso giorno, e i maggiori non servivano che 
per annuali, o straordinari ludi e spettacoli, ed erano per tradizione 
destinati a tutta la federazione latina, poi a tutta Italia e ai fore- 
stieri, che in quelle solenni occasioni vi convenivano. Si è preteso 
misurare la popolazione al tempo di Sendo dal Circo Massimo da 
lui fabbricato, che conteneva, secondo Dionisio (ni), 150,000 spet- 



"4 Bureau de la Malle, Econ.polit des Romains. Voi. i, pag. 368, 369. 



«*S Circhi t Teatri 

Circo Massimo 

Flaminio 

Anfiteatro Flavio o Colosseo . 
Castrense .... 
Teatro di Pompeo . . . . 

di Scauro 

di Balbo 

di Marcello .... 

Stadio . . ,- 

Odeo ... « 



Inumerò dei pofti 
secondo diverfi autori 



285,000 

150,000 

87,000 

20,000 

17,580 

• • • « • 

11,510 
20,500 
30,088 
10,600 

032,278 



260,000 



40,000 
80,000 

12,580 



nell'ira antica 269 

tatori; ma quello fu appunto un edificio dedicato a ludi solenni e 
di istituzione federale, non già per il pubblico solo di Roma, come 
sono i teatri nostri. 

H Circo Massimo rifatto da Cesare conteneva, secondo Plinio 
(36), 260,000 persone: ma, data una piena perfetta, se metà degli 
spettatori fossero stati romani e metà accorsi dal di fuori, non vi 
sarebbe da far le meraviglie; sopra un milione e più di abitanti il 
quarto, in occasioni cosi grandi come quelle degli spettacoli nei 
circhi, poteva ben convenirvi, poiché non si pagava, e non c'erano 
esclusioni, ma solo distinzioni di stalli. Anzi, questa del non pa- 
garsi l'ingresso è la vera ragione che spiega l'immensità dei circhi 
e teatri antichi, in confronto dei moderni anche di Parigi e di 
Londra. 

L'Arena della città di Milano, che ha forse l'ottavo di popola- 
zione della Roma imperiale, potrebbe, aprendola al pubblico gratis, 
contenere 50,000 persone. 

Si è detto che le terme e i bagni, immensi come ognun sa, 
potevano somministrare molte decine di migliaia di bagni all'ora. 
Ma quei grandi stabilimenti non si devono misurare a metri per 
collocarvi una accanto all'altra tinozze e sedie sudatorie. Conviene 
ricordare che le grandi terme erano scuole di natazione e di gin- 
nastica per la milizia e la cittadinanza, che vi si davano spettacoli, 
e che la massima parte dello spazio era occupata non già da nuo- 
tatori e bagnanti, ma da spettatori "^. 

Nelle terme e nelle stanze da bagno di Antonino erano 1 200 
tinozze e in quelle di Diocleziano quasi il doppio (Olimpiodoro 
in Fottio, p. 198). Le altre terme ne avevano assai meno. Quanto 
agli 856 bagni, registrati dalla ^KjoHtia, come sparsi nelle 14 re- 
gioni, si badi che vi son chiamati balineae, cioè tinozze, e non ba- 
linea, o stabilimenti balneari, come pretesero alcuni. — Dei tempi 



"<» Balinearum vero in thermis non eam videmus copiara quam de exer- 
citationum locìs. Ex quo piane videtur quod multo plures essent qui exer- 
cerentur natatione et qui firequentarent thermas ad spectacula quam qui la- 
varentur (Vitruvio). 



270 Topola:^ione di %pma 

d'Augusto sappiamo che Agrippa forni al pubblico 170 bagni gra- 
tuiti. 

Né maggiore importanza ha il numero e la vastità dei fòri, dei 
templi e simili. Nella odierna citià di Torino le piazze, i giardini 
pubblici e i viali, e in Roma le chiese, basterebbero per una popo- 
lazione di qualche milione. 

Resta l'argomento più diretto e più usufruttato dagli esagera- 
tori, quello del numero delle abitazioni, desunto dagli indici topo- 
grafici, specie di almanacchi descrittivi, che si chiamano: Curiofnm, 
defcripiio urbis e ^otitia dignitatum ntriufque imperii, e si attribui- 
scono a Publio Vittore, a Sesto Rufo e ad un incerto autore, forse 
de'tempi di Onorio, o di Costantino. Sono fonti di non sicura fede, 
ed il più completo, Publio Vittore, sembra un plagiario del se- 
colo XV, che forse volle completare la monca descrizione rima- 
staci da Rufo. Questi avrebbe vissuto sotto l'imperatore Costan* 
tino ; ma, non menzionato da nessuno storico, vien da taluni cre- 
duto un frate moderno egli pure. Meno contestata è l'autenticità 
della ^otitia dignitatum ntriufque imperii, che è posteriore al 
tempo di Arcadio ed Onorio. La parte di descrizione veramente 
autorevole che ci resta è quella dei vichi e vicomagistri di cinque 
regioni, che si legge nella base marmorea della statua di Adriano 
nel palazzo de' Conservatori in Campidoglio. Ma io prenderò come 
autentici quei documenti riprodotti e commentati da Panvinio, per 
meglio confutare coloro che se ne valsero ad ingrossare esagera- 
tamente la popolazione di Roma. E sono in questo grandemente 
aiutato dal Dureau de la Malie, del quale abbraccio e confermo 
con nuovi argomenti l'opinione circa il senso da attribuirsi alla 
parola injulae che in quei documenti ha la primaria importanza. 

Il riepilogo di quelle descrizioni è il seguente : 

%iepilo go di Vittore. 

Senatuli 4, biblioteche 18 o 19, obelischi grandi 6, piccoli 42, 
ponti 8, campi 8, fori 17, basiliche 11 o 19, terme 120 16, acque 
20 o 24, vie 29 o 31, campidogli 2, vecchio e nuovo, anfiteatri 2 



nell'era antica 271 

o 3, colossi 2, colonne codidi 2, macelli 2, teatri 304, ludi 5 o 
607, naumachie 506, ninfei 11 o 120 15, cavalli di bronzo do- 
rati 24 o 84, d'avorio 94 o 124, cavalli grandi 23, archi marmorei 
36, lupanari 45 o 46, latrine pubbliche 114, coorti pretorie io, ur- 
bane 406, escubitori 14, castri 2. 

Nel Vittore di Panvinio s'aggiunge : 

Colossi di bronzo 37, marmorei 51, vichi 424, isole 46,602, 
case 1780, bagni 856, laghi 1352, pistrine 254, porte 37, castri 8, 
boschi 14. 

Panvinio completa poi Vittore colle seguenti aggiunte: 

Vichi 210, vicomagist ri 840, coorti pretorie 17, granai 327, 
pistrine 329, bagni 909, laghi 1098, case 21 12, isole 41,212, bo- 
schi 32, fori 19, basiliche 21, castra 11, campi 17, terme 20, ac- 
que 20. 

^ieptlo g della Notitia. 

Biblioteche 19, obelischi 5, ponti 7, monti 7, campi 8, fori ir, 
basiliche io, terme 11, acque 19, vie 29, campidogli 2, circhi 2, 
anfiteatri 2, colossi 2, colonne coclidi 2, macelli 2, teatri 3, ludi 4, 
naumachie 5, ninfei 15, cavalli grandi 23, dorati 80, d'avorio 84, 
archi marmorei 36, porte 37, vichi 424, aedes 424, vicomagistri 
672, curatores 24, isole in tutta la città 46,602, case 1789, bagni 
856, laghi 1352, pistrine 254, lupanari 45, latrine pubbliche 44, 
coorti pretorie io, urbane 4, di vigili 7, loro caserme escubito- 
rie 14. 

Ecco ora il quadro comparativo desunto da codesti documenti: 



272 



Topola:;;_ionc di %otna 



QUADXO C0MPA%AT1V0 "DELLA STATISTICA TOPO 
secotido diverfe fonti cioè, S. %iifo, P. Vittore, Panvinio (?. Vittore, 



QUARTIERI (Vici) 



%EG lO'K.I 







VIT- 




VIT- 


TORE 




TORE 


corretto 


RUFO 


edizioni 


da 




antiche 


PANVI- 
NIO 



Notitia 



Curio- 

sum 



1 Porta Capen^ 9 

2 Celio o Cclimontana 8 

3 Iside e Moneta (Rufo) o Iside e Serapidc 

(Vittore) 8 

4 Via Sacra o Tempio della Pace ... 8 

5 Esquilino, col Viminale £ 5 

6 Alta Semita 12 

7 Via Lata 40 

8 Foro Romano 12 

9 Circo Flaminio manca 

10 Palatino o Palazzo manca 

11 Circo Massimo manca 

1 2 Piscina pubblica manca 

13 Aventino manca 

14 Trastevere manca 

Totale 14 Regioni 



IO 


IO 


12 


13 


8 


8 


8 


8 


i> 


15 


12 


12 


IO 


IO 


12 


12 


30 


30 


6 


8 


8 


8 


12 


12 


17 


18 


22 


22 


82 


186 



10 



12 

8 

iS 

17 

15 

34 

3S 
20 

18 
U 
17 
78 

800 



nell'era antica 



273 



0%AFICA DI ROMA AI TEDvCPI DI COSTAWTI'MO IMPERATORE 
corretto), e la Notitia dignitatuin utriufque imperii, Curiofum. 



ISOLE 


'PALAZZI E CASE 


« 


VITTORE 


VITTORE 

corretto 


Notitia 





VITTORE 


VITTORE 

corretto 


Notitia 


RUFO 


edix^ioni 
antiche 


da 

PAN- 
V I N I 


Curio- 
sum 


RUFO 


edÌ7iioni 
antiche 


da 

PAN- 
VI N I 



Curiofum 



4 250 


4 250 


4 250 


3 2S0 


121 


121 


121 


120 


manca 


3 000 


4 116 


3 600 


123 


133 


233 


124 


2 807 


2 257 


2 807 


2 757 


160 


160 


160 


160 


2758 


2 757 


2 7S7 


2 7S7 


138 


138 


138 


88 


J850 


3 850 


3 850 


3 850 


170 


180 


180 


180 


3 50$ 


3 S05 


3 600 


3 400 


145 


140 


155 


146 


3 385 


3 38S 


4 385 


3 805 


120 


120 


120 


130 


manca 


3 880 


3 880 


3 880 


manca 


150 


150 


130 


manca 


3788 


3 788 


2 774 


manca 


140 


140 


140 


manca 


2 654 


I 600 


2 643 


manca 


88 


89^ 


88 


manca 


I 600 


2 600 


2 600 


manca 


89 


189 


89 


manca 


2 486 


2 486 


2 487 


manca 


104 


128 


114 


manca 


2 488 


2 488 


2 487 


manca 


103 


103 


130 


manca 


4 405 


3 409 


4 405 


manca 


150 


150 

• 


150 


• ■ • 


44 305 


46 016 


44 695 


• • ■ 


1 816 


i 2 056 


1 789 



3) — fonografia di 'Roma, Porle IL 



274 



TopolaT^ione di %pma 



(Segue; QUADKp CODKTARATIVO 'DELLA STATISTICA TOPO 
secondo diverfe fonti, cioèy S. Rufo, 'P. Vittore , Patwinio (P. Vittore, 



"KEGIOn.! 



CIRCUITO 



RUFO 



Piedi romani 



O^etri 

o,294S 
per piede 



1 Porta Capena 13 22} 

2 Celio o Celimontana 13 200 

3 Iside e Moneta (Rufo) o Iside e Serapide 

(Vittore) 12 450 

4 Via Sacra o Tempio della Pace. ... 18 eoo 
^ Esquilino, col Viminale 15 950 

6 Alta Semita 15 600 

7 Via Lata 13 700 

8 Foro Romano manca 

9 Circo Flaminio manca 

10 Palatino o Palazzo ........ manca 

11 Circo Massimo manca 

12 Piscina pubblica manca 

13 Aventino manca 

14 Trastevere manca 

Totale 14 Regioni 

a L*edi^ior.e di Gr:vIo reca per errore 209,000 piedi. 



3 894.18 

3 887.40 

3 666.53 
5 301.00 

4 697.32 
4 594-20 
j 769.60 



r 



nell'era antica 



275 



GRAFICA T>I %OMA AI TEMPI 'DI COSTANTINO IMPERATORE, 
corretto)^ e la Notitia dignitaium uiriufque imperii o Curiofum. 



IN 'PIEDI ROMANI ED IN METRI 



VITTORE 

edix^ioni antiche 





Metri 


Piedi 






o,294S 


romani 






per piede 



Rotaia Curiosum 



Piedi 
romani 



Metri 

0,2945 

per piede 



Varianti di vittore 
secondo panvinio 



Piedi 
romani 



Metri 

o,294S 

per piede 



12 222 
12 20O 

12 450 

13 000 

15 900 
15 600 

12 700 
12 867 
30 500 

11 600 

II soo 

12 000 
16 200 
36438 

225 177 



3 599-38 
3 592.90 

3 666.53 

3 828.50 

4 682.55 
4 594-20 
3 740.15 

7 789-32 

8 982.25 

3 416.20 
3 386.75 

3 534.00 

4 770.90 
10 731.00 

66 314.63 



12 2191/a 
12 200 

12 350 

13 000 
15 600 
15 700 
15 700 
13 067 
32 500 
II 600 

11 500 

12 000 
18 000 « 
30 488 

225 924iyì 



3 598.64 
3 592-90 

3 637.08 

3 828.50 

4 594-20 
4 623.65 

4 623.65 
3 848.23 

9 571-25 
3 416.20 

3 386.75 
3 53400 

5 301.00 
8 978.72 

66 534.77 



12 222 
12 200 

12 450 

14 000 

15 800 

15 600 
12 700 
14 867 
30 560 
12 600 

11 600 

12 200 

16 300 

33 489 



3 599-38 
3 59290 

3 666.53 

4 123.00 
4 653.10 
4 594-20 

3 740.15 

4 378.32 

8 999.92 

3 710.70 

3 416.20 

3 534.00 

4 800.35 

9 862.51 



226 388 66 671.26 



276 Popolazione di %oma 

Non mi occuperò menomamente dei 66,000 e più metri di 
circuito, composti colla somma delle lunghezze di tutte le vie, 
viuzze e piazze delle 14 regioni, perchè è una misura che si può 
citare per curiosità, ma non dà alcun criterio sulla superficie e 
quantità della popolazione ; e mi limiterò agli edifici. 

Anzitutto bisogna avvertire che la grandiosità di Roma non 
cominciò che dal 450 circa essendo censore Appio Claudio Ceco; 
e ancora fino ai tempi di Siila, o al 650, sappiamo che le case 
private e plebee erano povere e meschine. Fu Augusto che aiu- 
tato dal genero Agrippa la abbellì tanto, da vantarsi di averla ri- 
cevuta laterizia e restituirla marmorea. Già sappiamo che le 1000 
capanne di Romolo e de'suoi seguaci erano di canne coperte di 
strame, e che fino all'incendio Gallico eran casette che facilmente 
poterono esser rase al suolo dal fuoco e dalla devastazione ne- 
mica, a segno che il popolo voleva abbandonar Roma e migrare 
a Vejo, se non era la tenacità di Camillo, che li forzò a rima- 
nere, aiutato dal motto del centurione, hic manebimus optime "7; 
col quale fii inaugurato per Roma il primo periodo della libe- 
razione dalle occupazioni Galliche, come col motto, che vi fa 
felice riscontro, di Re Vittorio Emanuele, a ^ma ci siamo e ci 
refleremo, l'ultimo di quei periodi fii chiuso. Ma il fatto dimostra se 
non altro che Vejo, città già pronta e di tutto fornita, come di- 
cono gli storici, poteva accogliere la popolazione di Roma, cioè 
che questa non era né di uno né di due milioni, come pretendono 
alcuni. Rifabbricata in un anno con materiali dati dallo Stato a 
chiunque voleva farsi una casa, non fu una città ordinata né con 
grandi edificii, ma modesta e con piccole casuccie irregolarmente 
sparse per viottoli tortuosi ***. Per quanto Augusto abbellisse Roma 

«27 Livio, v. 30. 

"S Republica impensas adiuvante... intra annum nova urbs stetit (Liv. 
VI, 2.) 

Domus urbis post Gallica incendia nulla distinctione et passim erectae 
fuerunt (Tacito, ^Ann. xv, 43). 

Promiscue urbs aedificari cepta ; ... Feslinatio curam exerait vicos diri 
gendì, dum omisso sui alienique discrimine (terreno dato gratuitamente) 



nell'ira antica 277 

con grandi edifici pubblici, dividendola in 14 regioni, e prima di 
lui i più ricchi patrizi e i più potenti uomini politici avessero 
costruiti magnifici palazzi, rimaneva però gran parte della città 
con abitazioni e vie misere e senz'ordine, finché sopravvenne l'in- 
cendio di Nerone, che si suol considerare come un'atto di feroce 
voluttà del male, e forse fu in gran parte suggerito dalla neces- 
sità di riformare regolarmente la città con un piano regolatore, e 
dall'ambizione di lasciarle il proprio nome "'. Di 14 regioni 4 sole 
ne rimasero intatte 'J®; ed egli la fece rifer tutta, concorrendovi con 
danaro pubblico, a tempo fissato per le costruzioni. Il suo palazzo 
fu un piccolo paese per sé solo, con un triplice portico di 330 
metri. Dopo di lui continuarono ad arricchire di edifici grandiosi 
la città Vespasiano, Claudio, Tito, Traiano, Adriano, ed é questa 
la città descrittaci da Vittore, nella quale si poterono, a similitu- 
dine della casa degli imperatori, chiamar palazzi le immense e ma- 
gnifiche domus dei grandi signori y specialmente di campagna '5', 
rimanendo la borghesia cittadina oziosa stipata in case locatizie, 
e il basso popolo ristretto nelle botteghe od infulae. 

in vacuo aedificant... formaque urbis sit occupatae magis quatn divisae si- 
milis (Livio). 

Promiscue coeperunt et sine discrimine quocuique libuit in vacuo aedi- 
fìcare; unde festinatio et acceleratio curam exemit vicos dirigendi distin- 
guendique aedifìcia ; nam intra annum asseverant novam tum moenibus tum 
privatis tectis urbem stetisse (Plutarco, in Camillo). 

»»9 Romani Neropolim nuncupare (Tacito, %Ann. xv, 40). 

Quasi ofFensus deformitate veterum aedifìciorum et angustiis flexurisque 
viarum incendit urbem (Svetonio in Nerone). Non ut post Gallica incendia 
nulla distinctione vel passim erecta, sed dimensis vicorum ordinibus et latis 
viarum spatiis cohibita aedifìciorum altitudine et patefactis areis additisque 
porticibus quae frontem insularum protegerent (Tacito, xv, 43). 

130 Ex 14 regionibus in quas Augustus urbem diviserat tantum 4 integras 
mansisse (Tacito, xv, 49). 

131 Aedifìcia privata laxitatem urbium magnarum vincentia (Seneca, Epift. 
114). Secondo Valerio Massimo un gran signore ai tempi di Tiberio si cre- 
deva mile alloggiato se la sua domus non occupava almeno 7 jugeri di 
suolo (Val. Mass., iv, 4). 

Domus atque villas cognoveris in urbium modos aedifìcatas (Sallustio). 



27S Topola:^ione di T{oma 

Sappiamo che molte tra le domus o grandi case e palazzi ^ erano 
assai alte; anzi alcuni signori, per vanità di superare le éistigia 
dei colli vicini, le elevarono tanto da riuscir di pericolo nei ter- 
remoti o nelle inondazioni, e fu necessario un decreto di Augusto 
che le limitò a 70 piedi, o metri 20,74, e poi uno di Nerone a 60, 
o metri 17,77, riconfermato da Traiano *'*. Ma indubitatamente 
tale proibizione fu suggerita non già dall'essere questa l'altezza ordi- 
naria, come vorrebbero far credere Vossio ed altri, ma dal fatto stra- 
ordinario di alcune case che per la soverchia loro altezza eran ca- 
dute, e dalla convenienza di porre argine ad un uso che si andava 
introducendo da' grandi signori non più pei soli palazzi e ville ma 
per edifici rurali o lungi dalle pubbliche vie. E quando Vitruvio ci 
dice che, cresciuta la moltitudine degli abitanti in Roma, si dovè 
moltiplicare lo spazio alzando a più pianile case*'', egli vuole evi- 
dentemente alludere a un fatto proprio soltanto dei suoi tempi, cioè 
ai grandiosi e splendidi edifici pubblici e privati, alle ville e ai palazzi 
di marmo e alle case con mezzanini o più piani, che si vennero 

Qjaeque magnarutn domuum omnia in se ipsa habet, quaecumque urbs 
possit continere, nempe circum, fora, tempia, fomes, balnea diversa, una 
domus urbs est (Olimpiodoro). — Si direbbe che qui Fautore volesse de- 
scrivere la villa di Adriano, o qualche cosa di simile, ed afiatto eccezionale. 

n> Contra ruinas, novorum altitudinem aedifìciorum (anche pubblici) de- 
posuit Augustus et nequis supra pedes 70 subllmius aedificaret inhibuit in 
publicarum vicinitate viarum (Straboke, vii, 49). 

Dopo Tincendio di Nerone fu ricostruita, cohibita aedifìciorum altitudine 
(Tacito, xv, 43). 

Cum Trajani tempore multo ptrniciosius quam sub Nerva Tiberìs inun- 
dasset, magna clades aedium. 

Trajanus per exquisita remedia opitulatus est statuens ne domorum al- 
titudo 60 superaret pedes (A. Vittore). 

155 In ea autem urbis et civium infinita frequentia innumerabiles habita- 

tiones opus fuit explicare Ad auxilium altitudinis aedificiorum res ipsa 

coegit devenire.... Ergo menianis et contignationibus variis alto spatio 
multiplicatis populus romanus egregias habet sine impeditione habitationes 
(ViTRUVio, de Jlrchit., 11). 

Immensa frequentia cui vix urbis immensa tecta sufficìant (Seneca, ad 
Helviam, 6). 



nell'era antica 279 

sostituendo ai modesti luoghi di convegno, alle case e casuccie 
d'un piano dei primi secoli, parva sed apta domus, nella quale il 
Quirite abitava volontieri ristretto e solo colla sua famiglia. E ciò 
conferma anche Strabone '5^. 

Sono queste le 1789 grandi case e palazzi che dà la Nofifia; 
domtis 1789. Quanto alle 424 aedes, pare che si volessero nelle de- 
scrizioni suddette indicare con tssQ ì minori templi, dopo i quali 
venivano poi anche le aediculae o cappelle. Ma se pur fossero stati 
palazzi, come credono Mommsen ed altri, non farebbero che una 
differenza al più di 20,000 persone. 

Altro erano le infulae destinale ai meno agiati ed agli operai, 
che si davano in affitto pagando un canone annuale "^s^ come per 
le vere case, o aedes privatae locatizie, assai più grandi, e a più 
piani. Spesso le isole erano una proprietà concentrata in poche 
mani di speculatori. Il loro numero di 44,305 o 44,695 o 46,016, 
secondo le diverse fonti e lezioni di Vittore e della ^Njotitia, fu 
causa delle esagerazioni dei commentatori meno avventati, di quelli 
cioè che si limitano a dare a Roma due milioni e mezzo o tre di 
popolazione nelle 14 regioni, escluso l'agro. Perciocché facilmente 
possiamo concedere che 50 ed anche 100 persone, o 75 per ter- 
mine medio, come calcolarono Vossio, Manuzio, l'autore dell'arti- 
colo ^ma neìV Enciclopedia ed altri molti, si contenessero in cia- 
scuno dei palazzi, o delle 1789 domus, numero che per una coin- 
cidenza notevole corrisponderebbe all'incirca a quei 2000 grandi 
signori, che a mala pena si contavano ancora in Roma ai tempi 
di Cicerone; esse avrebbero dato per parte loro 134,325 abi- 
tanti. 

Ma le 46,016 infulae, che a 50 abitanti ciascuna, come calco- 
larono quei commentatori, darebbero per sé altri 2,300,800 abi- 



»34 Veteres illi Romani urbis pulchritudinem contemsere . . . posteri vero 
et ii praesertim qui nostris fiiere temporibus innumerabilibus et praecla- 
rissimis urbem romanam impleverunt insignibus (Strabone, Geog,, lib. v).' 

»35 lussit Nero inquilinos privatarum aedium atque insulanim pensio- 
nem annuam representare (Svetonio in perone). 



28o T^opola:^ione di T(pma 

tanti, che cosa erano? Il Dureau de la Malie, che ha trattato a 
fondo la quistione, ha già sparso un gran dubbio sull'esagerata ed 
erronea interpretazione che fu data a questa parola; ed io, allar- 
gando un po' quella troppo restrittiva che egli vi ha dato, di bot- 
teghe e null'altro, credo di aver raccolti argomenti quanti bastano 
per ridurne la importanza ad una giusta misura. 

A me sembra innanzi tutto che la denominazione di mfula sia 
stata adottata per esprimere un fatto esclusivamente censuario ; 
Vinfula era, a mio avviso, il numero del censo ossia della tabula 
familiaris, iscritta per ogni capo censito o non censito finanziaria- 
mente, come parcella anagrafica isolata: le Wohnungs parteien 
dei tedeschi, i ménages dei francesi, e i nostri fochù Ed anche 
in questo, come nelle proporzioni tra urbs e suburbia, nella divi- 
sione in 14 regioni, nel sistema di numerazione e simili, trovo 
confermata una mia opinione sulla costanza dello spirito conserva- 
tore dei Romani moderni nelle forme di vita municipale ed edilizia 
all'antica. Anche oggi nella numerazione per porte e botteghe 
(per non occuparmi di quella per finestre destinata a una speciale 
forma di tassa del Governo ultimo, più che agli usi anagrafici) 
troviamo riprodotta l'immagine delle 46,016 isole di Vittore. Di 
codesti numeri anagrafici ve n'ha talvolta cinque, sei, dieci per una 
casa, se tante sono le botteghe o porte; ve n'ha tal altra volta una 
sola, se la casa ha una sola bottega ed una apertura. E si potrebbe 
avere una conferma di ciò nelle recensioni speciali degli abitanti 
delle isole, che erano i meno ricchi, i poveri e i poverissimi, che 
Cesare e Augusto fecero fare per vichi, vicatim e per dominos 
infularum, cioè rivolgendosi per la consegna degli inquilini ai 
proprietari! , allo scopo di raccogliere ed anche di appurare e 
ridurre il numero degli ammessi alla gratuita distribuzione del 
frumento, e del danaro, o congiario. Era nelle isole dove costoro 
abitavano; e se ne contarono una volta 350,000, che dovevano 
esser i puberi firumentanti, poi ridotti a 250,000, a 200,000, a 
. 150,000 come si vedrà in appresso. Questa operazione si chia- 
mava recenjus, fatta in luogo e modo insolito, nec loco ntc more 
solito, a quest'unico scopo. Molto probabilmente poi la maggior 



nell'era antica 281 

parte delle infulae erano botteghe colla loro retro bottega, ma- 
gazzini, osterie, locande, piccole officine, forni, laboratori e 
simili, che dovean essere infiniti in una città, dove il consumo 
era immenso, dove non c'era altra industria che pel consumo; 
e ciascuna doveva avere la sua stanza, o cenacolo al mezzanino, 
e se l'edificio era alto, ai piani superiori, per l'abitazione della fa- 
miglia dell'esercente, dell'artista, dell'operaio, del proletario. Ma le 
alte e grandi dovevano esser poche, riserbandosi le grandi costru- 
zioni alle domus. 

Ciò è confermato da molti passi di scrittori, comprovanti l'uso 
promiscuo delle parole infulae et tahernae, che Orazio mette come 
contrapposto delle alte case dei grandi: 

Tauperum tàbernas regumque turres m6. 

Nessun testo lascia credere menomamente che infula fosse 
quel che oggi diciamo, e che alcuni vollero credere, un grande 
isolato, o un ammasso di case formanti isola; infiniti cesti all'in- 
contro le accomunano con le botteghe, e prendon queste come 
espressione delle abitazioni. Che fossero le abitazioni più piccole, 
lo provano le parole di Svetonio, che dice essersi bruciate sotto 
Nerone, oltre l' immenso numero di isole, anche le case de' grandi 
e dei capi ''7. Tacito poi parla delle botteghe da cui cominciò l'in- 
cendio, come di abitazioni, ed usa tàbernas et infulas come sino- 
nimi *'*; e cosi Orazio *39 che le chiama oscure taberne, mentre 
il Digeflo, parlando dei fiirti nelle botteghe con scassinamento, usa 
la parola infula '^®. 

E le botteghe erano veramente le abitazioni con una stanza da 

«56 Oratio, Od, I, iv. 

07 Tum, praeter immensum numerum insularutn, domus priscorum du- 
cum arserunt (Sveton., in Nerone, xxxviii, 4). 

Per tàbernas simul coeptas ignis longitudinem circi corripuit (Tacito, 
Ann,, XV, 38). 

»3* Tacito, vi, 45. 

'39 Migret in obscuras huniili sermone tàbernas (Oraz., Arte poet,). 

140 Effracturae fiunt plerumque in insulis (Paulus, 'Digest., i, xv, 3). 
36 — fonografia di T(oma. Parte IL 



282 Topola:(^ione di %^otna 

pranzo e da letto insieme, o cenacolo; e il Tìigefto che ne parla le 
accomuna chiaramente colle infulae '^'. Come sinonimo di bottega 
è adoperata la parola infula in una iscrizione citata da Corsini *^*; 
negli nAcia S. Scbajiiani dì Sant'Ambrogio infulae sono i luoghi 
ove si va a comprare oggetti diversi, e lo stesso è in Cicerone *^', 
il quale possedeva botteghe sull'Aventino, ed ora le chiama infulae 
ora tabernae. 

Che le isole fossero le parcelle censuali od anagrafiche, di cui 
la massima parte eran botteghe, e che le parti di isole fossero 
appunto tanti fuochi, anche se si trattava di isole maggiori o a più 
botteghe, lo attesta la definizione di Pesto commentata dal Porcel- 
lini ^^\ le botteghe semplici eran forse dette ora tabernae ora 
infulae, al pari della riunione di più botteghe o infula communis 
protetta da un portico contro gli incendii de' solai '^5. 

Anzi isola è chiamata una parte di proprietà di una casa, da 
Ulpiano e Papiniano, ed evidentemente era una bottega, che fa- 
ceva corpo o numero censuario ed anagrafico da sò*^^. E vi erano 
isole, o botteghe, o magazzeni, con più cenacoli, forse per grosse 



MI Tabernam cum coenaculo Pardulae legaverat cum mercibus instni- 
mentis et suppellectili quae ibi esset; quaesituni est cum, vivo testatore, 
insula, in qua coenaculum fiiit quod ei legatum erat , eausta sit (^'Digeft., 
xxxiir, 7). 

•42 Corariorum insulas... resta urari atque adornari... providit (Corsini, 
Series praefectorum urbis. Pisi, 1763). 

M5 Quaere ubi sint merces insularum {Epift. ad ^itic, xiv, 9). 

M4 Insularum nomine partes ipsarum appella ver unt quae a singulis fa- 
niiliis incolebantur unde in tantum numerus eorum excreverit (Porcellini). 

MS Ut ante insulas et domos porticus es^ent, de quarum solariis incen- 
dia arcerentur (Sveton. in Nerone, xvi). 

Additis porticibus quae frontem insularum protegerent (Tacito, xv, 38). 

M^ Si socius meus in communi insula opus novum faciat {Digfft; 
xxxix). 

Ut non in domus possessioneni sed in insulae mittatur (Ulpian., DigefL, 
xxxix, t. 2). 

Appellatione domus insulam quoque injunctam domui videri (Papin. 
T^^iO'f xxxii, Icg. 916). 



nell'era antica 283 

famiglie di operai, o, secondo Alfeno, subaffittati ad altri '-«7. Né po- 
tevano essere grandi case se Crasso ne possedeva la metà '^•. 

Da tutto ciò si può concludere che le isole, sia distinte benché 
parti di un solo edificio, sia, e forse per la più parte, limitate ad 
una bottega, o magazzeno, od officina con qualche cenacolo o 
camera, al mezzanino o ad un solo piano, rappresentavano tanti 
fochi. Altro erano le grandi case locatizie, a più piani affittati a 
diversi, come quella ove al terzo piano abitava Marziale; e come 
le altre case d'affitto erano soggette a leggi per gli sgomberi e tra- 
mutamenti, e a varietà di prezzi "-♦9. Alle inj'ulae insomma non 
possono perciò assegnarsi né 21 abitanti per ciascuna, come fece 
il più moderato degli esageratori, il Brottier '^©^ che ne dà poi 84 
alla domuSy non contando gli stranieri; né 30 o 50 o 100, come 
Vossio, Vopisco, V Enciclopedia del Pomba ed altri. Ma neppure è 
ammissibile il computo troppo moderato, per le isole, di Dureau 
de la Malie che dà 5 abitanti al più ad ognuna, concedendone 84 
ad ogni domus. Se avesse parlato non in genere, ma delle sole 
infulae, avrebbe piuttosto ragione Boeckh *5», che trova troppi 14 
abitanti per casa, e li limita a io in media; ed io ritenendo le isole 
per tanti fuochi, dove convivevano coi padroni gli schiavi e gli 
operai, ammetterei da Nerone in poi i io abitanti per ciascuna, 
che darebbero, per le isole, un totale di 440 a 460 mila, da ag- 
giungersi ai già computati 134 mila per le domtis, cioè in tutto 
da 574 a 594 mila abitanti per la urbs e i più vicini sobborghi, 
compresi nelle 14 regioni, descritte da Rufo e Vittore e dalla No- 
titia. Il resto della popolazione, da me valutata pei tempi dell' im- 



1-17 Qui insulam triginta (aureos) conduxerat, singula coenacula ita con- 
duxit ut quadraginta ex omnibus colligerentur (Alfenus, Digeft, xix, 11, 30). 

m8 Tacito, Ann, 

149 Scalis habito tribus sed altis (Marziale, Epigr. 22). 

£dibus conductitiis migratio fiebat kalendis quintilibus. Sub id tempus 
magna pars civitatis in villas et suburbana loca migrabat, domusque pro- 
inde vilius exonerata civitate locari solitas crediderim (Svetonio). 

^V^Not et emend. ad Tacit., t. 11, pag. 379. 

«S« Econ, polii, f t, I. 



284 TopolaT^ione di ^oma 

pero ad oltre un milione e centomila, sarebbe stata sparsa nei sob- 
borghi e neir agro di Roma. 

La stessa superficie di 1396 ettari ai tempi di Aureliano mi 
persuade non potersene ammettere di più, anche data una densità 
di popolazione massima, cioè circa 580 abitanti per ettaro, che sa- 
rebbe più del doppio di Parigi, e quasi il quadruplo di Roma 
odierna per il solo capoluogo'5*.1 150,000 fi-umentanti, che Cesare 
registrò, e che furono probabilmente i meno agiati della urbs, 
quando le isole si potevano ragionevolmente supporre un quinto 
meno che ai tempi di Costantino, corrisponderebbero presso a poco 
a 4 puberi poveri per bottega o isola, o circa 40,000 isole o fuochi 
con 150 mila beneficati. E ammesse circa dieci persone per isola 
si avrebbero riunite nelle 40,000 isole 400,000 persone, cioè poco 
più di quei 320,000, che in una generale distribuzione di grano 
fetta poco prima eransi beneficati, esclusi probabilmente i soli 
fanciulli e non liberi, né liberti, né forestieri riconosciuti, che 
darebbero gli altri 80,000. Dirò più avanti come il maggior nu- 
mero di frumen tanti, prima e dopo Cesare, fino a 350,000, non 
indichi maggior densità media di popolazione nelle isole, ma una 
distribuzione di frumento che si estendeva anche ai non poveri e 
ai soldati pretoriani. 

Adunque né la grandiosità dei pubblici edifici, né il loro nu- 
mero, né quello delle isole e delle case giustificano, ove pure le de- 
scrizioni di Rufo e Vittore e del Curiofum siano esatte, i computi 
esagerati che si vollero fare sulla popolazione di Roma. E tanto 
meno li giustificano presso coloro i quali ammisero l'opinione 
che i censiti fossero i soli capi famiglia liberi o i soli atti alle 
armi delle 3 5 tribù si urbane che rustiche. Perciocché, giungendo 
costoro a cifre presso a poco eguali si con un computo che col- 
Taltro, cioè da 2 a 4 milioni, non hanno compreso che si con- 
traddicevano col far sì che la loro cifra calcolata sui censiti, che 
abbraccia Roma ed agro, eguagli quella calcolata sulle case 



»S» 156 per ettaro {Cenfimento ufficiale del iSji). 



nell'ira antica 



285 



ed isole per la sola urbs o capoluogo, mentre doveva esser quasi 
la metà. 

Anche questo argomento adunque, che sembra il più valido 
agli esageratori per eccesso, non inferma per nulla le mie dedu- 
zioni sulla popolazione di Roma. 

^Annona e diJtrihu:i^ioni di grano e danaro. — Un ultimo ar- 
gomento, tra i più importanti che ho preso a discutere e che i 
sostenitori delle grandi cifre della popolazione antica di Roma 
mettono in campo, è quello delle distribuzioni gratuite o semi- 
gratuite di grano, dei congiarii o distribuzioni di danaro alla plebe, 
e dell'annona, o piuttosto dell' approvigionamento del frumento 
necessario all'alimentazione della città e dei suburbi '53. 

I Romani, specialmente la plebe, vivevano per gran parte di 
pane fatto e cotto nelle famiglie, nei primi secoli, e poi lavorato 
in un numero grandissimo di forni, dei quali le già citate descri- 
zioni ne enumerano per i tempi di Costantino 254. L'alimenta- 
zione ed annona era tutta in mano del Governo, e vi provvidero 
successivamente il Senato, edili della plebe, poi edili curuli, poi 
un pretore (687), poi due edili cereali creati da Cesare nel 707, e 
infine il prefetto dell'annona, creato da Augusto nel 731. Granai e 
forni erano una istituzione pubblica. 

Oltre il pane i Romani facevano grande uso di farine, sotto 



»S3 Per i computi che possono occorrere in questo ed in capitoli pre- 
cedenti reco qui i rapporti di alcune unità di peso, di misura e di moneta 
romana colle metriche odierne. 



I Piede edilizio metri 0,296 
I Passo miliario » 1,481 

I Miglio o 1000 passi » 1481,481 
I lugero are 25,28 

I Medimnocom. e greco litri 52,030 
I Modio romano o ifS dì medimno 

litri 8,671. 
I Idem in peso chilog. 6,503. 



I Rubbio rom. odierno litri 294,465 

I Asse o pondo o libbra di peso 
chilogrammi o, 3 26, 3 3 7 

I Asse o moneta di rame, valore 
medio dei tempi imperiali 
(grammi 12 172) cent. 11,2. 

Sesterzio (4 assi) centesimi 45. 



286 Topolaiione di %pma 

forme diverse di pulte o di paste condite con olio, con sale e con 
erba '54. 

Era quindi grandissimo il consumo dei cereali, si per la quan- 
tità che se ne mangiava in pane o in minestre, si per il pessimo 
sistema di macinazione e cottura, come proverò appresso. 

Nei primi tempi la produzione dell'agro e dei terreni divisi 
ai cittadini nei territorii finitimi bastava , ed ogni cittadino colti- 
vava a questo scopo i proprii beni. Poi cominciò a difettare il 
fhimento indigeno, ed ogni paese dipendente e conquistato ebbe 
un'imposizione di grano e dovette fornire la decima parte dei suoi 
raccolti alla città egemonica; le città latine, le etrusche, la Cam- 
pania, la Puglia, la Sicilia, la Sardegna, l'Africa e principale 
mente V Egitto, la Spagna, la Beozia, la Macedonia, il Chersoneso, 
tutte insomma le provincie soggiogate. Si facevano spedizioni 
marittime periodiche apposite colle navi frumentarie, e si formava 
il bilancio da una parte del fabbisogno di tutta la città e dall'altra 
delle somministrazioni su cui si poteva fare assegnamento; né vi 
fu forse ramo di pubblica amministrazione meglio curato dai 
Romani. 

Il Senato fissava il prezzo del grano imposto e da pagarsi, 
frumentum impofìtum emptum o decumanum, il governatore della 
provincia sorvegliava; e non di rado si ordinava una seconda de- 
cima alle Provincie frumentifere, cioè Sicilia '$5^ Sardegna '^«^ 
Africa *"j l'Asia e specialmente la Siria 'J», la Spagna che dava 
mezza decima '59. 

I $4 Pulte autem non pane vixisse longo tempore romanos manifestum; 
quoniam inde et pulmentaria dicuntur (Plinio, xxviii, 8). 

Erant autem milites adeo continentiae attenti ut frequentior apud eos 
pultis usus quam panis esset (Valer. Mass. ii, 5). 

MS ClCER., Ili, 8. 

M^ Liv., XXXI, 17, Valer. Mass., vii, 6. 
»57 CiGER., prò 'Balbo, 18. 
*s8 CiCER., xAgar. cantra Rullutn, 11, 29. 
»59 Liv., xxxxiii, 2. CiCER., Ferriti,, iii, 7. 

Siciliae Sardiniaeque binae eo anno decumae frumenti impera tae (Liv., 
xxxvii, 2). 



I 



nell'era antica 287 

Le continue guerre e l'ozio, a cui dopo i primi secoli cominciò 
ad abbandonarsi la plebe, contribuirono a rendere molte volte insuf- 
ficiente Tapprovigionamento ai bisogni della città, onde le frequenti 
carestie, e la necessità di provvedere all'annona coi mezzi dello 
Stato, che divenne, anche per i privati *^, unico collettore, distri- 
butore e rivenditore del grano, dell' olio e di altri generi ne' suoi 
granai, di cui la TsLotitia ne conta 327 e ne'suoi magazzeni, dove 
ciascuno andava a comprare. I debiti, il servizio militare, e le con- 
tinue assenze de' capifamiglia che ne derivavano, e impedivano di 
attendere ai lavori e al mantenimento della famiglia, l'aumento 
crescente del proletariato ed insieme del prezzo del grano, come 
ne fa prova l' aumento progressivo del valore del danaro o del 
rame, da i fino a 24 in sei secoli, indussero una condizione eco- 
nomica tale da obbligare molte volte lo Stato a somministrare a 
quanti si presentavano col tìtolo di cittadini, e non sempre poveri, 
ma fin anco cavalieri ed agiati, il grano a prezzo ridotto od anche 
gratuitamente; cosicché vi furono casi in cui, tolti i più ricchi, 
tutti ebbero la tessera come ammessi a questo beneficio, ofrumen- 
tanti, e si fecero leggi apposite per assicurare alla plebe tumul- 
tuante, soprattutto nelle frequenti carestie, la somministrazione 
pubblica del grano. A poco a poco procedendo verso l' impero, e 
più ancora sotto gl'imperatori, Roma si empi di oziosi aventi il 
titolo della cittadinanza romana, coloni, socii, municipi ; e anda- 
rono crescendo i nuovi domiciliati, e i signori giunsero al punto 
di moltiplicare l'emancipazione di schiavi, per dare diritto ai nuovi 
liberti di aver la tessera e dividere con essi il grano, che lo Stato 
somministrava '^* ai cittadini del capoluogo, ed eccezionalmente 
anche a quelli dell'agro quando non ne avevano sul sito. Anzi sap- 
piamo da Svetonio che nelle distribuzioni fatte da Augusto non si 



«^ Scilicet tu homini egentissìmo et facinorosissimo Sexto Clodio omne 
frumentum privatum et publicum, omnes provincias frumentarias, omnes 
mancipes, omnes horreorum claves lege tua (Clodia) tradidisti (Cic. prò 
domo sua). 

»^» DiONis., IV e Dione Cassio, xxxix, 24. 



288 TopoIa:(ione di ^oma 

tenne nemmeno alla condizione dell'età pubere, e si diede la tes- 
sera ai minori di 12 anni '^*. 

Il tristo uso delle leggi friimentarie unito a quello degli spet- 
tacoli gratuiti e de' baccanali preparò a poco a poco l'oziosità e la 
corruzione, figlie necessarie della carità legale, e rappresentate dal 
motto panem et circenfes *^5. H frumento cominciò a darsi in tempo 
di carestia e d'interne sommosse a minimi prezzi, da un asse a 5/6 
di asse per modio, o litri 8,671, e continuò poi sino al basso 
impero. 

Lo distribuirono in causa di carestie nel 298 Marzio, nel 327 
Minucio, nel 345 Trebio, nel 504 Metello a i asse *^^; e la legge 
di C. Gracco, o legge Sempronia, lo ribassò a 5/6 di asse '^5. 
Questo prezzo sarebbe un po' meno di io centesimi, prendendo il 
valore dell'asse di rame de' tempi imperiali, benché pesasse sol- 
tanto mezz'oncia; giacché è lo stesso il valore relativo, di fronte a 
quel moderatore de' valori che è il grano, dell'asse di una libbra, 
da Servio all'anno 485, di quello di 4 oncie nel 510, di 2 nel 553, 
di I dal 557, fino alla legge Papiria del 667, che lo ridusse a mezza 
oncia. Nel 552 fu dato il grano a 4 assi '^^, nel 553 a 2 assi al 
modio, prezzo già assai basso '^7. Distribuzioni gratuite furono 
fatte da Manlio dopo la cacciata dei Galli dal Campidoglio, da 
Sejo nel 679, dal Senato nel 691 per consiglio di Catone, che 



»^* Ne minores quidem pueros praeteriit (Augustus) quamvis nonnisi 
ab undecimo aetatis anno accipcre consuessent. Frumentum quoque in an- 
nonae difficultatibus saepe levìssimo interdum nullo praetio viritim admen- 
sus est, tesserasque nummarias duplicavit (Sveton. in %Augufto). 

»^3 .... 'Duas tantum res anxius optai 

Panem et circenfes .... 

(GlOVEKALB, X| 80.^ 

»64 Liv., Epit. XX, eie. — M. Marcius aedilis plebis primum frumentum po- 
pulo. in modios assibus donavit (Plinio, xviii, 4). 

>^s Ut semisse et triente frumentum plebi daretur (Liv., Epit. lx). 

166 Frumenti vim ingentem quod ex Africa Scipio miserat quaterniis aeris 
populo cum summa fide et gratia diviserunt (Liv., xxxi, 4). 

«67 Annona eo anno pervilis fuit (Liv., xxxi, 50). 



il 



nell'era antica 289 

voleva fare opposizione a Cesare amicandosi la plebe *^^, da Clodio 
nel 693 e 696, da G. Cesare, da Augusto ^^ e poi da quasi tutti 
gli imperatori, ora gratuitamente ora a minimo prezzo, tra i quali 
gli storici nominano specialmente Tiberio, Claudio, che il popo- 
laccio assalì, per aver il grano, nella reggia, Nerone, Trajano, che 
diede persino il pane alla plebe urbana e istituì per ciò un collegio 
de' panettieri ; poi Adriano, Antonino Pio, Settimio Severo, Ales- 
sandro '•'', Valentiniano che nello stesso tempo tentò di purgar 
Roma dagli oziosi. Valente, Graziano ^7». Trajano poi, non con- 
tento di largheggiare con i cittadini e soldati, distribuiva pane o 
frumento sino ai giovanetti sotto 12 anni, cosa affatto nuova '7^, 

La legge Sempronia del 630, tanto criticata da Cicerone, da 
Livio e da altri '73^ stabiliva come fissa e perpetua la largizione del 
frumento a tutti (populo) per meno di io centesimi al moggio. Fu 
abrogata nel 632, e rifatta da C. Mario tribuno nel 633 e 634: 
riproposta da Appulejo Saturnino nel 653, fu combattuta da Ce- 
pione per la grave spesa. La richiamò M. Livio Druso, nel 662 ; 
fu di nuovo abrogata da Filippo, e rimessa in vigore dai consoli 
C. Cassio e M. Terenzio Lucullo nel 680, per lenire i guai lasciati 
dalle guerre sociale e civile. Essa ebbe sempre per effetto di atti- 
rare i proletari dalle campagne alla capitale. 

È certo che a prezzo ridotto accettavano il frumento tutti i 
cittadini domiciliati nella urbs e probabilmente anche nel più vicino 

><>* Plutarco, in Catone, 

1^ Frumentum quoque in annonae difHcultatibus saepe levissimo inter- 
dum nullo praetio viritim admensus est, tessera sque nummarias duplicavit 
(SvET., in Aug.). 

170 SvETONio, Tacito, Persio, Aur. Vitt., Ulpiano. 

»7i Cod, Theodos., de canone frumentario. Graziano faceva distribuir pane 
da 254 fornì e 168 magazzini. 

«72 Aur. Vittore. 

173 Repugnabant boni quod et ab industria plebeni ad desidiam avocari 
putabant et aerarium exhauriri videbatur (Cic, prò Textio, i, 48). 

C. Gracchi frumentaria magna largitio exhauriebat aerarium; modica 
M. Octavii et reipublicae tolerabilis et plebi necessaria, ergo et civibus et 
reipublicae salutaris (Cic, de offic. 11, 21). 
37 — fonografia di %oma. Parte IL 



290 Topola^ione di 'Scorna 

suburbio : per ciò si dava una tessera frumentaria, che si poteva 
vendere, in modo che vi partecipavano indirettamente anche i fo- 
restieri. 

E dagli storici sappiamo che prendevano la tessera persino se- 
natori, oratori e negozianti ricchi *7^. Anche alle distribuzioni gra- 
tuite potè prender parte chiunque fosse cittadino domiciliato. E il 
grano raccolto non bastando in qualche occasione, si cacciarono 
dal capoluogo, come nel 759, a 100 miglia gli schiavi in vendita, i 
gladiatori, gli stranieri, meno i medici e i precettori, e molti schiavi 
domestici, tra i quali la maggior parte di quelli di Augusto *7S. 
Ma pare certo che i più agiati non vi entrassero se non indiretta- 
mente per mezzo dei loro liberti. 

Non è quindi esatto il dire che tali distribuzioni fossero desti- 
nate ai poveri ; forse ciò fu vero soltanto per quella che fece fere 
Giulio Cesare nel 707, dopo aver ridotto il numero dei frumen- 
tanti da 320,000 a 150,000, per via dell'allontanamento di 80,000 
mandati in colonie, e di un censimento apposito fatto per le isole, 
che si deve ritenere un censimento di proletarii puberi dei due 
sessi, esclusi gli schiavi, mentre nelle distribuzioni precedenti vi 
parteciparono anche i non proletarii. 

Distribuzioni ai soli poveri furono quelle di cui parla Cicerone 
a 34,000 medimni al mese o 204,000 modii che bastavano per 45 
mila persone, e talvolta 100,000 medimni, sufficienti per 133,300 
persone. Costantino ne diede 80,000 modii all'anno, cioè man- 
tenne circa 1,500 persone. E certamente i meno agiati dovettero 
sempre essere i preferiti nelle distribuzipni ordinarie. Infatti Au- 
gusto pure li censi appositamente, e per non distoglierli dai lavori 
troppo spesso, volle sostituire la distribuzione quadrimestrale alla 
mensile; ma poi cedendo ai reclami tornò all'uso antico ^7^. 



»74 SvETONio, Tacito, Plutarco, Plinio, Dione. 

175 Quum venalicias et lanistarum familias peregrinosque omnes, exce- 
ptis medicis et praeceptoribus, partemque servitiorum urbe expulisset, tan- 
dem annona convaluit (Sveton. in %Augufio)» 

n^ Populi recensum vicatim egit ac ne plebs frumentationum caussa 



nell'era antica 291 

Si fecero eziandio sotto l'impero, distribuzioni di danaro, a 
quanto pare sopra i registri dei frumentanti; perchè nel cosi detto 
breviario di Augusto, cioè nei brani che ne restano nelle lapidi o 
Monumento di Ancira, egli dichiara di aver dato nell'undecimo 
consolato (anno 750) per la seconda volta frumento del suo da- 
naro e nel duodecimo tribunato per la terza volta ; e che si il fru- 
mento che il danaro non furono mai dati a meno di 250,000. Cosi 
almeno parmi doversi intendere alcune lacune che sono nella iscri- 
zione di Ancira '77, 

Nel decimoterzo consolato (anno 752), dice più chiaro di 
aver distribuito danaro a quelli che solevano avere il frumento, ma 
a poco più di 200,000 uomini *7^. Ciò conferma anche Dione "79. 
Severo, quando distribuì danaro, in occasione del decimo anniver- 
sario del suo impero, spese due milioni di aurei di allora, e diede 
tanti aurei a ciascuno quanti erano stati gli anni che aveva im- 



frequentius a negotiis avocaretur ter in annum quaternum mensium tesseras 
dare destinavit. Sed desideranti consuetudinem veterem concessit rursus ut 
sui quìsque mensis acciperet (Sveton., in Augufto)^ 

*77 lUrum aere meo viritim 

Constil undecimum duodecim 
Frumenlationes frumento 
Privatim coempto emenfus 
Sum et Tribunicia poteftate 
'Duedecimum quadringenos nummos 
Tertitim viritim dedi qualia mea 
Congiaria, frumenti..,,, unum (0 numerum ?) 
Numquam minus quinquaginta et 
Ducenta sia (tnillia ?) 

(MOMUM. Av'CYRàE.) 

«78 Conful tertiumdecimum sexagenos 

Denarios plebi quae tum frumentum 

Puhlicum acce (acceperat ?) dedi ea millia 

Hominum panilo pìura quam ducenta fuerunt. 

179 Dione, Hb. 55. Augustus frumentantium multitudinem ad millia 200 
redegit. Il recenso per tale distribuzione, secondo Dione, fu fatto nel 748, 
anno di peste. 



292 Topola:(^ione di T{oma 

perato, cioè io; quindi il suo conciario beneficò 200,000 persone, 
fra cui i pretoriani, che alcuni dicono essere stati 40,000 ****. 

Da tutto il fin qui detto apparisce che le distribuzioni gratuite 
o quasi gratuite di grano non furono la carità fatta ai poveri per 
istituzione costante, ma un beneficio che gli amici del popolo 
tentarono di assicurargli, senza escluderne alcuno che fosse citta- 
dino domiciliato; e nello stesso tempo che non è vero che la legge 
temporanea rimanesse sempre in vigore sino all' impero, mentre 
l'aristocrazia dominante fece ogni sforzo per mantenerle quel carat- 
tere di temporaneità, e riserbare le frumentazioni ai casi di carestia, 
o a certe condizioni politiche in cui giovava accarezzare la plebe. 
E però il numero dei beneficati nelle distribuzioni gratuite può darci 
un qualche criterio per giudicare del totale della popolazione, ma 
più ancora quella dei frumentanti con tessera, a cui si dava il grano 
a basso prezzo ; perocché questi erano quasi l'intera popolazione 
adulta, liberi, liberti e in generale gli abitanti delle isole, nelle quali 
Giulio Cesare e Augusto fecero i due recensi speciali a quest'uopo. 
Se anche pertanto noi moltiplicassimo per tre quelle cifre, per ag- 
giungervi femmine, fanciulli e schiavi del popolo, e forse 50,000 ric- 
chi, non usciremmo dai limiti della popolazione assegnata secondo 
i miei computi alla tirhs^ di circa 600,000 al tempo dell'impero. 

Ora per alcune frumentazioni abbiamo il numero de'beneficati ; 
320,000 che Svetonio dice 300,320 prima della riduzione a 150,000, 
fattane da G. Cesare nel suo recenso per vichi e isole nel 707 *^' ; 
poi 250,000 e 200,000 sotto Augusto '**. E appunto perchè è 
detto che questi fecensi si fecero per le isole si potrebbe già stabi- 
lire induttivamente quanti erano quelli che non pigliavano il fru- 
mento gratuito, cioè gli abitanti delle 1789 domuSy circa 50,000, 
come ho detto. 

»8o Tot aureos donavit quot annos imperaverat ; in id congiarium quin- 
quies mille drachmarum myriades sunt erogatae (Sparziano, in Severo), 

181 Recensum populi nec more nec loco solito sed vicatim per dominos 
insularum egit, atque ex 320,000 accipientium frumentum e publico ad 
150,000 retraxit (Svet., in Caes., 41,42; Dione 43, 21). 

»82 Monum, Ancyrae, 



nell'era antica 293 

Già dal numero dei frumentanti si può dunque avere un argo- 
mento per confermare quello della popolazione, secondo i computi 
da me stabiliti. Infatti dato che le distribuzioni si facessero, come 
par certo, alla popolazione urbana e a quella prossima al pomerio,, 
o poco più in là delle 14 regioni d'Augusto, e che questa po- 
polazione fosse circa la metà di quella dell'intero comune com- 
prendente i più lontani sobborghi e le case sparse, come sembra 
ragionevole il credere chi consideri la grande fi'equenza di abita- 
tori nella campagna, nei 320,000 sopra 1,200,000 circa di popola- 
zione comunale, si avrebbe circa il quarto di ammessi alle distribu- 
zioni, cioè quelli tra i registrati nei 450,000 censiti che apparte- 
nevano alle ultime tre o quattro classi, circa 3/4 del totale, tra cui 
quasi tutti quelli delle 4 tribù urbane numerosissime di proletarii 
é di meno agiati, aggiuntivi anche molti de' forastieri domiciliati e 
riconosciuti. Sopra circa 600,000 poi che io computo di popola- 
zione urbana e dei più vicini sobborghi, si avrebbe metà di am- 
messi alle distribuzioni, che sono ancora i maschi cittadini e pu- 
beri che possono calcolarsi nella detta popolazione, secondo le 
proporzioni da me ammesse pei cittadini e liberi puberi, da una 
parte, e pei liberi impuberi, le femmine e gli schiavi e forestieri 
non riconosciuti dall'altra. Gli esageratori per difetto sono princi- 
palmente confutati da codeste cifre dei frumentanti, la più certa delle 
quali, quella dei 320,000 che trovò Cesare registrati, cade appunto 
sopra una data di censo, nel quale si numerarono 420,000 citta- 
dini. Se questa fosse stata l'intera popolazione libera di Roma ag- 
giunti tutti i suburbi e l'agro, come pretendono alcuni, converrebbe 
ammettere che il frumento si desse a tutti in città, compresi i bam- 
bini, il che è impossibile per la quantità che se ne assegnava ad ogni 
individuo ; o che si desse anche agli schiavi, il che è contraddetto 
dalle testimonianze degli storici. Peggio ancora, se, ammettendo, 
com'è infatti, che le ordinarie distribuzioni si facessero tra la po- 
polazione urbana (un solo fetto si cita di frumento distribuito anche 
fuori di Roma, ma è de' tempi già inoltrati dell'impero) si accet- 
tasse anche l'opinione di Dureau de la Malie, che cioè nella urhs, 
con una superficie prima di 639, poi di 1296 ettari, non poterono 



294 TopolaT^ione di ^R^oma 

mai contenersi più dei 262,695 abitanti de' tempi di Aureliano. In 
questo caso chi erano i 60 mila di più che ricevettero il frumento ? 

Per ciò poi che riguarda gli esageratori per eccesso, le cifre dei 
frumentanti ci obbligherebbero a ritenere che le frumentazioni, non 
solo gratuite, ma anche a prezzo ridotto, non si facessero che ai cit- 
tadini poverissimi; il che è contraddetto dagli storici, che parlano, 
come dissi, di cavalieri senatori e ricchi negozianti che le accetta- 
vano, bastando la qualifica di cittadino per aver la tessera. E ad 
ogni modo, in una città ove il proletariato era andato crescendo 
immensamente, se la popolazione nel 703 fosse stata di 4 o di 8 e 
più milioni, di cui uno o due liberi, i poverissimi sarebbero saliti a 
ben altra cifra che ai 150,000 della frumentazione di Giulio Cesare, 
che sembrano essere stati veramente i meno agiati censiti apposi- 
tamente nelle isole o botteghe. 

Le notizie che abbiamo di altre frumentazioni concorrono a far 
credere che la popolazione della «rij, che vi partecipava quasi esclu- 
sivamente, di poco superasse il mezzo milione. Colla quantità di 
frumento distribuito, a cagion d'esempio, colla legge Terenzia, cioè 
900,000 modii per 3 mesi, si potevano beneficare (>(> in 67 mila 
persone, che a quei tempi dovevano essere i capi famiglia meno 
agiati, rappresentanti circa 300,000 liberi d'ogni età e sesso. Il resto 
erano i più agiati e gli schiavi, tutt' al più altri 250,000 indivìdui. 

La spesa per la largizione consigliata da Catone per distogliere 
la plebe dal partito di Cesare fu di annue lire 7,276,250 di no- 
stra moneta; a lire 1,35 il modio sarebbero modii 5,389,815, suf- 
ficienti per 100,000 beneficati ; e infatti allora la popolazione era 
cresciuta, e di questo tempo fìi il massimo censo repubblicano. 

Ma contro gli esageratori per eccesso vale ben più l'argomento 
delle provvigioni di frumento che lo Stato faceva per assicurare 
l'alimentazione di tutta Roma, essendo certo che esso era il gran 
provveditore, distributore e rivenditore universale. E per fare que- 
sta dimostrazione, che è la più decisiva di tutte, poiché il pane 
per uno non può bastare per quattro o per otto, abbiamo fortu- 
natamente gli elementi positivi. 

E prima conviene sapere qual era il consumo ordinario di fin- 



nell'era antica 295 

mento e forina in pane o in pulte per ogni individuo, presso gli 
antichi romani. Le testimonianze sovrabbondano per determinarlo. 
Nelle frumentazioni ogni cittadino riceveva da 4 a 5 modii romani 
al mese. La razione dei soldati era la stessa; quella dei servi e dei 
carcerati da 4 a 3, secondo le stagioni ed i tempi *®5. In guerra si 
dava il triplo al soldato di cavalleria '^^, non già perchè mangiasse 
il triplo, come osserva scherzando mal a proposito il Dureau de 
la Malie, ma perchè ogni cavaliere doveva avere con sé due servi. 
E al veterano benemerito se ne davan due razioni, perchè aveva il 
diritto di tenere un servo, che spesso non teneva, per poter riven- 
dere la razione di grano **5. E i soldati, temperanti fino all'impero, 
come solevano in casa in tempo di pace, vivevano principalmente 
di pane e pulte, che cuocevano da se stessi. 

Con tutto questo largo uso di cibo farinaceo, non si può dire 
esagerata la misura di 4 a 5 modii al mese. Il modio romano era 
eguale a litri 8,671, pesava chilogrammi 6,503, e rendeva, se era 
grano italico, da 24 a 25 chilogrammi di pane per 25 di frumento, 
e se era forestiero, principalmente gallico, ne rendeva 22 per 20 
di frumento **^; in media adunque quasi tanto pesava il frumento 
quanto rendeva in peso di pane, per i pessimi metodi di macinazione, 
che fino all'impero fu una grossolana triturazione senza l'aiuto di 
buoni mulini, e per la cattiva maniera di panificazione. Infatti il 

»*3 Quinis modiis libertatem omnium existimavere, qui profectonon an:- 
plius prosint alimentis career is (Sallust., Hift. ni, io). 

Servus est, 5 modios accipit (Seneca, Epift. lxxx). 

Quatuor prò mense modiorum dimensum servi (Polibio). 

Familiae cibaria qui opus faciant per hiemem panis pondo 4 ubi vineam 
fodere caeperint, pondo $ usque adeo fines esse coeperint, dein ad pondo 
4 redito (Cato, de re ruft. lvi). 

Familiae cibaria qui opus faciant per hiemem tritici modios 4, per aesta- 
tem modios 4 1/2 (servorum demensum, Terenzio, in Phorm,, atto i, 
scena i). 

184 Equites romani coeperunt frumenti duos medimnos (12 modios) idest 
in tria capita, ut duobus servis instructi (Polibio). 

»«s Sallustio, JJÌ. 

>8^ Plinio xviii, 20, 2. 



296 ^Popola:(^ione di lipoma 

prezzo delle farine era relativamente assai maggiore, rispetto al 
fmmento, di quello che sia ora; e quando quest* ultimo si pa- 
gava, volendo prendere il prezzo moderato, in ragione di lire 1,35 
al modio, 15 a 16 lire Tettolitro '*?, o 46 lire Todiemo rubbio 
romano *^*, la farina da pane comune costava secondo il praetium 
annonae medine di Plinio 40 assi, o lire 4,50; e siccome il modio 
di frumento, secondo lo stesso Plinio ne dava mezzo di farina, e 
la farina pesava, rispetto al grano, come 16 a 20 *^^ il riscontro 
del prezzo della farina al grano era di lire 2,25 ad 1,35, cioè 2/5 
di più, che si deve attribuire per piccola parte al lavoro di tritura- 
zione o macinazione, e per la parte maggiore alla più scarsa ren- 
dita in peso e copia di farina, che si cavava coi metodi imper- 
fettissimi dal frumento in confronto de' nostri giorni. Adunque si 
può ritenere che 1/4 circa del provento utile del frumento era per 
essi perduto; perciocché, sempre secondo Plinio, un modio di 
frumento in media pesando libbre 22 1/2, rendeva 23 1/2, mentre 
a noi 160 chilogrammi di grano ne rendono 200 di pane; cioè ai 
Romani il frumento rendeva un quarto meno o 105 per 100 in 
pane, mentre a noi rende 125 per 100. 

Ma prendendo il primo dato, che cioè da tanto frumento si 
cavava quasi tanto pane, un cittadino romano consumava al giorno 
litri I e 301 millilitri, o 974 grammi al giorno, cioè poco meno 
di tre delle odierne libbre romane tra pane, pulte, che serviva 
da minestra, e paste. Poniamo che i dae terzi si mangiassero in 
pane, 650 grammi circa, o 24 a 25 oncie romane al giorno, è 
meno della razione giornaliera di pane comune che si mangia oggi 



»87 Tacito, {Ann, xv, 39) dice che l'anno 818 il frumento si vendeva 
12 assi (lire 1,35) al modio, e Nerone per grande munificenza lo ribassò 
a tal prezzo nell'incendio. 

Cicerone cita i prezzi diversi de*suoi tempi, da 8 a 12 assi al modio, 
prezzo mite (90 centesimi a 1,35) nella terza orazione frumentaria contro 
Verre. La repubblica tassò bassissimo il grano decumano, imposto, alla 
Sicilia, cioè 4 assi al modio (45 centesimi) prezzo utile allo Stato (Ib.).« 

188 II rubbio romano vale ettolitri 2,944, o quasi 34 modii romani antichi. 

«89 Plinio, xvui, 20, 2. 



neirtra antica 297 

da un popolano. E infatti molte volte se ne diedero 5 modii al 
mese, o un nono di più. Oggi quattro persone consumano 1332 
chilogrammi di pane all'anno, cioè 33 a 34 oncie, o 9/10 di chilo- 
grammo al giorno ciascuna. 

Questi rapporti applicati alle cifre del fabbisogno annuo di 
frumento che conosciamo per certe epoche, dalle quali è rappre- 
sentato tutto il consumo di frumento per la città di Roma, ci aiu- 
tano grandemente a trovare il numero delle bocche, o degli abi- 
tanti della città ai tempi cui quelle cifre si riferiscono. 

Tra le molte notizie sulla quantità di grano importata in Roma 
in diverse epoche ne piglierò due più nette e decisive. 

All'annona interna della città, esclusi i suburbii e l'agro, l'impe- 
ratore Claudio aveva diligentissimamente provveduto, affinchè la 
plebe della urbs non gli rinnovasse più il brutto scherzo di assa- 
lirlo in palazzo. Dopo di lui studiò ancora più profondamente il 
fabbisogno annonario della urbs l'imperatore Settimio Severo, il 
quale stabili una rendita e contratti di approvigionamento, ossia 
nn canone frumentario come legato dopo la sua morte, col quale 
provvedevasi a tutto il frumento occorrente per la urbs. E che 
fosse per questa e non per il resto del Comune, o dell'Italia, come 
gli esageratori per difetto mostrano di dubitare per la sola ra- 
gione che Sallustio aveva consigliato Cesare a largheggiare anche 
fuori, lo si prova evidentemente dal testo di Sparziano, che ci reca 
questo legato di Severo; poiché, subito dopo aver parlato del fru- 
mento da lui assicurato per 7 anni al capoluogo in ragione di 75 
mila modii al giorno, parla anche dell'immensa quantità, da lui 
predisposta per 5 anni, di olio, e questo non più per i biso- 
gni della urbs soltanto, non solum urbis ujìbus, come pel frumento, 
ma in tal copia da bastare fin anco a tutta l'Italia che ne abbiso- 
gnasse *9o. Dal testo medesimo si ricavano gli elementi per con- 

190 Severus rei frumentariae, quam minimam repererat, consuluit. Moriens 
7 annorum cattonetn, ita ut quotannis singulis diebus 7S,ooo raodiorum 
expendi possent,reliquit: olei vero tantum ut per quinquennium, non solum 
urbis usibus, sed et totius Italiae quae oleo egeret sufficeret (Sparziano, in 
Sett. Severo). 
38 — Monografia di Homa. Parte IL 



298 Vopola:(^ione di Tt^otna 

futare non solo gli esageratori per difetto, ma anche quelli per 
eccesso, come Cassaubon *'» ed altri, che pretendono essere stata 
fatto quel canone pei soli poveri frumentanti, o beneficati del ca- 
poluogo. Infatti vi è detto che provvide all'approvigionamenta 
del frumento, rei frumentariae, e non alle distribuzioni gratuite; 
e per i bisogni della città, urbis ufihus, e non dei soli frumentanti 
o beneficati; e la stessa parola canone chiarisce la cosa, poiché 
canon, secondo il Porcellini '9»^ è Tannua fornitura per l'annona 
del capoluogo, urbis. Ed è presumibile che, salvo il soccorso straor- 
dinario per carestia, il prodotto dell'agro e le minori transazioni 
commerciali colle città e colonie non imposte a decime bastassero 
per la popolazione rurale. 

Posto ciò in sodo, vediamo come concordino col mio com- 
puto sulla popolazione le cifre che se ne possono cavare. I 75,000 
modii al giorno, o 27,375,000 all'anno bastavano, a 4 e mezzo al 
mese 054 all'anno per individuo, ad alimentare 506,944 persone, 
le quali, come ce ne avverte Svetonio, avevano più di io anni, es- 
sendosi cominciato da Augusto in poi la distribuzione dall'unde- 
cimo anno di età. Aggiungendovi i fanciulli fino ai io anni, che si 
possono ritenere alimentati sulle razioni date agli altri, e che cor- 
rispondono al 20 per cento circa, o 101,389, si avrebbero 608,333 
per la sola urbs, che ben si possono ridurre a 528,333, toglien- 
done 80,000 di popolazione fluttuante o di passaggio, che pur man- 
giava di quel frumento. E siccome tal cifra corrisponderebbe alla 
metà circa della popolazione dell' intero comune, avrebbersi per 
questo circa 1,060,000 abitanti per i tempi di Settimio Severo, ci- 
fra che sì accorda presso a poco con i computi del mio prospetto. 

Un secondo dato ancor più decisivo in appoggio della mia 
opinione è fornito da Giuseppe Ebreo e Aurelio Vittore, commen- 
tato da Egesippo, dove si indicava la produzione delle due Pro- 
vincie fi'umentifere, che davano maggior contributo allora, l'Afi'ica 
e l'Egitto. Da essi ricavasi che 40 milioni di modii romani di fru- 



•9» Cassaubon, ////"/. *>^//^., t. i, pag. 659. 

«9» Canon erat annua pracstatlo ad annonam urbis (Porcellini). 



nelVira antica 299 

mento fomiti dairAfrica bastjivano per alimentar Roma, cioè la 
urbs e l'agro, per 8 mesi dell'anno, e 20 milioni dall'Egitto per gli 
altri quattro mesi, al tempo di Augusto e di Nerone "93. Sono 
litri 510,200,000, che in ragione di un consumo individuale an- 
nuo di 54 moggia, o 468 litri, corrispondono a 1,111,666 razioni 
annue individuali. Ma queste rappresentano un maggior numero 
d'individui, perchè i 4 modii e 1/2 al mese erano la razione degli 
individui dall'undecimo anno in su; dunque con quelle 1,111,666 
razioni si alimentavano anche i fanciulli sino ai io anni. Per stabi- 
lire il contingente rispettivo di individui pei due gruppi suddetti 
di età si può ammettere che 4 fanciulli consumassero i razione; 
quindi si avrebbero 1,042,187 razioni rappresentanti altrettanti 
individui dall' undecimo anno in su, e 69,479 rappresentanti il 
quadruplo ossia 277,916 fanciulli sino ai io anni compiti. In tutto 
sarebbero 1,320,103 abitanti, cheposson ridursi a 1,220,000 circa 
di domiciliati, ammettendo che vi fosse una popolazione fluttuante 
di 100,000 di passaggio nella città e suo agro, i quali pure consu- 
mavano pane e farine provenienti dall'approvigionamentogenerale 
dell'annona. 

Non è poi da dubitare che Giuseppe Ebreo, affermando che la 
sola Africa coll'Egitto avrebbe potuto alimentare la città di Roma, 
€ nel determinare il numero dei mesi a cui bastava la produzione 
dell'una e dell'altra, avesse fatto male i suoi conti, perciocché egli 
parlava di fatto contemporaneo troppo noto e studiato. E il pre- 
cedente computo dedotto dal testo di Sparziano, per la sola urbs^ 
•conforme presso a poco al risultato che ho dedotto dall'indicazione 
cosi precisa di Giuseppe e Vittore, ne è una riprova. 

Osserverò finalmente che se, in luogo di 4 modii e 1/2 al mese 
di medio consumo, le razioni del frumento si vogliono portare a 
5, come furono quelle distribuite gratuitamente in alcune occa- 

*93 Hujus tempore (Augusti) ex Egipto urbi annua ducenties centena 
millia modiorum frumenti (20 milioni di modii) inferebantur (Aur. Vict. 
'De vita et morib. imperai, roman,, i) - Africam 8 mensibus popuium ro- 
manuni alere, i^gyptum quaternis (Iosephus, in oratione ^Agrippae ad 
Hehraeos). 



300 Topola:(ione di %pma 

sioni, le due cifre della popolazione per me desunte dal testo di 
Sparziano a da quelli di Giuseppe e Vittore, si ridurrebbero, sem- 
pre contrariamente all'opinione di chi esagera per eccesso, la prima 
a 1,081,481, la seconda a 1,173,421 abitanti. 

Al disotto però dei 4 modii e 1/2 al mese non si può disceiH 
dere, per gli adulti, giusta tutte le testimonianze degli storicL 
Qualche scrittore valutò i 60 milioni di modii per 2 milioni e 
1/2 di rubbia romane odierne, assegnò un nibbio all'anno per 
individuo, e potè cosi portare la popolazione di Roma a due mi- 
Uoni e mezzo; ma nel tradurre i modii in rubbia scambiò proba- 
bilmente il rapporto del modio romano, che è 1/6 del medimno 
comune, cioè litri 8,671, col rapporto desunto dal medimno di 
Cipro, in litri 12. Infatti 60 milioni di modii sono 520,260,000 
litri ; ed essendo il nibbio litri 294,4, corrispondono non a 2 mi- 
lioni e 1/2 di rubbia all'anno, ma a 1,767,290; e siccome 4 modii 
e 1/2 al mese, o 54 all'anno, cioè non un rubbio ma un rubbio e 
59/100 all'anno circa, erano la media misura dataci da tutti gli 
storici per l'alimentazione d'un individuo, quei due milioni e mezzo 
si riducono alla cifra da me calcolata di 1,111,666 razioni. Lo 
stesso dicasi del computo fatto al medesimo modo sui 75,000 
modii al giorno lasciati da Settimio Severo. 

Adunque anche questo supremo argomento dell'alimentazione 
frumentaria concorre, con una evidenza che nessuno potrebbe ne- 
gare, a distruggere le esagerazioni sì per eccesso che per difetto, 
e a confermare la verisimiglianza delle cifre per me adottate. So- 
pratutto gli 8 milioni di Lipsio, i 12 o 14 di Vossio, e la popola- 
zione maggiore di quella del più grande regno d' Europa di Mon- 
tesquieu, appaiono utopie davanti alla inesorabile ragione dell'ap- 
provigionamento del pane. Del resto, anche senza le notizie dateci 
dagli storici e senza le cifre di Giuseppe, di Vittore e di Sparziano, 
era facile comprendere la impossibilità che tanta gente esistesse 
in una città, dove né lo spazio né gli spedienti del trasporto e del 
mercato potean bastare ad accoglierla ed alimentarla. 



nell'ira antica 301 

T^IEPILOGO DELLA VarTE ^PrIMA. 

NOn ripeterò qui gli argomenti diversi sui quali ho ba- 
sato, nei precedenti capitoli, la compilazione del mio pro- 
spetto sulla popolazione di Roma antica per categorie e sessi, e il 
prospetto comparativo che vi ho aggiunto per la popolazione stessa, 
quale risulterebbe dalle opinioni di altri scrittori che a mio giudizio 
esagerarono, o per difetto, o per eccesso. I criterii che ho seguito 
si trovano tutti esposti a loro luogo, e qui mi basterà riepilogarli : 
I. Il censo era un'operazione anagrafica generale, quinquen- 
nale, ma più volte interrotta, aiutata da un registro regolare di po- 
polazione annualmente rettificato. Sulla tavola censuaria indivi- 
duale e famigliare '94 basavasi l'estimo dei beni, e il riconoscimento 
dello stato civile, della condizione sociale, dei diritti civili e po- 
litici, la imposta, la milizia, e la carità legale. Le cifre dei cen- 
siti, tramandateci dagli storici per 39 sui 75 censi, che dai fasti 
consolari risultano celebrati tra gli anni 186 e 826 di Roma, o da 
Servio Tullio re a Vespasiano Augusto imperatore, rappresentano 
un estratto che si faceva da questa generale operazione, per gli 
usi civili e politici, cioè pel diritto d' inviolabilità di cittadino e 
quirite, pel diritto di voto nelle assemblee comiziali di Roma co- 
mune, e di Roma città egemonica e capoluogo dello Stato pei diritti 
e doveri di eleggibilità ed esercizio delle magistrature, di contri- 
buente e di milite, e per Tammessione alla beneficenza legale. 

«94 Ulpianus, lib. II, De unfihus frammento (nel 'Digefio, l, xv, 364) 
descrive le parti componenti una tavola censuaria individuale e familiare. 
^Etatem in censendo significare necesse est quia quibusdam aetas tribuit 
ne tributo onerentur, veluti in Syriis, a 14 annis masculi a 12 foeminae, 
usque ad 65 annum, tributo capitis obligantur, aetas autem spectatur cen- 
sendi tempore. 

Id., lib. Ili, T>e cenjibus, riguarda il censo de* corpi, e vi si notano tutte 
le indicazioni richieste, sulle quali il Dureau de la Malie compose la ta- 
bella che qui, sotto forma statistica diversa, ho riprodotta, completandola 
coir indicazione degli edifìci, o case ed isole possedute, che certamente si 
denunziavano dappoiché si denunziavano gli inquilini, e ponendo in testa 
quella del luogo di domicilio, regione, vico o pago, che già sotto Servio 



302 Topola:^iont di %pma 

2. Cittadino nel senso vero di censito era il maschio libero 
pubere, cioè da 14 anni in su, domiciliato e dichiarato cittadino 
nel censo stesso, sia per nascita, ingenuus, sia perchè servo mano- 
messo, libertus o liberiinus, sia perchè assunto ai diritti più o meno 
limitati di cittadino, benché forestiero ed anche nemico, m ciinta- 
tent adfcitus. Entravano nei censiti, benché aventi diritti e do- 
veri limitati, anche i cittadini proletari, che possedevano pochis- 
simo, e quelli che, non possedendo nulla, si chiamavano capite cenfi 



Tullio si dovea denunziare nella tavola censuaria o bollettino di ^miglia. 
La seguente tavola censuaria, che è presso a poco quella data da Dureau 
de la Malie, può servire di esempio. 

Tabula cenfualis familias... degcntis in urbe,., civitaU,., pago,,, regione,.. 

vico,,, domo.,, infula,,. 



Fa milia 
(Status) 



DESC%ITTIO 



T^men 



Orda 



yEtas 



Munus 

et 
officia 



,Amficia 



*Hjatio 



Caifms 



Pater familias 

Porentcs ejusdem. . . . 

Mftter familias 

Parentes ejuidem. . . 

Filii famìlas 

Filiae familias 

Servi 

Servae 



Q H a I i t a s 



"B O'Sj^A 



*Hjomen 



7C. 

fugirum 



TL. vi- 
tiutn, arm 
borum eie. 



Civitas 



'Pagus 



Vicim 



Inqui- 
lini 



Coioni 



Cen- 

SHS 



Agri culti. 
A^ì arvi . 
Vmeae . . 
Oliveta . . 
Prata . . 
Pascua . . 
Silvas . . 
Lacus. . . 
Portus. . 
Salinae . . 
£dificia . 



J 



nelVira antica 303 

perchè si censivano solo per testa, o piuttosto perchè non paga- 
vano che il solo testatico '^5 ed erano considerati soltanto capaci di 
procrear cittadini liberi, e di entrare, il giorno che avessero mi- 
gliorato la loro condizione, nella classe dei possidenti, per godere 
di diritti meno limitati, o del diritto pieno di quirite. E siccome 
all'esser censito andava unita la ammessibilità alle cariche, pare 
che i cittadini romani occupati in guerre esteme fossero facil- 
mente dimenticati e protestassero, o che il Senato desiderasse che 
non lasciassero i corpi per venire al censo; e si ordinò nel 549 che 
fossero raccolti i loro nomi, per le provincie ove guerreggiavano, 
da appositi censitori '9^; il che non vuol dire che tutti i soldati né 
tutti gli assenti si censissero, come qualcuno pretese. Vi entravano 
altresì, come contribuenti, gli orfani e le orfane e le vedove dei 
già censiti e contribuenti, presumibilmente delle prime 4 classi 
fra le 6 stabilite da Servio, fatta eccezione per i censi 9, io, 13, 
59, pei quali gli scrittori ci dicono chiaramente che furono esone- 
rate queste sotto-categorie di contribuenti, e quindi non registrate 
fra i censiti '97. 

Anzi le vedove erano tassate per il mantenimento del cavallo 
ai cavalieri, e qualche volta per prestare un surrogante militare, 
quasi per figurare che anch'esse soddisfacessero al debito della mi- 
lizia. Qualche volta poi bastava domiciliarsi, e riuscire, anche per 
sorpresa, a farsi notare nel censo per diventar cittadino di Roma, 
purché già si avesse la qualità di socio o la cittadinanza romana 
generica, che io chiamerei la cittadinanza sociale pei primi secoli, 
poi la cittadinanza italica, e infine dello Stato, ben diversa da quella 
del comune, in virtù della quale ciascuno apparteneva al paese di 
suo domicilio, e doveva esser censito, nella sua città o municipio 
o colonia, secondo il diverso diritto loro proprio, ma colle norme 

»9s Pedianus. 

«96 Per provincias dimiserunt censores (o censitores?) ut civium roma- 
norum in exercitibus quantus ubique esset referretur numerus (Liv., xxix, 
22). Ut ad censum nemini necesse esset venire (Gellio). 

»97 Vedi le note ai censi 9 e 59 neir Appendice al prospetto primo della 
popolazione di Roma antica. 



304 ^Popolazione di T^otna 

serviane »9». Di queste iscrizioni per sorpresa alcune più gravi 
furono notate dagli storici, come dissi a suo luogo, e richiesero 
provvedimenti '^9^ ma eran pochi iscritti, e non si deve dar loro la 
importanza che alcuni moderni vi attribuirono, supponendo che 
i nuovi censiti di municipii o di colonie, di cui parlano gli storici, 
fossero censiti in Roma, mentre da Roma se ne ordinava soltanto 
il censo locale, per poi conoscere le loro forze ausiliari, non per- 
chè i mqnicipìi, confederati, o coloni entrassero nel censo ro- 
mano ''^. Roma ordinava a tutti i paesi dipendenti od alleati di &re 
il censo locale, per avere una base del contributo dell'imposta e 
della milizia; e quando volle saperne il risultato si fece spedire 
l'estratto dei reclutabili, come si è veduto al capitolo della milizia 
nel censo militare di Polibio, le cifre del quale bastano a provare 
che nei 39 censi a noi pervenuti non entravano che cittadini 
del comune di Roma. 

Di questi censi speciali che si facevan £ire nelle città e colonie 
parlano gli storici; e per l'epoca della secessione della plebe sul 
monte Sacro nel 260 ne abbiamo persino la cifra, conservataci da 
Dionisio nel discorso di Appio Claudio, il quale dice che si chia- 
meranno all'uopo alle armi i soldati dai castelli e i coloni, che dal 
censo appena allora fatto si sapeva essere 130,000 di gioventù ro- 
mana, di cui appena una settima parte era fuori, oltre ai soldati 
delle 30 città latine *°'. Ora il censo del 260 diede soli 110,000 

198 Municipes sunt cives romani legìbus suis et suo jure utentes (Gellio, 
XVI, I, 3). 

>99 Àdscripti coloni... senatus judicavit non esse eos cìves romanos (Liv., 
xxxiv). 

200 Duodccim coloniarum, quod numquam antea factum erat, deferenti- 
bus censoribus, censum acceperunt, ut quantum numero militum quantum 
pecunia vaierent, in publicis tabulis monumenta extarent (Liv., xxix). 

201 Si vero alio nobis opus erit auxilio accersemus ex castellis, praesi- 
diarios milites; et coionos revocabimus; quantus autem hic sit numerus ex 
censu nuper facto (anno 260) facile esset discere ; centum enim et triginu 
sunt millia romanorum pubescentium, quorum septima pars non esset qu«ie 
exulat. Dico ctiam obtemperaturas nobis latinorum 30 urbes etc. (Dio- 
nisio, vii). 



nell'ira antica 30J 

censiti; dunque non è dei Romani di Roma che Claudio voleva 
parlare, ma dei Romani sparsi nelle città e castella ridotte a colonie. 
3. Le tribù, ossia la iscrizione in una di tssty e quindi il do- 
micilio giuridico, erano la base del censo per ciò che riguarda 
il metodo statistico; e un nuovo censito si doveva ascrivere ad una 
tribù. Le quattro urbane di certo erano per sé altrettanto numerose 
quanto le altre trent'una rustiche, essendo concentrata nel capo- 
luogo una affollatissima popolazione, e la classe ricca, che però 
parte dell'anno viveva in campagna. 

Ma io non oserei assegnare alla tirhs di più di metà delia 
popolazione totale della città o comune, sapendosi che popolatis- 
simi erano pure i suburbii e l'agro; e a non ammettere né più né 
meno della metà mi hanno persuaso i rapporti fra le distribuzioni 
e gli approvigionamenti di frumento in Roma e quelli che ne po- 
terono profittare. Il successivo aumento delle tribù, dalle 21 da^ 
Servio, od almeno dall'anno 259, secondo Livio *°*, al 367, 4 ur- 
bane *®3 e 17 rustiche '°% alle 35 che divennero fino al 512 ^"^ 5 e 
durarono sempre di poi, segue per lo più l'aumento della popola- 
zione, ed era forse un risultamento del censo stesso. Sestio Pom- 
peo afferma che bastava domiciliarsi, e Livio ricorda più d'una 
volta, che per i nuovi domiciliati, in occasione del censo, furono 
aggiunte queste o quelle nuove tribù ^^, 

302 Romae tribus una et viginti factae (Liv., 11, 12, anno 259). 

aoj Tribus urbanae 4, Suburana, Esquilina, Collina, Palatina (Liv., Dio- 
nisio ed altri). 

204 Tribù rustiche antiche 13, Romulia, Lemonia, Pupinia, Crustumina, 
più antiche, poi Vejentina, Fabia, Grazia, Menenia, PoUia, Veturia, Volti- 
nia, Emilia, Claudia, Cornelia, Papiria, Sergia, Galeria (Cicer.) 

*os Tribù rustiche 14 aggiunte dal 367 in poi; nel 367 quattro, Stella- 
tina, Tromentina, Sabbatina, Narniense (Liv., vi, 5). Nel 398 due. Pon- 
tina e PubMlia (Liv., vii, 15). Nel 422 due, Mecia e Scaptia (Liv., vili, 15). 
Nel 457 due, Ufentina e Falerina (Liv., ix, 20). Nel 453 due, Aniense e Te- 
r emina (Liv., x, 4). Nel 512 le ultime due, Quirina e Velina (Liv. xix, EpiL). 

206 Municipes quam Romam venissent omnia civitatis privilegia praeter suf- 
fragii lationem et magistratus capessendi potestatem habebant (Sext. Pomp.) 

Census actus novique cives censi, tribus propter eos additae Moecia et 
39 — DaConocrrafia di 'Hs^to. Parte. IL 



3o6 7opola:(^ione di ^oma 

Certo è che un grande aumento dì popolazione sì rileva dal 
censo 22° (160,000 censiti) al 30° (262,000 censiti) fra i quali 
due cade l'aggiunta delle 4 tribù Mecia e Scaptia, ed Ufentina e 
Falerina, e l'aumento si mantiene progressivo all'epoca dell'aggiunta 
delle tribù Aniense e Terentina, e tra il censo 38° (251,222 cen- 
siti) e il 43° (270,213 censiti) in mezzo ai quali cade l'aggiunta 
delle due ultime tribù, Quirina e Velina. E coli' aumento di po- 
polazione le nuove tribù segnano anche estensione dell'agro, per 
terre tolte ai nemici vicini, e quindi sgorgo dell'eccesso di popo- 
lazione urbana per distribuzione di terreni ai proletarii. Gli scrit- 
tori ne citano moltissimi esempi *°7. 

Che se all'aumento delle tribù non sempre corrisponde un mag- 
gior aumento della popolazione, ciò si deve appunto all'uso di sgor- 
gare la urhs dal crescente proletariato, col distribuire terreni de^ 
marnali anche fuori dell'agro in paesi conquistati divenuti colonie, 
e più tardi nelle provincie. E ciò spiega il perchè, ad onta della 
continua ammissione di nuovi cittadini, specialmente liberti e sol- 
dati confederati, la popolazione nei cinque secoli della repubblica 
siasi appena triplicata. 

Vero è che i romani gloriavansi di esser larghi nell'ammettere 
nuovi cittadini (Dionis. iv, Liv., vi, 3), benché con diritti limitati, 
senza che vi fossero titoli speciali, all'opposto dei Greci, gelosissimi 
in questo, a tal che i Corinzii, temendo che Alessandro da essi 
donato della cittadinanza non apprezzasse il dono gli dissero : « non 
» l'abbiamo data finora che a te e ad Ercole » . 

Di queste nuove ammissioni pur se n'ebbero alcune di non 
lieve importanza, non solo ai tempi dei re, in cui fu data la citta- 
dinanza ai liberi di popolazioni intere, e di Appio Claudio, che nel 

Scaptia; censores addiderunt L. Publicius Philo et Sp. Postumius (Livio, 
vili, 13, anno 422). 

Rogatio periata est ut in ^Emilia tribù Formiani, et Fundani, in Cor- 
nelia Arpinates ferrent ; atque in his tribubus priraum ex Valerli plebiscito 
censì sunt (Liv., xxxviii, 23). 

207 Livio, Dionisio, Vellejo, Patercolo, Plutarco, Frontino, Cice- 
rone, Stradone, Floro, Gellio, 



nell'era antica 307 

25 1 venne a Roma con 5000 famiglie Sabine *°^, ma anche sul 
finire della repubblica. Per esempio, esteso il diritto romano ai La- 
tini verso la metà del 600, noi vediamo i censiti salire da 394,336 
che furono nel 638, censo 62^, a 463,000 nel 667, censo 67°. 

Da quest'epoca cominciò un'invasione di nuovi cittadini. Siila 
vendeva la cittadinanza, secondo Plutarco; gli imperatori la da- 
vano, da Antonino in poi, a tutti i soldati. 

Questo continuo succedersi di cittadini nuovi ai vecchi fu 
frutto di sapienza governativa ; perocché in una grande città retta 
da una aristocrazia che a malincuore cedeva parte delle sue preroga- 
tive alla plebe, ma che tenne pur sempre, anche in grazia della buona 
e transigente natura del popolo, il primato politico ed amministra- 
tivo ^°9, era necessario introdurre elementi conservatori, cioè pos- 
sidenti, accettandoli da ogni parte, e .mandar fuori i proletarii, i 
tumultuanti, i soldati poveri, benemeriti ma prepotenti, creando co- 
lonie, distribuendo terreni in comuni più o meno lontani, ed anche 
in remote provincie, e satollare e divagare la parte meno agiata 
d^l popolo che pur rimaneva in città col pane e cogli spettacoli. 

Fare la storia delle colonie "% riempite in tutte le epoche di 
Roma di cittadini emigranti coU'allettamento della distribuzione di 
terre o gratuita o gravata di un piccolo contributo o di un mode- 
rato canone enfiteutico allo Stato, o collo scopo di alimentare Tar- 
mata, come nelle colonie marittime *", sarebbe cosa facile; ma mi 
tirerebbe fuori dei limiti che mi sono imposti. Basti affermare, poi- 



208 A. Claudius 5000 domorum una cum conjugibus ac liberis inde abdu- 
cens... Romam traduxit; omnibus civitas et aedes datae (Dionis. v. Liv. ii, 16). 

Appius Ciaudius Sabinus 5000 familiarum cum liberis et conjugibus Ro- 
mam transtuiit. Poplicola £imiiiis mox civitatem dedit, singulisque agrum 
binum jugerum trans Anienem fluvium, Appio 25 jugera dedit eumque In- 
ter patres legit. (Plutarc. in Puhlicola). 

209 I plebei poterono entrare nel 398 nella dittatura , e nell* ufficio di 
maestro della cavalleria, nel 403 nella censura, nel 417 nella pretura. 

*'o Livio, Dionisio, Gellio, Cicerone, Dione Cassio ecc. 
2»! Anzio, Ponza, Minturno, Siracusa, Pesto, Cosa, Senigallia, Castronuovo, 
Rimini, Brindisi, e tutte queste nel solo v secolo, fervendo la guerra punica. 

/ 



3o8 ^Popola:^ione di 'I{pma 

che con mille citazioni potrebbe provarsi, che codesto scambio di 
partenti e di nuovi sopravvenuti fu continuo, senza contare le in- 
finite vittime di continue guerre, che davano appunto agio, per le 
conquiste, a quelle distribuzioni ed emigrazioni. 

I partiti rimanevano cittadini di Roma di diritto ma non più 
di fatto, e quindi non eran più censiti; non troviamo fatta ecce- 
zione che per gli assenti temporaneamente negli eserciti; ma pote- 
vano ridiventare cittadini di fatto, tornando a domiciliarsi in Roma 
col censo voluto per essere ascritti a una classe e ad una tribù. 

4. Tutto ciò spiega come le guerre non esaurissero la popo- 
lazione di Roma, e nello stesso tempo le ammissioni di nuovi cit- 
tadini e i ritomi di emigrati la alimentassero sempre ; e spiega al- 
tresì perchè non crescesse né rapidamente né spropositatamente, 
come ha creduto chi badò soltanto alle nuove ammissioni, special- 
mente nei primi periodi di Roma e fino alla metà del 4 secolo, 
durante il patto della confederazione latina, che dava ai latini tutti 
il diritto di domiciliarsi e diventar Romani, e negli ultimi dopo 
la legge Giulia e la proclamazione del diritto italiano, che consi- 
gliò la creazione di 8 tribù straordinarie*", e peggio ancora quando 
da Antonino in poi bastava essere stato soldato dell' impero per 
poter essere cittadino di Roma. L'aumento comincia nel 450, cioè 
20 anni prima che il lusso straniero portasse l'argento sulle mense 
romane; é grandissimo nel 7 e 8 secolo. 

Parimenti é inutile enumerare tutte le guerre che si succedet- 
tero dal principio di Roma alla caduta dell' impero, e le cifre dei 
morti nelle grandi battaglie di cui parlano gli storici. 

Ma vi sono cause tutte proprie dei costumi di Roma che im- 
pedivano il grande aumento della popolazione, e basterà accen- 
narle ; l'aborto, l'infanticidio, l'esposizione, non vietati ; gli schiavi 
maltrattati tanto che la loro vita era brevissima, vietato ad essi il 
matrimonio senza permesso del padrone, imposto il celibato ai sol- 
dati, e negli ultimi secoli divenuto comunissimo il celibato vizioso 
e volontario, si che Augusto trovò pochi ammogliati tra i cavalieri. 

* - Vellejo Patercolo II, 20. 



nell'era antica 309 

Un'altra storia che potrei fare, se anch'essa non uscisse dai 
limiti di questo lavoro, sarebbe quella delle carestie, delle pesti- 
lenze, ddle morìe, frequentissime e qualche volta tanto gravi da 
non lasciar luogo né tempo di seppellire o bruciare tutti i morti ; 
le quali contribuirono, colle guerre, a tenere addietro la popola- 
zione. E vi furono tempi in cui l'una o l'altra, od entrambe queste 
cause, unite alla necessità di mandar via i proletari turbolenti e i 
soldati oziosi, che empivano i castri all'intorno della città, mise in 
pensiero i governanti per la grande diminuzione della popolazione, 
non meno che per la miseria generale, essendo le ricchezze cumu- 
late in poche mani *^'. A questo proposito giova notare come 
spesse volte gli storici moderni abbiano leggermente accettato 
qualche passo meno preciso dei classici, ed ammesse cose impos- 
sibili circa la popolazione di Roma. 

Secondo alcuni, tra cui l'autore della Vie de Céfar, eran tutti 
cives di Roma i 300,000 che offrirono il contributo della spesa 
alimentaria di un giorno per fare, collo Stato, una sottoscrizione di 
onore ad Orazio Coclite. Ora Dionisio, che ci dà questa cifra, ci 
dice che furono insieme uomini e donne; e sappiamo che vi con- 
corsero i socii, come a dimostrazione nazionale *'^. Costoro appli- 
cando qui l'altro testo di Dionisio, che donne, mercanti, schiavi e 
forestieri eran più del triplo, vi creano già un milione nell'anno 
248, come altri esageratori per difetto non si peritano di prendere 
come un vero censimento quello del 707 di Cesare, che diede 
150,000 persone, le quali come sappiamo da Svetonio ed altri non 
erano che i frumen tanti. Alcuni, che pure ammettono che fossero i 
fiximentanti, vedendo in Svetonio che da 320,000 che erano 203 
anni prima eransi ridotti a 150,000, fanno lunghe dissertazioni 
sull'immensa iattura che Roma aveva sofferta per le guerre civili 

2>3 Cum videamus ad paucos homines omnes omnium nationum pecu- 
nias pervenisse (Cicer., Ora^^, contro Vare, 48). Secondo Dionisio ai tempi 
di Augusto non v'eran più che 50 famiglie patrizie antiche superstiti. 

»»4 Praeter data publice secundum capita vir unusquisque et mulier largiti 
sunt unius diei alimonium, plures ipsi simul omnes 300,000. (Dionis. v, 25 
anno 248). 



310 Topola:(^ione di %oina 

e le proscrizioni di Siila, Mario, Cinna, Antonio, Lepido. Siila 
proscrisse secondo Valerio Massimo (ix, 21) 4700 ricchi, secondo 
Floro 2000, secondo Appiano 1640, ritrasse 90 milioni^ delle no- 
stre lire dalle confische, e fece cittadini, civts comeliani, 10,000 
schiavi giovani dei proscritti. E qui apparisce che ne avevan due 
o tre ciascuno, e forse altrettanti non giovani, e non i 20, i 100, 
i 1000, o 10,000 e più di certi scrittori. 

Ora come fu che Cesare ridusse, retraxit, ì 320,000 a 150,000? 
Egli cominciò a mandarne 80,000 *'5 nelle terre lontane, desti- 
nate alle gratuite distribuzioni ai veterani, delle quali 120,000 
lotti da Siila, e altri 20,000 furono da Cesare destinati a chi 
aveva almeno tre figli **^. Per poca severità che egli abbia usata 
nell'ammettere alla beneficenza del finmento gratuito i cittadini 
nel suo speciale recenfo fatto per vichi e per isole, cioè tra la plebe, 
si capisce come i 320,000 diventassero 150,000 **?. Ma si capisce 
nel tempo istesso com'egli si preoccupasse della diminuzione della 
popolazione, e facesse leggi per allargare il diritto di cittadinanza, 
e contro il celibato, e nella stèssa via lo seguissero Augusto, ed 
altri, che fecero distribuzioni ai veterani come lui ***. L'impero fii 
una continua alternativa di colonizzazioni e naturalizzazioni; e la 

a»S Octoginta autem civium raillibus in transmarinas colonias distribu- 
tis, ut exhaustae quoque urbi frequentia suppeteret sanxit ne quis civis maior 
annis 20 minorve 40, qui sacramento non teneretur, plus triennio continuo 
Italia abesset. Omnesque medicinam Romae professos et liberalium artium 
doctores, quo libentius et ipsi urbera incolerent et coeteri a)peterent, civi- 
tate donavit (Sveton. in Caefare i, Tacit. ann. 11, 51, xii, 19). 

a 16 Dopo le guerre civili 28 legioni di veterani, o 170,000 uomini rima- 
sero da compensare; Capua e Cremona furono loro divise, e Mantova fu 
usurpata: Mantua veh miserae nimium vicina Cremonae (Viro. Egl.^ ix, 28). 

^n Recensum nec more nec loco solito sed vicatim per dominos insu- 
larum egit; atque ex viginti trecentisque millibus accipientium frumentum 
e publicoad 150,000 retraxit; acne quis novi coetus recensìonis causa mo- 
veri quandoque posset, instituit ut quotannis in demortuorum locum ex his 
qui recensiti non essent subscriptio a praetore fieret (il numero era dunque 
fissato per le distribuzioni continuative). Sveton. in Caefare, i. 

a«8 L'imperatore Claudio abolì il divieto agli ultrafeffagenarii ed ai sol- 
dati di ammogliarsi; Augusto aveva punito il celibato. 



f. 



nell'era antica 311 

popolazione di Roma rimase poco su poco giù la stessa da Augusto 
ad Aureliano, sotto il quale i censiti sarebbero stati del pari 400,000 
circa. 

Per contro vi sono esageratori per difetto, come Mommsen e 
Dureau de la Malie, i quali dicono che i 450,000 censiti dell'anno 
683 erano di tutto l'impero. Ma come va allora che Livio dice 
semplicemente che fatto il 18 lustro di Roma si censirono 450,000 
cittadini ? *'9. 

5. I censi erano opera di un magistrato coscenziosissimo, e 
perciò meritano fede. La censura, essendo quinquennale, lasciava 
tempo alle opportune correzioni, per la pratica che prendeva il 
magistrato nei lavori anagrafici del registro soggetto a revisione 
annuale e tenuto in corrente. Però nel breve periodo dal 319 al 
441 questo ufficio fu limitato a 18 mesi, finché C. Appio Claudio 
Ceco, ad onta che il suo collega C. Plauzio Venoce dopo i 18 mesi 
si dimettesse, volle per forza rimanere e ristabili il sistema del 
quinquennio. 

E qui l'illustre Mommsen, che sostiene essere sempre stato di 
18 mesi dal 319 in poi, sembra non aver avuto contezza del testo 
di Cicerone, il quale, dimenticando perfino quel breve periodo an- 
tico, ricorda come esistente da 400 anni la istituzione preziosa della 
censura quinquennale, colla quale rifacevasi il Senato (facoltà che 
fu poi tolta da Siila), e correggevansi i costumi dei cittadini *". 

6. Dei censi celebrati, che furono 75, a noi pervennero sol- 

2»9 Lustrum conditum est, censa sunt civium 450,000 (Liv., EpiU, xcviii). 

"o II fatto di Claudio è narrato da Livio, libro ix; egli parla pure della 
legge del 319 di Emilio dittatore: ne plus quam annua ac semestris cen- 
sura esset (Liv. iv, 12). Annua et semestris censura fuit interiecto tem- 
pore (ZONARAS). 

Quadrigentos annos (dal 310, epoca della istituzione dei censori), judi- 
cium ratlonemque censoriam tenueramus ; eam potestatem minuere quominus 
de moribus nostris quinto quoque anno judicaretur nemo tam effuse pe- 
tulans conatus est (parla contro la legge di Claudio che volea togliere ai 
censori il diritto di colpir di nota i senatori). 

Tenuit umilia lex violentes illos censores C. Furium et M. Gregorium; 
tenuit deinceps omnes censores intra 100 annorum spatium (Liv., ix, 24). 



312 ^Popola:i^ione di %ovia 

tanto le cifre di 39, che gli storici cavarono dagli Atti dei Pontefici, 
Libri annales, iniziati nella prima metà del quarto secolo. Dionisio 
e Livio li trassero certamente di là. Anzi Dionisio accenna a questa 
fonte parlando dei primissimi censi; il che non vuol dire che egli in- 
venti le cifi'e, sapendosi che dei tf*mpi anteriori al 300 non poteva 
rimaner più nulla, dopo l'incendio dei Galli, nel 364; perocché i 
Pontefici dovettero naturalmente riempire la lacuna pei fatti prece- 
denti coll'aiuto della ancor recente tradizione, e forse di qualche 
cippo o lapide commemorativa e di note conservate nel Capitolio, 
che fii salvo dall'incendio, come provano i Fafti Capitolini. Né il 
Mommsen ha ragione quando disdegna come immeritevoli di fede 
tutti gli storici che egli chiama annalisti, e di Dionisio dice : « che 
ha la qualità di interpretar tutto a rovescio e colla sua affettata sa- 
gacità critica ha cancellato ogni genuina traccia del vero » ; e, più 
moderatamente, di Livio : « che è un interessato scrittore, il quale 
vivendo sul confine tra i tempi vecchi ed i nuovi è troppo tinto 
della coltura raffinata della età imperiale per isvolgere gli antichi 
annali, e sebbene libro leggibile anche adesso come 2000 anni fa, 
per onestà nel riprodurre i fatti positivi, non è una storia nel vero 
senso della parola » . Onde egli deduce che le cifre censuarie con- 
tenute nei loro annali, e che egli cita spesso inesattamente, comin- 
ciano a meritar fede soltanto col principio del 5 secolo di Roma. 
Vedete differenza di giudizii ! Il Panvinio comincia il suo libro Im- 
peritim %omanum dichiarando che Dionisio è il più grave è il più 
certo scrittore della Storia %pmana **' ; mentre poi Dionisio mo- 
destamente premette nel secondo libro della sua opera che egli non 
ha scritto una storia particolareggiata, perchè scrive ad uso dei 
Greci. Di Livio poi abbiamo tutti udito sempre far l'elogio nelle 
scuole come di grave scrittore, che pur ammettendo le favole, le 
dà come tradizione, e spesso sulla responsabilità delle fonti. Io 
credo che l'illustre Mommsen, e altri scrittori tedeschi, che col dub- 
bio e colla critica severa raddrizzarono tanti errori storici e si re- 



221 Gravis in primis certissimusque historiae romanae, scriptor Dionisius 
(Panv., Imp, "Hpin,). 



nell'era antica 313 

sero tanto benemeriti della letteratura su Roma antica^ abbiano 
ragione quando parlano dei giudizii in cose politiche e sociali degli 
annalisti ; ma i fatti positivi e le cifre si dovean certo conoscere 
meglio allora che adesso ; e certi fetti e certe cifre, poco spiegabili 
oggi, avranno avuto allora le loro cause, sfuggite alla posterità per- 
chè gli storici non credettero necessario accennarle, come volgari 
ai loro tempi. Perciò ho preso le cifre quali sono, procurando sol- 
tanto di scegliere fra le varianti le più autorevoli ed accettabili 
dopo una critica maturata. 

Dagli storici poi ho cavato anche il criterio per giudicare delle 
cifre dei censiti ; e siccome si nell'istituzione Serviana del censo, 
sì in Dionisio e Livio, sono accennate le vedove e gli orfani con- 
tribuenti, ed ora censiti, ora no, mi sono attenuto alla frase con 
cui essi annunziano il risultamento del censo politico, o sia il nu- 
mero di cittadini censiti, per distinguere i censi in cui orfani e ve- 
dove erano inclusi da quelli in cui erano esclusi. Io non poteva né 
negare il fatto della esclusione accennato per 4 censi soltanto, 
né generalizzarlo, mentre il contributo censuario delle vedove e 
degli orfani entrava nella istituzione. 

E che tale esenzione fosse per quei soli 4 censi cioè il 9, 
IO e 13, e il 59, lo deduco per il 9 e il 59 dal testo pre- 
ciso di Livio, e per il io e 13 da un altro testo in cui è detto 
che Camillo tornò a censire, facendo pagar loro il tributo, gli or- 
fani e le vedove prima esenti "* ; il che vuol dire che dal 9 censo 
fino al 18, si continuò coli' esenzione, e col 18 si riprese il sistema 
ordinario, che poi non si lasciò se non nel censo 59. E qui non 
posso concordare col Dureau de la Malie che interpreta orbos et 
orbas, per padri e madri che avean perduto i figli, e viduas per ve- 
dove e zitelle, cioè prive di consorte in genere ; primamente per- 
chè gli scrittori ora dicono orhos et orbas, ora, ed anzi di prefe- 
renza, orphanos et viduas ; poi perché il senso figurato di Dureau 
de la Malie in codeste cose positive deve cedere al proprio e lette- 
rale, non potendosi usare frasi ambigue quando si tratta di un tri- 

aaa Vedi nota 223. 
40 — fonografia di llpma. Parte li. 



314 Topola^ione di l(j>ma 

buto; finalmente perchè non c'era ragione di esimere dal tributo 
o dal censo vedovi, scapoli e zitelle, in un paese in cui si facevano 
continuamente leggi contro il celibato, e si punivano gli scapoli e 
i vedovi **3, Che gli orfani e le vedove, dopo le grandi stragi delle 
guerre che sì verificarono nei quattro periodi dei censi dal 9 al 17 
(guerre gravissime Equa, Volsca, Vejente e Gallica) e del 59, 
(guerre Viriatica, Celtiberica, Numantina, Lusitana, Ispanica) fos- 
sero esentati dal censo si capisce ; era una specie di compensa- 
zione del danno patito che loro dava la repubblica. E che questo 
fosse un fatto eccezionale e la immunità poi cessasse, lo prova ap- 
punto il non esserne più fatta menzione né dal 18 censo fino al 
59, né dal 60 in avanti. 

Che poi le vedove possidenti fossero anche contribuenti si ri- 
leva dai molti testi degli storici, e anzi tutto da quello sull'istitu- 
zione del censo, di Servio, in cui é detto che la vedova pagava 
2000 assi per mantenere il cavallo a un cavaliere, e più tardi che 
doveva rappresentare all' esercito un surrogante, fosse anche un 
liberto. 

Anzi perché gli storici, fuori di questi casi, dicono sempre 
cenfa siint civium capita, o hominum millia q nuli' altro, come si 
vedrà nei testi da me recati in Appendice al primo prospetto, non 
posso consentire coi molti che pretendono i censiti essere i soli 
atti alle armi, e secondo altri i soli capi di famiglia; alla quale opi- 
nione inclina anche il Mommsen, che però nelle cifre dei censiti 
non vede cittadini di Roma, ma dell' Italia. Credo di aver dimo- 
strato a sufficienza la mia opinione in proposito. Basta del resto 
osservare che non i soli atti alle armi e non i soli capi di famiglia 
erano cives ; anzi che erano in gran parte usciti dall'età militare i 
cives rivestiti delle più alte dignità, senatori, consoli, dittatori, cen- 

a>3 Camillus censor (anno 3 > i) coelibes partim blande appellando, par- 
tim denunciando tributo viduis , quae ob bella erant multae, matrimonio 
copulaverat; necessarium alterum quod, qui ante immunes fuerant censuerìt 
et pupillos. (Plutarco, in Camillo), 

Or Metellus censor censuit ut ducere uxores omnes omnino cogerentur 
liberorum creandorum caussa (Liv., Epit. lviiii, anno 622). 



ntlVéra antica 315 

sori, edili, pontefici, ecc., e che furono consoli e comandanti un 
Fabio, un Scipione, un Claudio e moltissimi altri ancor figli di fa- 
miglia. E infatti Dionisio dice chiaramente che dal numero dei 
cittadini raccolto nel censo si veniva a conoscere poi quali fra di 
essi fossero in età militare "-♦. Per analogia citerò ancora due fatti 
che si riferiscono ad istituzioni censuarie consimili alle romane. 

Augusto fu obbligato a distruggere la piccola tribù dei Salassi, 
briganti incorreggibili della valle d'Aosta. Fece vendere tutti i 
liberi ad Eporedia, senza eccezione di sesso ed età, tranne 8000, 
che eran rimasti atti alle armi; erano 36,000 in tutto; ne ven- 
dette dunque 28,000, di cui forse 18,000 saranno state femmine, e 
10,000 maschi, perchè almeno un terzo degli atti alle armi erano 
stati uccisi nella lunga guerra mossa loro per ridurli in sogge- 
zione **5. Ora la proporzione, aggiungendo 4000 maschi morti in 
guerra agli 8000 atti allearmi che non furono venduti e ai 10,000 
maschi di diverse età non atti alle armi, diventa di 22,000 maschi 
con 18,000 femmine, su 40,000, popolazione della tribù prima 
della guerra. E questa proporzione sta coi miei computi, ma non 
con quelli degli scrittori che credono gli atti alle armi rappre- 
sentare i capi famiglia, nel qual caso i 12,000 tra superstiti e 
morti darebbero una popolazione di 60,000. 

Un altro argomento per analogia si può dedurre dal censi- 
mento che trovò Cesare nel campo degli Elvezii ; erano tavole 
censuarie in lettere greche, in cui era fatto il computo nominati- 
vamente del numero degli usciti dalle loro case fra quelli che po- 
tevano portar le armi, e separatamente dei fanciulli, dei vecchi, 
delle donne; e il sommario di tutto ciò era che gli atti alle 
armi salivano a 92,000, e tra tutt'insieme la popolazione erano 
368,000 ^*^. Ora se prendiamo una delle cifre della popolazione 
di Roma che si trovano nel mio prospetto in fine al presente pa- 



224 Civium numerum, ex quibus facile quam multi quotannis et qui, ex 
his militari aetate essent cogniturus erat (Dionis. hi). 
*»s Strabone. 
226 Caesar, i^ Bello Gali, i, 29. 



3i6 T^opola:^ione di K^oma 

ragrafo, vedremo osservate presso a poco le stesse proporzioni ri- 
guardo ai censiti. Il censo 22^, per esempio, che dà una popola- 
zione libera totale di 370,175, e quindi si avvicina a quella degli 
Elvezii notata nelle tavole che si portarono a Cesare, reca 160,000 
censiti; se questi fossero stati gli atti alle armi, anche gli Elvezii 
avrebbero dovuto averne altrettanti e non soli 92,000; quest'ul- 
tima cifra invece rispetto ai 160,000 del nostro censo 22®, che 
per esattezza di proporzioni si riducono a 159,000, rappresentano 
appunto gli atti alle armi da 17 a 60 anni, o il 57 per 100 de'cen- 
siti, cioè 91,000; e questi 91,000, col 43 per 100 di censiti non 
atti alle armi, ossia altri 68,000, e con 30 per 100 di liberi non 
censiti, cioè 47,000, danno 206,000 maschi, che con 162,000 fem- 
mine (circa 80 per 100 maschi) riproducono quella popolazione 
Elvetica di 368,000. In quella vece col computo di Cantò ed altri 
i 92,000 atti alle armi o capi di famiglia dovean dare una popo- 
lazione libera totale di 460,000. 

7. Poche parole mi restano a dire sulla popolazione di Roma 
nell'epoca posteriore al 71° censo, per la quale non abbiamo cifre 
precise, o sia per la popolazione durante l'impero e fino all'anno 
1253 di Roma, o 500 di Cristo "7; perocché della popolazione nel- 

**7 Imperatori tAnni di T{oma 'Dopo Crifio 

1 Augusto Ces. Ottaviano ... 734 a 767 

Id. con Tiberio .... 767 767 

2 Tiberio 767 780 

3 Caligola Cajo Cesare .... 780 794 

4 Claudio 794 807 

5 Nerone (ultimo della casa dei Ce- 

sari) 807 823 

6 Galba 821 . . . 

7 Ottono 822 . . . 

8 Vitellio 822 . . . 

9 Vespasiano Tito Flavio . . . 822 832 

IO Tito 832 834 

li Domiziano 85 ^ 849 

12 Nerva Coccejo 849 851 

13 Traiano Marco L'ipio. ... 851 870 



• • 


II 


II 


a 14 


14 


37 


37 


41 


41 


S4 


34 


68 


68 


• • 


69 


• • 


69 


• • 


69 


79 


79 


81 


81 


96 


96 


98 


98 


117 



nell'era antica 317 

l'epoca anteriore al censo di Sen'io Tullio gii abbastanza ho par- 
lato in principio. 

Circa il periodo imperiale poche notizie abbiamo su cui ba- 
sarci ; le descrizioni di Roma di Vittore e Rufo e della Notitia 
riguardano già i tempi dello smembramento dell'impero romano, 
e in un precedente capitolo ne ho dato l'apprezzamento, da cui 
risulta ben poca differenza tra la popolazione che poteva capire 
nell'abitato in esse numerato e quella de' tempi di Cesare, che 
s'avvicinò di certo alla massima: perciocché se Aureliano allargò 

Imperatori ^4nni di T(pma 

14 Adriano Elio 870 a 891 

15 Antonino Pio 891 914 

16 Marc' Aurelio con Lucio Vero . 914 933 

17 Qjmmodo Antonino .... 933 91$ 

18 Pertinace Elvio 945 . . . 

19 Settimio Severo 9^5 964 

20 Caracalla (stragi cittadine) . . 961 970 

21 Macrino 970 971 

22 Eliogabalo 971 975 

23 Alessandro Severo 975 988 

24 Massimino Gijo Giulio Vero . 988 991 

25 Gordiano 991 993 

26 Filippo 997 1002 

27 Decio (prima irruzione dei Goti) 1002 1004 

28 Gallo Treboniano con Volusiano 1004 1006 

29 Emiliano 1006 1016 

30 Valeriano 1006 1012 

31 Gallieno 1012 1021 

32 Aurelio Claudio 1021 1023 

33 Aureliano Domizio. .... 1023 1029 

34 Claudio Tacito 1029 . . . 

35 Ilariano 1029 . . . 

36 Probo 1029 1035 

37 Aurelio Caro con Carino e Nu- 

meriano 1035 1037 282 284 

38 Diocleziano Valerio, con Massi- 

miano, Cajo Valerio e Costanzo 

Coro 1037 1058 284 305 



Dopo 


Crijlo 


117 a 


138 


138 


161 


161 


180 


180 


192 


193 


• • • 


193 


211 


211 


217 


217 


218 


218 


222 


222 


235 


23S 


238 


238 


2U 


241 


249 


249 


2SI 


2)1 


2)3 


2)3 


• • • 


2)3 


259 


259 


268 


268 


270 


270 


276 


276 


• • • 


276 


• t • 


276 


282 



3i8 Popolazione di ^oma 

del doppio la cinta, non fu perchè fosse raddoppiata la popola- 
zione ma per ragioni sì edilizie che di difesa. 

Cominciò Augusto, essendo ormai confusa ogni idea di diritto 
^uiriziOy a concentrare del tutto il Comune nello Stato, e il censo 
in una operazione esclusivamente finanziaria, colla base delle im- 
poste sulla proprietà e all'estero sul testatico. E perciò censi Roma 
col resto dello Stato. Non contando il recenso di frumentanti ci- 
tato nt'FaJH capitolini, fatto per vichi ed isole nel 756 senza lustro, 
come quello di Cesare nel 707, e quelli ordinarii di Roma, il 72* 
del 725, e il 73* del 766, che ci mancano, i suoi tre censi per tutto 
Tinipero compiti negli anni 724, 746 e 767 "* ci rimangono, e 

Imperatori nAnni di Hpttia 'Dopo Crifio 

39 Costanzo e Galerio (prima divi- 

sione deirimpero in occidentale 

e orientale, censo deirimpero). 1058 a 1059 

40 Massenzio e Massimino, Severo 

e Licinio 1059 1076 

41 Costantino (traslazione della sede 

a Costantinopoli) 1076 1090 

42 Costanzo e Costante .... 1090 11 13 

43 Giuliano Flavio 1113 11 16 

44 Flavio Gioviano . 11 16 11 17 

45 Valentiniano e Valente. . . . 11 17 1128 

46 Teodosio con Graziano . . . 1128 11 29 

47 Valentiniano II il grande . . . 11 29 1147 

48 Onorio ed Arcadio (invasione dei 

Visigoti d'Alarico, 410) . . 1147 1174 
Valentiniano III (invasioni di At- 
tila, 452) 1174 1207 

49 Petronio Massimo con Eudossia 

(invasione dei Vandali di Gen- 
serico, 455) 1207 1208 

50 Majorano, Libio con Ricimero, 

Antemio e Glicerio .... 1208 1228 

5 1 Romolo Augustolo, detronizzato 

da OJoacre (1229 di Roma, 476 

dopo Cristo) 1228 1229 475 476 

^*8 Fafti cons. e storici diversi. 



305 a 


306 


306 


325 


323 


337 


337 


360 


360 


365 


363 


364 


364 


375 


375 


376 


376 


39* 


39i 


421 


421 


454 


454 


455 


4)5 


475 



nell'era antica 319 

furono censi di tutto l'impero senza alcun dubbio, dopo quello che 
ne dicono Tacito, Svetonio, San Luca, Isidoro, Giuseppe Ebreo, 
Snida ed altri; anzi Snida ci fa conoscere precisamente che lo 
scopo era quello dell'imposta sul testatico, dicendo che 750,000 
egiziani furono censiti, come apparve dal testatico. Adunque i 
4,063,000 censiti da Augusto con Agrippa nel 17'' anno dell'im- 
pero, o nel 725 di Roma **9^ erano precisamente stati registrati 
col metodo del censo romano. Quanti fra di essi appartenevano 
alla città di Roma? Io credo che lo si possa dedurre da una di- 
sposizione che Augusto fece nel suo testamento, trasmessoci da 
Svetonio, in cui è detto che egli lasciò al popolo romano, cioè all'im- 
pero, 400,000 sesterzi, e alle tribù, cioè a Roma, 35,000 ^^°. Dun- 
que i censiti romani stavano in quella cifra nella proporzione di 
35 a 400, cioè erano 355,5 12, poco meno che nel 703, prima delle 
guerre civili; e infatti questa cifra non supera che di 105,512 
quella dei frumentanti, a cui egli distribuiva il grano in Roma. 
Aggiunti i militi che eran fuori, si arriva ai 400,000 censiti. E an- 
che questa è dunque una conferma della approssimativa certezza 
dei miei computi. 

E qui in aggiunta a quanto già dissi a pagina 211 sull'opinione 
emessa dall'autore della Vie de Céfar che le parole « dopo 41 
anno » significano che da 41 anno non s'era più fatto censo, no- 
terò che assai probabilmente Augusto nel suo Breviario o Monu- 
mento di Andra volle dire che fece il primo censo dell'impero a 41 
anni compiti di età, che tanti ne aveva nel 725, essendo egli 
morto nel 767 a 75 anni. 

229 Monumento di Andrai « In consulatu sexto censum populi, collega 
M. Agrippa, egi; lustrum post annum alterum et quadragesìmum feci, quo 
lustro civium romanorum censa sunt capita quadragiens centena et 63 millia». 

Non tengo conto della cifra data da Eusebio, che è evidentemente er- 
rata, di 9,670,000, pel 3' censo, sebbene Vossio, per non restare addietro 
delle sue esagerazioni su Roma, dica che l'impero romano, computate tutte 
le sue Provincie, doveva essere popolato da 150 milioni di abitanti! Suida 
dà per il censo di Augusto 4,011,017, ed altri 4,174,000. 

230 Legavit populo Romano quadringenties, tribubus tricies quinquies 
H. S. (SvETON., in Atig.). 



320 Topola:(^ione di K^oma 

Il censo dell'impero, d'Augusto solo, alla seconda chiusura, cioè 
nell'anno 746, diede 4,233,000 censiti, cioè 370,387 per Roma; 
alla terza chiusura con Tiberio, o nel 767 di Roma e 14 dopo Cri- 
sto, 4,037,000, e per Roma 353,247, che coi militi assenti si avvi- 
cinavano sempre ai 400,000. Abbiamo poi il censo di tutto l'Im- 
pero di Claudio dell'anno 798 di Roma o 43 dopo Cristo, di 
5,984,072 persone e secondo Tacito di 6,946,000 *'' che alle stesse 
proporzioni darebbero per Roma da 523,000 a 608,000; ma l'im- 
pero sotto Claudio era più vasto di oltre un quinto, e quindi le 
proporzioni non possono più essere di 35 a 400, ma di 35 a 500 e 
la popolazione censita di Roma si ridurrebbe cosi da 419,000, a 
486,000; poi quello dell'anno 800 di Roma, o 47 dopo Cristo, di 
Vitellio e Publicola, di 6,844,000 censiti *'% che darebbero per 
Roma presso a poco lo stesso. Un censo fu fatto anche da Vespa- 
siano e Tito nell'anno 826 di Roma, o 73 dopo Cristo, ma non si 
conosce. 

Quello di Aureliano nel 1023 di Roma, o 270 dopo Cristo, 
diede 400,000 censiti, secondo gli scrittori ecclesiastici che col mio 
computo darebbero una popolazione totale di circa due milioni di 
abitanti, cioè poco meno che ai tempi di Cesare e di Augusto. 

Quando Roma fu presa dai Goti di Alarico, dal 1162 al 1 163 
di Roma, o 409 a 410 dopo Cristo, il canone annonario conse- 
gnato dal prefetto di città per il consumo del frumento era, se- 
condo Olimpiodoro, di 14,000 moggia al giorno; adunque erano 
93,333 razioni, secondo il solito computo; e il 5 per 100 di ^sso, 
cioè 4,666 rappresentavano i fanciulli sotto i io anni, che ad una 
razione per quattro sarebbero 18,664, i quali aggiunti alle restanti 
88,667 razioni rappresentanti altrettante persone dei due sessi 
da IO anni in su, danno una popolazione totale di 108,331 abi- 
tanti. A tale era ridotta Roma dallo spopolamento prodotto dai 
vizi dell'impero e dalle barbariclie invasioni. Ora come fanno al- 



*3» Claudius condidit lustrum, quo censa fuerunt 69 centena et 44 millia 
(Tacito). Secondo altri 6,864,000. 
*3» Secondo altri 5,684,072. 



nell'era antica 321 

cuni, tra cui Chateaubriand, a dare a Roma sulla fine dell'impero 
tre milioni di abitanti? Accettabile in quella vece è l'opinione del 
Gregorovius, che tosto dopo lo smembramento dell'impero, anno 
1089, 0335 dopo Cristo, assegna a Roma una popolazione di 300,000 
abitanti. Non cosi quella dello stesso autore, secondo la quale nel- 
l'anno 555 dopo Cristo, spopolata Roma dai Goti dopo le stragi di 
Totila, poco prima di Narsete, la popolazione sarebbe stata ridotta 
a quella che Roma aveva nel 1377, dopo il ritomo dei Papi da Avi- 
gnone, ossia 17,000 abitanti, sembrando inammessibile un si pic- 
colo numero, mentre ancora duravano le vestigia della schiavitù'". 

E qui slam giunti all' epoca della caduta dell' impero romano, 
cioè alla fine della prima delle due ère in cui ho divisa la storia 
demografica di Roma. 

8. Mi rimane di dare il prospetto delle popolazioni di Roma 
dalla fondazione fino alla fine di questa prima èra. Non ho bisogno 
di dire che, all'infuorì delle cifre dei censi, diligentemente riscon- 
trate con tutte le loro varianti, per cavarne quelle che a me par- 
vero più attendibili, e delle cifre cavate dagli storici per l'epoca 
anteriore a Servio Tullio e per la posteriore a Giulio Cesare, 
quelle che nel prospetto figurano per la popolazione divisa nelle 
sue categorie, si di liberi che di servi e forestieri, e quindi le cifre 
del totale degli abitanti per sessi, in ciascuna epoca, sono cifre 
calcolate. H lettore giudicherà dal valore di questi prospetti, che 
abbandono allo studio dei curiosi come un tentativo nuovo di 
critica e di statistica induttiva. 

H prospetto 1° è il risultamento finale della discussione che ho 
fatta sin qui dei diversi criterii, dai quali si può dedurre la cifra 
della popolazione di Roma antica, colla scorta delle cifre dei cen- 
siti dall' anno 186 al 703, e delle notizie lasciateci dagli storici 
per le epoche anteriori e posteriori, di cui ci mancano i censi. 

Esso abbraccia, in tre periodi, l'epoca dei re, quella della re- 
pubblica, e quella dell' impero fino al 500 dopo Cristo. 

H prospetto è diviso in tre categorie, le quali hanno special- 

^35 Gregorovius, Gtfchichte der Stadi %pm in Mittelalter, 1872. 
41 — fonografia di lipfna. Parte IL 



322 Vopola:!;^ione di %pma 

mente la loro applicazione per il periodo censuario, cioè da Servio 
Tullio a Giulio Cesare con cui finiscono le cifre di censi. 

Nel periodo dei re le classificazioni o categorie della popola- 
zione sono più incerte; si basano sopra vaghe asserzioni di storici 
e sulla ragione dell'analogia col periodo repubblicano. 

La I* categoria è quella dei cenfiti, cioè, come dissi, i cittadini 
maschi puberi, aggiuntivi gli orfani e le vedove possidenti e con- 
tribuenti, salvo le epoche dei censi 9, io, 13, 59. 

Questa categoria adunque nel prospetto è distinta in tre classi. 
Una pei maschi liberi e censiti (col. 7), cioè ma/chi ptiberi, o da 
14 anni in su che corrispondono al 70 per cento dei maschi liberi 
(col. 5) compresi i liberti possidenti; il quale computo non è gran 
fatto diverso da quello che risulterebbe supponendo che per fissare 
la età pubere censuaria si partisse dall'età in cui il cittadino poteva 
essere ascritto alla milizia ; poiché molti argomenti ci inducono 
a ritenere che verso i 16 anni si cominciasse già ad entrare nei 
registri per la leva, quando il giovinetto vestiva la pretesta, e fre- 
quentava, per iniziarsi, la palestra ed il foro. Infatti già a 16 anni 
i giovani si arruolavano, ed abbiamo una proposta di legge di Cajo 
Gracco menzionata dagli storici, perchè si impedisse l'arruolamento 
prima di quell'età (Plutarco, in C. Gracco, iv e v). 

Una seconda classe è quella dei maschi orfani impuberi pojft- 
denti, che dovevano essere quelli delle prime quattro classi, e che 
ho creduto di valutare a un 5 per cento dei maschi censibili e a 
un 20 per mille dei censiti (col. 6); una terza è quella delle fem- 
mine orfane e vedove possidenti, che ho valutate a un 36 per mille 
dei censiti, di cui due terzi sarebbero state le vedove e un terzo 
le orfane, possidenti anch'esse delle prime classi (col. 8) ; e l'in- 
sieme di queste tre parti della categoria prima del prospetto dà il 
totale dei censiti (col. 4) per ciascuna dei periodi storici (col. i), 
o dei censi (col. 2), ed anni (col. 3) rispettivi. 

La seconda categoria è quella della popolazione libera noncom. 
presa nei censi, cioè nuovi cittadini e liberti sopravvenuti poco 
prima o durante il censo, non possidenti, e liberi forestieri, ma 
legalmente domiciliati e riconosciuti, come clienti chiamati a 



nell'ira antica 323 

Roma dai cittadini o loro raccomandati, negozianti, medici, isti- 
tutori e simili, che avevano il jus domicilii, il jus connubii, il jus 
commercii, ma non il jus quiritium ed il jus civium, benché a 
poco a poco potessero acquistarlo per lungo domicilio o per 
servigi prestati (col. 9 pei maschi, io per le femmine, 11 pel to- 
tale di questa categoria). E questi sono calcolati in modo che i 
maschi (col, 9) corrispondano al 25 per cento dei maschi liberi 
cioè della colonna 12, le femmine (col. io) a 80 per cento del to- 
tale dei maschi liberi censiti e non censiti cioè della stessa colonna 
12, sottraendo però da questo 80 per cento le femmine orfane 
e vedove che già furono computate nella categoria dei censiti. 
E qui ripeterò che il computo di 80 femmine per 100 maschi è 
giustificato dal fatto che Roma fu sempre convegno mondiale, ove 
i maschi preponderavano ad onta della continua loro decimazione 
per le guerre. 

Dall'insieme di queste due categorie è formato il terzo compar- 
timento del prospetto, cioè il totale dei maschi liberi (colonna 12, 
somma delle colonne 5, 6 e 9), il totale delle femmine libere (co- 
lonna 13, somma delle colonne 8 e io), e il totale della popolazione 
libera dei due sessi (colonna 14, somma delle due precedenti, op- 
pure delle colonne 4 e 11). Avvertasi che per i censi, 9, io, 13, 
59, secondo le citate dichiarazioni degli storici, gli orfani ed orfane 
e le vedove non si compresero fra i censiti, e quindi mancano le 
cifre rispettive alle colonne 6 e 8, e il loro contingente entra nelle 
colonne 9 e io, la quale ultima è pari perciò alla 13. 

La terza categoria della popolazione, che figura nel prospetto, 
è quella dei servi, che ho uniti, per la quasi eguale privazione di 
diritti civili, coi forestieri domiciliati ma non legalmente ricono- 
sciuti, i quali non solo non avevano nessun privilegio, ma pote- 
vano esser cacciati da un momento all'altro. Queste due quote della 
terza categoria però alimentavano la seconda, cioè i servi diven- 
tando liberti, i forestieri non riconosciuti diventando riconosciuti. 
Ho già detto in quali proporzioni io li abbia calcolati nei diversi 
periodi dell'era romana (colonna 15) e perchè qui la proporzione 
delle femmine sia stata diminuita ad un terzo (colonna 16). Se- 



/ 



I 



I 



j 

I 



f 
• 

t 

t 



324 Topola:(^ione di l{^oma 

guono i maschi (colonna 1 7) e il totale pei due sessi (colonna 1 8). 
Il prospetto reca in un ultimo compartimento il totale generale, 
per sessi, de' domiciliati, non tenuto conto della popolazione flut- 
tuante di passaggio, impossibile a valutarsi per mancanza di criterii 
storici sulle loro proporzioni nei diversi tempi e periodi. Ne ho 
però dovuto fare un conto presuntivo parlando dell'alimentazione, * 

valutandola da 60 a 100,000 persone circa, che mi sembra, per i \ \ 

tempi imperiali di grande movimento di forestieri, una ragionevole 
cifra. 

In appendice e a complemento di questo primo prospetto ho 
raccolto pazientemente censo per censo tutte le varianti delle cifre 
dei censiti, cominciando da quella per me adottata, e citando per 
ciascuna variante i testi originali di autori che le recano, e il nome 
dello scrittore o degli scrittori che le adottano, tenuto conto anche 
delle diverse edizioni di uno stesso storico discordanti nelle cifre. 

Esposta nel primo prospetto l'opinione mia sulla interpreta- 
zione statistica dei censi e sulle cifre della popolazione e delle ca-*- 
tegorie che la componevano nelle epoche diverse, io doveva rap- 
presentare pure in cifre le valutazioni di scrittori che hanno una 
opinione diversa, siano esageratori per difetto o per eccesso. E l'ho 
fatto nel secondo prospetto, seguendo per le cifre e per gli anni la 
variante dai rispettivi scrittori, e per le categorie di liberi, schiavi e j 

forestieri non compresi nei censiti, le valutazioni da essi rispetti- 
vamente adottate. Ho preso ad esame in questi prospetti gli scrit- 
tori che più rappresentano una opinione spiccata in un senso o 
nell'altro, e che hanno dato prospetti o valutazioni per quasi tutti 
i censi. 

Non è bisogno di dare una minuta spiegazione dei loro com- 
puti e del modo con cui ho composte le cifre che ne risultano 
si per le singole categorie sì per il totale della popolazione ; essa 
apparisce abbastanza chiara dalla testata del prospetto stesso. 

Ecco ora, senz'altro i due prospetti : 



\ 
i 

I 

1 



I 






Tr.F n:-:w yohit 
FUSLIC LIBRARY, 

ACTOR, LENOX AND 
T..L^i>< F0UNDATI0N8. 



\ 



r 



• Tr^ NL-'A' YORK 
-^ -^^ A i\ Y, j 



» 



i 



t 




^APPE'hl'DICE .AL 9%0SPETT0 I. 





1 


t. 


è 


2*^ 




^5 


^ 




o 




s 


* 


^ 



Cifre 

dei 

Cen fi 



Varianti^ tefU di autoriy e scrittori 
che le adottarono, pei singoli e enfi 



i86 
i86 

187 
185 
185 

246 



256 



256 

256 

256 



260 



84 700 

80 000 

80 000 
84 000 
84 000 

130 000 



245 130 000 



150 700 



ijo 700 

150 700 
150 000 

no 000 



Fuit omnis censorum romanorum numerus, ut in 
censuariis fertur scripturis ad 85 millia trecentis 
ademptis (Dionis., lib. iv, 22). 

Millia 80 eo lustro civium censa dicuntur; adjicit 
scriptorum antiquissimus Fabius Pictor eorum qui 
ferre arma possent eum numerum fuisse (Liv., i, 17). 

Vossio — Vie de Céfar. — Dureau de la Malle. 

— TOURNON. 

Cum his qui in agris erant nominibus in censum de- 
latis habuit (Servius) capitum 84,000 (Eutrop., i, 7). 
Cantù, Storia degli italiani, 
'. - 

Censiti fiiere 130,000, orbis viduisque gratia facta 
tributi pendendi (Plut. in Puhlicola, 14, trad. di 
Erm. Cruserio). Lapo Fiorentino traduce: Orbis 
viduisque tributo exceptis. Inventi sunt condito 
lustro cives 130,000 (Dionis. v) — Id. Dureau de 
LA Malle — Tournon. 

Vossio — C. Cantò — Vie de Céfar. 

Titus Lartius dictator censum egit, quo inventa sunt 
Romanorum qui in pubertate essent constituti (un 
altro traduttore dice: romanae pudis ) amplius 
1 50,700 ; hincque segregans qui militar is aetatis 
erant a senibus, pedites et equites in 4 divisit partes 
(Dionis., vi). 

Censu habito a Tito Lartio dictatore censa sunt civi- 
cum 154,700 (Liv., Chronol.) 

Vossio — Manca in Cantù. 

Dureau de la Malle — Tournon. 

Plenam (urbem) et domesticae ef confluentis ex a^is 
turbae; civium enim qui in pubertate essent millia 
plus quam no erant, ut ex censu proximo inven- 
tum erat; mulierum autem et puerorum et servilis 
famulationis mercatorumque et artes sordidas exer 
centium (neque enim licebat romanis exercere cau- 
ponariam aut artem manualem) non minor quam 



N.B. — La prima cifra di ogni cenfo è quella da me adottata. 



328 



T^opoIa:(ione di ^oma 

Segue ^Appendice al prò/petto I. 



^ 

^ 









i 


Cifre 


^ 


dei 




Cenfi 



Varianti, tefti di autori, e scrittori 
che le adottarono, pei singoli cenfi 



8 



10 



13 



278 


no 


000 


261 


no 


000 


261 


n9 


000 


261 


120 


000 


262 


no 


000 



279 



279 

280 



288 



288 
286 
289 

29+ 



103 000 



XO3 000 
130 000 



124 214 



124 215 
n8 714 
124 000 



132 419 



295 


130 900 


294 


132 419 


294 


132 409 


295 


117 319 


294 


117 219 


^29 


120 000 



civium triplicata multitudo (Dionis., ix) ; ov\'ero : 
triplo plus quam turbae civilis, come reca un altro 
traduttore, il quale alle parole artes sordidas exer^ 
centium, aggiunge advenarum. 

Vie de Ce far. 

Vossio — C Cantù. 

EuTROP. I 14. Census in urbe habitus est, et inventa 
sunt civium capitum 119 millia. 

SiNCELLO, 452. 

DUREAU DE LA MaLLE — ToURNON. 

Civium qui se et bona et puberes fìlios in censum 
detulerunt paulo plus quam 103,000 fuere (Dio- 
NIS., ix). 

C. Cantù. 

Vossio — ' Vie de Cèfar — Dureau de la Malle - 

TouRNON (forse è un errore di stampa del Vossio 

copiato dagli altri). 

Censa civium capita 124,214 dicuntur, praeter orbos 
orbasque (Liv. iii, i). Census bis actus est; priore 
lustro (9) censa sunt civium capita 1 2 4.,2 14 praeter 
orbos orbasque (Liv., Epit, in). 

Vossio — C. Cantù. 

Vie de Cèfar. 

Dureau de la Malle - Tournon. 



Census actus eo anno, lustrum propter Capitolium 

captum consulem occisum condì religiosum fuit 

Census, res priore anno inchoata, perfìcitur ; idque 
lustrum ab origine urbis decimum conditura. Fue- 
runt censa civium capita 1 32,419 (Liv. in, 9). - Censa 
sunt 132,419 (Liv., EpiL III). 

Dureau de la Malle - Tournon. 

Vossio. 

C. Cantù. 

Vie de Céfar, 

Qualche edizione dtìV Epitome di Livio. 

Censa sunt civium 120,000 (Euseb. canon. Olimbiad., 
89. 2. — Manca in Cantù e Vossio). — Vie de Céfar. 



nell'era antica 



329 






^ 


» 


^ 


*s» 


^ 


2 ^ 


?/ 


Ì.S 


^ 


9 •*• 




1^ 





^ 


IS 

^ 



Segue ^Appendice al prò/petto L 



Cifre 

dei 

Cenfi 



Varianti, tejìi di autori, e scrittori 
che le adottarono , pei sin g oli ce nfi 



13 



18 



22 



25 



30 



31 



32 



329 

361 

408 

410 

415 
412 

43) 

43 S 
435 

459 

460 

459 
460 

460 
459 

464 

463 
46.1 
465 
464 
464 



474 

472 
474 
473 



115 000 



152 573 
152 573 
152 580 



160 000 

160 000 
165 000 

160 OCX) 



2$0 000 

250 000 
260 000 



262 322 

262 321 
272 322 
270 000 

220 000 
262 000 



273 000 

273 000 
273 000 

272 000 
283 000 

262 000 



278 222 

278 222 
887 222 
278 000 



Altra edizione di Eusebio. 



Censa sunt civium 152,573 (Plin., Hist, nat,, xxxiii, 16). 

C Cantò. - Vie de Céfar, 

Vossio. 



Censa sunt civium 160,000 (Euseb. canon. Olimpiade 

90. I). 
C. Cantù - Vossio. 
Vie de Céfar - Qualche edizione di Eusebio. 

DUREAU DE LA MaLLE - TOURNON. 



Censebantur ejus aetatis lustris 250,000 capitum (Liv. 

IX, II, anno 435). 
Vossio - Vie de Céfar - Manca in Cantù. 
Syncell. Chronogr. 525. 



Lustrum condituni a P. Cornelio Arvina, C. Martio Ru- 
tilo censoribus, censa capitum 262,322 (Liv. x, 32). 
Vie de Céfar. 

Alcune ediz. dtlVEpit. x di Livio. 
C. Cantù. 

Eusebio, traduz. Armena. 
Vossio — Dureau de la Malle — ToURNON. 



Lustrum a censoribus conditum est; censa sunt civium 

capitum 273,000, (Liv., Epit. xi). 
Dureau de la Malle — Tournon. 
C. Cantù. 

Vie de Céfar, e qualche edizione della Epit. di Liv. xi. 
Qualche edizione dell' £^f/. di Liv. xi. 
Vossio. 



Lustrum a censoribus conditum, censa sunt civium 

capitum 278,222 (Liv., Epit. xiii). 
Vossio. 
Vie de Céfar. 
Dureau de le Malle -Tournon. ^ Manca in C. Cantù. 



330 



Topolaiione di T(oma 

Segue ^Appendice al prof petto I. 



•è 



s 



^ 

^ 



Cifre 

dei 

Ce nfi 



Varianti, tejti di autori e scrittori 
che le adottarono, pei singoli e enfi 



33 



479 



35 



37 



38 



39 



43 



488 

501 

SOI 
502 
501 
SOI 
SOI 

S06 

$06 

S07 

S12 

511 
S12 

513 
S34 



271 224 



478 


271 224 


479 


281 224 


479 


292 254 


479 


271 000 


479 


271 234 


488 


292 224 


48Q 


292 224 


488 


2Q2 000 


48q 


282 254 


488 


292 334 



372 224 

297 797 

297 797 
297 797 
297 227 
297 000 
317 217 

2SI 222 

2SI 222 

241 212 

2SI 000 

260 000 
260 000 
260 000 
260 000 

270 213 



Lustro a censoribus condito, censa sunt capita civium 

271,224 (Liv., Epit, xiv). 
C. Cantù — Vossio. 
Qualche edizione dell' £/>{/. di Liv. xiv. 
Vie de Céfar, 

DUREAU DE LA MaLLE — ToURNON. 

Qualche edizione dell* £/>//. di Liv. xiv. 

Lustrum a censoribus conditum, censa sunt civium ca- 
pita 292,224 (Liv., Epit, xvi). 
C. Cantò — Vossio. 

DuREAU DE LA MaLLE — ToURNON. 

Vie de Cèfar — Qualche edizione àéXEpit. di Liv. xvi. 
Census est habitus, civium inventa sunt capitum 

292,334, quamquam a condita urbe numquam bella 

cessassent (Eutrop., ii, 14). 
Qualche edizione deir£/»t7. di Liv. xvi. 

Lustrum condiderunt, quo censa sunt civium capita 

297,797 (Liv., Epit, xviii). 
C. Cantù. 
Vie de Cèfar, 
Vossio. 

Dureau de la Malle — ToURNON. 
Qualche ediz. deir£/)i7. di Liv. xvm. 

Lustrum conditum , quo censa sunt civium capita 

2 s 1,222 (Liv., Epit. xix). 
Vossio. 
Vie de Céfar e qualche ediz. ^tWEpit, di Liv. xix. — 

Manca in Cantù. 
Dureau de la Malle — Tournon. 



EusEB. canon., Oìimp. i34) 9* 
Dureau de la Malle — T( 
C. Cantù — Vossio. 
Vie de Céfar, 



OURNON. 



Lustrum a censoribus conditum est; ex quo censa 
sunt civium capita 270,213. Libertini in quatuor 
tribus redacti sunt, cum antea dispersi fiiissent. 



nell'era antica 



331 















Segue ^Appendice al prò/petto L 



Cifre 

dei 

C e n fi 



Varianti, tefti di autori e scrittori 
che le adottarono , pei singoli e enfi 



43 



44 



45 



534 
533 
534 
533 



5U 



5U 



543 
544 
546 

545 



549 



549 
549 
550 



270 213 
270 213 
270 213 
270 000 



237 108 



157 to8 



137 000 
137 108 
237 108 
237 108 



265 000 



214 000 

215 000 
214 000 



Esquilinam, Palatinam, Suburranam, Collinam (Liv., 

Epit. xx). 
Vie de Céfar, 
Vossio — C Cantù. 

DlODOR. SlCUL. XXV, Ed. 3. 
DUREAU DE LA MaLLE — ToURKON. 



Lustrum conditum est a censoribus P. Sempronio 
Tudltano et M. Cornelio Cethego, censa civium 
capita 237,108 (cifra corretta coerentemente alle 
parole che seguono; invece di 137,108): minor ali- 
quanto numerus quam qui ante bellum fuerat (se 
fosse diminuito di metà non avrebbe detto: minor 
aliquanto). 

Lustrum a censoribus conditum est; censa sunt ci- 
vium capita 137,108, ex quo numero apparuit quan- 
tum hominum tot praeliorum adversa fortuna po- 
pulo romano abstulisset (Liv., Epit, xxvii). — 

La maggior parte si dei testi che delle Epit. di Li- 
vio xxvn recano questa cifra 137,108 che pare di certo 
un errore di copisti e che L. Floro autore della Epi- 
tome accettò tal quale, non pensando che al mitwr 
aliquanto numerus del testo bastavano i 33,000 di 
meno in confronto del censo precedente ; e per 
giustificare una differenza di metà o di 133 mila egli 
scrisse quelle parole ex quo apparuit ouantum ho- 
minum tot praeliorum adverfa fortuna ahftulijfet. 

DuREAU DE LA MaLLE — TOURNON. 

Vossio e alcune Epit. di Livio. 
Vie de Céfar. 
C. Cantù. 



Censura M. Livii et C. Claudii Neronis lustrum con- 
ditum serius, quia per provincias dimiserant cen- 
sores (censitores ?) ut civium romanorumin exer- 
citibus quantus ubique esset referretur numerus (si 
aspettò probabilmente, per noti escluderli, un mo- 
mento di pace). Censa cum iis 265,000 hominum; 
condidit lustrum C. Claudius Nero (Liv. xxix, 22). 

C. Cantù. 

Vossio — Alcune ediz. della Epit, di Lrv. xxix. 

Vie de Céfar, 



\2 — ^(ano grafia di Homa. Parte IL 



332 



a 



Topolaiione di K^oma 

Segue appendice al prof petto L 



i 


Cifre 


iS 


dei 




C enfi 



Varianti, tefti di autori, e scrittori 
che le adottarono , pei singoli ce nfi 



47 



48 



50 



51 



559 
559 

559 
S6i 



564 



564 
566 

564 



574 

574 

576 
574 



579 



243 704 

I4J 704 

243 704 
24} 704 



258 328 



258 328 
258 318 
258 308 



273 244 

273 244 
273 224 

288 294 
275 273 



269 01 



Cornelius Cethegus lustrum condidit , censa siint ci- 
vium capita 243,704 (Liv. xxxv, 9). 

Alcune edizioni di Livio recano questa cifra evidente- 
mente errata. 

C. Cantù — Vossio. 

Vie de Cèfar. 

Rq^atio periata est ut in umilia tribù Formiani et 
Fundani (s'intende i già donati della cittadinanza e 
liberi possidenti), in Cornelia Arpinates ferrent, at- 
que in bis tribubus tuni primum ex Valerli plebi- 
scito censi sunt. M. Claudius Marcellus censor, sorte 
superato T. Quintio, lustrum condidit; censa ci vium 
capita 258,308 (Liv. xxxviii, 23). 

Vossio - C. Cantù. 

Vie de Céfar. 

Alcune edizioni àéiVEpit, di Livio xxxviii. 



Lustrum a censoribus conditum est; censa sunt civium 
capita 273,244 (Liv. Epit, XLi). 

Vossio. 

C. Cantù. 

Vie de Céfar. 

Un manoscritto dell'istoria di Livio. 

I socii latini si lagnarono al Senato perchè alcuni dei 
loro entravano nel censo di Roma : cives suos Ro- 
mae censos plerosque Romam commigrasse (il censo 
obbligava al domicilio); quod si permittatur paucis 
lustris futurum ut deserta oppida, deserti apri nul- 
lum militem dare possent. Et si quis ita civis ro- 
manus factus esset civis non esset. Haec impetrata 
ab Senatu (Liv., xli, 6). E dovettero tornare nelle 
loro città. 



Censores erant Q. Fulvius Flaccus et A. Postumius 
Albinus ; Postumius condidit. Censa sunt civium ro- 
manorum capita 269,015; minor aliquanto numerus 
(4,229 meno del censo del precedente quinquennio) 
quia L. Postumius consul prò conclone edixerat oui 
socium Latini nominis ex edicto C. Claudii consulis 
redire in civitates suas debuissent ne quis eorum 



nell'ira antica 



333 



Segue appendice ai prof petto I. 






n 



8^ 



§ 



4 



afre 

dei 

C enfi 



Varianti, tefti di autori, e scrittori 
che le adottarono , pei singoli e enfi 



51 



52 



53 



54 



55 



579 
581 

S79 
584 



594 

594 
595 



599 

599 
600 



269 015 
269 015 
267 231 

312 80$ 



584 


312 


805 


586 


312 


805 


584 


312 


905 


584 


312 


805 


589 


327 


022 


589 


327 


022 


391 


337 


022 


S89 


337 


552 


5«9 


337 452 



328 314 
328 314 

328 316 



324 000 
324 000 

324 000 



Romae, sed omnes in suis civitatibus censerentur. 

(Liv., xLii, 9). 
Vossio — C. Cantù. 
Vie de Céfar. 
Qualche edizione dell* Epit. di Liv. xlv. 

Lustrum conditum est a censoribus ; censa sunt civium 
capita 312,805 (Liv., Epit. xlv). 

In 4 urbanas tribus descripti erant libertini, praeter 
eos quibus fìlius Quinquenni major ex S. C. esset. 
Eos, ubi proximo lustro censi essent, censeri jusse- 
runt, et eos qui praedium praediave rustica pluris 
sestertium 30,000 haberent, censendi jus £ictum est. 
Negabat Claudius.... Postremo eo descensum est ut 
ex 4 urbanis tribubus unam palam in atrio Liber- 
tatis sortirentur, in quam omnes qui servitutem ser- 
vissent conjicerent. Exquilinae sors exiit; in ea Tib. 
Gracchus pronuntiavit libertinos omnes censeri pia- 
cere. (Liv. xlv, 14, anno 583). 

Chronoì. in T. Liv. Censa fuerunt civium capita 212,805. 

Vie de Céfar. 

Vossio. 

C. Cantù. 

Lustrum a censoribus conditum est ; censa eo sunt ci- 
vium capita 327,022 (Liv., Epit., xlvi). 

Vossio. 

Vie de Céfar, e alcune edizioni deìVEpit. di Liv. xlvi. 

C. Cantù. 

Censa per eum sunt civium capita 337,452, collega 
e jus Martius Philippus (Plut. in L. Taolo Emilio). 



Lustrum a censoribus conditum est; censa sunt ci- 
vium capita 528,314 (Liv., Epit., xlvii). 
Vossio — C. Cantù. 
Vie de Céfar. 

Lustrum a censoribus conditum est. Censa sunt civium 

capita 324,000 (Liv., Epit., xlviii). 
Vossio — C. Cantù. 
Vie de Céfar. 



334 



Vopola:(ione di %oma 

Segue ^Appendice al prof petto I. 



t 

beo 


$i 


Cifre 




umtro pt 
del ceì 


^ 

s 

a 


dei 
C e nfi 


che li 


^ 


^ 







Varianti, tefti di autori, e scrittori 
che le adottarono, pei singoli cenfi 



56 



57 



58 



59 



60 



62 



6o6 

6o6 
6o6 
6o8 

6ii 



6ii 
6ii 
613 
611 

617 

617 
618 
617 

622 



622 
623 
622 
622 



627 

629 
628 
629 



638 

639 
638 



322 000 

322 000 
322 200 
334 000 

328 342 



328 342 
328 442 
327 442 
428 342 

323 000 

323 000 

317 933 
333 000 

313 823 



313 823 
318 823 

368 823 



390 736 
390 736 

390 735 
394 726 

394 336 

394 336 
394 326 



Censa civiiira 322,000 (Eusebio canon. Olimpiad., 

158, 3). 
Vossio. 

C. Cantù. 

Vie de Céfar, e alcune edizioni di Eusebio. 

Lustrum a censorìbus conditum est; censa sunt civium 
capita 328,342 (Livio, Epitome, liv) e la Chronoì. 
in T. Liv. 

C. Cantù. 

Vossio. 

Vie de Céfar. 

Alcune edizioni àtWEpit, di Liv., liv. 

Lustrum a censoribus conditum est. Censa sunt civium 

capita 323,000 (Liv., Epit,, lvi). 
C. Cantò. 
Vie de Céfar. 
Vossio. 



Lustrum a censoribus est conditum. Censa sunt ca- 
pita 313,823 praeter pupillos et viduas (Liv., Epit., 
Lix). Q. Metellus censor censuit ut ducere uxores 
omnes omnino cogerentur, liberorum creandorum 
causa. 

C. Cantù. 
I Vie de Céfar. 

Vossio. 

ChronoL in Tit. Liv. 



Lustrum a censoribus conditum est. Censa sunt civium 

capita 390,736 (Liv., Epit., lx). 
C. Cantù. 
Vossio. 
Vie de Céfar. 



Lustrum a censoribus conditum est. Censa sunt ci- 
vium capita 394,336 (Liv. Epit. lxiii). 
C. Cantù — Vte de Céfar. 
Vossio. 



neirSra antica 

Segue ^Appendice al prof petto L 



335 



o 


i 








ri 


• — ». 


Cifre 




Varianti, tejti di autori e scrittori 


•a,S 


•^ 


dei 






t-3 


o 




che 


le adottarono, pei singoli cenfi 


s 


•<• 


Cenfi 




^ A o •/ 



67 



68 



667 
664 

667 
667 

683 



71 



683 
684 



703 
703 
706 



464 000 

463 000 

483 000 

464 000 

450 000 



450 CXX) 
900 000 



420 000 
420 000 

150 000 



EusEB. canon. Oìimp. 174, i — Geronimo. 

C. Cantù — Vie de Céfar. — Alcune edizioni di 

Eusebio. 
Alcune edizioni d' Eusebio. 
Vossio. 

C. Lentulus et L. Gellius censores asperam censuram 
egerunt, 64 Senatu niotis; a quibus lustrum con- 
ditum est. Censa sunt cìvium capita 450,000. (Liv. 
Epit, xcviii). In quest'epoca Cinna fece censire i nuovi 
cittadini latini e italici domiciliati. 

C. Cantù. — Flegonte Tralliano. 

Vossio — Vie de Céfar — Mommsen li crede i mi- 
liti juniores di tutta Italia. È una cifra tolta da qual- 
che esemplare manoscritto deir£/»iVow^ di Liv. e da 
Flegonte Tralliano. E tuttavia è lo stesso Vossio 
avea dato come cifra dei censiti i 150,000 di Giulio 
Cesare, nel 707, appoggiandosi a Livio (Epit. cxv) e 
Plutarco. 

Dione Cass. 

C. Cantù. 

Et censum egit (Caesar) quo censa sunt civium ca- 
pita 150,000 (Liv., Epit. ccxv) V. Dione XLiii, 25, 
Appiano ii, 102, e Plutarco in Cefare, lv. - Sveto- 
Nio in Cefare, XLi .spiega come quelli fossero i fru- 
mentanti. 



33^ ^opola:^ione di T(pma 

IL 'Prospetto ielle categorie delia popolazione ài Roma secondo computi 






$ 

6 

7 
8 

9 

IO 

M 
i8 

22 
2S 

30 
3» 
3» 
33 
3S 
37 
3» 
39 
43 
44 
45 
47 
48 
SO 
S« 
sa 
S3 
S4 
SS 
S6 
S7 
S8 
S9 
6o 

62 

«7 
68 

7» 



a 



* 



2 



■Ss 
»4S 

2$6 

261 

279 
288 

294 

3aS 
361 

410 

43S 
460 

4^4 
474 

478 
489 
SOI 
$06 
S12 

S33 
S4S 
S49 
$S9 
S64 
S74 
S79 
S84 
S89 

S94 

S99 
606 
611 
617 
622 
629 
659 
664 
683 
703 



Cifre 

dei cerni 



C Cdmii, 
ed Mitri 

« ^ ^ • ■ « ' « 

quelle 
dei cerni 

^* »S, Ì3> 38) 
S 



84 000 
ISO 000 
150 700 
110 000 
103 000 
1S4 216 
132 400 
120 000 
152 573 
160 000 

250 000 

270 000 
273 000 
278 222 

271 224 
292 224 
297 797 

251 222 
260 000 
270 213 
237 108 
214 000 
243 704 
258 828 
273 224 
269 015 
312 805 
337 552 
328 314 
324 000 

322 200 
328 342 

323 000 
318 823 
890 736 
394 336 
463 000 
450 000 
420 000 



EiMgerAiicui im difetta 



feolo SCmmm^io 
e im wtMssimtM muche 
Dureau de ìa ÙCmIle, 
Thourmom ed mitri 



Schiavi 



^AhilMii 



iflf dei di' 


im 


tadimi 






Totale 


/m «/ }00 




1/30 dal 


^^ 


}00 al eoo 


CoUmme J t 4 


e i/jo di poi 




4 


5 


3 360 


87 360 


5 200 


MS «» 


6 028 


IS6 728 


4 400 


114 400 


4 120 


107 120 


4969 


1*9 «»4 


5 296 


«37696 


6000 


126 000 


7 629 


160 202 


8000 


168 000 


12 500 


262 soo 


13 500 


283 soo 


13 650 


286 650 


13 911 


292 133 


13 561 


284 78S 


14 611 


306 83S 


14 890 


312 687 


12 561 


263 783 


13 000 


273 000 


13 500 


283 713 


11 850 


248 9s8 


10 700 


224 700 


12 185 


2SS 889 


12 916 


271 244 


13 661 


286 88s 


13 450 


282 46S 


15 640 


3*8 44S 


16 878 


3S4 430 


16 415 


344 729 


16 200 


340 200 


32 220 


3S4 4*0 


32 834 


361 176 


32 800 


355 300 


31 382 


345 »os 


39 074 


429 810 


39 434 


433 770 


46 300 


S09 300 


45 000 


495 000 


42 000 


462 000 



E B 



Vopola^ieme IH era 




dei dme sessi. 




compresi 




f damUdUaii forestieri 


Seeomdo 






lipsio. 


Bergerio 


restio, Lipsio, 


Gibb»m, 


e C Canti 


tr opueo ecc. 


Cmmtà 


{StorU 


•"— 




degli Italiani). 


i censiti 


ed altri 


I cerni Hi 


sarebbero 


t 


sarebbero 


i militi 




famiglie 


da tj a4f anni 


per ogm. 


da f persone 


{40 ofo 
des wsascbi) 


abitante 


{im cifre tonde) 


Ubero 


6 


7 


8 



420 000 
650 000 

• ■ • • • • • 

550 000 
515 tOO 
621 000 
662 000 

• • ■ • • • • 

762 000 
800 000 

• • m • • • « 

1 350 000 
1 365 000 

■ ■ • ■ ■ • ■ 

1 356 000 
1 460 000 
1 485 000 



300 000 
350 000 
185 000 
070 000 
218 000 
291 000 
366 000 
345 000 
564 000 
687 000 
641 000 
620 000 
611 OOC 
641 000 
615 000 
569 000 
953 000 
971 000 
2 315 000 
2 250 000 
2 100 000 



420 000 
650 000 
753 000 
550 000 
515 000 
621 000 
662 000 
600 000 
76^000 
800 000 
250 000 
350 000 

365 000 
391 000 
356 000 
460 000 
485 000 
256 000 
800 000 
850 000 
185 000 
070 000 
218 000 
291 000 

366 000 
345 000 
564 000 
687 000 
641 000 
620 000 
611 000 
641 000 
615 000 
569 000 
953 000 
971 000 

2 315 000 
2 250 000 
2 100 000 



420000 
650 000 
753 000 
550 000 
515 000 
621 000 
662 000 
600 000 
762 000 
800 000 
250 000 
850 000 

365 000 
391 000 
356 000 
460 000 
485 000 
256 000 
900 000 
850 000 
185 000 
070 000 
218 000 
291 000 

366 000 
345 000 
564 000 
687 000 
641 000 
680 000 
611 000 
64^ 000 
615 000 
569 000 
953 000 
971 000 
315 000 

2 250 000 
2 100 000 



1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
2 



a) Contraddicono a questa opinione i testi di Livio e Dionitio, dove parlano di censi, di puberi 
z talmente politica, finanziaria e militare. 

b) I capifamiglia erano bensì i denuncianti, ma non i soli censiti, giacchi gli autori dicono 
e) Pel solo censo di Servio Tullio e nel solo Tito Livio si trova espresso, con un dicefi, che 

anche adottarla ed estenderla a tutti i censi, contro lo spirito stesso della istituzione, si potrebbero 
Del resto tutti gli autori che esagerarono le cifre della popolazione di Roma, ammisero con 

in cui immigravano continuamente maschi liberi e schiavi, in grandissimo numero, per lo più celibi, 
Col computo di Vossio i censiti sarebbero 40 su 200 abitanti de* due sessi, e tornerebbe, sotto 

gerio, pei quali i censiti sono le famiglie, e ogni famiglia è di s persone. 



I 



nell'ira antica 

comparativi di diversi autori, esagerati o in difetto o in eccesso. 



337 



gera^iont t n eccesso 



Schiavi 




Forestieri residenti 


Totale abita 


n li 






ma non riconosciuti 
come 






















domiciliati 








Seeon do 


Secondo 




Secondo 


Secondo 


Secondo 








Blair 


Vossio, 


Secondo 


Secondo 


Bergerio, 


Lipsia, 


Vossio, 


I 

per abitante 
libero 


ao per ogni 
cittadino 


^Dionisio 
interpretato 
da Dureau 


Li p s io , 

Vopiseo 
ed altri 


Canta, ecc. 


Vopiseo, 
Gibbon, ecc. 


ikContesquieu 
ed altri 










^ 


^— 


fino aìVanno 


legittimo, 
censito 


de la 3^alU 


a. 


Colonne 






608 e s 
iu appresso 


circa }o ofo 


Tanti 
quanti i censiti 


6, 8 e ij 


Colonne 
7, 8 e 13 


Colonne 
7, IO e 12 






dei censiti 










9 


10 


11 


18 


18 


14 


15 



4S0 000 
650 000 
753 000 
550 ODO 
515 000 
621 000 
662 000 
600 000 
762 000 
800 000 
250 000 
850 000 

865 000 
891 000 
856 000 
460 000 
485 000 
256 000 
800 000 
850 000 
185 000 
070 000 
218 000 
291 000 

866 000 
845 000 
564 000 
687 000 



1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
1 
4 
4 
4 
5 859 000 

5 918 000 

6 945 000 
6 750 000 
6 800 000 



641 000 
620 000 
611 000 
923 000 
845 000 
707 000 



1 680 000 

2 600 000 
8 014 OqO 

200 000 
060 000 
2 484 000 
2 648 000 
400 000 
051 000 

8 200 000 

5 000 000 
400 000 
460 000 
564 000 
424 000 
844 000 
955 000 
024 000 
200 000 
404 000 
742 000 
280 000 
874 000 
166 000 
464 000 
880 000 

6 256 000 
6 751 000 
6 566 000 
6 480 000 
6 444 000 
6 566 000 
6 460 000 

276 000 
814 000 
886 000 

9 260 000 
9 000 000 
8 400 000 



2 
2 



2 

8 



5 
5 
5 
5 
5 
5 
5 
5 
5 
4 
4 
4 
5 
5 
5 



6 
7 
7 



85 000 
89 000 

45 000 
88 000 
81 000 

87 000 
40 000 

86 000 

46 000 
48 000 
75 000 

81 000 

82 000 

88 000 
81 000 

88 000 

89 000 
75 000 
78 000 

81 000 
71 000 
64 000 
78 000 
77 000 

82 000 
81 000 
94 000 

101 000 
98 000 

97 000 

96 000 

98 000 

97 000 
94 000 

117 000 

118 000 
189 000 
135 000 
126 000 



84 000 
180 000 
150 700 
HO 000 
103 000 
124 215 
182 409 
120 000 
152 578 
160 000 

250 000 
262 822 
278 000 
278 229 
271 224 
292 224 
297 797 

251 222 
260 000 
270 218 
287 108 
214 000 
248 704 
258 328 
278 224 
269 015 

812 805 
887 552 
828 314 
824 000 

822 200 
328 842 

823 000 

813 823 
890 786 
894 836 
468 000 
450 000 
420 000 



86$ 000 

339 000 
SSi 000 
133 000 
061 000 
279 000 
364 000 

336 000 
570 000 
648 000 
575 000 
781 000 
812 000 
865 000 
793 000 

3 008 000 
3 059 000 
a 587 000 
2 678 000 
2 781 eoo 
2 441 eoo 
a 204 000 
2 509 000 
2 659 000 

2 814 000 

3 771 000 
3 222 000 

3 47S 000 
380 000 

337 000 
318 000 
380 000 
327 000 
232 000 
023 eoo 
060 eoo 

4 769 000 
4 635 000 
4 326 000 



924 000 

430 ODO 

656 000 

210 000 
123 000 
366 215 
456 409 
320 000 
676 000 
760 000 
750 000 

962 322 
003 000 

060 222 
983 224 
212 224 
267 797 
763 222 
860 000 
970 213 
607 108 

354 000 
669 704 
840 328 
005 224 
959 000 
440 000 
711 552 
610 000 
564 000 
544 000 
610 342 
553 000 
451 823 
296 736 

336 536 
093 000 
950 000 
620 000 



3 184 000 
3 380 000 
3 917 700 
3 860 000 

2 678 000 

3 229 215 
3 442 409 
3 120 000 

3 9^5 S75 

4 160 000 

5 500 000 
7 012 322 
7 098 000 

7 233 223 

o$i 224 
596 2H 

737 797 

531 223 
760 000 
024 213 
164 108 

5 564 000 

6 335 704 

6 715 328 

7 103 224 
f> 994 015 

8 132 805 

8 77S SS» 
« S55 3«4 
8 424 000 
8 377 200 

8 53S 342 
8 398 000 

8 15S 823 

10 157 73é 

10 251 336 
12 038 000 

11 700 eoo 
IO 920 000 



7 

7 

7 
6 

6 

7 
6 



di cinadini, eccetto le vedove e gli orfiini ecc. e più ancora lo spirito stesso della istituzione essen- 

cbe dalU cifra dei censiti si cavavano poi i destinati alla milizia. 

i censiti da Servio fossero gli atti alle armi ; ma né questa opinione è confermata, né, volendo 

escludere i seniores, atti alle armi anch'essi, da 46 a 60 anni. 

Lipsio e Vossio che le femmine eguagliassero in numero i maschi, cosa inammissibile iu una citti 

o seuxa le loro famiglie. 

an aspetto affatto diverso, il computo del quintuplo che corrisponde all'opinione di Cantù e Ber> 



Parte Seconda. 

'POTOLAZIO'ME DI ^^OD^A NELL ERA CRISTIANA 

DALLA CADUTA DELL'lMPERO 
' dal joo dopo Crifto fino ai no/tri giorni, 

LE CIFRE della popolazione di Roma dopo la caduta dell'im- 
pero e sino allo scorso secolo sono note per alcuni periodi 
storicamente più importanti, pei quali gli scrittori, sì ecclesiastici, 
che di cose civili, credettero utile ricordarle. I documenti statistici 
da cui le cavarono, o da cui traeva origine la notizia volgare, con- 
temporanea o tradizionale, di quelle cifre, dovevano essere i re- 
gistri delle anime, tenuti sempre regolarmente dai parroci, e qual- 
che volta fatti riassumere per lavori generali di spoglio, ordinati 
dal Governo centrale. Sono tutte cifre tonde o in migliaia quelle 
che abbracciano il periodo di tempo da papa Innocenzo HI (anno 
1198 di Cristo) al 1527, cioè sino a papa Clemente VII, dopo 
il quale cominciano numerazioni, per la forma statistica, più pre- 
cise, senza però che si riscontri né il metodo né la classificazione 
delle notizie fino al principiare del secolo xviii. 

Trattandosi di cifre non disputabili per la significazione loro, e 
nelle quali non é omessa, dopo l'abolizione della servitù, nes- 
suna classe di abitanti, passerò più rapidamente su questa seconda 
parte del mio lavoro, contento di raccogliere tutte le notizie sta- 
tistiche di cui ci forniscono memorie e documenti, cosi gli storici 
come gli archivi, poco accessibili agli studiosi, e però in parte 
nuove ; tanto più che vi é una messe abbastanza copiosa, e più che 
sufficiente, per gli ultimi secoli sopratutto, a soddisfazione della cu- 
riosità di chi si diletta di questi studi ed a sussidio degli scrittori di 
economia pubblica e di storia. 

L'èra cristiana, per riguardo a questi studi, può dividersi in 
due periodi, il primo dei quali finisce al 1 198, e non presenta che 
cifre induttive. 



T^opola:!^ione di %pma nell'ira crif liana 3^9 

Dal prospetto che i lettori troveranno più avanti, apparisce 
la mancanza di cifre precise per il primo di questi periodi, mentre 
pel secondo, dal 11 98 al 1878, vi si trovano raccolte copiose no- 
tizie della popolazione di Roma e del suo agro. Molte ragioni 
degli aumenti e delle diminuzioni straordinarie ed improvvise di 
popolazione, in questo secondo periodo, si devono cercare negli 
avvenimenti si politici che naturali dell'epoca. Non essendo a me 
concesso dai limiti del presente scritto di estendermi in conside- 
razioni storiche su questo proposito, mi sono contentato di ac- 
cennare in nota, di contro ai prospetti, il nome del Pontefice re- 
gnante e i fatti più gravi di ciascuna data, conchiudendo in fine 
con alcune osservazioni statistiche riassuntive. Facile riesce, an- 
che a memoria, il comprendere, da quelle sommarissime note, il 
perchè delle oscillazioni, spesso notevolissime, della popolazione 
in una città che Ri sempre universale anche nell'era pagana. 

Quanto al primo periodo dell'era cristiana, è noto che, ces- 
sata la tradizione dei lustri dopo Vespasiano imperatore (anno 73 
di Cristo), sopravvenute le invasioni barbariche, e caduto e smem- 
brato l'impero, mancano le notizie e le cifire degli abitanti di Roma, 
sino alla fine del secolo xii. Ma basta ricordare le fi-equenti ed 
immense offese e jatture che la città fiorente e grandiosa dei Ce- 
sari dovette sopportare in quegli undici secoli, per comprendere a 
quali successivi e continui danni dovesse andare soggetta si la po- 
polazione, che la condizione materiale di capacità e bellezza del- 
l'abitato. 

Per gli ultimi tempi dell'impero abbiamo Rutilio, Numa- 
ziano, Strabone, Vitruvio, Frontino, Procopio, Cassiodoro, Rufo, 
Vittore, Vopisco, Zosimo, Olimpiodoro, la Notitia dignitatum o 
Curio fum, Giuseppe Ebreo, san Luca nel Vangelo, Isidoro, Paolo 
Diacono, Suida ed altri, che ricordano come la città fosse ancora 
popolatissima, e magnifica e ricca, ai tempi di Costantino il 
Grande, e sino ad Augustolo, con cui l'imperio ebbe fine ; giac- 
ché, sebbene fin dai primi imperatori fosse già inoltrata non solo 
la morale e politica, ma eziandio la materiale decadenza di que- 
sta grande e meravigliosa regina del mondo, Cassiodoro la de- 
43 — ^ionografia di 'Hpma. Parte IL 



340 T^opola:(^ione di %pma 

cantava ancor bella nel 500, quando la restaurò il buon Teo- 
dorico. 

Possiamo indovinare per date, senza la scorta di numerazioni 
in cifre precise, codesti successivi deperimenti, col solo ricordo 
delle tremende ragioni storiche di essi. Mi limiterò ad estrarre 
dalle mie note l'indice soltanto delle date e dei fatti, per ciascuno 
dei quali potrei, se mi soccorresse lo spazio, tentare i computi 
della statistica induttiva, e tracciare i piani discendenti e quasi i 
gradini di questa scala precipitosa del decadimento. Sono per lo 
più invasioni, assedi, saccheggi ed incendi della città e dell' agro, 
da parte di nemici estemi ed intemi, avidi di profittare della fiac- 
chezza e di gavazzare degli avanzi della opulenza, prodotte entrambe 
dalla comizione orientale, che penetrò dalla guerra asiatica in poi, 
e che da Siila ad Augustolo andò succhiando il cerebro e le midolle 
di quella prepotente maestra di civiltà alle genti; quasi a confer- 
mare il motto della civiltà più mite, che cercò di darle un secondo 
imperio tutto morale, che cioè le genti bisogna conquistarle al vero 
coU'insegnare, ite et docete^ e che la violenza finisce per la vio- 
lenza, qui gladio ferit, gladio perit. 

In questo periodo adunque di lutti e di stragi miserande, noi 
abbiamo a registrare la divisione dell'impero sotto Costantino colla 
traslazione della capitale (329) i danni recati dai Goti di Alarico 
(anni 409-410 di Cristo); dei Vandali di Genserico (455) ; delle 
fazioni che produssero la caduta dell'impero (476 di Cristo e 1229 
dalla fondazione di Roma); di Totila (546 e 549); delle succes- 
sive guerre gotiche (555), e longobarde, sotto Narsete (568-589), 
Agilulfo (593-595); Luitprando, Astolfo e Desiderio (741-774); 
dei Saraceni (846 e 881); delle fazioni anarchiche interne che per 
due o tre secoli spopolarono la città e principalmente la cam- 
pagna ; di Enrico IV che la occupò per tre volte (108 1- 1084). 

A questa serie di guai, che per parte degli stranieri finirono 
colle scorrerie dei Normanni, per non riprodursi più che nel 1527 
col sacco dato a Roma dalle orde borbo^iche, succedettero nel 
secondo periodo le lotte dei capi-parte e dei signori, Crescenzi e 
conti di Tuscolo, Guelfi e Ghibellini (secoli xii e xiii), e la con- 



nell'ira criftiana 341 

seguente traslazione della Sede ad Avignone nel secolo xiv, che 
per 70 anni lasciò Roma disertata di abitanti, a segno da ridurli, 
nel 1377, quando Gregorio XI fece ri tomo alla Sede, da 35,000 
che erano stati sotto Innocenzo HI (1198), a 17,000; poi le gare 
e scorrerie dei Borgia e dei signori fino al principio del secolo xvi, 
la guerra dei Colonnesi con Clemente VII; e tutto ciò, si per il 
primo che per il secondo periodo, reso più grave dalle devasta- 
zioni degli stessi cittadini, alti e bassi, le quali, a dir degli storici, 
furono pili barbariche ancora di quelle dei Goti, dei Vandali, dei 
Saraceni e dei Borbonici saccheggiatori. 

Cosi avvenne che mezzo milione e più di abitanti si ridu- 
cessero nel secolo xiv a poche migliaia, e alcune decine di chi- 
lometri di superficie a cinque o sei, e 47 mila tra case e botteghe, 
per buona parte magnifiche, a poche migUaia, piccole, anguste e 
malsane, e l'agro, già abitatissimo e fiorente, ad una landa pesti- 
lente e deserta. 

Il primo risorgimento, che dal nome e dal secolo di Leone X 
si appella, fu inaugurato da un notevole aumento di popolazione. 
Egli ricevette la città con 40,000 abitanti nel 15 13, la crebbe a 
60,000 in 4 anni, nel 15 17, e ad onta che si riducessero a 50,000 
ne 520, la lasciò con 60,000 (1523) al suo successore. Se non 
potè ricondurre la città alla grandezza antica, che non vi si pre- 
stavano i tempi, diede tuttavolta non piccolo impulso alla seconda 
Roma, che da Leone X in poi, nel corso di 350 anni (dal 1520, 
al 1870) potè salire a 226,022 abitanti, cioè avere più che quadru- 
plicata la sua popolazione; come, nelle debite proporzioni, era av- 
venuto nei 400 anni più belli di Roma antica, da Servio (anno di 
Roma 186), censiti 84,700, sino alla fine della guerra Persica 
(anno di Roma 584), censiti 327,222. Perciocché il sacco delle 
truppe di Carlo V nel 1527, che la ridusse a 33,000 abitanti, non 
lasciò cosi profonde traccie, che la città non potesse ben presto ri- 
sorgere: onde è che nel 1600 già contava 109,729 abitanti; 
nel 1700, 149,447; nel 1750, 157,882; nel 1797, 166,280. E qui 
comincia un nuovo decremento, dovuto all'influenza della rivolu- 
zione francese; si che ridotta nel 1805 a 134,973, la popolazione 



342 Topola:(^ione di %ofna 

va via discendendo a 117,882, nel 18 12 al 18 13 sotto la domina- 
zione francese, per risalire poi nel 18 15 a 128,997 e crescer gra- 
datamente, fino al 1870, ai 226,022. 

Spetta ora al secondo risorgimento, inaugurato il 20 settem- 
bre 1870 dal Re fondatore dell'unità nazionale con Roma capitale 
del novello regno, di farla gareggiare coU'antica, non dirò di po- 
polazione soltanto, che forse è meno desiderabile in un governo 
libero e civile, ma di virtù e sapienza. Per ciò che tocca la po- 
polazione, abbiamo già potuto vederne i frutti in pochi anni, essen- 
done salita la cifra dai 226,022 del 1870, a 282,214, quanti risul- 
tarono dalle revisioni dell'anagrafe municipale alla fine del 1877. 

I censimenti moderni, il primo dei quali ufiScialmente pub- 
blicato è del 17 15, ordinato da Clemente XI, si conoscono dal 1600 
in poi nelle cifre complessive, per sessi anno per anno, e di alcuni 
si posseggono documenti con classificazioni statistiche per cate- 
gorie della popolazione. Poche furono le notizie pubblicate dal Go- 
verno: la maggior parte si ricavano dagli archivi, da lavori finan- 
ziarli, da opere statistiche, contenenti comunicazioni ufficiosa- 
mente od ufficialmente fatte a privati dai ministri dell' interno e 
degli affari esteri, dai governatori o vicari di Roma, dai direttori 
generali della polizia, specialmente dai monsignori Zacchia e Gras- 
sellini. 

Tre statistiche ufficiali della popolazione dello Stato Romano 
furono compilate nel secolo presente; la prima nel 18 16, col mo- 
tuproprio delli 6 luglio, di papa Pio VII, al quale censimento era 
unita una tabella del riparto territoriale; la seconda nel 1833, per 
ordine di papa Gregorio XVI, intitolata Riparto territoriale, e pub- 
blicata colle sole cifre della popolazione per comuni, appodiati e 
frazioni negli Atti del Governo del 1836; la terza nell'anno 1855 
per ordine di papa Pio IX. Tra mezzo a queste si pubblicarono le 
popolazioni del 1822 con cifre ufficiali in un quadro dello Stato 
della Chiesa; del 1827, secondo la numerazione fatta per motupro- 
prio di papa Leone XII, comunicata all'inglese Bowring; del 1829 
dal Governo; del 1840 dal Galli; e del 1845, negli Annali univer- 
sali di statijìica di V^iilano (tom. iv, 1845 P^g- 342), colla popola- 



nell'era criftiana 34J 

zione romana del 1844, che, modificata in qualche parte, apparve 
tra i documenti statistici stampati dalla presidenza del censimento 
romano per illustrare le questioni relative alle strade ferrate nel- 
l'anno 1847. Un'altra ne pubblicò pure il proministro delle finanze 
romane Angelo Galli nel T^rofpetto delle merci introdotte ed eftratte 
mi 18 so, la quale reca le cifire della popolazione dello stesso anno. 

Sino al 1848 solevansi fare i censimenti e tene vasi conto del 
movimento della popolazione senza alcun aiuto di speciali uffici 
statistici e per opera del clero. La popolazione della campagna si 
raccoglieva ogni anno dai rtwli per la tajfa detta focatico, dove 
erano iscritti e classificati in categorie tutti i capi famiglia, allo 
scopo di graduarne il tributo, proporzionatamente alle condizioni 
economiche di ciascuno. La popolazione urbana era iscritta per 
cura dei Mimicipi delle città in un ruolo della popola:(ione, il quale 
ebbe origine dalla legge del Regno Italico delli 11 giugno 1811^ 
che impose alle rappresentanze comunali l'iscrizione nel ruolo 
di tutti gli abitanti per nome e cognome, età, luogo di nafcita, con- 
diT^ione e me:(p^i di sujjtften:(a. Nell'ufficio del ruolo d' ogni città 
veniva compilata ad ogni biennio o triennio una tavola statijlica,. 
che recava la popolazione divisa per occupa:(ioni. Ma questa tavola 
non si potè mai ottenere esatta, essendo ricavata soltanto dalle 
scarse denuncie dei cittadini. 

Con decreto 26 ottobre 1848 il Ministero d'agricoltura e com- 
mercio stabili una Dire:(ione centrale di statijlica in Roma, e Giunfe 
statiftiche nelle provincie. Ma per gli avvenimenti politici soprav- 
venuti quel decreto non ebbe esecuzione. 

Nel 1850 una circolare del ministro dei lavori pubblici e del 
commercio ordinò che per ogni provincia si proponessero note di 
persone adatte a comporre le giunte statistiche provinciali, che 
nello stesso anno entrarono in ufficio. Il Governo pontificio prepa- 
ravasi allora a compilare una statistica generale , cominciando 
dal censimento della popolazione. A tal uopo hirono nel marzo 
1852 pubblicate istruzioni, e furono istituite anche le giunte sta- 
tistiche comunali ; poi in un indirizzo del 5 ottobre furono espo- 
ste le norme, si per la commissione centrale, che per le giunte. Fu 






344 Vopolaiiont di %pma 

questa la prima ed unica volta che ai soliti stati delle anime e alle 
tavole numerative che se ne ricavavano, si sostituisse un regolare 
e metodico censimento nominativo. Le IJìru:(i(mi pubblicate nel 
marzo porgevano un'idea della importanza ed utilità d'un censi- 
mento nominativo^ ad evitare le duplicazioni e le frodi, e a cor- 
reggere gli errori. Le operazioni del censimento erano affidate 
alla direzione centrale di statistica e alle giunte provinciali e co- 
munali ; e una lettera del cardinale Antonelli ai vescovi, distri- 
buita dalla Santa Congregazione de* vescovi regolari, eccitava i 
parrochi a cooperarvi come membri nati delle giunte comunali ; 
e le Iftru:(ioni dicevano che essi dovevano assumersi « la prind- 
J!) pai parte di quefta operaT^ione, secondati dagli ordinari, dai pre- 
» sidi, dalle autorità governative, dai membri delle giunte tutte e 
» dai consiglieri comunitativi ». 

Alle giunte comunali ordinavasi nel capo II delle istruzioni : 
i^ che per mezzo delle autorità governative si facesse noto con 
apposito manifesto il divisamento del Governo di formare un 
esatto censimento, e quindi l'obbligo che ciascuno si prestasse alle 
dimande dei membri delle giunte, specialmente i padri di femi- 
glia e i superiori di corporazioni; 2° che le persone incaricate si 
recassero di casa in casa a raccogliere e annotare con esattezza 
le nozioni richieste ; 3° che si facessero aiutare dai parrochi, i 
quali, assistiti dal segretario comunale o da qualche altro mem- 
bro della giunta o del consiglio comunitativo, potevano portarsi 
nelle varie case a formare il censimento dei loro parrocchiani, 
usare della loro autorità speciale per ingiungere esatte denuncie, 
svelare gli errori, le simulazioni, le inavvertenze, servendosi dei 
registri parrocchiali, e compiere in breve tempo le operazioni del 
censimento, essendo essi in forte numero ; 4° che nel censimento 
d'un comune si iscrivessero tutti coloro che vi dimoravano sta- 
bilmente ; si notassero come presenti gli assenti temporaneamente, 
cioè villeggianti, viaggiatori, bambini a balia, artieri e braccianti, 
i quali tutti dovevano omettersi nel luogo ove per caso allora si 
trovavano ; che gli studenti, i soldati in servizio, i ricoverati nei 
pubblici spedali e i condannati a pena temporanea, non solo si 



ntlVlra criftiana 345 

registrassero nel luogo della loro precedente stabile dimora, ma 
anche in quello ove si trovavano temporaneamente, annotando 
però tra le osservazioni che la loro stabile dimora era altrove, a 
fine di tener conto della popolazione stabile, e di quella parte di 
popolazione mobile, che diventava stabile per il continuo succe- 
dersi e avvicendarsi di queste categorie di persone. 

Il lavoro fii ripartito in dieci tavole. 

Gli elementi primi di^queste tavole furon mandati alla commis- 
sione centrale di statistica diretta dal cavaliere Luigi Grifi, segre- 
tario generale del Ministero del commercio e dei lavori pubblici, 
il quale, grandemente aiutato da un egregio cultore degli studi sto- 
rici ed economici, il mio compianto amico Agostino lacobini, dovè 
fame la relazione per la pubblicazione. Ma, rimasto lungo tempo 
giacente il lavoro, e avvenuta nel 1855 l'invasione del cholera, si 
pensò di riformarlo, cessata l'epidemia; e allora fu ridotto a quella 
forma, in cui venne pubblicato il 21 gennaio 1857, sotto il ti- 
tolo :5tofty/iVa della popola:(ione dello Stato pontificio dell'anno 18 jj. 

Dopo questa importante pubblicazione, la giunta centrale non 
fece altri lavori; né ebbero effetto nel 1859 e nel 1860 i decreti 
del dittatore Farini e del governatore dell'Emilia sopra un nuovo 
censimento e sopra la ricostituzione dell'ufficio statistico per la 
parte dello Stato pontificio annessa al regno d'Italia. 

Le giunte provinciali di statistica, per tutta questa parte dello 
Stato pontificio, rimasero sciolte in virtù del decreto 9 otto- 
bre 1861, che istituì una divisione di statistica generale presso 
il Ministero d'agricoltura e commercio, e uiEci statistici presso i 
governi di prefettura e di circondario. 

Le note del movimento della popolazione si tennero sempre 
col sistema ordinato dalla legge italica del 181 1, ma per mano dei 
parrochi; però nel 1836 si resero obbligatorie ai cittadini le de- 
nuncie dei mutamenti di famiglia o d'individui, tranne le nascite, 
i matrimoni e le morti, di cui si attinsero le notizie dai battisteri e 
dai parrochi e dagli uffici regionarii di polizia ed anagrafe. 

Fra i Prospetti, alcuni dei quali ho desunti da documenti ine- 
diti, si troverà il movimento delle nascite e delle morti dal 1702 



34^ 'PopolùTiione di T(pma 

ad oggi, note in parte per le pubblicazioni del Toumon, del Ser- 
ristori, degli Annuari Pontifici, degli stati delle anime dal 1850 al 
1869, specialmente riepilogato in quello del 1869 per 270 anni, e 
dell'ufficio statistico del municipio di Roma. 

Di tutti i censimenti romani non furono pubblicati ufficial- 
mente che quello del 1833 in un indice edito in Roma nello stesso 
anno, e in una tavola contenuta nel 6° volume pel 1836 della Rac- 
colta degli Atti del Governo; e quello della citata statistica della 
popolazione del 1853, stampata a Roma nel 1857^ Le cifre della 
popolazione annuale si conobbero talvolta per comunicazioni oflE- 
ciose a periodici od annuari, all'almanacco di Gotha, al conte 
Serristori, autore della Statiftica d'Italia, o per pubblicazioni dei 
ministri di polizia e di finanze, nel Cracas, nell'Annuario pontifì- 
cio e negli Stati delle anime dal 1850 al 1870. 

La statistica ufficiale della popolazione dello Stato pontifìcio 
pel 1853, è il solo lavoro romano di qualche estensione, e con- 
dotto con un certo criterio scientifico, quantunque esso pure lasci 
non poco a desiderare. 

La tavola I-a dà per comuni il numero delle case, delle &- 
miglie e della popolazione per parrochie nel 1853. 

La tavola I-b oflFre gli stessi ragguagli riferiti ai comuni, oltre 
l'indicazione dei dimoranti nell' abitato e nelle campagne. 

Le due tavole sono seguite da un riepilogo solo per tutte e 
due, fatto per Roma e provincie, coU'aggiunta della cifira media 
delle famiglie per ogni casa e degli abitanti per ogni famiglia. 

La tavola II dà per comuni e provincie lo specchio della po- 
polazione mutahiky studenti, militari, ricoverati, carcerati, a fronte 
della stabile. Queste categorie di persone furono considerate come 
quelle che principalmente vanno d'attorno ora in uno ora in un altro 
hogo. Tra gli studenti si contarono quei soli che erano fuori della 
patria loro. Tra i ricoverati in ospedali pubblici si numerarono gli 
infermati lontano dalle loro cafe. 

La tavola HI reca i comuni nei quali dimorano ebrei e acatto- 
lici. In questa tavola non si tenne conto della rispettiva quota di 
popolazione mutabile. 



^ 



nell'ira crifiiana 347 

La tavola IV distribuisce i comuni e appodiati per serie secondo 
il numero degli abitanti. 

La tavola V presenta la distribuzione della popolazione per di- 
stretti e governi, colla popolazione del comune capoluogo di go- 
verno, degli altri comuni riuniti che compongono il governo, del 
governo preso complessivamente, e del distretto. 

La tavola VI reca la superficie e la popolazione per la capitale 
e le Provincie ; misura la superficie ruflica, urbana, di acque e di 
strade, in tavole cenfuali, in miglia quadrate romane, in miglia qua- 
drate geografiche e in chilometri quadrati ; infine dà la popolazione 
assoluta e la relativa. 

La tavola VE distribuisce la popolazione per età e per sejfo, nei 
periodi seguenti : sotto i 5 anni, da 5 a io, e poi di io in io anni 
sino a 90, e infine da 90 a 95, da 95 a 100, e sopra i 100. 

La tavola Vili dà la popolazione distribuita per condi:(i(me do- 
viejlica in due ripartimenti, uomini e donne, suddivisi ciascuno 
in individui sotto i 18 anni pei maschi, sotto i 14 per le femmine, 
in celibi sopra queste età, in coniugati e vedovi ; ogni categoria 
reca i dimoranti nell'abitato e nella campagna. 

Il numero degli ammogliati è quasi eguale nell'abitato e nella 
campagna ; quello delle maritate è maggiore nell'abitato di 2^626, 
disparità che si riduce a 1,559, per non essersi volute contare tra 
le maritate in Roma 1,067 "^ogli di campagnuoli, le quali non vi 
furono condotte da' loro mariti, ma pure sono parte della popola- 
zione stabile, e non si sa dove vadano collocate. V'è differenza tra 
il complessivo numero degli ammogliati e quello delle maritate, 
cosa comune nelle statistiche, per migrazione d'uomini, o perche 
alcune donne usurpano il titolo di maritate e non sono; in Roma, 
come nel Belgio e nel Piemonte, le maritate erano in numero mi- 
nore, in provincia eran più. Mancanvi 440 acattolici e prigionieri. 

La tavola IX dà la popolazione distribuita per origine e per seJfo, 
<iistinguendola in nativi della provincia, sudditi eftranei alla provincia, 
e stranieri. Gli stranieri computati in questa tavola sono quelli che 
si stabilirono nello Stato, e il maggior numero di essi, e dei sud- 
diti provenienti da altre provincie dello Stato, trovavasi in Roma. 

44. — ^(onografia di T{oìiìa, Parte li. 



348 "Vopolax^ione di %pma 

Anche in questa tavola mancano le persone che furono omesse 
nella precedente ; e non si è tenuto conto dei sudditi domiciliati 
all'estero per compiere il novero della popolazione di diritto. 

Finalmente la tavola X offre la popolazione ripartita per prin- 
cipali categorie, le quali sono cosi qualificate : sacerdo:^io, princi- 
pato, proprietà, produzione del stiolo, manifattura, commercio, scienia 
e belle arti, servitù e povertà. Parlando del sacerdozio la relazione 
cosi si esprime: « A chi notasse il numero del clero potremmo 
ranmientare di quanti faccia di mestieri che si applichino agli studi 
delle cose divine e della morale nella metropoli del mondo cat- 
tolico; del pericolo che corrono i giovani in sulla pubertà, i quali, 
ascendendo da noi a circa un quinto dell'intero dei sudditi, ven- 
gono salvati, qui ci limitiamo a dire dalla perdita della esistenza, 
da tante opere pie confidate a religiosissimi sacerdoti regolari e 
secolari, e pella istruzione che da loro ricevono i fanciulli a comin- 
ciare dalla prima e più tenera età. » 

In questa tavola non è fatta distinzione di sesso e di età. Sulle 
diverse categorie la relazione non fa molti commenti ; la categoria 
dei militari è computata in una cifra diversa da quella recata nella 
tavola II per non essere qui registrati gli stranieri assoldati. 

Ad onta di alcune imperfezioni notate dalla stessa relazione 
ufficiale, non si può disconoscere qualche merito in questa pub- 
blicazione. Vero è che i criteri ai quali è appoggiato il censimento 
romano del 1853, sono in gran parte quelli che si seguivano prima 
dei notevoli progressi, che elevarono la statistica demografica 
al grado che oggi ha raggiunto. Nel raccogliere le notizie non 
si chiamò a cooperare il cittadino, ma se ne affidò esclusiva- 
mente la cura alle autorità ecclesiastiche e comunali; non fu 
fissato uno stesso giorno per tutto lo Stato, e quindi non s'ebbe 
la certezza della contemporaneità; tra gli elementi richiesti, che 
però sono copiosi, si omise l'indicazione delle lingue, utile se 
non altro per ciò che riguarda gli stranieri stabiliti nello Stato, 
quella delle emigrazioni, quella della popolazione in mare e 
della popolazione all' estero; si raccolsero tutti i sudditi, piut- 
tosto che gli abitanti; ma anche questa cifra non fu data, a 



j 



nell'ira crifUana 349 

quanto pare, compiuta, essendo fatto cenno nella relazione e nelle 
tavole di sudditi pontificii dimoranti all'estero che non furono 
computati. Cosi da questa statistica non si può conoscere con 
precisione né il numero della popolazione di diritto, né quello 
della popolazione di fatto; e qua e Ik si notano nelle tavole omis- 
sioni che rendono incompiuto il lavoro. 

Dagli archivi ecclesiastici ho cavata una messe ancor più co- 
piosa che non é quella che potea raccogliersi dai libri di Da- 
vid Hume *54^ (ii Dureau de la Malie *5S^ del conte di Tournon *3^, 
del Nicolaj "37^ dalla Statistica ufficiale, dall'opera del Serristori*'», 
da quelle del Gambarana *39, di Angelo Galli, proministro delle fi- 
nanze pontifìcie ^^y dall'opuscolo di Cesare Mazzone *^', di Ga- 
briele Calindri*'»*, e finalmente da annuari, almanacchi, resoconti 
e giornali. 

Ecco ora, per la città di Roma, i documenti statistici che per 
questo secondo perìodo dell'era cristiana ho potuto raccogliere : 

1. Cifre complessive date per qualche epoca dal 500 al 1600; 

2. Cifre anno per anno della popolazione per sessi dal 1600 
al 1877; 

3. Movimento di nati e morti e popolazione per sessi dal- 
l'anno 1702 al 1877; 

4. Censimento per categorie di popolazione dal 18 19 al 1862; 

5. Popolazione per professioni degli anni i8ij2, 1843 e 1844; 

6. Risultamenti in 9 tavole del censimento del 1853, per 
Roma e agro; 

234 Saggio sulle popolazioni delle nazioni antiche, 
23$ Economie politique des Romains. 
236 Etudes statifiiques sur Rome. 

>37 Metnorie, leggi ed ojferva^ioni sulle campagne e sulP annona di Rotna, 
238 Staiifiica d'Italia. 
»39 Mappe cenfuarie, 

240 Cenni economici sugli Stati Pontificii. — ProfpMto delle merci introdotte 
ed eftratte nel 18 $0. 

i4x Roma, Dati statifiici, 1861. Forlì. 

24» Saggio di statiflica degli Slati Pontificii. 



330 



^Popola:^ione di ^oma 

7. Censimenti e movimento per categorie di popolazione del 
decennio 1853-72; 

8. Medie annuali dei morti per età e condizione civile, per 
lo stesso decennio ; 

9. Movimento per parrocchie e censimento per categorie 
del 1870 in due tavole, col riscontro alle mèdie 1863-72; 

10. Istruzione nel 1870 — per sessi e istituti ; 

1 1 . Risultamenti in 9 tavole del censimento generale del 3 1 
dicembre 1 871, secondo il rapporto del municipio. 



Prof petto djìhi popoìaxione prefunta di Roma dalla caduta d^U* Impero al 1197, 

e accertata da ceufimenti dal jipS al 1600. 



K,4 fi 11 i 
dopo Crijìo 



*P reftì n ta 
popola:(Jon: 



*j4ppHnti storici e offcrvaijioni 



47G 




ico,ooo circa 


477 a 


536 


120,000 


536 a 


568 


60,000 


563 a 


774 


50,000 


774 a 


962 


40,000 


062 a 


1197 


35,000 

Topolaiiofie 

accertata 
da ceufimenti 


1198 




35,coo j '5 


1377 




i7,coo 




1513 




40,000 




1517 




60,000 




1520 




50.000 


"^ 


1523 




60,000 


«^ 


1527 




33,000 




1600 




109,729 " 


kO 



Romolo Augustolo detronizzato da Odcicrc. 
Da Odoacre a Teodorico re degli Ostrogoti, 

e d'Italia nel 493. 
Amalasunta, Atalarico e Teodato, 
Vitige, Belisario, Narsete e Giustiniano. 

Roma presa da Totila re dei Goti 

(550-552). 

Regno dei Longobardi fino a Desiderio. 

Da Carlomagno a Ottone I. - Da papa Leo- 
ne III a Giovanni XII. 

Da Ottone I ad Arrigo di Hohcnstaufen. - 
Da Papa Giovanni XII a Innocenzo IH. 



Innocenzo III Papa. 

Gregorio Xl reduce da Avignone. 

Leone X. 

Id. 

Id. 
Clemente VII. 

Id. Dopo il sacco delle truppe di Carlo V. 
Clemente Vili. 



nell'ira crifiiana 35,1 

Trof petto della popolaiione di Hgma dal 1600 al 1701, per seffi. 



n^inno 



^afchi 


Femmine 


Topola- 
Itene 


xAnno 


S^afchi 


Femmine 



Topoìi> 
:^ione 



IGOO 
1601 
1602 
1603 
1604 
1605 
1606 
1607 
1608 
1609 

1610 
1611 
1612 
1613 
1614 
1615 
1616 
1617 
1618 
1619 

1620 
1621 
1622 
1623 
1624 
1625 
1626 
1627 
1628 
1629 



63 133 


46 596 


55 879 


45 667 


59 710 


39 602 


57 955 


46 955 


60 893 


58 400 


62 699 


36 948 


66 281 


59 445 


66 20$ 


38 051 


70 74* 


57 756 


68 070 


41 462 



74 269 

72 926 

67 726 

70 260 
75 690 

71 414 

68 870 

70 766 

71 638 

71 645 

72 971 
72 158 
72 502 



42 209 

59 877 
58 524 

42 183 

44 666 

42 757 

42 853 

45 048 

43 806 

44 809 

45 614 
45 716 

45 047 



109 729 
loi 54.6 

99 512 
104 888 

99 295 

99 647 
IO) ^2\ 

io|. 256 

108 480 

109 532 



16 478 
12 803 

06 050 



1630 
1631 
1632 
1633 
1634 
1635 
1636 
1637 
1638 
1639 

1640 
1641 
1642 
1643 
1644 
1645 
1646 
1647 
1648 
1649 



71 529 



65 22) 

67 889 

66 022 

68 967 

67 756 

68 506 

69 672 

69 575 

70 644 

67 858 
6$ 100 

71 419 

70 208 

72 236 
72 665 

71 492 



42 231 



45 994 

45 955 

46 035 

44 905 

45 290 

45 750 



46 888 


46 283 


47 992 


47 


515 


45 


508 


47 


854 


48 


424 


47 


601 


50 007 


49 


189 



112 443 ' 


1650 


75 978 


52 214 


118 356 , 


1651 


69 982 


48 795 


114 171 1 


1652 


70 117 


48 930 


III 723 


1653 


77 549 


41 552 


113 814 


1654 


68 907 


48 205 


115 444 


1655 


75 550 


49 649 


116 454 


1656 


70 14$ 


50 451 


116 58$ 


1657 


57 845 


42 174 


115 874 


1658 


61 356 


45 609 


115 549 


1659 


60 627 


45 835 



13 760 
09 009 
06 209 
06 910 
09 219 

I 822 

2 057 

5 872 

3 026 

4 256 

6 560 

5 656 

8 656 

5 175 
o 608 

9 255 

8 632 

9 837 
22 672 

20 681 

26 192 

18 777 

19 0|7 
18 881 
17 112 
22 979 

20 596 
00 019 
04 96$ 
04 462 



352 T^opolaT^ione di ^oma 

Segue Trofpetto della popolaxione di 1(pma dal j6oo al lyoi, per sefft. 



^inno 



OìCafchi 



Femmine 



Topaia- 
Xiotu 



tAnno 



DiCafchi 



Femmine 



'Popola- 
zione 



1G60 
1661 
1662 
1663 
1664 
1665 
1666 
1667 
1668 
1669 

1670 
1671 
1672 
1673 
1674 
1675 
1676 
1677 
1678 
1679 



62 888 

62 679 
61 794 
61 126 
61 014 

63 292 

64 236 
66 160 

66 048 

67 870 



44 000 

44 932 
44 944 
44 307 
44 098 

43 589 

44 924 
44 529 
47 057 
46 849 



06 888 


1680 


70 746 


50 78S 


07 611 


1681 


67 669 


48 OS 3 


06 738 


1682 


69 634 


50 107 


OS 433 


1683 


69 274 


50 757 


05 112 


1684 


69 966 


51 412 


06 881 


1685 


69 508 


50 317 


09 160 


1686 


70 529 


50 654 


IO 489 


1687 


71 681 


51 470 


13 105 


1688 


73 891 


52 226 


14 719 


1689 


73 849 


52 592 



66 773 


46 707 


113 480 


1690 


75 847 


53 784 


70 626 


47 027 


117 653 


1691 


77 770 


53 864 


72 453 


48 631 


121 084 


1692 


75 770 


53 SH 


71 536 


49 409 


120 94S 


1693 


76 938 


53 317 


73 843 


48 883 


122 726 


1694 


76 865 


54 527 


79 786 


52 126 


131 912 


1695 


76 S63 


54 263 


76 760 


51 147 


127 907 


1696 


77 849 


53 754 


74 431 


51 270 


125 701 


1697 


78 377 


54 802 


74 629 


SI 608 


126 237 


1698 


77 266 


S6 205 


74 514 


SI 614 


126 128 


1699 


78 371 


56 718 



121 


531 


115 


722 


119 


741 


120 


031 


121 


378 


119 


82S 


121 


185 


123 


151 


126 


117 


126 


441 


129 


631 


131 


634 


129 


284 


130 


255 


131 


192 


130 


826 


131 


603 


133 


179 


133 


471 


135 


089 



1700 I 88 929 I 60 S18 I 149 447 || 1701 | 83 751 | s8 033 ] 141 784 



Aumenti massimi. . . anni 1675, 1645, 1606, 1620 



Diminuzioni massime » 1657, 1601, 1651, 1619 



nell'ira criftiana 353 

"PROSPETTO "DELLA TOPOLAZIOKM T>I %OtkCA TER SESSI 
colle cifre delle nafcite e morti dal 1^02 al iSyj, e dei malrimoni dal j8i^ in pi i 



tritino 



'Kafcite 



Diporti 



Topolax^ione 



O^afchi 



Femmine 



Totale 



1702 


3 662 


2 947 


80 473 


58 09S 


138 568 


1703 


4 317 


3 72S 


78 278 


56 250 


134 528 


1704 


3 402 


3 085 


77 114 


56 SII 


133 625 


1705 


3 979 


3 026 


77 OH 


S5 093 


132 104 


1706 


4 506 


4 176 


76 491 


55 685 


132 176 


1707 


4 248 


3 584 


76 992 


56 136 


133 128 


1708 


3 S30 


4 812 


77 469 


57 093 


134 562 


1709 


4 396 


6 463 


78 993 


55 269 


134 262 


1710 


4 309 


6 533 


76 102 


55 968 


132 070 


1711 


4 2$4 


5 127 


77 150 


55 829 


132 979 


1712 


4 187 


4 845 


77 580 


56 249 


133 829 


1713 


4 029 


4 712 


76 195 


56 372 


132 567 


1714 


4 081 


4 777 


77 081 


56 969 


134 050 


1715 


4 056 


4 605 


78 612 


57 675 


136 287 


1716 


4 28) 


s 470 


79 942 


58 016 


137 958 


1717 


4 209 


6 078 


78 909 


57 476 


136 385 


1718 


4 257 


5 S70 


78 756 


57 141 


135 897 


1719 


4 490 


4 290 


80 020 


57 709 


137 729 


1720 


4 292 


6 029 


76 311 


57 521 


133 832 

< 


1721 


4 264 


6 078 


76 069 


58 ois 


134 084 


1722 


4 615 


4 307 


78 581 


59 086 


137 667 


1723 


4 434 


4 794 


79 620 


60 277 


139 897 


1724 


4 482 


4 784 


81 330 


61 018 


142 348 


1725 


4 527 


6 015 


85 622 


62 S33 


148 155 


1726 


4 548 


5 21S 


84 364 


61 573 


145 937 



354 



Anno 



TopolaT^iont di ^oma 

Segue 'Pro/petto delia popoh^ione per sejfi ecc. 



"KjifciU 



iXCorti 



T p olax,io n t 



DXafchi 



Femmine 



Totale 



1727 


4 615 


5 62} 


80945 


63 636 


144 581 


1728 


4 830 


5 388 


82 062 


61 928 


113 99J 


1729 


5 02| 


5 430 


80 301 


6+ 325 


144 624 


1730 


4 982 


7 257 


82 400 


63 091 


145 494 


1731 


4 164 


4 907 


82 441 


6} 707 


146 148 


1732 


5 077 


5 iiS 


83 875 


6) 802 


149 675 


1733 


5 }07 


6 527 


84 509 


6$ 262 


149 771 


1731 


4 894 


6 4ii 


85 071 


66 263 


151 334 


1735 


4 935 


4 890 


86 563 


6| 102 


150 665 


1736 


4 799 


5 466 


85 589 


65 060 


150 640 


1737 


5 054 


7 382 


83 711 


65 469 


149 180 


1738 


4 82} 


6 757 


83 163 


63 956 


147 119 


1739 


4 600 


5 360 


83 049 


63 701 


146 750 


1740 


4 848 


S 837 


82 272 


63 308 


145 580 


1741 


4 931 


5 254 


81 26) 


64 7^5 


146 010 


1742 


4811 


6 058 


82 705 


63 826 


146 531 


1743 


4 703 


7 702 


82 723 


64 753 


147 476 


1744 


4827 


6 917 


81 363 


66 069 


147 432 


1745 


5 170 


6 329 


83 233 


66 163 


149 39Ò 


1746 


4 852 


5 565 


84651 


66 537 


151 188 


1747 


4 967 


6 842 


83 869 


65 492 


149 361 


1748 


5 028 


6 670 


84 266 


67 447 


151 713 


1749 


S 04S 


5 976 


85 303 


67 569 


152 87l^ 


1750 


4 691 


5 680 


88 807 


69 075 


157 882 


1751 


S 259 


6 575 


87 155 


67 413 


154 568 


1752 


5 265 


6 410 


85 780 


68 031 


153 811 


1753 


S 295 


6 288 


86 542 


67 125 


153 667 



ntlV ira criftiana 

Segue Trofpetto della popoJa^^ùme per sej/i ecc. 



355 



<Afino 



Tlafcite 



t\Corti 



T p ol a:^i ne 



ViìCafchi 



Femmine 



Totale 



1754 


5 221 


S 8S5 


85 575 


67 s6i 


153 136 


1755 


4 8S9 


7 962 


85 382 


68 530 


153 912 


1756 


5 3S8 


5 028 


85 436 


68 412 


153 848 


1757 


5 036 


4 969 


84 621 


68 127 


152 748 


1758 


5 071 


5 535 


85 937 


68 121 


154 058 


1759 


5 318 


7 181 


86 476 


68 708 


155 184 


1760 


5 009 


6 759 


86 416 


68 708 


155 124 


1761 


4 989 


7 149 


88 IS5 


68 930 


157 085 


1762 


5 336 


6 49} 


90 239 


67 219 


157 458 


1763 


4893 


5 962 


87 396 


70 423 


157 819 


1764 


5 420 


7 361 


88 613 


73 286 


161 899 


1765 


4 828 


8 375 


87 20$ 


70 890 


158 095 


1766 


4 962 


7 3" 


88 330 


69 598 


157 928 


1767 


4 310 


7 548 


88 577 


71 183 


159 760 


1768 


4 S95 


9 574 


88 865 


69 982 


158 847 


1760 


4 891 


6 972 


88 415 


70 491 


158 906 


1770 


4 967 


6 646 


86 610 


71 833 


158 443 


1771 


4 216 


5 850 


87 547 


72 128 


159 675 


1772 


5 154 


5 740 


86 941 


71 908 


158 849 


1773 


5 022 


6 183 


85 836 


72 747 


158 583 


1774 


5 259 


4887 


88 382 


72 514 


160 896 


1775 


5 457 


5 035 


90 748 


74 299 


165 047 


1776 


5 212 


5656 


90 799 


72 517 


163 316 


1777 


5 445 


6 546 


89 784 


73 316 


163 100 


1778 


S 661 


5 380 


90 170 


72 272 


162 442 


1779 


5 555 


7 863 


90 366 


71 876 


162 242 


1780 


5 221 


7 096 


90 153 


73 270 


163 423 

• 


4) — ^i 


'^OHOtrrafta di 


7vpw//i. Parte. 


IL 







3S6 



%Anno 



Vopola7;^ione di ^oma 

Stgae Vrojpetto della popoìa^tone per seffi ecc. 



VjifciU 



^orti 



*Popola:^ione 



^afchi 



Femmine 



Totale 



1781 


5 959 


IO 223 


89 717 


72 181 


161 898 


1782 


5 132 


6 334 


89 512 


73 293 


162 805 


1783 


S 755 


7 240 


89 SO9 


74 484 


163 993 


1784 


5 304 


9 501 


89 232 


72 320 


161 552 


1785 


5 375 


6 034 


89 182 


73 270 


162 452 


1786 


5 406 


6 741 


88 609 


75 347 


163 956 


1787 


5 125 


7 104 


87 942 


76 6s3 


164 595 


1788 


5 127 


7 908 


89 500 


75 941 


165 441 


1789 


5 462 


6 984 


88 294 


74 740 


163 034 


1790 


5 169 


7 205 


90 053 


72 929 


162 982 


1791 


5 497 


7 121 


88 234 


75 359 


163 593 


1792 


5 227 


5 829 


89 345 


73 082 


162 427 


1793 


5 260 


5 985 


92 300 


73 016 


165 316 


1794 


5 545 


8 439 


92 846 


74 102 


166 948 


1795 


5 193 


6378 


92 "5 


72 471 


164 586 


1796 


5 117 


7 087 


93 519 


72 898 


166 417 


1797 


5 622 


6857 


91 872 


74 408 


166 280 


1798 


5 621 


8 138 


81 083 


70 574 


151 657 


1799a 


5 384 


7 540 


77 492 


69 534 


147 026 


1800 


5 193 


8457 


80 580 


72 424 


153 004 


1801 


4 526 


7 260 


77 356 


69 028 


146 384 


1802 


4 432 


768S 


76 105 


68 107 


144 212 


1803 


3 959 


9 369 


73 39^ 


66 609 


140 003 


1804 


4 149 


Il 792 b 


71 163 


65 599 


136 762 


1805 


4 682 


6 102 


70 854 


64 119 


134 973 


1806 


4 301 


5 117 


71 711 


64 645 


136 356 


a Àumcuti massimi nel secolo 1700-1799 


negli anni 172;, i 


7S0, 1723, 1775, 1 


73»- 


Diminuzioni massime » » 


» 1701, i; 


■99, 1798. 1703» i7< 


5$,i7S>,«702. 


Cresciuti nel secolo abiumi i$,793. 








b Gtav 


issima inoiulazion 


e e mAlatiic cons 


iccutive. 







nell'ira criftiana 

Segue Tro/peito della popola:(t<me per seffi ecc. 



357 



^nno 



"Ka^Uc 



incarti 



9<atri' 
monti 



Topolax^ione 



O^afchi 



Femmine 



Totale 



1807 


4 326 


5 157 




72 689 


64 165 


136 854 


1808 


4 336 


4 916 




71 636 


64 632 


136 268 


1809 


5 186 


4 821 




63 924 


59 109 


123 033 


1810 


5 091 


3 224 




66 685 


62 165 


128 850 


1811 


5 260 


3 775 




, . . 62 442 


59 166 


121 608 


1812 


3 138 


3 804 




59 658 


58 224 


117 882 


1813 


3 794 


3 353 




66 890 


63 61 s 


130 505 


1814 


3 432 


2 993 




67 294 


6i 090 


128 384 


1815 


4 362 


4 094 




. . . 67 226 


61 771 


128 997 


1816 


4 2S6 


4 941 




66 348 


62 780 


129 128 


1817 


3 836 


6 437 




69 544 


61 812 


131 356 


1818 


3 944 


6 868 




71 414 


62 398 


133 812 


1819 


4 299 


6 314 




140 70 294 ' 


63 867 


134 161 


1820 


4 215 


4838 




395 70 500 


64 546 


135 046 


1821 


4 756 


5 415 




265 70 287 


64 884 


135 171 


1822 


4 309 


6 257 




157 71 560 


64 .525 


136 085 


1823 


4 365 


5 480 




269 72 355 


63 9M 


136 269 


1824 


4 628 


5 249 




396 72 273 


dS 237 


138 510 


1825 


4 243 


4 446 




320 73 397 


65 333 


138 730 


1826 


4 382 


3 078 




360 75 085 


64 762 


139 847 


1827 


4 744 


5 029 




177 73 234 


67 439 


140 673 


1828 


5 013 


4 139 




OH 74 971 


67 349 


142 320 


1829 


S 055 


4 584 




190 76 448 


68 093 


144 541 


1830 


4 690 


4 995 




068 77 475 


69 810 


147 285 


1831 


4 725 


5 102 




291 79 170 


71 496 


150 666 


1832 


5 04$ 


4 649 




165 78 869 


69 589 


148 458 


1833 


4 465 


3 629 




156 79 702 


70 218 


149 920 



3S8 



^^opolai^iont di ^oma 

Segue Trejpeilo delia popolazione per seffi ecc. 



^nno 



'K/ifciu 



Scorti 



DiCatri- 
monii 



'Popolazione 



O^afchi 



Femmine 



Totale 



1834 


4 434 


3 480 


I 379 


78356 


71 660 


1835 


5 14» 


3 977 


I 272 


80 828 


71 629 


1836 


4 373 


3 275 


I 119 


81 488 


72 190 


1837 


4718 


3 404 


I 069 


83 034 


73 518 


1838 


4 66s 


12 $63/1 


I 233 


78 686 


70 217 


1839 


4 333 


3663 


X 596 


81 162 


72 558 


1840 


4 932 


4 140 


I 440 


81 799 


72833 


1841 


4 IS2 


5 583 


I 305 


84 510 


74 358 


1812 


4 601 


4 412 


I 324 


85 483 


75 106 


1843 


4 584 


4 023 


I 412 


86 219 


76 X87 


1844 


4 575 


4 236 


I 367 


88 082 


78 529 


1845 


5 013 


4 472 


I 314 


89 541 


77 819 


184G 


5 500 


5 012 


I 32* 


90 658 


79 541 


1847 


5 500 


5 876 


X 266 


9* 835 


81 048 


1848 


5 580 


6 010 


X 330 


95 776 


83 230 


1849 


5 368 


5 336 


I 343 


87 492 


79 252 


1850 


5 291 


6 012 


I 297 


90 S3I 


80 293 


1851 


5 176 


4 855 


I 54* 


90 564 


81 818 


1852 


5 6s8 


5 071 


I 470 


92 286 


83 552 


1853 


4 982 


4 515 


I 439 


93 538 


82 464 


1854 


6 096 


6 024 


I 593 


93 459 


8| 573 


1855 


5 395 


7 081 a 


I 319 


93 263 


84 198 


1856 


5 494 


7 728 a 


I 374 


94 570 


84 428 



150 016 

152 457 

153 678 
156 5^ 
148 903 

153 720 

154 632 
158 868 
160 589 
162 406 

166 611 

167 160 
170 199 
175 883 
179 006 

h 166 744 
170 824 
172 382 
175 838 

e 176 002 
178 032 

177 461 

178 798 



m Cholera. 

b Emigrarono dopo l'ìngretso de* francesi circ« 10,000 abiunti. Un eknco pubblicato nello 
auto delle anime del 1869 dà 176,744 abitanti. 

€ Gli stati delle anime che sono della Pasqua, danno 177,014 abitanti; qui si è preferita 
cifra del censimento generale, che però & del 31 dicembre. 



nell'ira crlftiana 



3)9 



Segue Trofpttto della popolaiione per seffi ecc. 



*Anno 



Tlafcite 



OiCorti 



thCatri' 



monn 



'Popolazione 



SKafchi 



Femmine 



Totale 



1857 5 159 6 03$ I 378 

1858 s 822 6 327 I 384 

1859 6 370 6 166 I 628 

1860 s 907 5 764 I 423 

1861 s 374 5 013 1 270 

1862 5 701 5 402 I 482 

1863 5 323 5 742 I 416 

1864 $ 305 6 028 I 456 

1865 5 766 6 466 I $84 

1866 5 262 4 997 I 438 

1867 5 739 6 046 I 616 

1868 5 119 8 489 I 462 

(ebolera) 

1869 5 276 5 874 I S64 

1870 5 75S 5 608 I 823 

1871 6 602 7 612 I 607 

1872 6 940 9 924 b I 407 

1873 7 201 8 479 I 635 

1874 7 484 8 693 I 474 

1875 7 682 9 376 I 540 

1876 7 577 9 563 I 499 ^ 

1877 7 553 8 476 I 471 

a Censimento decennale dopo il tratporto della capitale, dei pmenii al 3 1 dicembre. 

t Tra i morti fiironvene 8$i nel 1872, i|>37 "«1 1873, i)970 nel 1874, 2^97 nel 1875, 1,99$ 
nel 1876, e i,9Sa nel 1877, di persone che erano di passaggio in Roma. I n4ti*morti| o partoriti* 
morti furono 2,930 dal 1868 al 1870, 565 nel 1871, 715 nel 1872, 607 nel 1873, 398 nel 1874. 

e I matrimoni qui notati sono desunti dagli stati dei parrochi. Le pubblicazioni annuali del 
municipio (rapporti sul movimento dello stato civile) ne danno pel 1871 soli 712, pel 1872 1,200, 
pel 1873 1,498, pel 1874 1,49$, nel 1875 1,586, nel 1876 i,S99> nel 1877 t)^39: <^1)« cifra di 
matrimoni religiosi si calcola chj debbano aggiungersene da 100 a 150 celebrati col solo rito civile, 
ogni anno. 



94 226 


85 726 


179 952 


91 996 


85 363 


180 359 


96 976 


85 619 


182 595 


96 293 


87 756 


184 049 


102 9S5 


91 632 


194 587 


103 807 


93 271 


197 078 


108 457 


92 704 


201 161 


no 327 


93 S69 


203 896 


III 256 


96 082 


207 338 


113 210 


97 491 


210 701 


117 190 


98 383 


215 573 


"9 7SS 


97 623 


217 378 


118 873 


loi 659 


220 532 


121 557 


104 465 


226 022 


139 267 


105 217 


a 244 484 


159 305 


105 255 


244 560 


140 828 


107 479 


248 307 


144 892 


III 261 


256 153 


148 036 


114 392 


262 428 


154 196 


118 364 


272 560 


160 184 


122 030 


282 214 



360 



Anni 

(alla 
Pasqua) 



Vopolaiione di %oma 

CE7LSIMEKTI "DELLoi CITTA T>I ROM^ 

(compilati presso la Direzione di poti 



Famiglie 



baschi 

di 
ogni età 



Femmine 


Totale 


Atti 


di 


delle 


alla 


ogni età 


anime 


comunione 



1819 


33 510 


70 294 


63867 


1820 


34 601 


70 500 


64 546 


1821 


34 650 


70 287 


64 884 


1822 


34 552 


71 560 


64 525 


1823 


34 357 


72 3SS 


63 914 


1824 


33 774 


72 273 


66 237 


1825 


33 271 


73 397 


65 335 


1826 


33 711 


75 085 


64 762 


1827 


33 913 


73 234 


67 439 


1828 


34 478 


74 971 


67 349 


1829 


33 689 


76 448 


68 093 


1830 


34 875 


77 475 


69 810 


1831 


35 537 


79 170 


71 406 


1832 


35 335 


78 869 


69 580 


1833 


35 473 


79 702 


70 218 


1834 


35 522 


78 356 


71 660 


1835 


35 806 


80 828 


71 629 


1836 


34 895 


81 488 


72 190 


1837 


35 858 


83 034 


73 518 


1838 


34 540 


78 686 


70 217 


1839 


34 500 


81 162 


72 5S8 


1840 


34 600 


81 799 


72 833 


1841 


34 666 


84 510 


74 358 


1842 


35 057 


85 483 


75 106 


1843 


35 660 


86 219 


76 187 


1844 


35 839 


88 082 


78 529 


1845 


36 442 


89 341 


77 819 


1846 


35 988 


90 658 


79 541 


1847 


37 531 


94 835 


81 048 


1848 


38 884 


95 776 


83 230 


1849 


37 447 


87 492 


79 252 


1850 


38 841 


90 S3I 


80 295 


1851 


37 866 


90 564 


81 818 


1852 


37 960 


92 286 


83 552 


1853 fl 


38 167 


93 538 


82 464 


1854 


38 880 


93 459 


84 573 


ia55 


38 784 


93 263 


84 198 


1856 


38 012 


94 370 


84 428 


1857 


38 926 


94 226 


85 726 


1858 


37 702 


94 996 


8S 363 


1859 


39 748 


96 976 


85 619 


1860 


37 708 


96 293 


87 756 


1861 


39 945 


102 955 


91 632 


1862 


41 087 


103 807 


93 271 



134 161 

135 046 

135 171 

136 085 
136 269 
138 510 

138 730 

139 847 

140 673 
142 320 
144 541 

147 285 
150 666 

148 458 

149 920 

150 016 

152 457 

153 678 
156 552 
148 903 

153 720 

154 632 
158 868 
160 589 
162 406 

166 611 

167 160 
170 199 
175 883 
179 006 
166 744 
170 824 
172 382 

175 838 

176 002 
178 032 

177 461 

178 798 

179 952 

180 359 
182 595 
184 049 
194 587 
197 078 



98 900 


9! 


513 


98 


130 


97 


135 


97 


199 


98 


965 


04 


926 


06 


293 


06 


547 


05 


192 


07 


060 


07 433 


II 


705 


S 


390 

449 


08 


553 


09 499 


12 


940 


U 539 


09 


55? 


15 


098 


14 


860 


17 


626 


18 


793 


23 


784 


26 819 


27 


237 


30 


150 


33 


877 


36 


254 


26 


204 


23 


880 


25 


922 


28 


877 


28 


236 


30 


704 


28 


229 


28 616 


29 054 


28 688 


33 


538 


33 


412 


38 426 


41 


116 



a Gli Stati del parrochi, compilati alU Pasqua (mentre il censimento generale si rifcridcc al priou) 



J 



nell'ira crif liana 



3éi 



D^ALU .A'M'hLO 1819 FI'MO UL 1862 
zia alla Pasqua di ogni anno). 



"KjmatH 


Chiese 




Sacer- 


alla 
com ti- 


parroc- 


Vescovi 


doti 


ntone 


chiali 







Monaci 
e 
Reli- 
giosi 



Monor 
che 



Semina- 
risti 

e 
Col- 
legiali 



il o 



35 261 


81 


42 


I 401 


I 487 




36 733 


81 


24 


I 458 


I S19 




37 041 


81 


25 


I 403 


I 532 




38 950 


8x 


lì 


I 432 


I 502 




39 070 


81 


I 395 


I 56$ 




39 545 


81 


27 


I 470 


I 613 




33 ^4 


54 


32 


I 456 


I 662 




33 554 


54 


35 


I S25 


I 726 




34 126 


54 


4« 


I 443 


I 807 




37 128 


54 


34 


I 543 


I 904 




37 481 


54 


35 


1 490 


I 984 




39852 
36961 


54 


30 


1 455 


I 986 




54 


57 


I 432 


I 904 




39 068 


54 


36 


I 419 


2 038 




41 471 


54 


38 


I 374 


I 905 




41 463 


54 


39 


I 424 


I 857 




42 958 


54 


36 


I 46S 


2 005 




40 738 


54 


37 


I 468 


2 023 




42 013 


54 


41 


I 494 


2 124 




39 547 


54 


31 


I 439 


2 012 




38 622 


54 


31 


I 450 


2 100 




39 772 


54 


31 


I 460 


2 150 




41 242 


54 


32 


I 478 


2 208 




41 796 


54 


35 


I 522 


2 196 




38 622 


54 


38 


I 533 


2 410 




39 772 


54 


30 


I 501 


2 355 




39 923 


54 


31 


I 530 


2 328 




40 049 


54 


41 


I 533 


2 81S 




42 006 


5 + 


5? 


I 5U 


2 471 




42 752 


54 


38 


I 541 


2 589 




40 S40 


54 


28 


I 187 


I 764 




46 944 


54 


34 


I 240 


I 892 




46 460 


54 


34 


I 314 


I 548 




46 961 


54 


29 


I 288 


2 092 




47 766 


58 


31 


I 288 


2 185 




47 328 


58 


32 


I 243 


2 107 




49 232 


58 


36 


I 226 


2 213 




50 182 


5^ 


37 


I 265 


2 197 




50 918 


58 


38 


I 350 


2 391 




SI 671 


58 


34 


I 331 


2 404 




49 057 


58 


44 


I 395 


2 466 


2 


50 637 


58 


34 


I 417 


2 390 


2 


56 161 


58 


40 


I 406 


2 474 


2 


55 962 


58 


35 


I 558 


2 509 


2 



348 

382 
468 

348 

370 

318 

320 
360 

350 

376 
390 

385 

384 

295 

359 
423 

476 

434 
456 

500 
550 

461 

592 
540 

567 
472 

754 
871 

461 

467 

696 

698 

788 

787 
919 

947 
030 

872 

036 

031 

032 

031 



252 

424 
332 
409 
460 
469 
468 
382 

399 
489 

450 
560 

606 

611 

572 

598 
643 

541 
561 

518 
600 
645 
672 
625 
634 
1069 

539 
320 

521 
631 

492 
321 

413 

537 
424 

663 

687 

785 
936 

854 
818 

886 

1657 

948 



246 

244 
215 

275 
234 

143 
217 

159 
230 

242 

287 
266 
199 
179 
223 
210 
286 
201 
262 
221 
250 
3SO 
456 
288 
468 
430 
582 

349 
564 
483 

332 
306 

406 
412 
488 
389 
414 

377 

273 

8)9 
920 

213 

283 

361 



gennaio) portano maschi 92,077, femmine 84,937, totale i77,or4. 



362 TopolaT^ont di %oma 

T%OSTErTO DELLoi TOTOL^ZIOtLE 
per condizioni e profejjtoni negli anni 1842, 184$ e 1844. 



Condizione 



1S42 



1843 



1844 



Cardinali 30 

Arcivescovi e vescovi 21 

Prelati "S 

Ecclesiastici secolari i6$4 

Religiosi 2 479 

Religiose i 5S0 

Nobili e possidenti 2652 

Che professano scienze, lettere ed altre 

facoltà liberali 2 158 

Che professano le belle arti i 522 

Medici matricolati 213 

Chirurgi matricolati 183 

Farmacisti 7^ 

Esercenti farmacie 113 

Levatrici 62 

Maestri di pubbliche scuole 302 

Impiegati pubblici civili, militari e pen- 
sionati 3 733 

Impiegati presso particolari e pensionati. 2 622 

Bottegai ed esercenti varie industrie e me- 
stieri 37 202 

Famigliari ed inservienti 12 128 

Braccianti e campagnoli urbani e suburbani 15 158 

Lavoranti alla pubblica beneficenza e que- 
stuanti I 913 

Adolescenti dei due sessi ed altri, a cui 
non si può attribuire una stabile e 

propria condizione 74 698 

Totale 160 589 



I 813 



d62 460 



162 406 



30 


31 


26 


23 


125 


X22 


1 723 


I 711 


2 434 


2 500 


I 744 


I 802 


« 5 952 


s 904 


2 612 


2 584 


I 587 


I 843 


226 


301 


182 


2IS 


60 


56 


160 


125 


51 


S9 


* 363 


3S4 


3 495 


3 747 


I 888 


I 722 


^^43 393 


4S 271 


15 072 


16 37) 


17 DIO 


15 214 



I 700 

64 9$2 
166 611 



e Compresi in questa categoria nel 1843 i figli dei nobili e bottegai possidenti. 

l> Aggiunte le maestre. 

e Sebbene sottratti i bottegai possidenti la cifra supera quella del 1842 per la minorazione dcllj 
cifra dei giovani da i anno a 14, e Taccrescimento di forasticrì bottegai. 

d Compresi gli adolescenti da 1 a 13 anni numero 38,548; le figlie di famiglia oltre i 14 anni 
12,631; le madri di famiglia e vedove 19,566; in tutto 70,745. 



nell'era criftiana 363 

RISULT^SXCENTI "DEL CENSI^CENTO DEL i8s3 

per la città di Roma e suo agro 
(dal volume della pubblicazione ufficiale del 1857). 

Tavola I. — Popolazione per parrocchie, case e famiglie. 

Comune di Rotria, 18^3. 

Parrocchie 58 

Case 14,684 

Famiglie , 38,167 

Popolazione nell'abitato 168,367 

Id. nella campagna 7>635 

Totale . . . 176,002 

Famiglie per ogni casa 2.60 

Abitanti per ogni famiglia 4.61 



Tavola IL — Popolazione mutabile. 
Comune di Roma, 18 j^. 

Popolazione stabile 171,629 

Id. mutabile, studenti 675 

ìd. id. militari 2,200 

Id. id. ricoverati 503 

Id. id. carcerati 995 

Totale . . . 4,373 

Totale generale ... « 176,002 



Tavola IlL — Popolazione per religioni e sessi. 
Comune di 1(pma^ ^^Sì' 



^H^eligioni 



Oi/Cafchi 



Cattolici 91 329 

Israeliti 2 109 

Acattolici 100 



Totale . . . 



93 538 



Femmine 

80 326 
2 087 

SI 



Totale 

171 655 

4 196 

151 



82 4'64 176 002 



a Dei 17^,002 abitanti 129,157 erano nativi di Roma, i5tS2$ estranei e 31,320 delle varie 
Provincie dello Stato pontificio. 

46 — tXConografia di 'RjMua, Parte IL 



364 Topola:^iùne di T(^otna 

Tavola IV e K. — circoscrizione, superficie e popolazione assoluta 

E RELATIVA. 

Comune di Roma ed a^ro, 18 j^. 

Distretti i 

Governi 9 

Superfìcie in tavole censuali di 1,000 metri quadrati: 

Rustica 1,998,013.59 

Urbana 3>879-58 

Acque 30,782.30 

Strade 14,923.54 

Totale . . . 2,047,599.01 
Superfìcie in miglia quadrate : 

Romane (chilometri quadrati 2,218,548) 923.00 

Geografiche da 60 al grado (chilometri quadrati 3,^29,352) 597-^^ 

Superfìcie in chilometri quadrati 2,047.60 

Popolazione assoluta nell'anno 1853 176,002 

Id. per miglio romano quadrato 191.00 

Id. per miglio geografìco quadrato 295.00 

Id. per chilometro quadrato 86.00 

Superfìcie data nel 1847 da monsignor Grassellini, miglia qua- 
drate romane 978.01 

Superficie per colture nel 1835, secondo il catasto del 1835 
(dalla Statistica deiritalia del Serristori). 
Comune di Roma ed acrro, 18 jf. 
Superfìcie in rubbia, da ettari 1.84 per ogni rubbio : 

Lavorativi semplici 53j645 

Id. alberati e vitati 44. 

Id. id. e canapitati 44 

Id. olivati 139 

Pascolivi prativi 7,819 

Id. cespugliati 24,323 

Boschivi da ghiande e castagne selvatiche 2,114 

Id. da legna e carbone i9)S05 

Id. da costruzione 36 

Vignati 5,088 

Giardini privati, orti e ville 466 

Valli da pesca e lag'ii 564 

Sterili 453 

Pubblici, fiumi, torrenti e canali 3,043 

Id. strade e fabbriche 849 

Totale della superficie in rubhia . . . 118,128 



nelVéra crijtiana 365 

TiWJÌa VI. — Popolazione per gruppi d*età e sessi nel 1853. 



Gruppi d' età 



SiCafchi 



Femmine 



Totale 



Sotto i 5 anni 



Da 5 a IO 



IO a 20. 



20 a 30 



30 a 40. 



40 a 50 



50 a 60. 
60 a 70 
70 a 80. 
80 a 90 



90 a 95 



95 a 100 



Sopra 100 



9 852 



7 234 



14 245 



25 287 



13 720 



IO 751 



7 053 



3 746 

I 318 

238 



D'ignota età (acattolici). . . . 



100 



Totale popola:{ione ... 93 538 



9 099 


18 951 


6 613 


13 &47 


13 137 


27 380 


19 238 


44 525 


II 930 


25 650 


9 S47 


20 278 


6 729 


13 782 


4 177 


7 923 


I 602 


2 920 


318 


556 


19 


28 


4 


10 


• ■ • 


1 


SI 


151 



82 464 



176 002 



366 



'Popola:iione di T^oma 



»rN 




oo 




P-4 




»J 




U) 




>5 




M 




Uì 




"A 




O 




'^ 




N 




< 




H 




■-4 




aa 




< 




►H 




Q 




O 




O 




O 




'^ 


■ 


n4 






\fK 


U 


eo 




•i« 


< 


w 


u 


•t» 






H 


u 






t/J 


« 


UJ 


u 


3 


la 


o 


9 


Q 


V 




a 




o 


m 




y. 


« 


o 




1— « 


.A 


?vl 


^ 


1-^ 


9 


a 


e. 


>: 


;• 


o 




u 


•^ 


«k 


• •« 


fcH 


b 


'yj 


O 


to 


fca 


UJ 


U 


u> 








OS 


bO 


UJ 


•A 


^ 


2 






< 


bO 


s 


o 


O 




pi: 


^ 




V 


•>4 


43 


Q 


» 


U] 


V 


>^ 


3 


:3 


M 


s 


•a 


o 




o 






o 






Q 




14 




A 




O 




►^ 




M 




< 




^ 




o 




04 




o 




^ 








•.2* .^ 



2ì 









yt 


r- 


oo 


5 


•*♦ 


-^ 


»^ 


«-4 


-M 


1-^ 


ce 


•M 


?D 


'^ 


-i« 


C^ 


C^ 


àft 


o 


-^ 


'«J* 


co 


:o 


» 


in 


co 


i 


(N 


23 


OD 


t- 


OD 




Ci 




ao 


O 
















r-i 





8 









bì =t :t ** 



e^ 






?3 



c3 






.^ 



iaa« %i I Tjdo^ 



■1^ 



luue gì 1 onog 



•"5 



O 

o 






o 


u: 


4-» 


bO 


rt 


r« 


4-1 


CU 




ti 


^~^ 


u 


a> 




:z: 


C 



(? 



*-l ^-1 -?« 



»/> 



lO 






r-4 


t>- 


g 


Ci 


^ 


CO 


«— ^ 


«-4 




'M 


r-l 


OO 


-N 


^^ 


inH 


"^ 


s 


«N 


JN 


"^ 


C5 


T*< 


-«* 


C^ 


^ 


X) 


lO 


CO 


C5 


2^ 


2J 


OO 


r- 


iTS 


QO 




Ci 


r^ 




» 


1—1 






^4* 


•■4 


»o 


'^ 


Nrt 


ift 


OO 


<s 


2 


c*^ 


f^ 


o 


t-* 


ON 


•^ 


o 


n 


OO 


»M 


c^ 


\r> 


^4 


b- 


•^ 


r*N 


i-» 


<s 




(N 


On 




Cd 


«s 




'M 



a\ 


o\ 


00 


»^s 


r/N 


TO 


"-♦■ 


n 


»^ 


OO 


r>. 


s 


M 


t>* 


Ci 


»-• 


\^> 




o 


ON 


<S 


rf 


o 


r/> 


'Tf 


t» 


r>. 


^4 


s 


SO 


P-* 


l>- 


r«% 


rr\ 


O 


<s 




M 




c^ 


VTN 




lO 


r^ 


o 


h- 


pr\ 


8^ 


(M 


o 


OS 


Ci 


-t 


't 


■30 


OS 


. O 




-i- 


-r 


so 


r>. 


CO 


r>. 


^ 


• C^ 


« 


^4 


»^ 


N 


•H 


H< 


«•^ 




-^ 


>o 


N 


ao 


rr\ 




CO 


CH 




(N 


t^\ 




tS 



^ 



inuB fi T «jdos 



k4 


t^ 


00 


r^ 




ro 


OO 


00 


•^ 


«r> 


vo 


tH 


OS 


K/S 


•^ 


'■^ 


^4 


'^ 


SO 


r*> 


o 


rr> 


r*s 


t^ 


o 


I>. 


t* 


t^ 


1^ 


r>- 


O 




O 


so 


»^ 


h- 


r« 




<N 


r< 




CN 


-^ 




-^ 



1UUV fi T oi}0<; 



o 

4-* 



C 
biD 

ex. 



rt 
u 






O 



C 

bo 

CU 
S 






ups^j^ 



duiiuudj duoizqodoj 



J 



nell'era criftiana 



367 



Tavola Vili. — Popolazione del comune di roma per sesso ed origine 

NEL 1853. 



Origine 



V^afchi 



Femmine 



Totale 



Nativi della provincia. 
Sudditi d'altre provincie 



Stranieri 



Di ignota origine 



Totale popola:{ione . 



6G 396 
16 460 

9 942 
740 

'93 538 



62 761 
13 642 

S S83 
478 

82 4G-i 



129 157 

30 102 

15 525 

1 218 

176 002 



Tavola IX. — Popolazione del 1853 distribuita per principali 

CATEGORIE PROFESSIONALI. 



. Clero secolare . . 1252 , 
Sacerdozio I j 4,164 

^ » regolare. . 2912'' 



. Magistrati ed uf- 
Principato | iJciali civili . . 

^Militari 



Proprietà. Po<;sidenti di beni, 
stabili . 



3108 I 



8,540 



19$6 1,956 



^ Agricoltori. 
Pastori . . . 



. . 3362 j 

Produzione { ' ***"' * 1 

del suolo I C»"'*»o'' • • • • ^S j 8,923 

j Pescatori .... 159 | 

^Minatori 24'' 

Manifattura 25,901 85,901 

1: Trafficanti, mer- 
canti, banchieri, 
agenti di cambio 74 3 6 

Commercio Trasportatori di 9,185 

merci e uomini, i 

per terra, per J 

\ fiumi, per mare 1749/ 

Senza professione, e di professione ignota 



Cultori delle scien- 
ze e lettere . . 



Coltura j 

^5"* i Id. della pittura, 
scienze i t.. ' • 

j _^- u 11 ' scultura, musi- 
ed art: belle \^ «ce ... . 



81 



Applica^ 
zìone 
delle 

scienze 



Medici, chirurgi, 
farmacisti e le- 
vatrici ..... 

Avvocati, procu- 
ratori, notai e 
ragionieri . . . 

Ingegneri, archi- 
tetti, misurato- 



( 
,073/ 



J 



949 



! i>^^^ 



1,913 



ri e agrimensori 293' 



Istruzione ; professori e mae- 

4*^"» stri 

scienze '. 

ed arti belle ^Studenti e alunni 1,05 



793 j 1,8** 

OSK 



Servitù 

e 
povertà 



Famigliari, s e r - 
venti stabili e di 
servizi indeter- 
minati 171303 19,31S 

Poveri questuanti i 



e ricoverati . . 2,012' 



Totale .... 



103,107 
176,002 



368 



T^opolaT^ione di T^pma 



T%OSTETTO DELLnA TOTOUi 
nel decennio j86)''/2, alla Pafqu&, 

NB, NjIU popolazione «Ijita dai parrochi pel 1871 minc«no in confronto del censimento 31 dicembre iS-a. 




e mafchi 

1863 i femmine 

V rotaie . 40 827 

e mafchi 

1S64 \ femmine 

v Totale . 40 841 

r mafchi 

1365 i femmine 

^ Totale . 44 071 



mafchi 
1866 ì femmine 



I 



^ Totale . 41 789 

e mafchi 

1867 i femmine 

'«s Totale . 42 313 



! 



mafchi 

1868 I femmine 

V Totale . 42 076 

J mafchi 

1869 ! femmine 

^ Totale . 42 515 



mafchi 
1870 ! femmine 



;70 1 



^ Totale . 42 600 

r mafchi 

1871 i femmine 

•^ Totale . 42 780 



mafchi 
1872 I femmine 



'2Ì 



V TotaU . 42 785 



f mafchi 
'• t 



Media 
deldcccnn. } femm, 

1863-71 ^ Totale 42 260 



abitanti 

di 
ogni età 

e 
categoria 



108 457 

92 704 
201 161 

no 327 

93 569 
203 896 

111 256 

96 082 
207 338 

113 210 

97 491 
210 701 

117 190 

98 383 

215 573 

119 7S5 

97 623 
217 378 

118 873 
loi 659 
220 532 

121 5S7 

104 465 
226 022 

112 $92 
104. 120 

216 712 

116 408 

105 958 
222 366 * 

US 47S 

98 69 ^ 

214 169 



Matri- 
m onii 



m • 


f 416 


• • 

1456 


■ ■ 

1*584 


■ • 

1*438 


• • 

1*616 


1" 462 


■ ■ 

É 

1' 561 


• • 

1* 823 


• • 
1*607 


■ • 

1*407 e 


• • 

1537 



'Mati 


Morti 


Nati 
morti 


parto- 
riti 
morti 


CaUgorii dei 


Militart 





2 753 
2 588 

5 323 


3 203 

2 539 
5 742 


• • 

371 


• « 

5 175 


• • 

• • 

;k»7 


2 634 
2 671 
5 305 


3 34r 
2 687 
6 028 


• • 

354 


■ • 

4 732 


• • 

377 


2 910 
2 826 
5 766 


3 537 

2 929 
6 466 


■ • 

361 


• • 

4*881 


• • 


2 713 

2 549 
5 262 


2 703 
2 294 

4 997 


■ • 

955 


5" 266 


* • 

434 


2 890 
2 8+9 
5 739 


3 260 
2 786 
6 046 « 


• • 

381 


• • 

7 360 


27S 

42 

3-'J 


2 607 
2 512 
5 119 


4 498 

3 991 
8 489 


■ • 

153 


• • 

10" 738 


326 

41 
367 


2 618 
2 6$8 
5 276 


3 089 

2 785 
5 874 


m • 

332 


• • 

10 207 


286 

42 
32:5 


2 013 
2 842 
5 755 


2 990 
2 618 
5 608 


418 


• 

9 418 


>?9 
62 

401 


3 362 

3 2^0 

6 602 


4 322 
3 290 
7 612 


• • 

565 


• ■ 

5*687 


• 

• • 


3 6o| 
3 336 
6 940 .i 


5 652 
4 272 
9 924 j 


• • 

715 


■ • 

7*708 


• • 

• • 


2 785 
2 721 
5 506 


3 660 
3 019 
6 679 


• ■ 

• • 

421 


• • 

7' 117 


• • 



a Dal mftggio alPottobre 1867 morirono di cholera 1134 maschi, 1041 femmine, totale 217$. 
b Nell'anaf^rAftf parrocchiale del 1872 a Pasqua, mancano 221 18 abitanti, che rappresentano IVccedenza del 
dai parrochi. Quanto a quella del 1871 la differenza proviene dall'esser questa riferibile all'epoca delia Pasqua 
e \ matrimoni son dati secondo le cifre dei parrochi rettificate; lo btato civile non ne rej^istrò che 712 nel 
d Le cifre dei nati e dei morti del 187 1 e del 1872 son quelle dello Stato civile. I parrochi notarono nei 
Dei nati nel 1871, secondo lo stato civile, vi furono 937 illegittimi, (1,40 per ccato), e in quelli del \f^-i 



nell'era criftiana 



369 



VhiE T>03iiCICILl^T^ "DI %OtM:a 
secondo gli Stati delle anime, 

72,115 c^' erano o di passaggio il giorno del censimento di fatto, o nuovi domiciliati non iscritti dai parrochi. 



la popola:^ione 
cibile 


Popola- 
zione 
cattolica 
stabile 


'Dijìinzione della 
per 


popolazione cattolica 
stato civile. 


stabile 


Fra gli 
ecctó- 

siaftici, 

supera- 
vano 

21 anni 


Jfraeìiti 


Etero- 
do/fi 


Impuberi 


Celibi 


Coniugati 


Vedovi 


Ecclef. 

colleg.educ. 

e chierici 


• • 

4 490 


• m 
m m 

311 


98 09 1 

92 70 ^ 

190 798 


22 321 
19 990 
42 311 


36 69$ 
30 181 
66 875 


30 235 
28 201 
58 436 


4 301 

9 447 
13 748 


4 543 
4 88s 
9 428 


4 463 
2 031 
6 494 


• • 

4*495 


m 

"382 


100 341 

93 569 
193 910 


23 907 
21 371 
45 278 


35 224 
27 871 
63 095 


31 732 

2? 549 
61 281 


4 893 

9 908 

14 801 


4 585 
4 870 
9 455 


4 578 
2 059 
6 637 


• • 

• • 

4 552 


• • 

437 


loi 065 

96 082 

197 147 


24 108 
21 929 
46 037 


35 061 
29 249 
64 310 


32 256 
30 lOI 
62 357 


4 979 

9 956 

14 935 


4 661 

4 847 
9 508 


5 109 
2 112 
7 221 


• • 

4 567 


• ■ 

429 


102 514 

97 491 
200 005 


23 814 
2^ 089 
45 903 


35 112 

29 719 
64 831 


33 080 
30 233 
63 313 


5 757 
IO 548 

16 305 


4 751 
4 902 
9 653 


5 209 
2 169 
7 378 


2 418 
2 232 
4 G50 


• • 

'457 


104 403 

98 385 

202 78G 


24 219 
22 804 
47 023 


36 016 
29 804. 
65 820 


32 982 

30 471 
63 453 


4 959 
IO 3S9 
15 318 


6 227 

4 9^5 
11 172 


5 194 
2 215 

7 409 


2 39 + 
2 208 

4 G<J2 


• ■ 

'488 


103 560 

97 625 

201 183 


23 380 
22 4^7 
45 827 


35 073 
28 815 

63 888 


33 340 
30 881 
64 221 


5 448 
IO 356 
15 804 


6 319 

5 124 

11 443 


5 175 
2 191 

7 366 


2 435 
2 247 

4 r,b2 


261 
637 


105 569 

99 109 
204 678 


24 405 
22 035 
47 338 


36 258 

30 345 
6(> 603 


32 871 
30 430 

63 301 


5 637 
IO 189 
15 826 


6 400 

5 210 

11 610 


5 224 
2 256 
7 480 


2 452 
2 259 

4 711 


368 

247 
(315 


108 980 
loi 8c)7 
210 877 


25 015 
23 404 
48 419 


36 722 
31 117 
67 839 


33 960 

3^ 365 
65 325 


5 809 
IO 651 
16 460 


7 47* 

5 360 

12 834 


6 212 
2 309 
8 521 


2 231 
2 3H8 
4 G19 


4 079 
3 121 
7 290 


107 669 
loi 791 
209 460 


24 421 
22 756 
47 157 


37 338 

31 997 
69 335 


33 799 
31 801 

65 600 


5 823 

IO lOJ. 

15 927 


6 288 

5 153 
11 441 


4 923 
2 329 

7 252 


2 231 
2 388 
4 G19 


• ■ 

• • 

• • 


112 078 
103 725 
215 803 


26 329 
24 119 
50 448 


38 052 
31 084 
69 136 


35 796 
33 282 
69 078 


6 228 
IO 153 
16 381 


5 673 

5 087 

10 760 


4 330 
2 233 

6 563 


4" 598 


• ■ 

• m 

• ■ 


104 426 

98 237 

202 663 


2^ 211 
22 397 
46 608 


36 136 
30 005 
66 139 


33 021 
30 632 
63 653 


5 383 
IO 167 

15 550 


5 675 

5 038 

10 713 


5 042 
2 190 
7 232 



censimento generale italiano del 31 dicembre 1871 , per abitanti di passaggio o nuovi 

mentre il censimento generale fu al 31 dicembre e diede 244,484 abitanti. 

1871 e 1200 nel 1872. 

1871, nati 5557 e morti 5815 e nel 1872 nati 5940 e morti 6489. 

10*7 (15 per cento). 



domiciliati non registrati, 



370 



Topola^ione di %pma 



9 ^ 



•A 



§ 



-^ 



•«• 


■ 


v- 




•i 


•*• 


e 




o 


?^ 




5 






^ 


o 




5 






IS 


'«« 
a'5: 


•♦» 




5« 








h2 


^ 


^ 


^^> 




• ^ 


2-^ 




1 






\ì 








^i 




5 


v^ 




,c. 


•« 




i-I 


•^ 






«» 
Q 








.<- 






'■«i» 




^i 


^ 




.st 






•»* 


"»>* 




•«• 


Q 




K 


^ 




5 


^ 

R 




t:: 


•2 






na 












o 






^ 






e. 




•5> 






^ 












2 


••* 

•ii 

T3 




(5 












^ 


.Vi 




« 


;:: 




•-* 


o 




5: 


^llfc 






2 




5 


••* 






^>* 






V. 










•«e 

t 



-2: 
«i 



1= 



.2 
o 



o 



3AIA 0001 j^d i>z o izLz dUIUIUi;>j x 
TATA oooi J3d j-gr o i^Lz ouoinj ins^ui j ^^ 



ac O O y 

e* rH T- 



r>» 'M »-< r- 'N ^ w5 1-1 

r^ 5^ co lO O Ci C- ^,' 



►^ vO 00 "^ «/^ OnvO •-< Q ^ 00 1-^ 
^S »M »H »-« CJ \y^ O *^ «"•^ /— r 



1^ n fTN 



VN t>. •-• 00 00 ■"^VO <s «>^ o »^ O 

" •" ^ s 



»0 **< co :£> -e ift IO "-1* »ft O «£» T-i 

tO 7^ ^D kO co l^ ?^ lO -M t^ T-i »0 

r^XC-ClTHiOG^lCSCOO^-i C5 

•^ 1-1 »0 Q 1-1 "^ t>- OS -^ iH y~* 

!N 5M 3^ co co (M r^ Ci 



r<N r« \r^ztO 00 r» «^>0 OO O Ov 

f^vo oo «/^ '^ r^oo o\ *-* t>*>o 

C< O « •^"^•-•00 w-^M 



Ci 
Ci 



CO 
Ci 



p* csoooo Ooo r<00 t^Q 
c^nnO r^ o^ ^ o^oo vi^ O O 
u^vO On ON M OSOO 00 o 



\AS 






d >-i D i/NvO <S 00 "Tt CS 



GO 
Ci 



^X"^l>-'NCOi-iCO'Ni< 

CO ?0 Ili Ci 1-1 CO -^ o -t< ^ 
■^1— t3'l'^àO»OàOàO-^2 



co \0 



O^ O 00 't *^oo e» o <s o «> 



G^ 



t>.oo vo f^ r>. vr> on r«»» o ^'^ n lO 

•-• l>» "'tOO 00»-i»-iO«-«00»^ ii5 
«^ «-iCStSrrNrrsrrxn CO 



CO 



C^l lO 1-< O T-* 

tÓ 70 '>i ^ C^i 

lO ri -M CO CO 






g 



CO r« -^vO 
»^ n <s SO 



co 



Ci ^C ^O O i-" 

ccifì ce r- ic 

lO 1-H C£ «A Ci 

CD ìD CO ii5 T-i 

•«* ;o :o r-i Ci 



ONOO r«^OC 






0\0 



e? 



o^r>.ó 00 



Ci 



*** 'H^ X o «5 

t* -M Q 1^ 1^ 

iC <N "^ Ci r-i 

(N th 1-1 :c 



ON «^N r«^ ^ 



55 






o « 

^'^-iOOOOOOOO o 

^t-<.rtt-«0000000 
•-• N rr\ ^ %y^\0 r^OO On 



■«« • 

a 
.o 

,0 3JD.2 O 
^ e 41 O <U 

►Suu> 



ift 



CO 



2 . 

IV 

«so 



e5 






nell'ira criftiana 



371 



^4PPE'K.T)ICE ^L T%OSPETTO PRECEDENTE. 

^Proporzioni dei viventi e dei morti per la popolazione laica, la ecclejìajlica e la totale 

media del decennio j86)'j2. 



^{ e d i a del decennio j 86 j-yi. 



Popolazione laica 
comprefi 






Ecc 


lefiaftic 


• 

' t 






T tale 

.1 :.^^. 7-.*— 














pOpVlU^WflC tUll'U 


T non cattolici 


■«« 








Religiofi 


^ 


ed ecclefiajiica 




••• 

a 






•-• 
•Ss 












.1 

5 


^ 

'S 




••• 

5 






^ 

« 




ti: 


i^ 










^ 


t:; 




:? 


lì: 


fi; 



110 43 il 96 503(206 937I 32] 93[i 312I 732I2 873I2 190I7 232I115 475I 98 694J214 169 



^Ccdia decennale dei morii 


Proporzione media decennale dei morti 
per 1000 di ogni categoria 


della popolazione 
laica 


degli 
eccìefiafiici 


Totale 


Laici 


Eccìefiafiici 


Totale 
abitanti 


< 


ti: 




1 


Femmine 




••* 




s5 


•** 

» 






•»4 

1 


ti; 






lì: 


■5 
f5 



3 vA^ 96)[6 524] ioi| 54I I55I5 660I3 019I6 679l32.2|3o.7|31.5|20.o[24.6|21.4|3i.8l30.6l31.2 
47 — fonografia di T\pma. Parte IL 



37^ 



Topola:^ione di ^oma 



9O9OL^ZI0'ME DEL 1870. 
Vrofpetto della popoìa:(jione di T{gma e suo cenjimento per parrocchie. 



(Questi dati si trovano, anno per anno, dal 1850 al 1870, negli Stati delle anime; ma non vi )H>ttO 
inclusi I non cattolici, nò U popolaxlone mutabile: da ciò la differenza col prospetto decennale pre- 
cedente, pel 1870. 



^Parrocchie 



VKafchi 



Femmine 



Totale 



Mairi- 



monti 



"K/iii 



Morti 



Palazzi apostolici 

S. Giov. Laterano 

S. Pietro in Vatic. 

S. Maria Maggiore 

SS. Lorenzo e Da- 
maso .... 

S. Maria in Tra- 
stevere . . . 

S. Maria in Via 
j_<ata • • • • 

S. Maria in Co- 
smedin . . . 

S. Eustachio % . 

S. Marco . . . 

S. Angelo in Pe- 
scheria . . . 

S. Nicola in Car- 

WvX w • • • • 

SS. Celso e Giu- 
liano .... 

S. Tomaso in Pa- 
rione . . . 

S. Giov. dei Fio- 
rentini . . . 

S. Caterina della 
Rota . . . 

S. Maria dei Monti 

S. Giacomo . . 

S. Rocco . . . 

S. Maria di Loreto 

S. Lucia del Gon- 
falone . . . 

S. Spirito in Sassia 

S. Lorenzo in Lu ■ 
Cina .... 

S. Marcello . . 

S. Maria in Via . 

SS. Apostoli. . 

S. Martino. . . 



SI3 
080 

2 864 
2 736 


983 
2 317 

3 361 


869 
1 963 

5 181 

6 097 


6 
8 

35 

43 


IO 

223 
219 
189 


14 
67 

131 
168 


2 826 


2 714 


5 540 


S2 


143 


191 


3 218 


3 33) 


6 553 


89 


217 


216 


I 124 


I 205 


2 329 


18 


35 


50 


I 170 

1 914 

2 002 


885 
2 002 

I 749 


2 055 

3 916 
3 751 


13 
41 
28 


53 

90 

73 


76 


I 308 


I 501 


2 809 


29 


105 


118 


2 895 


I 887 


4 782 


50 


147 


^35 


2 4S8 


2 175 


4 633 


43 


157 


118 


2 612 


2 813 


5 425 


56 


174 


149 


3 154 


2 64.0 


5 794 


40 


154 


i63 


2 216 

3 204 

2 531 
2 611 

2 417 


1 067 

2 ^64 
2 672 

2 139 
2 193 


4 183 
6 068 

5 203 
4 750 
4 610 


37 
44 

46 


117 
170 
106 
102 

154 


156 

102 
129 


4 023 

2 093 


3 407 
3 026 


7 430 
5 119 


77 
35 


186 
90 


200 
120 


2 883 
I 000 

1 693 

2 325 
2 550 


2 686 

842 

I 586 

1 632 

2 425 


5 569 
1 842 
3 279 

3 957 

4 975 


57 
21 

il 

61 


122 

49 

51 

73 
172 


no 

66 
138 



nell'ira criftiana 

Segue Topoìaiiotu di 'B^ma del iSjo, 



373 



^Parrocchie 



fXafchi 



Femmine 



Totale 



Mairi' 


1 




"KaH 


monti 





Morti 



S.Maria sopra Mi- 








1 




nerva . . . 


I 473 


I 309 


2 782 


14 


59 


S. Bart. all' Isola 


272 


203 


475 


4 


II 


S. Grisogono . . 


I 730 


I 669 


3 399 


25 


140 


S. Agostino . . 


3 322 


2 767 


6 089 


47 


136 


SS. Quirico e Giu- 












litta .... 


2 052 


2 667 


4 719 


39 


146 


S. Maria del Po- 












polo . . . 


2 856 


3038 


5 894 


55 


151 


S. Maria in Cam- 












piteli i . . . 


I 046 


I 116 


2 162 


14 


53 


S. Maria in Tra- 












spontina . . . 


2 510 


2 272 


4 782 


28 


137 


SS. Vincenzo ed 












Anastasio . . 


5 010 


4 305 


9 315 


72 


207 


S.Maria inAquiro 


I 930 


I 653 


3 583 


47 


74 


S. Andrea delle 












Fratte .... 


3 625 


3 613 


7 238 


54 


132 


S. Carlo ai Catin. 


3 108 


2 775 


5 883 


67 


168 


S.Maria in Mon- 








• 




ticelli . . . 


2 832 


2 861 


5 693 


64 


190 


S.Salv. delle Corte 


2 8o| 


2 709 


5 513 


43 


169 


S. Dorotea . . 


2 617 


3 512 


6 129 


52 


186 


S. Bernardo . . 


I 848 


I 960 


3 808 


32 


56 


S. M. Maddalena 


I 376 


I 314 


2 690 


19 


57 


SS. Cosma e Da- 












• 

miano 


2 693 


2 776 


5 469 


44 


181 


S. Paolo fuori le 


^ ^ 










mura .... 


849 


210 


1 059 


2 


15 


S. Agnese fuori le 












mura .... 


789 


258 


1 047 


2 


IO 


S. Lorenzo fuori 












le mura . . 


313 


114 


427 


5 


12 


S. Sebastiano fuo- 


^ ^ 










ri le mura . . 


391 


170 


561 


I 


9 


S. Maria del Car- 


^ X 








• 


mine .... 


968 


674 


1 642 


14 


31 


S. Francesco a 












Monte Mario . 


323 


148 


471 


II 


II 


SS. Marcellino e 












Pietro . . . 


215 


105 


320 


• ■ 


• • 


S. M. del Rosario 


25 + 


147 


401 


7 


IO 


S.Mariadelle For- 












naci .... 


454 


190 


644 


9 


23 


Totale . . . 


108 980 


101 897 


210 877 


1 823 


5 755 



59 

17 
108 

138 
119 

143 

43 
146 

196 
55 

133 

152 

227 
219 

184 
123 

52 
160 

37 
22 

26 

18 

39 

13 

16 
19 

30 
5 608 



374 



Topola:iione di %pma 



■ 






Sì 



-^ 




•-3 


•« 
•^ 


ti4 


V 


Q 


••« 




•^ 


O 


2 


hs 


J!^ 


>, 


w 
« 


^ 


Vi 


^ 


•-? 


t^ 


V, 


i:^ 




o 


::: 


:? 


S 


ti3 


•Si 




o 


O 


^.■« 


e^ 




y 


V* 


:? 


:^ 


3 




^ 


:=: 




•«i»» 




\i 




5t 











»-3 



Vi 

o 




i 




••• 

Vi 
■•* 

>i 

Vi 
Vi 




5 

•* 

ti: 


t 


Vi 
••* 

-1 


►2Ì 

5^ 


ci 


* 




CO 


-N 


IO 


-^ 


r^ 


lO 


r* 


5^1 


:o 


00 


O 


-M 


s 




1^ 


»H 


r^ 


»-i 


<s 


v> 


r^ 


-t 


o 


«S 


1- 


o 


't 


'^ 


NO 


^/^ 






rr\ 


r*^ 






vO 


•-4 


r'N 


OS 


On 


•M 


I>« 


On 


iM 


00 


vO 


r^ 



30 



\rs 






GO 






Ci 



O 



«s 



O 



CO (M 



oo r>. 

O 



vr\ 



r-* vo 

so 



O CO 
co 1-i 
1-1 Ci 



o o 



so oo 

VO 



00 'H 

o CO 
co c^ 



OS O 



rs «-1 



KH ve 



«s 



o 

*■* 

hi* 

o 









OS 



.9 (N 






• •-4 '^ 



S^E £-SSg 



duoiz 



^ 



:^o 



^ 



-Biodoj !"°W 



m 








b» 


co 


00 


IO 




t^ 


co 


o 


i;5 


%> 


00 


co 


co 


T-i 












?3 


o 


2! 


tO 


CO 


O 


1-H 


o 






t-. 


-^l 


«?< 






^i 


C5 


co 


00 


3 


a: 


» 


(M 


co 


30 


ss 


tH 


00 


c^ 


<M 


s 
^ 


o 


Ci 






k^ 


1-H 










o 


CD 


o 


IO 


••• 


00 


-M 


.-•iS 


irs 


.V-j 


o 


'^ 


C5 


co 


*^ 










. >J 


00 


-^ 


(71 


co 


:? 




^ 








o 


s 


TO 


o 


^ 


o 


CI 


»•> 


« 


'i^ 


lA 


Ci 


o* 



(5 



ti: 






1) 

3 

LO 



CO lO 



^4 


t^ 


VO 


^ 


«^N 


VO 


»rN 


OS 


VO 


f^ 


trs 


»rN 



OS •'«^ »*l \0 
O OO r^ «^-^ 

00 r's f*^ «^'s 



VN 



cr\ 




lO 


co 


-«*< 


00 


^N 


àO 


co 


o 


co 


co 


(?! 


-^ 


1(0 


co 


T-^ 


l-« 


co 


co 






t^s 


«s 


*V^ 


f*S 


NO 


r^ 


\^\ 


o 


pr\ 


SO 


»>^ 


VO 



-« o 



o 


1-^ 


•H 


w^ 


so 


<s 


oo 


o 


OS 


o 


VO 


oo 



I 

VO 
OO 



I 

VO 

00 



o • • o * 

'Zi ^ •- u 

e "^ £3 "* 

o S ^ o S « 

> ^ ^ 

OUOIZBT 



o 

e 

s 

w 
u 



e 
o 
O 



nell'era criftiana 



375 



PROSPETTO 'DELL' ISTliUZIOKE NEL 1870 
per seffi e iftituti. 



ISTITUTI 



M afe h i 



gratuiti 



a pagare 



Totale 



Femmine 



gratuite^ a pagare 



Totale 



Istruzione scientifica . 4 106 



Istruzione element. Pa- 
dri delle scuole Pie . 

Padri dottrinari . . . 

Frat. delle scuole crist. 

Fratelli della Miserie. 



Maestre per operaie . 
Id. Venerine . 
Suore Divina Prowid. 

Id. della Prowid. 
Figlie della Carità . . 
Suore del Puro Sangue. 

Scuole varie 

Scuole regionarie. . . 
Conservatorii, ecc. . 

Totale 



330 
176 

I 569 
255 



Scuole del Seminario 
Vaticano 


28 


Scuole parrocchiali . . 


I 061 


Scuole varie 


126 


Asili d'infanzia .... 


470 


Scuole regionarie . . 


• « 


Scuole notturne . . . 


I 450 


Scuole nei collegi se- 
colari, ecc 


I 262 



10 833 



40 



643 



1 683 



4 106 

330 

176 

1 569 

255 

28 

1 061 

166 

470 

1 643 

1 450 

1 262 



12 516 



I 126 

344 
220 

130 

1 361 
881 

2 148 

• • 

3 051 
9 261 



41 
20 

• 

210 



374 
2 200 



2 845 



1 167 
364 
220 
340 

1 361 
881 

2 522 

2 200 

3 051 

12 106 



37^ Topola:(^ione di %oma 

I. — SUPERFICIE PEX OATEGOTilE, 
ddla città di l{pma, efclufo il sutnirhio ed agro 



SUTEIiFICIE 
della città di %pma entro la cinta 



%10'MI 



Fabbricata 



'H.on 
fabbricata 



Stradale 



Del 
fiume 



Totale 



Monti . . . 


838 400 


3 016 710 


463 380 


• • 


4 318 490 


Trevi . . 


235 570 


333 170 


153 600 


m • 


720 340 


Colonna . . 


231 710 


296 170 


70 060 


• » 


597 940 


Campo Marzio 


422 050 


195 390 


171 790 


28 070 


817 300 


Ponte . . . 


189 600 




76 140 


69 5 SO 


335 290 


Parione . . 


129 930 




57 040 


■ • 


186 970 


Regola . . 


175 380 




74 570 


62 750 


312 700 


S. Eustachio. 


137 940 




41 270 


« • 


179 210 


Pigna . . 


153 690 




59 230 


1 

• ■ 


212 920 


Campitelli . 


241 870 


884 3$o 


192 710 


• • 


1 318 930 


S. Angelo . 


81 810 


• • 


27 540 


8 500 


117 850 


Ripa . . . 


140 800 


2 027 860 


198 180 


163 120 


2 529 960 


Trastevere . 


556 270 


868 890 


200 580 


226 050 


1 851 790 


Borgo . . . 


296 560 


165 140 


126 760 


25 ODO 


613 460 


Tot. e rapporti 


3 829 580 


7 787 680 


1 912 850 


583 040 


14 113 150 



nell'era criftiana 



377 



ASSOLUTA E %EL^TIVoÌ, 

{secondo il cenfimento al ji dicembre 1871). 



Per ogni jooo metri quadrati 
di superficie totale 



Super- 

fide 

fabbricata 



Superficie 

non 
fabbricata 



Superficie 
stradale 



Superficie 

del 

fiume 



Topola^ione 

efclufa quella 

del 

suburbio 

ed 

Agro Romano 



Popolazione 

per ogni 1000 m. q. 

di superficie 



Fabbricata 



Totale 



194.14 
524.25 
387.51 
516.40 
565.48 
694.92 
560.86 
769.71 
721.82 
183.38 
694.19 

5S'65 
300.40 
483.42 

271.35 



698.56 
462.52 



495-32 



239.07 



670.50 



801.54 
469.22 
269.20 



551.80 



107.30 
213.23 
117.17 
210.19 
227.09 
305.08 

238.47 
230.29 

278.18 

146.12 

233.69 

78.33 
108.31 

206.63 



135.54 



34.34 



207.43 



200.67 



72.12 

64.48 

122.07 

40.75 



35 940 

14 751 

13 569 

24 729 
23 504 

14 125 
16 360 

8 687 

7 071 

8 934 

8 282 

5 221 

26 025 

12 410 



41.31 219 608 



37.08 
46.78 
41.85 



57.35 



42.87 


8.32 


63.15 


20.48 


58.56 


22.69 


58.59 


30.26 


123.96 


70.10 


108.71 


75.55 


93.27 


52.32 


62.97 


48.47 


46.01 


33.21 


36.93 


6.77 


101.22 


70.27 



2.06 



14.05 



20.23 



15.56 



378 



FRAZIONI 



Topola:;^ione di %oma 

IL — STATO DELL^ POTOLjiZIO 

(Cenjimento 



^ 



Tenute 



LUOGHI ABITA TI 



Paìani 

haro- 

naìt 



Qtftni 



Casali 



Cafcitie 



Ca- 
panne 









Ponte Galera . 


3 


38 


• • 


15 


50 


4 


33 


« ■ 


Porto. . . . 




5 


• • 


25 


9 


I 


6 


• • 


Maccarese . . 




8 


I 


• • 


22 


6 


14 


I 


Torreimpietra . 




8 


I 


• ■ 


28 


5 


22 


• • 


Palo .... 




8 


I 


33 


19 


• • 


I 


• ■ 


S. Severa . . 




5 


3 


12 


21 


• 


8 


• • 


Castel Giuliano. 




5 




• * 


18 


• • 


12 


12 


Boccea . . . 


3 


27 




I 


33 


I 


21 


2 


Isola Farnese . 


3 


20 




B • 


34 


4 


16 


6 


Prima Porta . 


4 


29 




• • 


66 


I 


19 


5 


Marcigliana . . 


4 


73 




9 


57 


6 


28 


a • 


S. Vittorino . 


2 


8 




30 


17 


1 


5 


m • 


Torre Nuova . . 


6 


48 




6 


33 




18 


I 


Castel di Leva. 


4 


57 




I 


24 




27 


8 


Porcigliano . . 


2 


22 


I 


2 


36 




18 


II 


Ostia .... 


I 


7 


I 


30 


8 


* • 


• • 


• . 


S. Procula . . 


3 


39 


« a 


I 


98 




24 


> 


Tor S. Lorenzo. 




4 






20 




6 




Casal della Mand. 




6 






3 




13 




Campo morto . 




2 






20 




54 




Castel Ginnetto. 




9 






17 




• • 




Colle ferro . . 




I 






I 




• • 




Totale . . 


46 


429 


8 


165 


614 


45 


345 


49 



nell'ira crifliana 

"hLE T)ELU AGRO ROD^^NO 
)i dicembre i8ji). 

T0T0L.AZ10n»E 



379 



NHmero 
delle famiglU 


i\C^SCHI 


FEOOKI-H^E 


TOTALE 


Stabili 


Avent, 


Stabili 


Avent, 


Stabili 


Avent. 


stabili 


Avent, 



Totale 
generale 



37 


61 


38 


53 


M 


12 


21 


48 


SI 


25 


28 


40 


18 


43 


18 


58 


42 


51 


2$ 


56 


65 


75 


63 


39 


29 


48 


24 


86 


33 


78 


20 


27 


45 


64 


IX 


36 


• • 


15 


z8 


70 


9 


29 


I 


8 



611 



1022 



125 


555 


43 


68 


91 


372 


57 


IO 


100 


203 


18 


3 


88 


578 


24 


116 


162 


252 


77 


2 


75 


569 


31 


36 


40 


299 


22 


36 


61 


630 


28 


208 


126 


611 


69 


60 


129 


515 


33 


20 


528 


597 


126 


89 


167 


284 


86 


100 


117 


463 


36 


108 


180 


639 


64 


80 


63 


U>7 


18 


55 


97 


613 


20 


77 


177 


704 


68 


37 


12 


120 


3 


40 


• • 


138 


• ■ 


44 


91 


841 


20 


306 


40 


267 


15 


74 


3 


59 


• • 


3 


2272 


1046G 


858 


1572 



168 


623 


791 


148 


382 


530 


118 


206 


324 


112 


694 


806 


239 


254 


493 


106 


605 


711 


62 


335 


397 


89 


838 


927 


195 


671 


866 


162 


535 


697 


454 


686 


1140 


253 


384 


637 


153 


571 


724 


244 


719 


963 


81 


1212 


1293 


117 


690 


807 


245 


741 


986 


15 


160 


175 


• • 


182 


182 


111 


1147 


1258 


55 


341 


396 


3 


62 


65 


3130 


i 12038 


15168 



48 — fonografia di 1{oma, Parte IL 



38o 



Vopola:(^ione di T(^oma 

m. — 'PROSPETTO DELLA TOPOLAZIOME DEL 
secondo i rijuìtati del Cenfimento efeguìio la notU del ^i dicembre 



DEn.OMl'MAZICrME 
dei 
%iotii 



'POTOL^ZIO'ME 



Stabile 



a 

v^ 
^ 









Monti 33 814 

Trevi 12 699 

Colonna 12 084 

Campo Marzio 21 456 

Ponte 22 323 

Parione 13 306 

Regola 15 459 

S. Eustachio 8 182 

Pigna 6 395 

Campitelii 7 768 

S. Angelo 8 009 

Ripa 4 457 

Trastevere 2\. 767 

Borgo II 499 



778 
607 

• • 

895 



Totale 



202 218 



Agro romano 



404 

I 665 

963 

5 312 



697 2 393 



Totale generale .... 202 915 



7 705 



34 592 
13 306 

12 0&4 
22 351 
22 323 

13 306 
15 459 

8 182 

6 395 

7 768 

8 009 
4 861 

26 432 
12 462 

207 530 
3 09( 

210 62() 



Di paffaggio 



« 




'«« 




C3 




K 




^ 




w. 




;: 
^ 


f^ 


^ 


« 


bc 


/i^ 


^ 


^ 



402 

286 
391 

802 

95 

175 

17* 

38 

'i 

34 
180 

141 
114 

3 067 
227 

] 294 



i5 



i07[ 50ìì 



12 



IO 



16 

25 
31 

201 
170 

371 



29S 
391 
812 

95 
173 
174 

38 

97 
140 

34 
\% 

145 

3 2(W 
397 

3 665 



nell'era criftiana 381 

COMiniE DI %OMA PETI %ia7^I ET> ^G'RP 

iSjj al I gennaio i8y2, (Pubbl. uffic. del Municipio di Roma.) 



T%ESE'M TE 





Somma compleffiva 


Totale 


'Per qualche tempo 












Agglomerata 


S par fa 


Tei 


'ale 


popola- 


Q 
Q 


















:(ione 




^ 

Q 


4Ì 






•*• 




1 




presente 


^ 

^ 


c^ 


F^ 


:i 


tj; 


^ 


a; 


:? 


^ 





I 724 
I 766 
I 094 

2 471 

I 086 

646 

467 

579 
I 026 

239 

584 

I 117 

797 

14 323 

I 470 

15 793 



698 
459 



420 



450 

I 416 

792 

4 235 

IO 171 



2 422 


19 389 


2 225 


7938 


1 094 


7 337 


2 891 


12 536 


1 086 


12 813" 


646 


7 609 


727 


8 746 


467 


4 655 


579 


3 910 


1 026 


5 210 


239 


4 125 


1 034 


3 476 


2 533 

• 


13 779 


1 589 


7 64* 


18 558 


119 167 


Il 641 


2 044 


30 199 

1 


121 211 



16 551 

6 813 

6 232 

12 193 

IO 691 

6 516 

7 614 
4 032 
3 161 

3 724 

4 157 



100 441 



350 



100 791 



I 231 
784 

■ • 

996 



352 
294 



I 745 


711 


12 246 


2 332 


4 766 


I 340 



7 394 

IO 662 



18 056 



329 



159 
774 
446 

2 354 

2 072 

4 426 



20 620 


8 722 


7 337 


13 532 


12 813 


7 609 


8 746 


4 655 


3 910 


5 210 


4 125 


4 187 


16 111 


8 984 


126 561 


12 706 


139 267 



16 903 
7 107 
6 232 

12 522 
10 691 

6 516 

7 614 
4 032 
3 161 

3 724 

4 157 
1 904 

13 020 

5 212 



102 795 
2 422 



37 523 

15 829 

13 569 
26 054 
23 504 

14 125 

16 360 
8 687 

7 071 

8 934 
8 282 
6 091 

29 131 
14 196 



229 356 
15 128 



244 484 



382 ^Popolazione di 'H^oma 

Segue Tavola Ili. 



DBK^OOiCiyLAZIOSE 

dfi 

%io ni 



^4SSE'K,TI 'DAL COMU'X.E 



Ter meno di sii mffi Ver più di sei mtp 






=« 

^ 



. I 



«• 



%• 

« 









2 



Monti 148 

Trevi 86 

Colonna 75 

Campo Marzio 93 

Ponte 43 

Parione 72 

Regola 47 

S. Eustachio 24 

Pigna 56 

Campitelli 36 

S. Angelo 55 

Ripa 5 

Trastevere 45 

Borgo 20 

Totale .... 765 

Agro romano 17 

Jotah generale .... 782 



I 
4 



3 
I 

I 
10 

IO 

20 



HO 


287 


90 


214 


75 


218 


93 


259 


43 


213 


72 


199 


47 


129 


24 


98 


36 


89 


36 


68 


35 


83 


8 


53 


46 


141 


21 


H 


775 


2 120 


27 


8 


802 


2 128 



41 

18 



5 
9 



78 



83 



3-2S 
23J 

218 
2ri»> 
2ÌO 
109 

98 

89 
G8 
8:3 
41 
150 
84 

2 198 
13 

2 211 



nell'era criftiana 



383 



SECO'ì^iDO IL CENSIMENTO 31 DICEMBRE rSji, 



Somma compleffiv a 



Agglomerata 


S par fa 




V 




^ 




.5 






:^ 


^ 


:? 


ti; 



Totale 



I 






o 



Totale 

della popola:^ione 

preferite ed affente 



.V» 



■ «1 



^ 



lì; 



-4 

(5 



325 


no 


197 


103 


222 


71 


240 


112 


190 


66 


182 


89 


I}2 


41 


85 


37 


85 


40 


77 


27 


91 


27 


29 


14 


122 


64 


69 


35 


2 046 


839 


20 


5 


2 066 


844 



14 

II 



28 



II 



5 
8 

I 

44 

12 

56 



339 

208 
222 



190 
182 
132 
85 
85 
77 
91 
34 



44 

3 

47 



70 

2 090 
32 

2 122 



138 

114 

71 



245 114 



66 
89 
44 
37 
40 
27 
27 
15 



130 66 



35 



883 
•8 

891 



477 
322 
293 
359 
256 
271 
176 
122 
125 
104 
118 
49 
196 
105 



2 973 

40 



3 013 



20 959 
8 930 
7 559 

13 777 



13 003 



7 791 



8 878 

4 740 

3 995 

5 287 

4 216 
4 221 

16 241 



9 054 



128 651 
12 738 



141 389 



17 041 
7 221 
6 303 

12 636 
10 757 

6 605 

7 658 
4 069 
3 201 

3 751 

4 184 
1 919 

13 086 

5 247 



103 678 
2 430 



106 108 



38 000 
16 151 

13 862 
26 413 
23 760 

14 396 
16 536 

8 809 

7 196 

9 038 

8 400 
6 140 

29 327 



14 301 



232 329 
15 168 



247 497 



384 Topola:(^ione di T(oma 

Segue Tavola IH. 





K unterò delle 


' e afe 


"K. 


urne ro 


Denominazione 
dei 


Agglomerate 


Sparje 


Totale 


delle Famiglie 












^ 






















^ 


%ioni 






4S 











Sparfe 


e 



Monti . . . 
Trevi . . . . 
Colonna . . 
Campo Marzio. 
Ponte . . . 
Pa rione . . . 
Regola . . . 
S. Eustachio 
Pigna . . . 
Campitelli . . 
S. Angelo. . 
Ripa . . . , 
Trastevere. . 



Borgo 



I 918 
670 

S56 
I 367 

866 

456 

S77 
271 

256 

453 
446 

344 

I 041 

750 



Totale ... 9 9711 444 



Agro romano . . 167 



Totale generale 10 138 



19 

15 

3 
26 

I 

II 



4 
16 

5 

4 
79 

175 
86 



202 

146 



21 



8 



452 



88 

337 
254 

1 048 
556 

1 604 



168 



92 

146 

2 

408 
56 

^64 



2 120 
816 
556 



19 
183 
3 



1 388 


26 


866 


1 


456 


11 


577 


• • 


271 


• 
4 


256 


16 


453 


5 


446 


4 


432 


171 


1 378 


321 


1 004 


88 


11 019 


852 


723 


64 


11 742 


916 



6094 


211 


6 305 


2 597 


198 


2 795 


2 484 


• • 


2 484 


4 69$ 


207 


4 90-2 


4 217 




4 217 


2 362 




2 362 


3 640 




3 m 


I 487 




1487 


I 201 




1 201 


I 447 




1 447 


I 692 




1 69-2 


830 


ICQ 


930 


5 041 


395 


5434 


2 002 


249 


2 251 


39 789 


1 358 


41 147 


300 


I 333 


1 m 


40 089 


2 691 


42 780 



Tavola IV. 



nell'ira criftiana 

Segue Cenfimento al )i dicembre j8yi. 



385 





Qualità della dimora nel Comune 




Stabile 


Di paff aggio 


Ter qualche tempo 




Nati 

nel 

Comutu 


Nati 

in altro 

Comu ne 


Nati 

fuori 

dello Stato 


Nati nel 
Comune 


Nati 

in altro 

Comune 


Nati 

fuori 

dello Stato 


Nati nel 
Comune 


Nati 

in altro 

Comune 


Nati 

fuori 

dello Stato 



Maschi . 
Femmine 



60,515 
52,056 



Totale. 112,569 



49,692 
46,556 


1211 
592 


22 


2364 
522 


472 
285 


58 

2 


24,166. 
4,945 


96,248 


1808 


22 


2886 


757 


60 


29,111 



769 

1028 



Tavola V. 



I'N.FEIIMITA 



Ciechi da ambo i dalla nascita 

gli occhi \ dopo . . . 

o j ^' I dalla nascita 

Sordo muti ! j uaov.»i.« 

\ dopo . . . 

Imbecilli e scemi { dalla nascita 

di mente V. dopo . . . 

Mentecatti 

Tavola VI. 



Mafchi 



54 
60 



50 
S 

58 
3 

350 



Femmine 



S6 
65 



54 



58 



329 



%ELIG lO'N.I 



Mafchi Femmine 



Cattolica 132 957 

Evangelica i 382 

Istraelitica 2 231 

Di altre religioni 2 697 

TotaU. ... 139 267 



99 708 
2 416 

2 588 

705 

105 217 



386 T^opolaiione di %oma 

Tttvola VII. — Segue Cenfimento )i dicembre jSji. 



ETÀ 



Totale 



ma/chi 



femmine 



STATO CIVILE 



Celibi 



Coniugati 



ma/chi 



fefnm. 



ma/chi 



Fé dovi 



femm, ma/eh 



femm. 



Dalla nascita 

a 15 anni. . 28 162 

Dai5a30anm 45 052 

» 3oa6o n 56 363 

» 60 anni in 

su ... . 9 690 



26 098 28 162 



Totale . . 139 267 



29 409 



40 373 



9 337 



105 217 



39 701 



26 098 



20 130 



19 500 9 838 



2 382 



I 852 



89 745 57 918 44 199 



5 216 
33 864 



5 119 



8 871 



24 124 



2 491 



35 486 



135 



2 999 



2 1S9 



408 
6 411 



4994 



5 32311 813 



Tavola Vili. 



etA 



Totale 



mafchi 



femmine 



IST%lJZia-H.E ELEMENT^%E 



Sanno leggere 


Sanno leggere 
e scrivere 


Non sanno ftì" 
leggere tiè scriv. 


mafchi 


femm. 


mafchi 


femm. 


mafchi 


fcmm. 



Dalla nascita 

a 15 anni . 28 162 

Dai5a3oanni 45 052 

» 3oa6o . 56 363 

>t 60 anni in 

su. . . . 9 690 



Totale . . 139 267 



26 098 



29 409 



40 373 



9 337 



105 217 



872 



937 



867 



155 



I 344 



1 927 



2 487 



598 



2 831 6 356 



8 9U 
25 857 



34 254 



6 271 



75 326 



6 669 

15 386 



18 34618 085 



18 258 



18 451:21 242 



3 698 



3 26^ 



12 096 



19 43S 



5 OM 



44 204 61 110;54 G5< 



nell'era crifiiana ' 387 

Tavola IX. — TOPOL.AZIO'ME T> I T^OD^A 

{cenfimento del ji dicembre 2871) 
divi/a per prof ejf ioni, secondo la clajfifica^ione adottala dalla 'Direiione generale 

di statijlica del Regno. 



TROFESSIOXI 


Sotto i jj anni 


^Di ogni età 


gruppi e categorie 


Ma/chi 


Femin. 


Totale 


Mafchi 


Femm. 


Totale 



I. - Produzione delle materie prime. 

il) Agricoltura 313 

h) Pastorizia ed allevamento be- 321 

stiame 

e) Orticoltura e giardinaggio. . 13 

d) Apicoltura ... 

e) Silvicoltura 79 

/) Pesca e caccia 5 

g) Miniere e cave 

Totab ... 731 

II. - Produ:^ioni indufiriali. 

a) Tessuti 39 

/') Cuoi 14 

f) Vestiario 41 

d) Toeletta 29 

e) Alimentazione 259 

/) Fabbricazione e manutenzione 

di case e strade .... 491 

g) Mobilia 113 

/;) Utensili di casa 45 

i) Veicoli, oggetti di selleria, ar- 
ticoli di viaggio 92 

;■) Costruzione deUe navi. . . . . . 

k) Fabbricazione d'armi e muni- 
zioni 4 

/) Industrie in metalli .... 95 
m) Macchine e strumenti diversi . 17 
») Strumenti scientifici e di mu- 
sica 9 

0) Carta 51 

p) Tipografia ed arti affini . . 27 

q) Prodotti chimici 7 

Ó Oggetti di lusso 140 

s) Illuminazione i 

Totale . . . 1474 
49 — fonografia di lipma. Parte IL 



230 
8 



3 



241 



115 

• • • 

201 

• • ■ 

20 



II 

I 



I 

I 

12 

I 



365 



543 
329 

16 

■ ■ • 

79 
5 



972 



154 
14 

242 
29 

279 

491 

124 

46 

92 



4 
95 
19 

9 

52 

28 

19 

141 

1 

1839 



12682 


1969 


3715 


39 


544 


68 


2 


• ■ « 


1963 


17 


274 


■ • ■ 


140 


4 


19320 


2097 


731 


II 19 


^Z2 


2 


5288 


5354 


653 


6 


772S 


1281 


10208 


8 


1894 


165 


457 


29 


969 


I 


II 


• « • 


81 


• • • 


1831 


9 


448 


3 


201 


7 


591 


32 


I23S 


IO 


161 


45 


1280 


44 


140 


4 


34274^ 


, 8119 



14651 
3754 

612 

2 

198U 

274 

144 

21417 



1850 

372 

10642 

659 

9006 

10216 

2059 

486 

970 
11 

81 

1840 

451 

208 

623 
1245 

206 
1324 

144 

42393 



388 

Segue: Tavola IX. 



Popolazione di T(pma 



TROFESSICmi 


Sotto i ij anni 


Di ogni età 


gruppi e categorie 


Ma/chi 


Femm. 


Totale 


Ma/chi 


Fentm, 


TùUb 



III. - Commercio 



118 



IV. - Tra/porti. 

a) Vie ferrate, diligenze, omnibus, 

poste, telegrafi 

b) \fari, fiumi e canali .... 
e) Alberghi e quartieri mobiliati 

Totale . . . 



V. - Proprietà mobile ed immobile . 

VI. - 'Perfonale di servigio . . 

VII. - Difefa del paefe . . . . 
Vili. - ^Amminiflraijone pubblica 



IX. - Culto. 



a) Culto cattolico 

b) Id. israelitico 
e) Id. evangelico 



Totale 



■ • 



X. - Giurifpruden:{a. 



XI. - TrofeJJioni sanitarie 



XII. - Istru:(ione ed educa'^ione 



XIII. - 'Belle arti 



a) Belle arti 

b) Musica e drammatica . 

Totale . 



II 
17 



28 



95 



65 



11 



183 
I 

184 



2 



86 



216 



2 
4 



120 



13 
17 



30 



181 



5532 



12 



3 



»■» 



185 
5 

190 



401 



5234 

345 
121 

5700 



5618 



281 5235 



4396 



6628 



3670 



3687 



712 



815 



514 



2512 
SU 

3026 



22 
189 

211 

3568 
7481 



5933 



34 



18)6 



1836 



167 



431 



38 
174 

212 



5256 

o4j 



5911 



915^ 



\m 



m 



m 



m 






71^ 



982 



eij 



3238 



nell'era crijtiana 



389 



Segue Tavola IX. 



TROFESSIOn.! 


Sotto i jj anni 


TH ogni età 


* g^^PP^ ^ categorie 


Ma/chi 


Femm, 


Totale 


Ma/chi 


Femm, 


Totale 



XIV. - Lettere e sciente. 



a) Lettere e scienze. 
b^ Scienze applicate 



Totale . . 



XV. - Trofejfioni girovaghe . . 



XVI. - Terfonah di fatica non ad- 
detto a lavori fi ji .... 270 



XVII. - Terfonale a carico altrui 
e sen^a profeffione. 

a) Personale a carico altrui . . 58 
h) Senza professione o senza in- 
dicazione 25025 

Totale . . . 25083 



129 



3 
24994 

24997 



4 



4 
4 



399 



61 
50019 
50080 



112 


• • • • 


403 


• • • • 


615 


■ ■ • • 


99 


1 


6640 


1109 


457 


339 


36099 


792 II 


36556 


79550 



112 
403 

515 
100 



7749 



796 
115310 
116106 



390 



Topola^ione di Ti^oma 






OC 

1 



I 

»— « 
"^ 

o 

ti 



••• 

§ 

O 

è; 


-5i 


• 




• 

'Di ogni età 


i5 


•5 

5 

ti: 


1 


••* 

o 


f5 


• 

5 


•ss 




o 



«D "^ 1^ r-i iC O 05 (?l »0 Ci O QO 5^ »-« "^ CD 
QO l^ CN 3^ co àO -^ (N W y-K CO 



OD 

m 



00«-«'tr^OVCTs''^'-« "OOvOvO • • 


•^ 


oc 


lO 


•>^<s>sOoo»^«^ ,i«ii/> .NO r^oo . . 


«>^ 


ۥ*> 


co 


• ••••• •• ••■ 


• 




• 


oo«^»^0'^0 .Or>i.O'-"0 . • 


-^ 


vr» 


8 


rr\ *^ t-f\ 




<s 






r<\ 


•**< 


-t^rrM-iOO <SO0 i-iOO P< »*\i-00 f* M 


*^> 


O 


§ 


O «-''O rr\C^>'^^«-" O 0^r♦^•-• r*^»-« rf- 


»-• 


i^N 


• ••■• •«•■••••■■ 


• 


« 


• 


0>0 *S «"TNCS •-• t>.t^*^<H r^r»r<cS O 


1>- 


ON 


Ci 


t'>.-1-rs<SC*<S>-iMi-i ^ 


d 


-^ 


^ 


^4 




»H 


>o 


i-^OSOr-iCOi-iCl^tN^aO'^COT-iO 


Ci 


SP 


s 


•^ 


o 


•^cocsoìi-ir^cocsi/si^-ciCis^irsi-i 


fc^ 


1-1 


.f 


1-1 'M iC »0 Ci 'N •«*< O àO CO 


t^ 


co 


•*! 


«N"^ T-i 




1-^ 


"Ti 






*-i 


(M 


r>. OM-i « 00 •— • "^so • r*. i-< cs • >-i 


ON 


o 


I^ 


Oni-iO»-«>>O00 ,rrsr#^,vOfrNi-« 


o 


I^N 


1-^ 


O^'^n»^'^ 00 i-iTj-c* 


l-« 


Kr> 


C^ 


« 00 rrv r>* • •-• • 


l-« 


ON 


if: 






r^ 


o 


O "i- «S O 00 v^vO 00 t>. ri »^ "»tvO »^ On 


o 


NO 


r- 


Cìr>-rrNO'-««^CTNN00'-««-'»-»<S»-'ON 


^ 


V^ 


O 


f^ r< \^ r>-\0 <S r^SO VO t>»00 w^ O crx 


vO 


wr\ 


3^ 


0\ ^ u^ c^ «^\ W^ ^VO **N f<v 


VO 


VO 


Ci 


•-1 ir\ 




pr\ 


CO 

i-< 


<M Ci O O 1-1 r-i i-H 3^ CO • -COO-^-i* 
I^CO^NCOCOX» 1-1 .. Ci 


Ci 


s 


Ci 


Ci 


»-« 


Ci OD T-i T-i ©^ r-l 


CO 




1-» 


i-i ' • 




-^ 


- 




àO 


liO 


i-ix^»r<rìvovO ••-•f^ *• 'SO 


C?N 


r-". 


i>- 


"tvO 00 »-i . ... . . 


<s 


On 


3 


<S f<N <S 


»^ 


CN 


• • ■ • • • 




»4- 


t^ 






n 


^ 



t^ ^OO 00 »<N ^^^ ^^ "^ 



00 



O 



oo 

o 

CI 









• 0» 



1- 




. j:> • 


Cu 




o 


« • 




. g . 


• t-4 




B 


a> • 




• .«4 • 


4-> .M 






CJ'-J 




4-t 




'Ji t 


-^ 3 




.^ (U 


•a e 




Xi (A 




d 




"2 o 


Ih 


n ^ 5 


N N 


s 


3 a 


D,J? O 


Prod 
Prod 


c 


12 o. 55 

r3 O ix 


a 


I-I iM a> 



3 



?^.2 

ex, M 
*^ (A 

«••So 

S 6 2 



• e 
o 

«« 3 

.ti -a 

«« S "*^ 
C «n "O 

2 o c 

a,«« o 
«/» <" "^ 

3 O I- 



0) 



0» 

c 
o 



B 
3 

Vh 



a ^ 



N O *-• "^ 

•i3 o g^ O 

C« W J« S ctf 

Z3 *-• O I- 

0) 4^ Vi V 



o 
u 



*-» e 

§ 2 

ai 



Vi. 

o 



h. 



I I I I I I I I 



I I I I I I I I 

m 
m • m ^"^ 

. I— I P— I K^ l-s^ ►-^ k"^ 



.►-4K^ .i-^i-MI-Hl^ .1— IP—IH- •►— tr^K-- K^ 



nell'era criftiana 391 



Co'lZ^CLUSIO'JSiE. 



PARALLELO della popola:(ione di 1(pma antica colla moderna. — 
Molti riscontri si possono istituire tra le condizioni demogra- 
fiche dei due periodi di Roma, antico e moderno. 

Tolte le questioni della milizia e della schiavitù, che cessano 
dopo la prima parte del secondo periodo, le classi sociali, le pro- 
porzioni dell'aristocrazia della plebe e del proletariato, dei vecchi 
cittadini e dei nuovi, degli emigranti e degli immigranti, e quelle 
dei sessi, offrono molti punti di concordanze numeriche e giuri- 
dico-sociali. La tendenza naturale ad esaurirsi rapidamente per la 
eccedenza del sesso maschile e de' soldati, e per la insufficiente 
riproduzione dei nativi, e il fatto contrario del successivo aumento, 
(fuori dei periodi delle invasioni barbariche sottratti ad ogni legge) 
si verificano in entrambi i periodi ; nei quali la proporzione di 4 
donne a 5 uomini, ed anche meno, si mantiene ancora al di d'oggi, 
e quella dei forzatamente celibi, anticamente militi, e nell'epoca 
moderna ecclesiastici secolari e regolari, è costante, come lo è il 
carattere di mondialità, e di ospitalità universale. 

Vi sono riscontri nello stesso aspetto edilizio e comunale ; 
le 14 regioni, l'ordinamento regionario di molti uffici comunali 
d'interesse pubblico, la numerazione anagrafica delle infulae, le vie 
e viuzze senza piano regolatore, non potendosi di certo chiamar 
tale quello adottato da Nerone dopo l' incendio, per quanto fosse 
migliore del tipo disordinatissimo di Roma ricostruito a casaccio 
dopo l'incendio gallico; gl'infiniti spazi vuoti con interruzioni 
dell'abitato, e il massimo concentramento in certi punti, benché 
oggi diversi dagli antichi ; il Trastevere quasi borgo segregato, e, 
si potrebbe quasi dire, non urbano; gli edifici pubblici, un tempo 
basiliche, ginnasii, terme, templi, tempietti, castri, magazzini, 
grapai e via dicendo, oggi principalmente chiese esuberanti in 



392 TopolaT^iont di T(^oma 

numero ai bisogni del culto; l'aspetto della grandiosità in essi, e 
nei palazzi signorili e principeschi, della piccolezza e dell'accumu- 
lamento nelle abitazioni del popolo e dei proletarii ; tutto ciò si 
assomiglia nei due periodi. 

L'arido tema che mi fu proposto non mi concede di diffon- 
dermi nei riscontri storico-politici e morali; e pur ci sarebbe 
da farne un capitolo interessante. Ne toccherò alcuni di volo. 
Nella vita pubblica, il quirite repubblicano appassionato per i co- 
mizii e per la partecipazione alla vita politica, pieno di buon senso 
e di dirittura nei suoi giudizi critici, facile a manifestare quasi con 
violenta espansione la sua opinione, ma non mai sordo alla voce 
della conciliazione e delle transazioni per il pubblico bene; e il 
popolo romano odierno precisamente V istesso. 

Primate, o popolano, egualmente tenace conservatore delle 
tradizioni e delle glorie antiche, sino a sentirsi, non a torto, insul- 
tato se un Agrippa o un Nerone fabbrica una casa di lusso sulle 
vestigia di una casipola de' tempi di Romolo, e un Tito edifica le 
sue terme sulla casa aurea di Nerone, o se una società ferroviaria 
stabilisce un dock sugli avanzi dell'aggere Serviano, o un ministero 
delle finanze ne seppellisce una reliquia presso gli orti Sallustiani, 
piantandovi un emblema del famoso hic manehimus optitne. 

L'aristocrazia, non amata sempre, ma rispettata, accarezzata, 
ossequiata; anticamente la politica, nel secondo periodo la chiesa- 
stica e la principesca. Il diritto elettorale, esercitato con vivacità 
di lotta e nello stesso tempo con temperanza, ma sempre coll'aspi- 
ra/.ione a renderlo universale, e a ripudiare la differenza tra elet- 
tori e non elettori, anticamente, come oggi. La società divisa net- 
tamente in due strati, primate e popolo o plebe cittadina, per non 
occuparci degli schiavi ; la borghesia poco sviluppata allora come 
oggi, colla differenza che oggi questa comincia ad aprirsi un avve- 
nire, perchè basata sulla intelligenza o sulla ricchezza industriosa, 
mentre allora riducevasi ad una ignorante ed avida mercatura. 

E quanto al carattere morale, molti altri riscontri ancora; lo 
stesso buon senso popolare ; lo stesso sentimento esagerato della 
dignità di cittadino, che quasi passa all'aspirazione di privilegio 



nell'ira criftiana 393 

del quirite o Romano di Roma, di fronte al nuovo domiciliato o 
civis novtis. Questo sentimento caratteristico si rivela per Roma an- 
tica nell'acerba lagnanza mossa da Cicerone, Arpinate di origine : 
« noi municipi siamo inquilini; voi mi guardate come uno stra- 
niero perchè provengo da una città municipale; io sono il primo 
uomo nuovo che da molto tempo abbia potuto diventar con- 
sole *43. » E questo stesso sentimento si chiarisce per la Roma mo- 
derna (dico in genere moderna, e non odierna) col facile ricordare 
ai non nativi la loro origine, e col creder giusto che alle ca- 
riche, agli uffici, alle rappresentanze, ai concorsi per posti, alle 
beneficenze municipali, siano ammessi i soli nativi. Come Cice- 
rone è sempre stato pei Romani un Arpinate, così il cardinale An- 
tonelli è sempre stato un Ciociaro; ma tutto ciò senza acrimonia, 
e si direbbe per innocente vanità del gran nome di quirite. La qual 
cosa può non piacere a parecchi, ma in fondo non offende nessuno. 
Nella sua vita privata il Romano d'oggi è in gran parte il qui- 
rite d'allora; intelligente e operoso quando gli entra, ma sdegnoso 
dei servigi umili e del lavoro continuo, e facile a riposare sul diritto 
al soccorso, verso il Governo, e verso i grandi privilegiati ; incline 
alle superstizioni senza sagrificaie ad esse i suoi gusti e i suoi di- 
ritti ; parco d'ordinario in casa, ma pronto sempre alle scampa- 
gnate; rigido colla moglie e coi figli, ma affezionato, geloso del 
loro affetto, e del suo onore, casalingo e amante delle festicciuok 
di Éimiglia. Leale di carattere, purché non abbia una vendetta di 
amor proprio o di onore offeso da esercitare, nel qual caso, come 
anticamente alla daga, cosi oggi è lesto a metter la mano al col- 
tello, senza curarsi delle conseguenze ; e sotto questo aspetto fiera 
la donna come l'uomo. Superbo della gloria dei suoi dittatori e 
sovrani, e affezionato ad essi, si chiamino Camillo o Vittorio 
Emanuele IL Amico degli spettacoli sino alla follia, del circo 
come della girandola, ma riducibile e tranquillo, anche nei mo- 
menti in cui pare che minacci un tumulto, sia che si ritiri sul monte 
sacro per liberarsi dai debiti e conquistare l'uguaglianza dei diritti, 

^43 Cicero, prò Sylla, vili). — Id. Orai. 2. de lege Agraria. 



394 Topola^ioiie di %oma nell'era cri/liana 
sia che aspetti in piazza San Pietro la tarda elezione dì un Papa. 
Insomma molte buone qualiti negli antichi, conservate quasi tune 
nei moderni; alcune cattive, ossia troppo forti e selvaggie, in quelli; 
che nei moderni sono quasi interamente scomparse, fecero grande 
Roma una volta, e grande la rifaranno una seconda. 



Dott, Pietro Castiglioni. 



J 



L'^%TE tlE Ll' l7LDVST%I^. 




'Odierna situazione dell'industria e del commercio 
1 Roma è con bella precisione delineata nello scrìtto 
del cavaliere Vincenzo Garrigos, inserito in questa monografìa. 

Nei due capitoli, in cui dividesi quell'autorevole memoria, si 
considerano le diverse parti e operazioni delle industrie e dei me- 
stieri qui esistenti, se ne analizza la produzione e lo smercio, e si 
conclude con la dolorosa verità, che i prodotti dell'industria ro- 
mana son vinti da quelli delle provincie italiane e dei paesi stra- 
nieri, per cagione del prezzo minore. 

Questo lamentevole stato di cose non è già l'effetto degli ul- 
timi avvenimenti politici, per i quali la città nostra divenne metro- 
poli d'Italia, ma ò bensì una conseguenza fatale di quanto erasi 
operato in Roma stessa, per lo spazio di parecchi secoli, sotto il 
domìnio dei papi. 

È troppo noto e non fa bisogno ripetere, che le condizioni 
economiche dell'eterna città furono lunga pezza al tutto straordi- 
narie e diversissime da quelle di ogni altra di Europa. Qui non in- 
dustria, non commercio, non agricoltura; tutto il territorio diviso 
in pochi e vastissimi latifondi, pertinenti o alle famiglie divenute 
grandi per aver dato alla chiesa uno o più pontefici, o agli ordini 
monastici, o alle opere pie. Dentro le mura, una popolazione rcla- 

■ S" — StCoHOgrafa di lipma, TarU 11. 



396 L'nArte nelV Indnffria 

tivamcnte numerosa, che viveva per mezzo dell'oro inviato alla 
chiesa da tutte le parti del mondo cristiano, e ciò vai quanto dire 
che gli ordini della cittadinanza si potevano dividere in queste tre 
classi: 

1 . Coloro che tenevano i gradi supremi nella gerarchia ec- 
clesiastica o nel governo della chiesa, e fruivano direttamente delle 
grasse rendite di questa; 

2. Coloro che per via di favore ottenevano uffici ecclesiastici, 
o civili, o militari, e godevano di seconda mano i proventi del de- 
naro di San Pietro; 

3 . Coloro che esercitavano il piccolo commercio o le arti 
industriali, e vivevano assai miseramente; e gli altri che, sotto 
apparenze assai povere, limosinando, menavano vita tranquilla e 
sfaccendata. 

A queste tre classi se ne potrebbe aggiungere una quarta, e 
cioè, degli artisti e dei dotti, che, sotto alcuni pontificati, trovarono 
grandissimo ftivore, e che fecero risplendero Roma e la chiesa ro- 
mana d'incomparabile gloria; ma essi non poterono mai formare 
un ordine stabile della cittadinanza, e, sebbene alcuni di loro fossero 
pagati largamente, per la maggior parte scarseggiavano di fortuna, 
e, ad ogni modo, gli uni e gli altri traevano la loro sussistenza sem- 
pre dalle fonti accennate. 

Ognuno per se medesimo può vedere, da quanto si è detto, 
che Roma, dalla caduta dell'impero occidentale, visse di vita, per 
dir cosi, artificiale; che mai non fu città produttrice, ma, quasi uni- 
camente, consumatrice ; non coltivò mai quelle arti e quelle in- 
dustrie che sono le vere fonti della ricchezza. Le quali arti e in- 
dustrie non è possibile che nascano e giungano al più alto grado 
di prosperità in un breve spazio di tempo. 

Ma quella medesima ricchezza artificiale, che avea durato lun- 
ghissimo tempo, cominciò a declinare alla fine del secolo passato, 
e venne a mano a mano tramutandosi in uno stato pressoché disa- 
stroso, per le rivoluzioni e trasformazioni politiche, e per la illan- 
guidita fede religiosa; cioè, insomma, per gli avvenimenti che suc- 
cedevano presso le varie nazioni di Europa, e che portavano violenti 



L'arte fieli' Induftria 397 

scosse anche nello stato pontificio. Prima, le due brevi dominazioni 
francesi in Roma, sotto la repubblica e sotto l'impero; poi, i moti 
rivoluzionari del 1821 e del 1831; finalmente, gli sconvolgimenti 
che ebbero principio felice cominciando il pontificato di Pio IX, 
ed ebbero fine luttuosa nel 1849. 

Nella prima metà di questo secolo, Roma, sentendo, or più, 
or meno, l'influsso dell'incivilimento, avea tentato di quando in 
quando di migliorare le sue condizioni economiche, non men chele 
politiche, sforzandosi di pigliare la via, nella quale prosperamente 
e gloriosamente si eran già avanzati la maggior parte degli stati 
europei; ma dal 1850 in poi la potestà ecclesiastica, che teneva ge- 
losamente in mano il governo, volle ritornare ai più vieti abusi, 
agli ordini più antiquati, e, respingendo qualsiasi benevolo consi- 
glio, non ebbe altra norma direttiva che il Sillabo. Cosi la situa- 
zione divenne peggiore che mai non fosse stata per lo addietro. I 
proventi che abbiamo accennati sminuivano ognor più, e le fonti 
naturali della ricchezza non si ravvivavano. Cosi trascorsero venti 
anni, finché lo stato miserevole in cui la nostra città era caduta, 
che si celava agli occhi di tutti, per il silenzio imposto dall'asso- 
luto dominio clericale, venne ad essere scoperto e reso palese al 
mondo civile e agli stessi romani dal repentino mutamento e ro- 
vescio ch'ebbe luogo nel memorando xx settembre del 1870. 



II. 



COLORO che aveano in mano il governo d'Italia, entrato 
che fu l'esercito italiano entro le mura di Roma, conobbero 
la speciale condizione di questa città? Ebbero pensiero di portar 
sollecito rimedio a' suoi mali? Ci è forza confessare che no; anzi, 
sotto un certo rispetto, ne' primi tempi li aumentarono. Infatti, 
fosse la non felice condizione dell'erario, fosse la preoccupazione 
dì non volersi mostrare parziali ai romani, ma giusti egualmente 
verso tutte le popolazioni della penisola, si affrettarono di esten- 
dere al vecchio stato pontificio le leggi che reggevano la rimanente 



398 UxArtt nelV Induftria 

Italia, e imposero alla nuova provincia le gravezze, i balzelli, le 
tasse d'ogni maniera, che già difficilmente sopportavano altre città 
molto più ricche, molto più innanzi nel commercio, nell'industria 
e nell'agricoltura. 

Né deve alcuno illudersi vedendo qui, in alcune stagioni del- 
l'anno, una certa apparenza di vita e di prosperità. Divenuta questa 
nostra città Capitale d'Italia, e continuando ad essere la dimora e la 
sede del sommo pontefice, essa accoglie in sé il doppio ornamento 
della corte civile e della ecclesiastica. Chiama inoltre dentro le 
sue mura quei molti stranieri, che vengono a visitare le antiche 
ruine e i grandi monumenti dell'arte moderna; i pellegrini deside- 
rosi di baciare il piede al sommo gerarca della chiesa cattolica, e 
buon numero di coloro che, forniti di ricchezze, vogliono dimo- 
rare nel centro politico della penisola, o, ambiziosi di salire ai primi 
gradi dell'ordine sociale, brigano uffici, cariche, decorazioni. Ma 
sotto questo apparente splendore é forse diverso da quello di prima 
lo stato dell'industria, del commercio e dell'agricoltura, che, ci piace 
ripeterlo, sono le sole e vere fonti della stabile potenza, prosperità, 
ricchezza e felicità di qualsivoglia nazione ? No, per certo. 



III. 



NOn vi sarà dunque rimedio agi' indicati mali? Noi anzi 
nutriamo fiducia che Roma sia per rilevarsi, e pareggiare nel- 
l'avvenire le altre più fortunate città del regno; al che, per altro, fa 
mestieri concorrano, oltre il beneficio indispensabile del tempo, 
l'operosità di tutti i cittadini, e l'efficace aiuto del comune e del 
governo. 

Ma si potrebbe dimandare: come dar principio alla desiderata 
trasformazione, poiché tutta la questione giace, in ultima analisi, 
nell'iniziare quel moto che dovrà trasformare poi la vecchia nella 
nuova Roma? E qui si vede appunto come l'aiuto del governo sia 
la più necessaria delle forze, che debbono operare il futuro miglio- 
ramento. 



L'*Arte nelV Induftria 399 

A noi non istà di additare ai reggitori delia cosa pubblica quei 
modi, che al fine suddetto potrebbero condurre, e che meglio lor 
son suggeriti dalle cognizioni che hanno tanto maggiori delle no- 
stre. Tuttavia ci sia lecito accennare di volo alcune delle imprese, 
per le quali Roma sorgerebbe a novella vita. Potrebbe il governo 
porre in atto quei mezzi che la scienza addita, per rendere colti- 
vato ed abitabile Tinospite agro romano ; potrebbe dar mano ai già 
designati lavori, diciam quelli che hanno carattere produttivo e non 
di semplice abbellimento, quali, per esempio, la bonificazione delle 
paludi, i canali d'irrigamento, la ferrovia da Roma a Sulmona. 

Per le cose discorse è chiaro che le tasse, di cui tutti gli ita- 
liani sentono la gravezza, sono assolutamente mortifere per la 
citti e provincia di Roma, e se noi non conoscessimo le deplo- 
revoli condizioni dell'erario ci faremmo lecito anche di chiederne 
la diminuzione; al qual proposito ci sia concesso ricordare un 
semplice principio di economia, dal quale, in fin dei conti, dipende 
la prosperità delle nazioni. Questo principio ci avverte che non 
v'è traffico, non v'è industria, non commercio, non arti, dove non 
v'ha abbondanza di capitali, e che i capitali non possono accumu- 
larsi, senza il paziente e minuto risparmio dei produttori. Ora in 
Roma non v*è, quasi a dire, persona del ceto medio, né operaio, 
a cui sia possibile metter da parte i centesimi che poi divengono 
lire, perchè la maggior parte di loro non giunge coi propri gua- 
dagni a soddisfare i bisogni i più urgenti, il che forse non avverrebbe, 
se le tasse fossero alquanto minori. 



IV. 



MA GIÀ si è detto non essere il governo solo che dovrebbe o 
potrebbe porgere qualche aiuto alla nostra città ; anzi que- 
st'obbligo ognuno intende che grava maggiormente sugli ammi- 
nistratori di Roma stessa, cioè sul comune. Per altro, il compito 
di questo non è punto facile, e molto scusabili sono i valentuo- 
mini che formano la rappresentanza comunale, se infino ad ora 



400 L'arte ncll' Indujtria 

non hanno potuto grandemente giovare alla patria loro. E, per ve- 
ritày da un lato, Roma, divenuta metropoli della penisola, vuole 
che si provveda al suo decoro, e perciò dimanda molte spese per 
sé stesse improduttive; dall'altro, il miglioramento economico non 
può di ninna guisa procedere, se non solo dal risparmio, dalla mi- 
tezza delle imposte comunali, e da quelle spese fruttifere, che di- 
consi produttive. Se non che, oggimai quel che al decoro si rife- 
risce, in parte si fece, ed in parte è già stabilito per legge, e si farà 
via via con gli anni ; rimane dunque che il comune consideri bene 
d'ora in poi le nuove imprese che saranno sottoposte alla sua ap- 
provazione, e rigetti costantemente e implacabilmente quelle che 
non possono conferire alla maggior produzione, all'incremento, 
cioè, di quelle fonti della ricchezza, che abbiamo più volte ac- 
cennato. 

Tra queste spese produttive noi stimiamo principalissima 
quella che si riferisce alla pubblica istruzione ; si guardi nondi- 
meno che non ogni istruzione riesce ad essere in fondo produt- 
tiva, e non è d'uopo ripetere quello che tutti sanno, che certe no- 
tizie superficiali, certi cenni d'astronomia, di chimica, di algebra 
e va dicendo, rimangono vuote generalità nella mente dei discenti, 
i quali mai non giungono a vedere quale utilità possa trarsene. 
L'istruzione produttiva adunque (e vogliamo dire in principal 
modo per le classi meno agiate, alle quali più direttamente il co- 
mune provvede) crediamo sia quella più pratica, cioè più vicina 
all'applicazione per gli usi della vita. Avendo ciò in mira, il co- 
mune potrebbe coordinare l'istruzione elementare e secondaria al 
fine preconcetto di agevolare l'appUcazione delle arti all'industria. 



V. 



FINALMENTE, l'operosità di tutti i cittadini, dicemmo, dee con- 
giungersi alle altre forze, senza di che il rinnovamento di Roma 
sarebbe impossibile. Già per opera del governo, cioè, per le bene- 
fiche istituzioni che reggono lo stato, resa a tutti ugualmente la 



L'arte neir Induftria 401 

libertà, che è mezzo d*ogni perfezionamento, le arti, non più cor- 
tigiane o chiesastiche, troveranno a poco a poco uno stabile soste- 
gno, e gli artisti, non più sollecitatori di protezione, la certezza di 
veder compensate le loro fatiche per la eterna legge economica della 
dimanda e dell'offerta. E poiché, tosto o tardi, il vasto deserto che 
circonda Roma sarà reso a mano a mano all'agricoltura, i mestieri 
e le industrie, rinvenendo nella ricchezza agricola, per cosi dire, il 
fondamento del quale oggi mancano, si svolgeranno successiva- 
mente. Ma fin d'ora la costanza, l'amor del lavoro, il sentimento 
della propria dignità, l'energia del volere possono dar principio ad 
un miglioramento, a cui deve por mano ogni sìngolo cittadino , e 
che non sarebbe né scarso, né privo d'importanza economica, con- 
siderato nella somma complessiva di tutti gli sforzi individuali. 

Vediamo, infatti, quali sono le industrie ed i mestieri oggi esi- 
stenti nella città nostra, che potrebbero ricevere aumento e svi- 
luppo, applicandovi l'arte. 

L'arte noi la stimiamo essere quasi una sacra eredità traman- 
dataci dai nostri maggiori, dalla quale ora ci fa d'uopo trarre 
il maggior fratto possibile, se vogliamo riacquistare parte del- 
l'antica grandezza. A parlar più chiaro, noi siamo profondamente 
convinti che l'industria non potrà mai crescere e giungere a grado 
eminente in Roma, se i prodotti di qualsivoglia mestiere ed opifi- 
cio, oltre il valore che nasce dalla utilità dell'obietto, non acqui- 
stino anche un pregio artistico. Scorrerebbero secoli, innanzi che i 
prodotti dell'industria romana potessero competere con quelli delle 
altre nazioni, se noi volessimo fondare e vincere la concorrenza con 
la modicità del prezzo. 11 caro dei viveri, delle abitazioni, e delle altre 
cose più necessarie, proveniente dalle cagioni più volte accennate, 
alzeranno qui i salari sempre di sopra a quelli che si pagano nelle 
altre città industriali italiane e straniere ; se noi vogliamo dunque 
aspettare il giorno che ci sia possibile abbassare il salario degli ope- 
rar, dovremo attendere molte generazioni, prima di vedere accre- 
sciuta o, meglio, iniziata la prosperità economica della nostra patria. 

Che fare intanto? Se non ci é dato diminuire il prezzo del pro- 
dotto, possiamo accrescerne il valore per mezzo dell'arte. Volgete 



402 L'tyirte nell' Induftria 

gli sguardi intorno. V è forse un solo oggetto di quelli . che ser- 
vono agli usi della vita, che non sia privo affatto di qualsivoglia 
valore artistico, che, cioè, non sia spregevole e bruttissimo agli oc- 
chi di quanti hanno un po'di gusto, un po'd'amore verso il leggia- 
dro, il grazioso, il bello? Noi copiamo servilmente e stupidamente le 
più brutte forme delle cose che ci vengono di Francia. Eppure ab- 
biamo sotto gli occhi, in ogni qualità di oggetti, la mirabile e per- 
petua bellezza dell'arte antica. La via da tenersi ci è dunque aperta, 
ci si porge da sé medesima, non possiamo errare da essa, altro che 
per la nostra inerzia, per l'ignavia, per la barbara ignoranza che 
ancor ci opprime. Nello stato in cui siamo, sarebbe follia il dire 
agli operai ed ai produttori d'ogni maniera: inventate forme nuove 
e leggiadre, fatevi grandi artisti. A ciò si verrà forse un giorno, 
ma questo giorno è ancor lontano. Tuttavia, chi non può divenir 
da un momento all'altro artista grande, può amorosamente stu- 
diare, in ogni parte del disegno applicato agli oggetti d'uso, le fi- 
nissime e squisite forme trovate dagli antichi, e può via via divenir 
più abile a ripeterle ne'suoi lavori, finché, dopo lungo studio, dopo 
essersi in questo esercizio reso valente, potrà, volendo, crear forme 
nuove. Che la cosa debba andar cosi, e non possa andar altrimenti, 
si dimostra coU'esempio dell'oreficeria romana. 



VI. 



LE INDUSTRIE ora esistenti in Roma, ad alcune delle quali 
l'arte si applica o potrebbe applicarsi, sono : 
I. L'oreficeria; — 2. Il musaico; — 3. Le gemme incise, i ca- 
rnei, le paste; — 4. 1 lavori in bronzo e in marmo; — 5. L'inta- 
glio e tarsia in avorio ed in legno; — 6. Gli arazzi; — 7. I mer- 
letti; — 8. 1 fiori finti; — 9. La mobilia; — 10. La chincaglieria \ 

» Ognuno bene intende, che queste non sono le sole industrie esistenti 
in Roma; ma delle altre, alle quali Tarte non può applicarsi od è appli- 
cabile solo molto indirettamente, ha già tenuto discorso a sufficienza l'e- 
gregio cavaliere Garrigos. 



L^kAtìc ntlV Indtiftria 403 



vn. 



O RE F ICE Rl^i . 



ABBIAMO posto in capo a tutte l'oreficeria, non solo per l'im- 
portanza di questa fra le altre, ma perchè, siccome abbiamo 
detto poco addietro, ci offre un esempio mirabile di quel che po- 
trebbe farsi negli altri mestieri, ed è riprova delle nostre osservazioni. 

Quando nel 1850 Fortunato Pio Castellani consegnava a' suoi 
figli i capitali e la direzione dell'officina di orafo, che dal 181 5 avea 
tenuta e diretta egli solo, le imitazioni de' gioielli antichi, eseguite 
da lui col consiglio e coi disegni del duca di Sermoneta, Michelan- 
gelo Caetani, aveano poco smercio e non erano apprezzate che da 
alcuni archeologi e intendenti di cose d'arte ; il traffico maggiore 
era, come nella rimanente Italia, di brillanti, di gemme e di lavori 
inglesi, francesi e ginevrini. In Roma dunque gli orafi non erano 
produttori, né industriali, né artisti, ma quasi non altro che traffi- 
canti in un commercio d'importazione. Ora i figli Castellani si 
proposero, seguendo anche in ciò i suggerimenti del Caetani, di 
far guerra, per quanto da lor si potesse, alla importazione straniera, 
e non solo di coltivare ed accrescere l'industria romana dell'ore- 
ficeria, ma di venire ognor più svolgendo il principio artistico che 
dovea informarla, seguendo la scuola fondata dal padre. Le loro fa- 
tiche ebbero fortunato compenso, e non più di tre anni dopo l'orefi- 
ceria romana, esercitata, non solo nell'officina Castellani, ma anche 
in quelle di moltissimi imitatori, contrastava vittoriosamente e 
vinceva nella nostra città la straniera, tanto sotto il riguardo dell'in- 
dustria, quanto sotto quello dell'arte. 

Alcuni dati statistici ne renderanno più palese l'incremento e 
lo sviluppo. 

Nel 1835 le botteghe di orificerìa in Roma sommavano a poco 
più della ventina: le officine di argentiere erano forse altrettante, e 
vi si lavoravano altresì utensili in bronzo, per lo più dorati o inar- 

51 — iconografia di 'Hpma, Tarte IL 



404 L'arte neir Indtiftria 

gentati, per uso di chiesa, sopra modelli del secolo passato: si av- 
verta, peraltro, che in queste officine era un numero di operai assai 
maggiore che non in quelle di orafo, delle quali tre o quattro sola- 
mente avean più di dieci lavoranti. In tutti eran circa quattrocento. 

Gli orefici imitavano i lavori ginevrini ed incastonavano bene 
i brillanti e le gemme, copiando con molta intelligenza i lavori di 
un operaio russo, certo Zwemer, che fin dal 1830 si era stabilito 
in Roma. Si aggiunsero ad essi, nel seguente decennio, molti abi- 
lissimi operai francesi, tedeschi e svizzeri, i quali ritrovavano a 
Roma larga mercede. 

Gli sconvolgimenti politici del 1846 nocquero grandemente 
a quelle industrie. Molti operai emigrarono, e primi fra questi 
gli stranieri, per cercar pane altrove; e nel 1850 quelli che rima- 
sero eran romani, o ritenuti qui da vincoli di famiglia, ma quasi 
tutti poveri e privi di lavoro. L'arte dell'argentiere più non ri- 
sorse; i vasi, gli utensili, gli arredi sacri si fecero poi dai chierici 
venire da Vienna, da Parigi e da Londra, dove si comperavano a 
prezzi più miti. 

In uno studio statistico, che si fece in Roma nel 1866, il nu- 
mero degli orefici ed argentieri esistenti fii calcolato a mille cin- 
quecento; per altro gli argentieri erano in minor numero che in- 
nanzi al 1846. Comparando l'anno 1835 ^^^ 1866, troviamo che 
in quel primo l'operaio orefice più intelligente avea, per una gior- 
nata di dieci ore di lavoro, bajocchi ottanta, gli altri in genere da 
trenta a cinquanta: l'operaio argentiere meglio ricompensato avea 
bajocchi settanta, e gli altri da venti a quaranta. Nel 1866 moltis- 
simi operai orefici lavoravano a cottimo nelle loro case, ed i più 
intelligenti ed attivi guadagnavano sino a lire venti al giorno. Nelle 
officine aveano da tre a sei lire il giorno, per dieci ore; ma questi 
ultimi ancora, lavorando a cottimo nelle ore serali in casa loro, 
guadagnavano di molto. 

Tuttavia fa mestieri pur dire che l'oreficeria romana, la quale, 
in un periodo di oltre vent'anni, da estrema bassezza erasi venuta 
alzando ad alto grado di prosperità, dal 1866 in poi va ognor più 
scadendo, e, se non vi si provvede in qualche modo, sarà di nuovo 



L'xArte neW Induftria 405 

interamente sopraffatta dalLi importazione straniera, come era av- 
venuto prima dei 1850. 

A quali cagioni deve attribuirsi questa nuova decadenza? Presso 
a poco alle medesime che produssero la prima. Gli operai orafi, che 
si erano studiati di copiare i disegni antichi o imitarli, entrando, 
per dir cosi, nello spirito dell'arte arcaica, desiderosi forse di of- 
ferire qualche novità ai compratori, si vennero allontanando dal 
corretto gusto, alterarono le forme sottili e gentilissime degli an- 
tichi giojelli e, con istrano accoppiamento, mescolarono a quelle le 
forme dell'oreficeria moderna francese. Perciò a poco a poco i loro 
lavori perderono ogni pregio artistico, e in questa falsa via li so- 
spinse, probabilmente, l'essersi, come abbiamo veduto, tanto molti- 
plicata la produzione degli oggetti preziosi ad imitazione degli an- 
tichi, che una gran parte di essi rimaneva invenduta. 

Aggiungasi che la ricerca dei giojelli, anche perfettamente ese- 
guiti, divenne e diviene ognor più scarsa, per cagione così delle 

« 

condizioni economiche dei popoli diversi, i quali si trovano, se- 
condo si dice, in iftato di crifi, come per la corruzione del gusto in 
coloro che potrebbero spendere per opere d'arte. 

Essendo le medesime le cagioni della decadenza, anche gli stessi 
rimedi sono a quella opportuni. 

Qui è da notare che il rimettere nella buona via il gusto di co- 
loro che comperano oggetti, nei quali l'arte si esercita o può eser- 
citarsi, non ispetta già alle moltitudini, ai compratori stessi, a 
quello insomma che diciamo pubblico, ma bensì agli artefici. E 
valga il vero, come sarà possibile che persone digiune di educa- 
zione artistica si volgano da sé a disprezzare l'apparente bellezza, 
che consiste nel lucido dei colorì e nella stranezza delle linee, e si 
volgano ad amare e pregiare la bellezza vera, che sta nella purità 
del disegno, nell'armonia delle tìnte, nella soavità modesta dei con- 
torni ? Adunque non la moltitudine, non il volgo ignaro (e volgo 
si trova in ogni ceto della società civile), ma l'artista, producendo 
cose belle, deve a mano a mano educare il gusto dei compratori. 
Per conseguir questo fine, che non è, confessiamolo, punto facile, 
si richiede nei produttori di cose d'arte, non solo molto studio, ma 



4o6 L'arte nell' Induftria 

eziandio molta virtù : ed in ciò si vede assai chiaramente quanto 
la morale sia congiunta di sua natura con la buona e vera econo- 
mia. Allorché Tartefìce, a gente avvezza a chiamare e creder belle 
cose bruttissime, presenterà un lavoro che abbia vero merito, non 
sarà né capito, né ricompensato ; gli conviene aver costanza, gli 
convien contentarsi di vivere in grandi strettezze, gli conviene su- 
dar lungamente per ricever lodi solo da pochi intelligenti, e de- 
naro quasi da nessuno. Ma se avrà costanza, se non rinunzierà al 
suo generoso proposito, gli sforzi suoi alla perfine saranno coronati 
di buon successo, ed avrà contribuito a rilevare, insieme con la 
sua privata fortuna, anche la gloria e la prosperità industriale della 
patria. Poiché, quando i produttori, abbagliati da un po' di guada- 
gno presente, non mirano a migliorare la produzione universale, 
anzi, per dir cosi, la sfruttano e rinviliscono, non s'avveggono di 
gettare il ceto degli operai, e per conseguenza se stessi, nella mi- 
seria in un prossimo avvenire. 

Non vogliamo però tacere, che ogni altro rimedio sarebbe 
vano, se nel tempo stesso non si procurasse di proporzionare l'of- 
ferta alla dimanda, cioè, se non si restringesse la produzione degli 
oggetti in discorso, o non le si trovassero nuovi sbocchi su i mer- 
cati stranieri; circa il quale ultimo partito l'aiuto del governo po- 
trebbe essere efficacissimo, togliendo gl'impedimenti che si op- 
pongono al libero scambio. 



Vili. 



D^C u s A I e o . 

IL MUSAICO, come ognun sa, é un lavoro fatto a minuti tas- 
selli di vetro, di materia calcarea o di àgate di svariati colori, 
che, congiunti da uno speciale stucco, possono formare disegni di 
ogni genere, come se si disponessero i colori sovra la tela. 

Da ciò facilmente si comprende potersi dividere in tre classi, 
cioè : 



L'xArte nelV Indujtria 4^7 

1. Musaico di vetro. 

2. Musaico di materia calcarea. 

3. Musaico in pietra dura. 

I più antichi lavori di musaico si rinvennero tra i gioielli egi- 
ziani : sono certi pezzi di vetro variopinto, incastonati nell'oro. 

Nei gioielli e negli arredi sacri del secolo di Carlomagno si 
trovano àgate, granate ed altre gemme, tagliate a lastre sottili di 
varie forme e fissate a disegno nell'oro, nell'argento e nel bronzo, 
a mo' degli smalti dei gioielli egiziani. 

Nel secolo xvi, a Firenze e a Dresda, si cominciò a far lavori 
di commesso in pietra dura, il quale è una sorta di musaico in 
àgate, diaspri ed altre gemme, tagliate prima separatamente, nelle 
desiderate forme, con la rota, e poscia fissate con stucco nel marmo, 
nel bronzo, nell'oro. Nel 1831, il fiorentino Bianchini applicava 
questo lavoro di commesso in pietra dura agli ornamenti muliebri 
e mescolandovi pietre meno dure dava nascimento al ^ufaico di 
Firen:(e, che essendo di minor costo diveniva anche più facilmente 
vendibile. 

Molti pavimenti dell'epoca greco-romana erano grandi musaici 
di pietra calcarea, squadrata in piccoli tasselli di ogni colore. Tale 
lavoro dicevasi opus lithoftrotum , e se ne incontrano spesso di 
quelli di squisito gusto e di finissima arte. Quelli fatti di piccioli 
quadri, disposti regolarmente a linee parallele, dicevansi opus tes- 
stlatum; quelli in cui nella disposizione dei tasselli eravi irregola- 
larità, dicevasi opus vertniculatum. 

I musaici che adornavano le pareti ed i soffitti romani eran con 
vetri, o smalti, e dicevansi fotti in opus mufivum. Di questo me- 
desimo genere, dopo il v secolo, troviamo che su le pareti e su 
le volte delle chiese ponevansi musaici di smalti fiilgidissimi, a tas- 
selli uniti e fissati nello stucco, sopra grandi superficie piane, con- 
cave e convesse, con la maggiore esattezza, come se ne hanno 
splendidi esempi a Roma, a Ravenna, in Sicilia, a Costantinopoli 
ed a Venezia. Dall'uso di adornare in siffatta guisa i templi cri- 
stiani, sorsero, coU'andar del tempo, le grandiose fabbriche di mu- 
saico, per cui furono illustri Venezia e Roma. In Vaticano, non 



4o8 L'xArte nelT Induftria 

solamente una fabbrica, ma s'institui a poco a poco una vera scuola 
di musaicisti, la quale, da secoli, venne e viene ancora producendo 
accuratissimi lavori, e da essa ebbe origine il musaico moderno. 

Nel secolo passato quegli artefici cominciarono a far musaici 
in picciolissime proporzioni, applicandoli ad ogni sorta di orna- 
menti e di oggetti d'uso. Verso il 1840 questa qualità di lavori, 
che qui dava pane a centinaia di famiglie passò, come suol dirsi, 
di moda, e lo scemato smercio nocque, come sempre accade, alla 
buona produzione. Nel 1852 il Caetani, Duca di Sermoneta, e i 
Castellani pensarono di congiungere il musaico all'oreficeria, e 
dirigendo secondo il gusto dell'arte antica il lavoro del musaici- 
sta, lo portarono ad una finezza e ad una perfezione che si con- 
cordava mirabilmente coi loro gioielli e che il musaico non avea 
forse mai raggiunto. L'esempio fu d'incredibile efficacia: gran 
numero di operai abbandonando la vecchia maniera imitarono 
questa nuova che fiori grandemente. Se non che allorquando l'ore- 
ficeria cominciò a decadere, come si è detto, anche tal particolare 
specie di musaico decadde. 

Nella medesima statistica del 1866, accennata discorrendo del- 
l'oreficeria, ritroviamo che eranvi allora in Roma cento settanta due 
operai e diciotto officine di musaico. Quelli dello studio del musaico 
al Vaticano lavoravano sette ore e prendevano uno scudo al giorno: 
nelle altre officine o fabbriche la giornata di lavoro, per la quale 
aveano baiocchi sessanta, era di ore dieci. Novanta operai lavora- 
vano in casa loro a cottimo, per conto dei rivenditori di via Con- 
dotti, ed i più abili guadagnavano fino a scudi quattro al giorno: 
essi facevansi aiutare nel lavoro loro da molte donne e ragazzi, 
dei quali aumentavano o dimi;iuivano il numero, a seconda della 
stagione. Il prodotto medio annuale di tale arte si è calcolato a 
scudi settantasette mila e duecento. In questa somma non è com- 
presa la fabbricazione del Vaticano, che non si esercitava se non 
in piccolissima parte per la vendita, e i cui prodotti erano dalla 
pontificia munificenza principalmente destinati o per doni ai prin- 
cipi stranieri, o per abbellimento delle chiese. 

Sebbene il musaico, come arte applicata all'industria, in gene- 



-=- 



I/xArte neir Indujtria 409 

rale sia poco pregiato e poco richiesto al presente, non fa bisogno 
dire che rimane ancora, e auguriamo che rimanga in perpetuo, la 
scuola romana dei musaicisti pei grandi lavori d'arte. 

Il musaico poi che si applica ai piccoli oggetti e airoreficeria 
certo può risorgere, quando gli artefici seguano il consiglio di ab- 
bandonare la fallacia della moda per tornare al culto dell' arte 
antica. 

Né basta. Ve una sorta di musaico novellamente introdotto 
nelle arti romane, cioè Vopus lithofirotum dei Latini, usato, come 
si disse, nei pavimenti. Questa potrebbe ricevere grandissimo in- 
cremento ed acquistare molta importanza fra le industrie della città 
nostra, qualora fosse diretta da persone conoscenti del gusto e del 
disegno classico. Fin da oltre un mezzo secolo alcuni Veneti co- 
minciarono ad esercitare qui un arte, che si disse dei pavimenti alla 
veneziana, adoperando materia calcarea trita di vari colori, che in- 
sieme con lo stucco facevano diventare una pasta marmorea, la 
quale messa in opera si assoda e indura. Da poco tempo fra quegli 
operai sorsero degli abili artefici, che applicano ai pavimenti un 
vero musaico lithofirotum, e quando son guidati da chi abbia un 
po' di gusto artistico eseguiscono perfettamente e con poca spesa 
musaci difficili a distinguersi dagli antichi. 



IX. 



G E3i€ M E INCISE, C A M EI , T^ A S T E . 

LE GEMME, le pietre dure, le pietre calcaree e le conchiglie 
s'intagliano in incavo od in rilievo e da remotissimo tempo fii- 
rono usate come ornamenti preziosi. È inutile indagare l'origine 
di quest'uso che si perde nell'oscurità dei tempi primitivi. A Ni- 
nive, nella Colchide, in Egitto, in Italia si trovano nelle tombe 
suggelli o anelli di pietre incise. I bassorilievi intagliati sopra le 
medesime materie si dicono camei, forse da una specie particolare 
di conchiglia chiamata latinamente chama, facile ad intagliarsi, la 



4IO L'^Arit neir Induftria 

quale offre strati diversi per durezza e colore. I carnei eran ben co- 
nosciuti nell'antichità greco-romana, e ne abbiamo certa prova 
nella stupenda coppa che si conserva al Real museo di Napoli. 

Tanto le pietre incise, quanto i carnei furono dagli antichi stessi 
e non di rado sono anche ora copiati in una speciale pasta di vetro 
fuso ; per il che queste copie, o calchi, furono universalmente chia- 
mate pajie. 

La incisione su le pietre dure e su le gemme si eseguisce col 
tornetto adoperandovi il diamante e lo smeriglio; su le conchiglie 
e su i marmi si fa coi ferri da intaglio. 

Le pietre incise per anelli e suggelli sono in Roma ben ese- 
guite secondo la tradizione antica. Anzi questa è tanto radicata da 
rendere impossibile il riconoscere in molti casi dall'antica l'opera 
moderna. 

Un nostro romano, Antonio Odelli, erasi reso abilissimo nello 
incidere in pietre dure, cifre e stemmi; i suoi lavori eran ben co- 
nosciuti all'estero, e per ben cinquant'anni non temè concorrenza 
straniera: moriva nel 1874, in età di novantadue anni, senza la- 
sciare allievi. Pochi oggi sono quelli che incidono su pietra dura, 
e quest'arte altresì sta declinando. 

I camei furono molto in pregio e si lavorarono con gusto d'arte 
classica dal xvi a tutto il xviii secolo, tanto che in commercio mal 
si potevano e mal si possono distinguere da quegli antichi. Nel se- 
colo presente, il potere della moda e l'assenza di educazione arti- 
stica in quel ceto, che avrebbe potuto facilmente spendere in tài 
lavori, di necessità costosi, fece anteporre ai camei in pietra dura 
i gioielli di Francia. Rispetto ai camei in conchìglia, furono di- 
sprezzati per la ragione precisamente opposta, cioè perchè po- 
tendosi avere a basso prezzo (cosi a cagione della facilità con cui 
si lavorano, come della materia non rara) sembrarono ornamento 
da gente volgare, ai doviziosi ed eleganti signori. 

Per altro ripeteremo a questo proposito quel che abbiamo detto 
per l'oreficeria e pel musaico, e fin da principio accennammo voler 
dire per ogni qualsiasi industria, che, cioè, se la finezza e la bellezza 
vera dell'opera aggiungesse al valore della materia, quello assai 



L' ^irie neir InduJ tria 411 

più grande dell'arte, i carnei tanto in pietra dura, quanto in con- 
chiglia, tornerebbero ad essere ricercati ; e per questa parte Roma 
è in condizione dì poter riacquistare il primato e oflferire tal meice 
con vantaggio sui mercati stranieri e nostrali. V'è un principio di 
ciò in alcune officine, dove si è mantenuta la vecchia tradizione e 
dove il Saulini, il Neri, il Siotto, il Rosi, il Lanzi, il Guglielmi, il 
Girardet lavorano in cosi fatto genere e vendono decorosamente i 
loro prodotti. 

Quasi unicamente nella nostra città si esercitò fin dagli antichi 
tempi l'industria della pajìe, e sulla fine del secolo xviii eran ancor 
"qui eseguite e vendute in non piccola quantità, II Goethe narra 
siccome trovasse quest'arte qui tanto in fiore, che parecchi stra- 
nieri si compiacevano di esercitarla per diletto. Ma s'intende che, 
di necessità, il valore e il pregio delle paste segue quello delle pietre 
incise e dei camci, su i quali sono calcate. 



X. 



Lavori is bronzo u is c^armo, 

AFFRETTIAMOCI a dire, che sotto questo titolo intendiamo 
discorrere solamente di quei moltissimi oggetti che sono 
copie, in piccole proporzioni, delle statue, dei monumenti e delle 
ruine di Roma antica. 

In ogni tempo si usò far copie delle più celebrate statue e spesso 
troviamo riprodotte in bronzo, ed anche in marmo, con mediocre 
arte antica, le più belle opere del tempo di Fidia e di Prassitele. 

Forse l'entusiasmo che negli stranieri destarono fin da qualche 
secolo gli avanzi della grandezza romana generò l'industria delle 
copie da potersi facilmente esportare, eseguite in marmo che rite- 
neasi provenire dai frammenti trovati fra le ruine del Foro, delle 
Terme, o degli Anfiteatri. Queste copie si fecero quindi anche 
in bronzo; e allorquando più eran domandati tali oggetti, cioè du- 
rante il primo impero napoleonico, la riproduzione delle antiche 

)2 — ^onogriifia di 'J{pma, 'Parte IL 



412 L*^rie ntlV Indujtria 

opere d'arte, prese un carattere di stile esagerato e falso, quale fìi 
anche negli •scrittori di quel tempo, che affettavano, se ci è per- 
messa l'espressione, un barocco romanismo. 

Ora, quanto non sarebbe facile, specialmente in questi lavori, 
di ritornare al buon gusto, dovendo gli artefici non crear di &n- 
tasia, ma ingegnarsi di copiare, il più fedelmente che sia possibile? 



XI. 



INTAGLIO E T.1RSIA IS AVORIO LO IS LEGNO, 

MENTRE dobbiamo lamentare che quasi tutte le industrie ro- 
mane siano in decadenza, ci gode l'animo poterne indicare 
una che, sorta quasi di nuovo da circa trent'anni, è sul fiorire, ac- 
cennando ancora ad uno svolgimento progressivo. Vogliam dire 
della tarsia d'avorio nell'ebano. Il cavaliere Giovan Battista Gatti 
ne è il fondatore fra noi, ed i premi da lui avuti nelle grandi esposi- 
zioni di Londra, di Parigi e di Vienna, attestano il pregio in cui son 
tenuti i suoi lavori. Fece parecchi allievi che saranno coltivatori di 
questa importante industria, e dobbiamo menzionare fi-a gli altri il 
Pazzi, come il migliore. Speriamo da questi principii veder sorgere 
una scuola romana di tarsia, la quale alla grande precisione con- 
giunga il più corretto gusto artistico. 

Ma sebbene la tarsia possa giungere ed auguriamo che giunga 
presto ad essere industria e arte di grandissima importanza, l'in- 
taglio in legno dovrebbe facilmente superarla, perchè più si accosta 
ad esser arte veramente bella e da non ritener molto inferiore alla 
grande scultura in marmo e in bronzo. Non sono di vero stupende 
opere, i cori delle cattedrali, che per uso dei canonici si eseguivano 
in legno di quercia, o di noce, con ornati e figure intagliate a basso 
e ad alto rilievo, dal xn al xvii secolo ? Non sono egualmente pre- 
ziosi, per la stessa ragione, gli scaffali, i cassettoni da nozze, ed 
altri mobili per uso delle più agiate famiglie ? Gli esempi, che in 
questo genere ci hanno lasciati gli artisti italiani, ed in particolare 



L'^Arte nell' Induftria 413 

i Sanesi, non furono senza profitto, poiché Tintaglio in legno si 
esercitò sempre in Italia, quantunque subisse le modificazioni che 
il gusto e la moda imponevano. Cosi anche in Roma fiorì, fino a 
un certo grado, e si rilevò talvolta, quanto al pregio artistico, an- 
che negli ultimi tempi, come si dimostra dal coro della chiesa di 
San Grisogono in Trastevere; ma ora languisce, perchè gli operai 
non sono richiesti di cosi fatti lavori. S'incomincia per altro a ri- 
cercare l'intaglio in legno per ornamenti della mobilia, e già a 
Siena ed a Firenze vi sono abilissimi artisti, fi'a i quali il Frullini, 
che spacciano anche fuori d'Italia i loro lavori. Quindi è che a 
Roma è tracciata la via per migliorare e rendere a novella vita 
un'arte si proficua. 



xir. 



n^4 R A Z /. I , 

LA FABBRICAZIONE dei paramenti e delle tappezzerie è anti- 
chissima, poiché erano in uso presso gli assiri, gli egiziani e 
gli ebrei, come se ne trova cenno nelle più antiche istorie. Nei 
tempi greco-romani eran celebratissimi quei di Sardi, Pergamo, 
Milo e Samo. Latinamente dicevansi atilaa, e dai greci peripefaf ma. 

Nel medio evo si vendevano in Europa, ed erano stimatissimi, 
i tappeti di Persia e di Turchia. Fin dal principio del secolo xiv 
sorsero nelle Fiandre alcune fabbriche di questi tessuti, e quella 
di Arras divenne si celebre, .che dal suo nome gli operai di tale 
industria si dissero in Italia ara:(^:(ieri, e i loro paramenti ara:^:^i. 
Questi si debbono per altro distinguere dai tappeti propriamente 
detti; gli uni servono per l'ordinario a coprir le pareti, o si ap- 
pendono alle finestre ne' giorni di solenni feste, gli altri é noto che 
si distendono su i pavimenti e su le tavole. 

In Italia le prime fabbriche di arazzi sorsero a Ferrara e Mo- 
dena circa il 1464. Gli Estensi chiamarono in quelle città alcuni 
fiamminghi che v'insegnarono il loro mestiere. Ma i celebri arazzi 



414 L'^y-lrte neir hiduftria 

del Vaticano, eseguiti sovra i disegni di Raffaello, non già in Ita- 
lia, bensì fecersi ad Arras nel 15 13, sotto la direzione di Bernardo 
Van-Orlay e Michele Coxis, e furono esposti a Roma, per la prima 
volta, nel 15 19. 

Non prima del secolo xvii se ne fondò una fabbrica nella no- 
stra cittù, quasi esclusivamente per uso della corte pontificia. Un 
fuggiasco dalle Fiandre, macchiato di eresia, venne in Roma sotto 
il pontificato di Clemente XI: abiurò i suoi errori e fu dal ponte- 
fice assoluto. Palesò egli allora esser molto abile a fabbricare arazzi, 
e Clemente gli diede, nell'ospizio di San Michele, comodità di eser- 
citar l'arte sua e fondarvi una scuola. Cosi nacque presso di noi l'in- 
dustria degli arazzi, durata in fiore fino circa il 1860, producendo 
lavori riputatissimi, anco a fi-onte di quei della fabbrica francese 
dei Gobelins, che, fondata sin dal 1450, acquistò maggior fama di 
tutte le altre, e mantiene ancor oggi la sua rinomanza. 

Dovrem forse dire che l'arte, di cui facciam qui parola, po- 
trebbe facilmente risorgere in Roma, dove gli arazzieri hanno sot- 
t'occhio i più grandi e perfetti esempi di quadri classici, dipinti da 
quei sommi, che tutte le nazioni civili invidiano alla patria nostra? 
L'operaio arazziere non può, nò deve far altro che copiare, e solo 
gl'incombe di educar l'animo alla vera bellezza per eseguire più 
fedelmente la copia. Ma poiché l'opera sua non potrebbe essere 
dimandata se non dai corpi collettivi dello Stato, o dal clero, 
dalle famiglie più ricche, certo si è che, a ritornare in prospera 
vita, quest'arte vorrebbe essere da queste e da quelli aiutata; e i 
rettori dello Stato bisognerebbe riordinassero ed aggrandissero la 
storica fabbrica di San Michele, ove ancor sono alcuni abilissimi 
arazzieri. 



^ 



L'^lrte nclV liiduftria 415 



XIII. 



'^C U R L E T T I 



IL MERLETTO è uiì tessuto leggiero a traforo, eseguito a- di- 
segni geometrici, od a fiori e con gli orli spizzati. Si può fare 
a mano o coi fusi, usando filo di lino o di seta, o i sottilissimi di 
oro, di argento e via dicendo. Il merletto in filo di lino è quello 
propriamente così chiamato; è il più bello e il più costoso; il filo 
che si adopera per la sua fabbricazione è perfettissimo e costa da 
cento a tremila lire il mezzo chilogramma, secondo la sua finezza. 

Non abbiamo notizia certa del tempo e del paese, ove ebbe 
origine questo genere di lavoro ; tuttavia comprende ognuno che, 
essendo il merletto una specie particolare di ricamo, dovè nascere 
facilmente là dove i tessuti ricamati e il ricamo propriamente 
detto erano già comunemente in uso. 

Sappiamo che le stoffe ricamate erano ben conosciute nel me- 
dio-evo, cosi in Oriente come in Occidente, ma forse non erano 
ignote neppure agli antichi. 

In Italia, nei secoli di mezzo, su stoffe di svariatissimi colori 
si eseguivano ricami con fili di seta, o di oro, o di argento e ser- 
vivano non meno agli usi domestici, che alle funzioni sacre. Rari 
e ricercatissimi sono ora i lavori di queir età di cui rimangono 
pochi avanzi, poiché il tempo ne distrusse la maggior parte. Ma 
scarsi anche -allora erano i ricami in tela, adoprati solo pei tova- 
glioli degli altari e pei sudari. 

Nel XV secolo il ricamo a traforo in filo di lino su la tela sop- 
piantò, nelle guernizioni delle vesti, quasi al tutto le trine in seta, 
e tal sorta di lavoro, specialmente in Italia, si svolse e propagò in 
modo mirabile. Furono allora trovati i ricami a reticella ed a 
filetto, quelli estratti ed a spighetta, le trine a nodo e quelle in- 
trecciate. Era l'occupazione prediletta delle monache. 

Dopo il 15JO, per oltre un secolo, in Venezia e Genova fiori 



4i6 L'^Arte nelV Indnftria 

più che altrove l'arte dei merletti, e quelle repubbliche ne forni- 
vano le principali città dell'Europa e massimamente della Francia, 
dove si vendevano in tanta copia, che il ministro Colbert, conside- 
rando r ingente somma che per questa merce usciva dalla sua pa- 
tria, con speciale editto ne vietò l'uso ai gentiluomini ed alle 
dame. Si può ben pensare che il divieto non sorti il desiderato 
effetto ; ed allora egli si volse ad un altro espediente, soccorrendo 
di sua protezione una certa signora Gilber di Alen<;ons, che avea 
imparato il punto di merletto a Venezia ed a lei ne fece impian- 
tare una fabbrica nella stessa Alen^ons, dove furono da principio 
chiamate trenta operaie venete. Forse da quel momento cominciò 
a decadere a Venezia ed a Genova l'arte dei merletti, che le 
guerre e le invasioni straniere poi quasi del tutto distrussero. 

La rivoluzione francese del 1789, togliendo via gli avanzi del 
feudalismo e mirando ad uguagliare i diversi ceti del consorzio ci- 
vile, nocque grandemente all'industria dei merletti, alimentata 
principalmente dal clero e dalle classi più nobili e ricche. 

Non però i grandi e i ricchi cessarono di richiedere questa 
merce, la quale resa quasi del tutto inutile per gli uomini, seguitò 
ad ornare, ed orna tuttavia, l' abbigliamento muliebre. Infatti la 
nobiltà italiana da moltissimi anni fa uso dei merletti oggi chia- 
mati a punto di Alengons, perchè a noi piacciono le cose nostre, 
solo quando ci ritornano di Francia con nome straniero. 

Se da queste notiziole storiche scendiamo allo stato presente 
di Roma, veggiamo che l' arte dei merletti non si può dire per 
anco sia una industria ; in molte famiglie del ceto medio e signo- 
rile le giovhiette apprendono a far merletti e ricami, quasi come 
parte d'educazione e per uso proprio, ma non se ne fa commercio, 
fuorché scarsissimo. Il Comune di Roma ha saviamente provve- 
duto che il far merletti s' insegnasse da abili maestre a intelligen- 
tissime discepole. Questo fa sperare che tale arte abbia sollecito e 
grande incremento, come avvenne a Venezia, la quale ritornò alle 
tradizioni storiche della fabbricazione dei merletti, specialmente 
per l'opera patriottica del deputato Paulo Fambri, coadiuvato dalla 
illustre contessa Marcello. 



L'arte neir Induftria 417 

XIV. 

Fiori f i i^t i . 

L*Ar TE e r industria del fabbricar fiori finti sorse fin dai tempi 
antichissimi in Cina, e dopo il medio-evo si trova esercitata 
neir Europa occidentale e specialmente in Italia. 

Parigi, che oggi fabbrica fiori finti forse per tutto il mondo ci- 
vile, non conobbe tale industria se non che nel 1738, quando un 
certo Seguin de Mende fondò il primo opificio di essa. 

La statistica delle gabelle ci dà a questo proposito notizie per 
noi rilevantissime *: l'importazione dei fiori finti di Francia in 
Italia, escluso lo stato pontificio, dal 1860 al 1870, fu in media 
annuale di otto a dieci milioni di lire, e questa media annuale si 
mantenne dal 1871 al 1877, dopo che Roma era stata congiunta 
al regno italiano; eccetto che nel 1875 giunse a quattordici mi- 
lioni. Quale ingente tributo la moda e la inoperosità degli italiani 
ci faceva pagare alla solerzia e alla preponderanza francese ! ! 

Da alcuni pochi anni a questa parte non di meno furono 
impiantate nelle principali città nostre alcune fabbriche, che, se per 
la perfezione del lavoro ancor possono progredire, già accennano 
a voler togliere alla Francia quel suo primato. 

Anche a Roma in questa parte non si rimase nell' inerzia : la 
fabbrica dei signori Lanata e Paoletti, aperta sul finire del 1876 e 
sul cominciar del 1877, in un periodo di quindici mesi vendè fiori 
finti per la somma di diciotto mila lire; questa è già una bella 
cifra, massimamente considerando che la fabbrica in discorso non 
è qui la sola; ma ognuno può immaginare qual prospero avvenire 
attenda tale industria, quando sappiasi, che nello stesso anno 1877 
furono sdaziati dalla dogana di Roma fiori finti provenienti di 
Francia per il valore di cento cinquanta mila lire ^ 

1 Relazione presentata alla romana società degl'interessi economici. 

2 Dalla già accennata relazione alta società degl* interessi economici. 



4iS L'arte nell' Induftria 

Insino a qui la fabbricazione romana dei fiori diede un assai 
considerevole utile netto '. GÌ' imprenditori per altro di tali indu- 
strie si aspettino che i profitti verranno scemando per la concor- 
renza, e stieno in guardia che i loro fiori non sieno sviliti compa- 
randoli coi francesi; debbono cioè mettere la più solerte cura nel 
migliorare via via la produzione, mantenendone ed anzi accrescen- 
done il valore artistico. Essi hanno la ventura di essersi già inol- 
trati nella buona via, cioè di aver fin da principio preso a imitar 
fedelmente la natura, studiando con amore i fiori veri. Stolto sa- 
rebbe chi, per contrastare il primato alla Francia, studiasse ed imi- 
tasse i fiori finti francesi. Ecco : ogni primavera vi porge infinito 
numero di modelli perfettissimi : non crediate per altro vi sia fa- 
cile rivaleggiare colla natura; oltre che vi bisognano alcune cogni- 
zioni di botanica, fa mestieri educhiate il gusto contemplando e 
studiando assiduamente quelle stupende opere della creazione. 

XV. 

LA MOBILIA di uso comune può dividersi, secondo la mate- 
ria, in mobilia di legno, di ferro, di ottone. 

In ferro ed in legno si lavorano i mobili di poco prezzo, per 
ogni classe del consorzio civile. In ottone solo quei che usano le 
persone più agiate, poiché il valore della materia e la difficoltà del 
lavoro ne fanno più alto il prezzo. 

Anche in legno (abbiamo ciò veduto quando si è parlato del- 
Tintaglio e della tarsia) fabbricansi mobili di lusso, e questa indu- 
stria, si disse, è già piuttosto in fiore nella nostra città: né il caro 
prezzo può nuocerle, poiché i mobili in discorso, o vincono, o so- 
stengono in bellezza artistica il paragone con quei che ci vengono 
dall'Italia superiore e dai paesi stranieri. L'industria invece dei mo- 
bili di legno e di ferro, perle classi meno agiate, piuttosto che accre- 

I Vedi la suddetta relazione. 



L'^Àrte nelV Induftria 419 

scersi va spegneDdosi al tutto. Quelli delle altre provinole d'Italia 
sono di minor costo, e ciò ha fatto scomparire alcune fabbriche, 
da lungo tempo aperte, le quali non poterono reggere alla concor- 
renza. S'è accennato che tale inconveniente procede dal costo della 
mano d'opera, maggiore qui che altrove, per le speciali condizioni 
di Roma: non di meno, se anche ai mobili di non molto prezzo 
si desse forma alquanto più leggiadra, non pochi sarebbero, cre- 
diamo, che volentieri pagherebbero un poco di più per adomarne 
le case loro. 

I Cagiati, lo Jannetti, il Leverà ed altri, fanno qui eseguire al- 
cune qualità di mobilia leggera e di piccola dimensione, copiando 
modelli stranieri; e potrebbero facilmente introdurre un principio 
d'arte in tali lavori. 

Se non che, a dir vero, fa loro contrasto una materiale diffi- 
coltà : in Italia, e a Roma in ispecie, si difetta di legname stagio- 
nato. Nelle grandi città industriali il legname da fabbricazione si 
conserva come il vino; ve ne ha di due, di tre, di dieci, di venti 
anni. Presso di noi, per contrario, non si trova quasi altro che le- 
gname fresco, e i mobili che si fanno con esso è facile si fendano, 
pieghino e guastino in più modi. Provvedano a questa necessità i 
negozianti di legname; e il governo dello Stato vegga quanto nuoce, 
anche per questa parte, l'indugiar le leggi che debbono regolare il 
taglio delle macchie e impedire cosi la distruzione di secolari fo- 
reste. 

XVI. 

Chi'k.caglieria, 

SOtto questo nome intendiamo discorrere della produzione 
di tutti quei ninnoli ed altri oggetti in rame dorato, in ottone, 
in latta, in legno, in cuoio e in cartone, che oggi ci vengono dalla 
Germania e dalla Francia. Quali attrattive hanno questi minuti non- 
nulla, questi balocchi da bambini, per farli venire di cosi lontano? 
Due, a parer nostro, sono le cagioni onde ci risolviamo di ar- 

53 — fonografia di T^pma, Tarii IL 



420 L'tÀrte ntlV Induftria 

ricchire gli stranieri e impoverire gli artefici nostri, che potrebbero 
facilmente produrre cose di questo genere. La prima si è la po- 
tenza, il più delle volte inesplicabile, della moda: s'incomincia a 
decantare un lavoro di Londra, di Parigi o di Vienna, e tutte le 
persone che si vantano di stare al corrente in ciò che v'ha di più 
squisito, di più elegante, di più moderno, non comperano quella 
tal sorta di oggetti, se non abbiano la prova che viene dall'una, o 
dall'altra delle nominate citti. La seconda si è che per ordinario i 
fabbricatori stranieri sanno dare ai ninnoli ed ai sopramobili una 
apparenza di grande effetto, cosi da far loro attribuire un valore 
doppio, o triplo di quello che in realtà basta per comperarli. 

Ma si noti che gli oggetti di cui teniamo parola, non solo non 
hanno nessun pregio artistico, ma non possono anzi piacere se 
non a coloro, che sono ignari affatto di ciò che sia bellezza di 
forma in arte. Ora dunque non sarebbe aperto agli operai nostri 
un vasto campo per esercitarsi in mille nuove qualità di lavori, la 
materia prima de' quali è di bassissimo prezzo, e non potrebbero 
cosi fondare nuove industrie a cui l'arte darebbe valore? 

Dal fin qui detto ci sembra bastantemente provato, che insino 
a quando le condizioni economiche di Roma in generale non siano 
mutate per l'avanzata agricoltura, per le nuove vie ferrate, per la 
diminuzione delle tasse, non rimane altro modo a migliorar lo 
stato della cittadinanza se non questo : imitate con buon discerni- 
mento, nei lavori delle diverse industrie, le forme classiche degli 
antichi e studiare direttamente la natura, riproducendo le forme 
più graziose che ella ci offre alla vista. Insomma ricondurre negli 
usi più comuni della vita quella che Dante chiama nipote di Dio, 
quella che fu principale gloria della nostra patria, la vera e gentil 
arte, cosi spontanea presso di noi. La vita fu tutta artistica nei 
tempi antichi, nel medio-evo, nel cinquecento ; rivolgiamoci dun- 
que indietro e seguitiamo gli esempi migliori ; con ciò acquiste- 
remo insieme ricchezza e decoro. 

kAv GUSTO Castella'KJ. 



1(pma, 14 settimbre tSjS. 
T^REGUTISSIMO SlGNO'KE, 

V%Ei defiderato poter corrifpondere al cor- 
tefe invito da Lei fattomi, cioè di mettere 
il mio fra i nomi degli egregi scrittori, cui 
Ella, coti felice unità di concetto, raccomando la Mono- 
grafia di Roma. Vi/Ca io non era abbafìania preparato a 
trattarvi l'argomento delle Finanze, specialmente in ri- 
guardo al paffato; né le mie occupazioni mi avrebbero ac~ 
conjentito di prepararmivi in troppo breve tempo. ^Àvrci 
potuto henfi far efeguire studi e ricerche, ed e:{iandÌo le 
varie parti del lavoro a miei subalterni, serbandone a me 
il coordinamento; ma Ella ben sa ch'io volli sempre che 
ognuno aveffe il merito delle sue opere. Terchè dovrei aver 
mutato indole e cojìume, trovandomi a capo di un Dica- 
stero municipale, piuttofio che di un TDicaJlero dello Stato? 



422 Delle Finan:^e del Comune di %pma 

È per quejle ragioni^ ch'io Le propoji di commettere, in 
vece mia, al signor Francefco Morelli, Segretario che sta 
a capo nella Se:^ione delle Scritture, V incarico di scrivere 
il capitolo sulle Finan:(e di %oma ; ed ora mi compiaccio 
che Ella abbia riconof cinto non ejfere lo scritto indegno del- 
l' arduo soggetto, né lo scrittore indegno della illuftre com- 
pagnia. 

La e/pofi^ione delle vicende della finanza della città di 
T(j)ma nei tempi moderni è piena di utilijjimi injegna- 
menti. Udii un giorno il Conte di Cavour dire : purché un 
bilancio sia chiaro, ejfo dimoftra quali siano le ifiitu^ioni 
di un paefe, e come eJfo sia governato ed amminijìrato. — 
Or la efpofiiione del Morelli ri/ale quafi al primo tempo 
della coJlitu:(ione dell' ajfoluto Principato del Capo della 
Chiefa in ^oma, il quale, dopo lunghe e tremende con- 
te/e, non ebbe compimento se non per opera del forgia 
e dei ^verefchi, ed ebbe poi stabili ordini da Sifto V. 
È pale/e la continua sollecitudine di tenere in mano ogni 
pubblico ufficio, ed ogni mcT^^o di soddisfare ai bifogni lo- 
cali; di ajfumere ed ctccentrare ogni autorità nel Governo, 
affinché lo spirito della libertà romana non rial:(^ajfe la te- 
sta. Cofi la città che avea dominato il mondo, e che sca- 
duta parve tuttavia dovejfe legittimare e santificare col suo 
nome il rinnovato Imperio, era da meno di un Municipio 
nell'ambito delle sue glorio/e mura. L'Imperatore di Ger- 



Delle FinatiTie del Comune di T(j>ma 423 

mania raccoglieva e compendiava le sue prete/e alla pre- 
ponderan^a suprema:(ia mondiale nel titolo ^'Imperatore 
Re dei Romani; e quejìi, spogliati d'ogni diritto e d'ogni 
autorevole rappresentan^^a, soggiacevano sen^a difefa agli 
arbitri della Curia papale. 

Siffatta era la condi:(ione di T(pma, mentre alle altre 
città dello Stato Pontificio era la/data piuttofto larga auto- 
nomia; an^i nella principale di effe, cioè Bologna, refta- 
vano colle forme e la softan:i^a, della comunale autonomia 
anche molti attributi della sovranità politica, subordinata 
all'alto dominio del Tapa, che lo efercitava per me^^T^o di 
un Legato. La differenza si mantenne poi sempre; cofi al 
tempo della prima reftaura:(ione pontificia nel 181^, che al 
tempo della seconda, ed ultima, nel 1849. ^^fciò nel 1847, 
allorché Tio IX coftitui il Comune di ^ma, era par/o 
compier fi un gran fatto, del quale parve poi nell'anno ap- 
preffo poco maggiore quello della promulgazione dello Sta- 
tuto coftituzionale; e dopo il 1849 S^^ Editti di Gaeta, men- 
tre davano agli altri Comuni dello Stato una Legge, che 
sarebbe stata abbaftan^a liberale, se non era l'arbitraria in- 
gerenza di Legati e Delegati, e se non era la sospenfione del 
diritto elettorale che periodicamente si rinnovava, davano 
a T(pma una Legge a parte, nella quale dei principi liberali 
ed autonomici, coftitutivi delle municipali rapprefentan^e, 
era bandita fin l'ombra. 



424 T>elle Finan:(^e del Comune di lipoma 

^A dir vero per altro, alle confideraT^ioni politiche se 
ne aggiungevano d'ordim economico, che perfuadevano il 
Governo papale ad ef eluder e la città di ^ma dal diritto 
comune. Fra quejle ve n erano per certo delle erronee, che 
si efplicavano in privilegi ingiufii e odiofi; il concetto 
economico, che la Capitale d'uno Stato, per quejla sua pe- 
culiare condÌ7^ione, abbia un compito, al cui soddisfaci- 
mento lo Stato tutto debba concorrere, può avere, ed hj, 
contraddittori; ma rif petto a %^oma gli argomenti si fon- 
dano sopra i fatti e le secolari efperien:^e. Che se per avven- 
tura quel concorfo non ha largo rif contro in altre Capitali 
di Europa, giovi altrefi, pel tempo in cui siamo, ojfervare 
che noi avemmo una repentina trasformazione, mentre al- 
trove, fu progreffiva evolu:^ione. 

Ter la Legge del 20 mar^o 186 j, applicata a %^oma 
nel i8yo, i diritti e i doveri di quejlo Comune sono eguali 
a quelli di tutti i Comuni del ^gno, grandi e piccoli — 
^NJun conto si tenne delle condizioni locali; e cofi, a tacer 
d'altro, piombò sul bilancio Comunale la beneficenza, che 
il Governo pontificio efercitava con criteri che rifalivano 
alla tradizione deW Impero, il quale avea alla sua volta 
ampliate e regolate le abitudini dell'ultimo periodo della 
%epubblica. IsLon intendo lodare, ne approvare qm criteri; 
ma il fatto sta, che senza alcun particolare compenfo il Co- 
mune ha ereditato dal Governo un pefo enorme, che, seb- 



^elle Finan:(e del Comune di ^otna 425 

lene alquanto menomato, va ancora al triplo della spefa 
che sojliene altro Comune del ^egno, il quale in ragione 
della popolazione lo agguaglia, e in ragione della ricche7^:{a 
lo supera. Né potevaji pretendere che la pubblica beneficenza, 
quale era da secoli efercitata, d'un tratto cejfajfe. 

La queftione delle ^Jlmminiftr anioni comunali ormai si 
impone al Governo ed al Variamento; l'^y^mminifir anione 
d'una Capitale di gran %^egno, quale è ^oma, dovrebbe, 
a creder mio, ejfere confederata con criteri particolari, sopra- 
tutto ne' rif petti delle Finanze. Gli ammi nitratori succedu- 
tifi dal iSyo in qua, noi ultimi comprefi^ sono accufati di 
aver fatto poco e lentamente; ma la e/pofi^ione finanziaria 
di quefto periodo moftra che, malgrado il progredivo au- 
mento della popolazione, salita da 244 mila abitanti nel 
iSyi a 28 j mila e più nel luglio 18 jS^ non vi fu e non 
vi sarebbe poffibilità di fare di più ; e se vi fu peccato, fu 
piuttofio di eccejfo. 

La uniformità nella coftituzione dei Comuni, con at- 
tribuzioni identiche e con identiche facoltà, che dovrebbe pre- 
supporre eguaglianza d'attitudini, di mezzi ^ di bifogni, 
ormai non è più per tutti gli uomini politici quel supremo 
desideratum, a cui fu sacrificata ogni altra confider azione. 
Se il defiderio non mi fa velo all'intelletto, vorrei sperare che 
il nofiro paefe, il quale creò il V£unicipio, rimafto unica 
iftiluzione civile e faro di libertà per molti secoli, sappia 



426 Tìelle Finan:^e del Comune di Tfjoma 

trovare una Legge d'orditiamento municipale, la quale si 
accomodi alle condi:(ioni grandemente varie dei Comuni 
Italiani, meglio che non la Legge del 186^. Quefta ha per 
fermo ottime parti, ma si concilia colla necejjitd delle co/e, 
soltanto a patto di non ejfere da per tutto rigorofamente os- 
servata. 

Quejìi miei concetti non rie/cono nuovi a Lei, che ebbi 
opero/o collaboratore neiramminiftr anione dello Stato. Ella 
forfè ricorda uno de' miei primi atti, col quale volli mitigare 
il numero ed il rigore di troppe formalità che s'imponevano 
ai Comuni del %egno, e la loro uniformità. ^Accenno vo- 
lentieri a quell'atto, perchè riguardava la Statiftica, sciem^a 
ed arte nella quale da quel tempo Ella ha saputo rendere 
maggiormente chiaro il suo nom£ e in Italia e fuori. 

DaCi abbia sempre, quale sono, con vera e affettuofa 
slima 

Suo devotiffimo 

G. Finali. 



t^l chiariffimo 
Trof. Comtn. Luigi Bodio 
direttore della Statiftica del %egfto. 



Delle Fi^ianze del Coocvìie vi %pm^i. 



Cenili •brev isstxi sul comune i>i 11^o.vj 
\a'k.teriorxE7ì,te al 1S4S. 



KEl Medio Evo la citti dei Cesari, la splendida re- 
9 gina del mondo, ci si presenta in tristi condizioni. Le 
discordie intestine ne sconvolgevano l'ordinamento politico e ci- 
vile; la anarchia più completa era fatta base di reggimento, e fra 
le rovine dei più maestosi monumenti sorgevano le torri dei pa- 
lazzi fortificati dei signori, che mossi da sconsigliata ambizione o 
da ire di parte, avevano intrapresa guerra quant'altre mai spietata. 
Gli Orsini, i Savelli, i Colonna, i Frangipane, i Massimi, Ì Pier- 
leoni, i Caetani ed altre meno potenti famiglie, si trovavano in 
aperta lotta fra loro e contro il papato ancora; i Pontefici rifiigia- 
vansi ad Avignone, e la città che sotto il Romano Impero nove- 
rava, per quanto si afferma, oltre un milione e mezzo di abitanti, 
li vide ridotti a soli 17,000, aimati gli uni contro gli altri, né più 
conservava alcun vestigio della prisca grandezza. Degli antichi 
monumenti rimanevano soltanto quelli che sfuggirono alla pre- 
dominante e cieca rabbia di distruzione. 

In tale stato di cose, non poteva Roma fornirci le splendide 
reminiscenze di quella gloria italiana che sono i Comuni, pei quali, 

S4 — aCciiogra/ia di "Hpnia, 'Parìe II. 



428 T)eUe Finanze del Comune di '^oma 

in uno allo splendore delle arti e dei commerci, maturavansi ge- 
nerosi principii d'indipendenza, e tanto lustro acquista vansi Amalfi, 
Pisa, Firenze, Genova, Venezia e molte altre città italiane. 

Sedate le intestine discordie, riordinati come meglio si poteva 
i pubblici servizi, un complesso di cause ricondusse anche in 
Roma l'amore delle arti e del bello, di che fanno testimonianza 
le opere grandiose del rinafcimento. 

Però la clerocrazia, che tutto dirigeva, gelosa di ogni attribih 
zione che, lasciata a sé, potesse per avventura intaccare il suo do- 
minio od anche soltanto menomare la sua influenza, restrinse 
nelle sue mani le redini d'ogni ordinamento politico, civile e mo- 
rale, mantenendo al più un simulacro di rappresentanza comunale, 
con attribuzioni di ben piccola importanza, e limitate sempre e 
sottoposte all' immediato controllo della potestà politico-religiosa. 
È per siffatte ragioni che il vero e reale ordinamento a Comune 
della città di Roma, non molto dissimile da quello delle altre città 
dello Stato, non risale che al 1848. 

Prima di quell'epoca la rappresentanza della Capitale era co- 
stituita da una Magistratura che risiedeva in Campidoglio : la Ca- 
pterà Capitolina, il cui simbolo era l' S. P. Q. R. Essa componevasi 
di quattro magistrati scelti nel libro d'oro capitolino, che conte- 
neva i nomi di cento famiglie del patriziato romano. Tre fra essi 
avevano il nome di Conservatori; il quarto, col titolo di Priore 
dei Capi Rioni, non aveva nelle loro' adunanze voto deliberativo, 
ma soltanto consultivo. 

Le attribuzioni di questa Magistratura, come di sopra accennai, 
erano di lievissimo momento. Esse limitavansi all'amministrazione 
delle rendite a lei assegnate, e dei quattro feudi di Cori, Magliano, 
Barbarano e Vitorchiano, spettanti al Senato e Topolo Tfjjmano. Su 
questi feudi la Camera Capitolina credette conservare i diritti ba- 
ronali, quantunque il Motu-proprio Piano del 1816, considerando 
che l'esercizio di tali diritti era di aggravio pei Baroni, avesse la- 
sciata facoltà ai medesimi di abbandonarli, assumendo a carico dello 
Stato le relative spese. Attendeva inoltre la predetta Magistratura 
alla conservazione del Museo Capitolino, dacché le ne fii affidata 



Tacile Finan:(^e del Comune di T(oma 429 

la custodia in forza del Motu-proprio del Pontefice Gregorio XVI 
del 18 settembre 1838, e presiedeva alle feste del carnevale. 

I Conservatori godevano alcuni emolumenti che in complesso 
sommavano a circa annui scudi 500 (lire 2687,50) per cadauno. 

In Campidoglio risiedeva pure il Senatore, la cui carica era 
assolutamente estranea alle competenze della Camera Capitolina. 

II Senatore era capo di un Tribunale con giurisdizione civile e 
criminale sopra meri laici della città di Roma e per cause laiche, 
giurisdizione che andò soggetta a variazioni. Egli era scelto dal 
Papa tra le famiglie più cospicue della città per nobiltà e per censo, 
con nomina vitalizia, e ciò fino al 1848. 

Il Tribunale Senatorio, come fu riorganizzato dal Pontefice 
Gregorio XVI, si componeva, oltre che del Senatore, dal quale 
dipendeva, di due collaterali, dell'uditore del Senatore, del giu- 
dice dei mercenari, di un giudice aggiunto, e di tre giudici sup- 
plenti '. V erano inoltre il Luogotenente criminale, il Cancel- 
liere ecc. 

> Per meglio far conoscere le attribuzioni di questo Tribunale, riporto 
integralmente la parte del Motu-proprio di Gregorio XVI, in data del io 
novembre 1834, che ne tratta: 

'Del Tribunale del Senatore di Rotna. 

Il Tribunale del Senatore ossia di Campidoglio esercita la giurisdizione, 
cumulativamente col tribunale dell' A. C. per le cause laiche, tra o contro 
meri laici, della città di Roma e dell'agro romano. 
Questo Tribunale è composto: 
del Senatore di Roma che ritiene il titolo di presidente; 
dei due collaterali; 

dell'uditore pro-tempore del Senatore; 
del giudice de' mercenari ; 
di un giudice aggiunto. 

I due collaterali e l'uditore del Senatore eserciteranno singolarmente la 
stessa giurisdizione attribuita ai governatori dai §§ 286 e 287, salvo il di- 
sposto nel § seguente. 

II giudice de' mercenari conoscerà, come giudice di eccezione, le cause 
di Roma e dell'agro romano non maggiori di duecento scudi, concernenti 
le mercedi campestri, le caparre, le anticipazioni o prestanze date per causa 



430 Delle Finan:;^t del Comune di ^oma 

Le sentenze emanate dal Tribunale Senatorio erano appella- 
bili ai Tribunali della Rota e della Consulta, a seconda che fossero 
civili o criminali. 

Tanto il Senatore, quanto 1 Magistrati da lui dipendenti, gode- 
vano di un annuo assegno a carico della Camera Capitolina, pur 
rimanendo sempre, come dissi, fra loro indipendenti le istitu- 
zioni del Senatore e della Camera Capitolina. La residenza del Se- 
natore era nel palazzo centrale del Campidoglio ove stavano pure 
le carceri per le cause attinenti al Tribunale Senatorio e dei dete- 
nuti per debiti civili e commerciali. Questo palazzo perciò ap- 
punto è chiamato anche ai giorni nostri Palazzo Senatorio, al pari 
di quello ove risiedeva la Camera Capitolina denominato Palazzo 
dei Conservatori. 

I Conservatori ed il Senatore intervenivano insieme alle cap- 
pelle pontificie, alla esposizione e riposizione delle teste dei Santi 
Pietro e Paolo in San Giovanni in Laterano, ed in varie altre fun- 
zioni ecclesiastiche. I Conservatori erano ammessi all' udienza 

di lavori di campagna, tanto fra gli agricoltori e i caporali, quanto fra i 
caporali ed i loro subalterni ed operai. 

Dai due collaterali e dall'uditore del Senatore sarà formato un tribunale 
collegiale per conoscere e giudicare, in primo grado, le cause maggiori di 
duecento scudi e le altre che sono attribuite ai tribunali civili delle Pro- 
vincie dal § 291, numero 3, ed in grado d'appello le cause giudicate singo- 
larmente da ciascuno di essi e dal giudice dei mercenari. 

Uno dei due collaterali, incominciando dal più anziano per ordine di nomina, 

esercita in ciascun anno la presidenza del tribunale col titolo di vice-presidente. 

Nelle cause concernenti lo stato delle persone per compiere il numero 

di cinque giudici, si chiameranno a dare il loro voto l'avvocato fiscale 

della Camera Capitolina ed il giudice aggiunto. 

Il giudice aggiunto dovrà inoltre esercitare le sue funzioni nel Tribunale 
collegiale, e nelle sole cause di appello, in vece di quello fra i membri 
dello stesso Tribunale che ha giudicato in prima istanza: avrà lo stesso 
rango e le stesse prerogative di cui godono i collaterali. 

Il Tribunale di Campidoglio avrà tre supplenti per le udienze singolari 
e per le udienze collegiali. 

L'avvocato fiscale della Camera Capitolina conserva il privilegio onori- 
fico di giudice supplente nelle udienze per le cause di appello. 



T)elle Finan:^t del Comune di *^oma 431 

« 
santissima ogni 15 giorni senza l'intervento del Senatore, che ave- 
va udienza separata. 

A dimostrare la tenue importanza della Rappresentanza comu- 
nale, basterà osservare la ristrettezza delle rendite e delle spese che 
costituivano l'azienda della Camera Capitolina. 

I cespiti negli ultimi tempi anteriori al 1848 erano costituiti 
da una somma di poco inferiore a scudi 35,000 (lire 188,125), dei 
quali scudi, 30,000 circa assegno a carico della Reverenda Camera 
Apostolica, ossìa del Governo, per vari titoli, fra cui il principale 
per compenso di quanto si ritraeva dalla dogana cosi detta dello 
studio. Questa dogana, la quale rifletteva il dazio che pagavano i 
vini forestieri, apparteneva dapprima alla Camera Capitolina la 
quale doveva in correspettivo provvedere alle spese occorrenti per 
VUniverfità degli studi (Università Romana). Allorquando il Go- 
verno pontificio avocò a sé la detta dogana assegnò alla Camera 
Capitolina un compenso annuo di scudi 21,945 78, Altri scudi 
3,100 erano assegnati parimenti dalla Reverenda Camera Aposto- 
lica, in compenso di quanto la Camera Capitolina ritraeva dalla 
corrisposta di appalto dell'ufficio di pubblico pefatore del popolo ro- 
mano, abolito con notificazione del 16 febbraio 183 1 ; 

Scudi 400 dovuti dal Collegio dei notari per la soppressione 
fatta dal Pontefice Paolo V, con Bolla primo ottobre 1612, dello 
lus scribendi, istituito da Sisto V quando ridusse a trenta il numero 
dei notai detti Capitolini; 

Scudi 831 57 dalla Università Israelitica di Roma così ripartiti: 
scudi 53 1 57 per i dazi alla medesima imposti pei giuochi di Agone 
e Testacelo e scudi 300 per la gra:(ia concejfa da Clemente IX 
agli Israeliti di non correre al palio e di non accompagnare la 
cavalcata per il corso del Carnevale, mantenendo bensì a carico 
della detta Università l'obbligo di prestare gli atH di ojfequio in 
Campidoglio ai Conservatori, che, non si sa come, ì Senatori pro- 
tempore vollero ripetuti verso di loro *; 

» Veggasi in fine del presente scritto V^Appendice kA, nella quale ho creduto 
opportuno di riportare alcune notizie sopra i giuochi e le costumanze succitate. 



432 Tacile FinattTic dei Comune di lipoma 

Scudi 700 circa dalla Camera Apostolica e dalla Direzione ge- 
nerale di polizia pel concorso alle spese del carnevale. 

Con questi cespiti, ed alcuni altri di minor conto, la Camera 
Capitolina doveva sopperire alle spese che brevemente riassumerò 
nei principali titoli : 

Scudi 7,000 circa per gli assegni ai lettori della SapUn:^a, al 
Rettore, al Bibliotecario, agli inservienti ecc. Giova qui notare che 
l'Università Romana, detta della Sapien:(a, dipendeva dal Cardinale 
Prefetto degli studi, e ne era Arci-cancelliere il Cardinale Camer- 
lengo. Il Comune non aveva altro incarico fuor che quello di 



pagare 



f 



• y 



Scudi 1,500 circa per gli assegni ai 3 magistrati detti Conser- 
vatori ; 

Scudi 5,500 circa per il Tribunale civile e criminale Senatorio; 

Scudi 1,000 circa per la milìzia Urbana Capitolina, deità de'Ca- 
potori, la quale serviva d'accompagnamento e di guardia d'onore 
alla Magistratura romana, e mandava pure un picchetto nelF anti- 
camera del Papa; 

Scudi 4,500 per i quattro feudi sopra citati totalmente passivi, 
poiché in ognuno di essi la Camera Capitolina, esercente la giurisdi- 
zione baronale, doveva mantenere un Governatore, un Procuratore 
fiscale, un Procuratore dei poveri, un Cancelliere, un Cursore, un 
Carceriere ed una Milizia ; 

Scudi 1,200 per pensioni, assegni ad antichi impiegati e fami- 
gliari; 

Scudi 2,000 per oblazioni di calici e torcie ed elemosine a di- 
verse chiese di Roma, secondo una tabella approvata dal Cardinale 
Colonna, Vicario nell'anno 1772 ; 

Scudi 800 per il Carnevale, ed altre spese di minor conto. 

Risultando da questo rapido cenno dell' entrata e dell' uscita 
della Camera Capitolina quanto effimera fosse l'importanza della 
Magistratura romana, ne consegue, che tutto quanto aveva attinenza 
colla vera amministrazione della città, dipendesse interamente dal- 
l'autorità governativa. Non andavo quindi errato, quando asserivo 
come prima del 1 848 non esistesse che un simulacro di rappresen- 



"Delle FinariTie del Comune di %j)ma 433 

tanza comunale, mentre il Governo pontificio, memore della lotta 
sostenuta dai Papi nel Medio Evo coi nobili e col popolo di Roma, 
aveva trovato opportuno, in quanto a questa città, di concentrare 
nelle sue mani, oltre i poteri legislativi ed amministrativi, anche 
quegli ordinamenti civili da esso consentiti alle altre città dello 
Stato. 



§11. 



Costituzione *del Consiglio e 'della D^Cagistratura comunale 

.AVVENUTA 'K.EL 1848. PRECARIETÀ 'DEL REGIME AMMINISTRATIVO 
VAL 1848 A TUTTO IL l8j0. 

NEl 1846 Pio IX veniva elevato alla dignità di supremo ge- 
rarca della Chiesa e di Sovrano dello Stato ecclesiastico. I 
primi atti del nuovo Pontefice, ispirati a sentimenti liberali che tro- 
varono un'eco entusiastica, non solo negli Stati Pontifici ed in 
Italia, ma in tutto il mondo civile, accennavano com' egli vedesse 
la necessità di por fine al sistema accentratore e dispotico del pas- 
sato. E difatti Pio IX rivolse le sue cure alla costituzione del Co- 
mune di Roma; ed a tal uopo nominò una Commissione per con- 
cretare un progetto che rispondesse ai suoi divisamente 

Risultato di questi studi fu il S^otu-proprio del primo ottobre 
1847, che ha una incontestabile importanza storica, e che permette 
di istituire confronti eloquenti fra i vari ordinamenti che nel pe- 
riodo di 22 anni governarono il Comune di Roma 5. 

Per quell'epoca non s'avrebbe potuto desiderare una organizza- 
zione più liberale, né maggiore assennatezza nelle discipline ammi- 
nistrative. I sentimenti liberali di Pio IX riscossero il plauso una- 
nime della cittadinanza e la prima Magistratura del nuovo Comune 
di Roma annunciava il fausto evento al Popolo Romano col se- 
guente proclama: 

5 Veggasi il ^otti-proprio in fine del presente lavoro, ^.'ippendice "B, 



434 Tacile Fitiauie del Comune di H^oma 



Il Sekato al Popolo Romako. 



L'anno che oggi spunta è principio di uu' era non meno fausta che 
sospirata, di un vìver nuovo, e quanto per vostra opera lo farete, glorioso 
e prospero. Quel Pontefice che ogni gente onora e ringrazia, rende oggi a 
Roma la pristina dignità, commette a voi medesimi in cento vostri fra- 
telli il reggimento delle sostanze civiche, la ricchezza e Tonore dei vostri 
campi, la maestà dei vostri monumenti, la salute, Talimento del povero, 
l'educarvi degna posterità. Ogni vostro buon essere è accomandato ad un 
corpo di cento membra, tutte a gara sollecite di felicitarvi. Non fugge a 
tanti intelletti la verità, né in franco e studiato deliberare vacilla mai la 
giustizia. Non è da dirvi l'obbligo che però vi stringe a Pio IX; ai Ro- 
mani niuno insegnò gratitudine. Ma chiamati a rappresentare il vostro 
centumvirato vi promettiamo e giuriamo che quanto è in noi di potenza, 
d'intendimento, di vita, lo spenderemo per modo, che la fiducia in noi 
posta non debba tornarvi a rammarico. Non abbiamo dimenticate quelle 
celesti parole colle quali il vicario di Gesù Cristo ci mandò dalla vetta del 
Quirinale a quella del Campidoglio : esser suo primo divisamento il volere 
approssimati ed a vera prosperità operosamente concordi il principe, il 
maestrato e il popolo. I vostri bisogni non sono ignoti; e speriamo po- 
tervi aprire una via spedita e legittima per mandarci i vostri desideri, 
senza che il volere di pochi sì creda voto di tutti. 

A tale proponimento deve (o la meta ne fallirebbe) cospirare la virtù 
vostra. Recate ad animo quanto sia difficile il dare alle cose pubbliche un 
ordine nuovo e buono; fortunati noi se ci verrà fatto di apparecchiarvelo ! 

L'affrettarlo sta in voi ; la riverenza delle leggi divine ed umane, La quieta 
moderazione, l'amore della fatica son prime e sole fondamenta dì civile felicità. 



7)al Campidoglio, il primo del 1848. 



Tommaso Corsini, Senatore - Marcantonio Borghese - Fi- 
lippo Andrea Doria - Clemente Laval della Fargn.\ 
- Carlo Armellini - Vincenzo Colonna - Francesco 
Sturbinetti - Antonio Bianchini - Ottavio Scara- 
mucci, Ccn/ervatori. 



ì 



T)elle Finanj^e del Comune di ^oma 435 

Son queste nobili parole di fratellanza e di civiltà, le quali se 
onoravano il Pontefice che coi suoi atti le ispirava, tornavano del 
pari a vanto di quei gentiluomini che il nuovo regime chiamava a 
dirigere le sorti del Comune di Roma, e che con tanta espansione 
d'animo enunciavano il loro compito alla cittadinanza. 

Ma pur troppo questo generoso slancio di libertà e di fratel- 
lanza doveva rimaner lettera morta, e le liete speranze che il paese 
aveva concepite venivano arrestate dalle agitazioni politiche e 
quindi travolte negli sconvolgimenti che a quelle susseguirono. 

Troppo son note le gloriose e tristi vicende degli anni 1848-49, 
né il mio assunto mi permette di narrarle. Solo dirò come gli eventi 
politici in breve volger di tempo abbattessero la Magistratura no- 
minata dal Pontefice, e più tardi quella sorta sotto il regime repub- 
blicano nel 1849, per far posto alla Commissione provvisoria no- 
minata dal generale Oudinot, comandante in capo Tarmata francese 
di occupazione, con notificazione del 14 luglio 1849. 

Nel giorno susseguente la nuova Magistratura presieduta dal 
Principe Pietro Odescalchi emanava alla sua volta un manifesto ai 
Romani, e a dimostrare qual cambiamento fosse avvenuto nelle 
idee di chi presiedeva alla pubblica azienda, basterà citare il brano 
seguente che tolgo dal manifesto suddetto : 

(c II ristabilimento deirordine e dell'autorità temporale del Sommo Pon- 
tefice negli Stati romani ha vivamente commosso tutto il mondo cattolico, 
Roma non può essere indifferente ad un avvenimento al quale è chiamata 
dai sentimenti di gratitudine e di ragione e dalla rimembranza funesta di 
quel passato che non può riandarsi senza dolore. » 

E nello stesso giorno un nuovo manifesto della Magistratura 
invitava « tutti i cittadini ad illuminare le proprie private abita- 
» zioni, per rendere più solenne la memorabile circostanza della fau- 
» sta ristaurazione del governo temporale del Sommo Pontefice ». 

Era impossibile che i repentini cambiamenti di indirizzo ammi- 
nistrativo, diretta conseguenza di quello politico, non ingeneras- 
sero confusione ed alterazione anche nella gestione finanziaria del 
Comune. 

55 — iconografia di ^oma. Parte IL 



43^ Delle Finan:^e del Comune di ^ovia 

E difatti, sarebbe assai difficile portare un accurato esame ed un 
giudizio esatto sull' amministrazione del triennio 1848-50. Però 
l'azienda di quei tre anni può ritenersi come transitoria, od anche 
come non facente parte dell' amministrazione comunale, poiché 
nel 185 1 il Governo, riconoscendo la precarietà e le oscillazioni 
occorse nelle diverse amministrazioni municipali succedutesi nel 
periodo suddetto, assunse a proprio carico la liquidazione di quelle 
gestioni. 

Mi limiterò dunque ad esporre brevemente i fatti finanziarìi 
di quel triennio, ed a riassumerne per sommi capi le rendite e le 
spese. 

Non essendo stata fatta nel 1848 la liquidazione dei rami di 
pubblico servizio che passavano al Comune di Roma, lo Stato, a 
tenore dell'articolo 74 del Motti-proprio sopra citato, corrispose 
al medesimo l'assegno di scudi 500 mila che, per ulteriore disposi- 
zione sovrana, venne per quell'anno aumentato di altri 50 mila 
scudi. 

Nel gennaio del 1849 fu fatta al Comune la consegna di tutti 
i cespiti e proventi ad esso spettanti in forza dell' indicato Motu- 
proprio, Questa consegna però essendosi eseguita sul finire di quel 
mese, l'Erario già aveva somministrato al Comune la quota propor- 
zionale dell'annuo assegno fissato dal suddetto articolo 74; e cosi, 
tanto per questa somma anticipata, quanto per le somme che l'E- 
rario aveva direttamente incassato delle rendite devolute al Comune, 
si convenne di addivenire fiix tardi ad una regolare liquidazione di 
conti. 

Le vicende politiche, impedirono che lo stralcio avesse luogo, e 
l'amministrazione comunale, dopo che era stata investita della esa- 
zione dei cespiti, continuò a percepirli, non però in modo costante 
e continuato, ma sibbene saltuariamente fino a tutto l'anno 1850. 

Sebbene la gestione del predetto triennio 1848-1850 si possa 
considerare, come ho già detto, estranea all'amministrazione muni- 
cipale, credo opportuno discorrere sommariamente delle rendite e 
delle spese occorse nello stesso periodo triennale. 

Le entrate degli anni 1848 a tutto 1850 ascesero in complesso 



A 



Delle Finan:^e del Comune di T(oma 437 

a scudi 2,147,685 56 (lire 11,543,809 88) e le spese a scudi 
2,223,524 52 (lire 11,951,44^ 29). 

A costituire le entrate contribuirono principalmente le seguenti 
partite, che riporterò in cifre tonde : 



Il dazio di consumo e la quota della tassa del macinato per 
quel periodo che furono lasciati all'amministrazione co- 
munale scudi 930,000 

Assegni governativi 900,ocx) 

Tassa detta delie strade e cloache, sui fondi urbani e sui ter- 
reni vignati ed ortivi nel suburbio 150,000 

Tassa sui cavalli e muli 30,000 

Tassa delle acque i6,oco 

Prodotti della neve 20,000 

Prodotti della mattazione del bestiame 25,000 

Prodotti della dogana de' pesi e misure 12,000 

Le spese di maggior rilievo furono : 

Beneficenza (che rientrò quindi fra i servizi pubblici di 

competenza governativa) scudi 1,000,000 

Lavori pubblici ed edilità 250,000 

Casermaggio francese 235,000 

Stipendi ed assegni 150,000 

Spese di amministrazione 1 50,000 

Illuminazione pubblica 85,000' 

Nettezza delle strade 50,000 

Sanità ed assistenza a domicilio (che rientrò pure nelle at- 
tribuzioni governative) 65,000 

Guardia civica 80,000 

Feste pubbliche 65,000 



Da questo stato riassuntivo è facile rilevare, come il dazio di 
consumo e la quota della tassa del macinato assegnati al Comune 
costituiscano il 43 per cento della totalità degli incassi, mentre 
tutti gli altri cespiti riuniti insieme, ad eccezione degli assegni go- 
vernativi, non raggiungono il 12 per cento. Questa notevolissima 



438 T)elle Finani^e del Comune di %oma 

differenza malauguratamente non viene a scemare in progresso di 
tempo, siccome farò osservare allorquando dovrò trattare delle 
rendite del Municipio di Roma sotto il regime attuale. 

Per ciò che riguarda le spese, mi sembra che le cifre siano per 
se stesse già abbastanza eloquenti. Ài primo sguardo che uno getti 
sulle indicate partite, si noterà, come, sopra un totale esito di poco 
superiore ai due milioni di scudi, un intero milione fosse assorbito 
dalla beneficenza. Il che accenna alla piaga profonda che ha sem- 
pre afflitto la città nostra, quella cioè di un considerevolissimo nu- 
mero di cittadini bisognosi o sedicenti tali, in quel tempo mante- 
nuto dal Governo pontificio ; il quale stanziando somme ingentis- 
sime a questo scopo, pareva volesse, alimentandola, eternare la 
classe degli oziosi, parassiti servili, che in grandissima parte con- 
ducono un'ignobile esistenza a carico de' cittadini contribuenti. 

Un'altra delle spese alle quali il Comune dovette sottostare e 
che richiama tutta l'attenzione, sia per l'importanza delle spese me- 
desime, sia per i nuovi balzelli che dovettero per ciò pesare sulla 
cittadinanza, si è quella del casermaggio delle truppe francesi inter- 
venute per ristaurare il Governo pontificio. 

I lavori pubblici, alla lor volta, offrono un bel contingente alla 
uscita, e questo contingente diviene ancor più notevole, se si pon 
mente al fatto, che un tal genere di spesa subisce ristagno in tempi 
di politiche commozioni. 

Le altre partite dell'uscita non meritano speciali osser\'azioni. 
Non voglio peraltro omettere di far osservare che, non ostante lo 
stato di gravissima agitazione in cui trovossi il Municipio di Roma, 
i successivi politici sconvolgimenti ed il dissesto economico della 
cittadinanza, durante il primo triennio della amministrazione comu- 
nale, non si riscontrano, né nell'entrata, né nell'uscita, quelle sen- 
sibili alterazioni, e molto meno ì gravi sconcerti, che sono sempre 
l'effetto delle situazioni anormali, e specialmente di quelle create 
da politiche commozioni, delle quali, prima delle altre, si risentono 
le amministrazioni comunali. 



T)elle Finan:(^e del Comune di T(^oma 439 



§in. 



Periodo amministrativo dal iSji al iSjo, 

IL CAMBIAMENTO avvenuto negli ordinamenti politici dopo 
la caduta della Repubblica Romana fece si, che il Municipio ve- 
nisse ricostituito sopra basi al tutto diverse da quelle che erano sta- 
bilite nel !KotU'proprio del primo ottobre 1847. Il ripristinamento 
del Governo pontificio, fondato sopra idee ben differenti da quelle 
che ispirarono i primi atti del Pontefice Pio IX, doveva necessa- 
riamente addurre anche una rivoluzione amministrativa. Infatti gli 
stabilimenti d'istruzione elementare e superiore, la beneficenza, 
gli ospizi, gli ospedali, l'assistenza sanitaria, lo stato civile ed altri 
servizi pubblici, già deferiti al Comune, furono avocati al Governo 
in forza della legge edittale del 2j gennaio 185 1, del Cardinale 
Antonelli, allora pro-segretario di Stato *. 

Questa legge anziché modificare, distruggeva quasi totalmente 
le disposizioni del ^otu-proprio 1847, ed il Comune della capitale, 
ch'erafi voluto ridonare ali* antico splendore, ricadeva invece pres- 
soché nelle condizioni d'onde era stato tratto, divenendo un sem- 
plice assegnatario della autorità governativa. 

Passati sotto la diretta amministrazione del Governo tutti i 
principali servizi di spettanza comunale, furono a lui devoluti i 
maggiori cespiti già assegnati al Comune per disimpegnarli. Il 
Municipio ricostituito incominciò a funzionare col primo gennaio 
185 1, sopra le nuove basi risultanti dalla predetta legge edittale. 

Con dispaccio del Presidente di Roma e Comarca 5, in data 

4 Veggasi la suddetta legge edittale in fine al presente lavoro, appen- 
dice C. 

s II Presidente di Roma e Comarca, il quale al pari di tutti i dignitari era 
un Prelato, quale rappresentante del Governo, stava a capo deiramministra- 
zione della provincia romana, che era costituita dalla città di Roma, suo terri- 
torio e dalla Comarca, corrispondenti soltanto airattuale circondario di Roma. 



440 T)elle Fitian:(^e del Comune di T(^oma 

3 1 dello stesso gennaio, veniva comunicato al Comune il prospetto 
delle spese alle quali per la surriferita legge doveva provvedere, 
e quello dei cespiti per farvi fronte. Gl'introiti fissati da principio 
nella somma di scudi 265,000 furono, in seguito ai rilievi fatti 
dalla Commissione provvisoria municipale, portati a scudi 278,662 
e per tal modo le spese e le entrate risultarono come segue: 



H, EX^D I T E 



Scudi 



Stabilimento di mattazione 12,000 . 

Dogana dei pesi e misure 6,511 . 

Legnare 620 . 

Privativa della neve 7,420 . 

Tassa sui cavalli di lusso 12,000 . 

Id. sulle acque 5i345 • 

Id. per le strade, cloache ecc., compresi gli 
scudi 8,000 che si pagano dal Ministero 
dei lavori pubblici per la traversa nazio- 
nale 46,700 . . 

Rendite consolidate 295 1 5 i/a 

Tasse di sepoltura 2,000 . 

Pesa libera 800 . 

Offici notarili 200 . 

Privativa dei cofani a piazza Navona . . . 1,000 . 

Licenze e permessi 600 . 

Supplemento che viene assegnato a pareggio 
delle spese attribuite al Municipio di Roma, 
mediante delegazione sull'appalto dei dazi 
di consumo, pagabile la rata parte ogni 

dieci giorni 183,170 84 i/a 



Lire iialiatu 

64,500 . . 
34,996 62 
3,532 so 
39,882 50 
64,500 . . 
28,729 37 



251,012 50 

1,586 44 

10,750 

4,300 

1,075 

5,37S 
3,225 . 



984,543 29 



Totale 



. 278,662 . . 1,497,808 22 



Delle Finanze del Comune di %oma 441 



STESE 

Spettacoli e feste pubbliche 

Corpo dei vigili 

Monumenti pubblici con fontane monumentali . 

Museo e Pinacoteca 

Annona e Grascia 

Rette pei sordo -muti 

Camposanto al Verano 

Vaccinazione pei fanciulli 

Provvedimenti sanitari 

Nettezza delle strade per i soli mezzi di tra- 
sporto 

Acquedotti e fontane^ 

Vie urbane, compresa la traversa nazionale . 

Strade provinciali e comunali nell'Agro Ro- 
mano 

Ornato ed abbellimento della città 

Sicurezza pubblica 

Illuminazione notturna 

Nomenclatura delle vie 

Casermaggio dei gendarmi pontifìcii .... 

Compenso ai privilegiati di dodici fìgli. . . 

Spese per la chiesa di Aracoeli 

Dativa reale e tasse dirette 

Oblazioni di calici 

Frutti dei vacabili non liquidati 

Acconcimi ai palazzi capitolini 

Spese per la rappresentanza municipale . . 

Spese per la percezione delle tasse .... 

Frutti del prezzo di una casa diruta acquistata 

Personale occorrente al disimpegno di tutti 
gli uffici municipali 

Spese impreviste 

Totale , , . 



Scudi 

19,000 . 
12,500 . 

2,550 . 
682 . 

5,200 . 

1,920 . 
5,650 . 

300 . 

400 . 

14,300 . 
11,118 . 
47,000 . 

33»754 40 

6,000 . 

1,200 . 

29,500 . 

100 . 

6,900 . 

10,350 . 

174 20 

250 . 

2,100 . 

172 50 

1,850 . 

12,000 . 

1,372 . 

235 • 



42,083 90 
10,000 . . 



Lire italiane 

102,125 . . 

67,187 50 

13,706 25 
3,665 75 

27,950 . . 

10,320 . . 

30,368 75 
1,6x2 50 
2,150 . . 

76,862 50 

59,759 25 
252,625 . . 

181,429 90 
32,250 . 
6,450 . • 

158,562 50 

537 50 
37,087 50 

55,631 25 

936 32 

1,343 75 

11,287 50 

927 18 

9,943 75 
64,500 . . 

7,374 50 
1,263 12 

226,200 95 
53,750 • • 



278,662 . . 1,497,808 22 



Queste somme dimostrano per loro stesse, come la rappresen- 
tanza comunale di Roma venisse nel 1851 ricostituita con attri- 
buzioni d'importanza relativamente assai tenue. 



442 Delle Finan:(^e del Comune di ^oma 

Ma io non mi propongo di fare una dissertazione sulle compe- 
tenze più o meno estese conferite alla rappresentanza comunale ; 
mi limiterò a trattare di ciò che strettamente è di mio compito — 
le finanze comunali. 

Ognuno sa che, a concepire l'idea esatta di una vasta ammini- 
strazione, non basta esaminare isolatamente i singoli articoli di un 
suo bilancio. 

È d'uopo invece aver sott'occhio un periodo abbastanza lungo 
ed un numero non troppo limitato dei suoi bilanci annuali, sui 
quali poter fondare le considerazioni che dall'insieme di una ge- 
stione di vari anni sia dato ricavare, senza timore di andare er- 
rati. È per questo motivo che io prescelgo tal sistema, e riassu- 
mendo in uno specchio tutti i bilanci annuali del ventennio dal 
185 1 al 1870, divisi nei titoli principali, farò in seguito rilevare le 
differenze più notevoli dall'uno all'altro esercizio , offrendo nello 
stesso tempo le dilucidazioni più necessarie per spiegarne le cause. 

Devo bensì avvertire che, quantunque io mi sia prefisso di ri- 
portare esattamente le cifre dei bilanci originali, non ho potuto fare 
lo stesso per gli anni dal 185 1 al 1857, giacché l'Amministrazione 
comunale, per un concetto suo proprio, volle tenere in quell'epoca 
separata la gestione del casermaggio delle truppe estere e i relativi 
fondi destinati a farvi fronte. Si avvide però come questo sistema 
ingenerasse irregolarità ed inceppasse il normale procedimento del- 
l'azienda generale; laonde, recedendo dal principio adottato, inco- 
minciò col 1858 a riunire in un solo bilancio tutti i cespiti e tutti 
gli oneri comunali. 

Per tale ragione mi fu necessario di modificare i risultati dei 
bilanci di quei sette anni, aggiungendovi le partite che ne erano 
state separate, ad effetto di fare emergere le cifre reali complessive, 
e di evitare le lunghe dimostrazioni necessarie per render ragione 
delle sensibili differenze che si riscontrano fra i bilanci dei suddetti 
7 anni, che non comprendevano le partite /^ro et cantra relative al 
casermaggio, e quelli degli anni susseguenti. 

Si veda più innanzi lo specchio complessivo degli introiti e 
delle spese del Comune di Roma nel ventennio 1851-1870, a pa- 
gine 444, 44S, 446 e 447. 



Delle Finan:(^e del Comune di %_oina 443 

Facile è rilevare a colpo d'occhio quale sensibile differenza 
passi fra il prospetto trasmesso dal Governo al Comune, per mezzo 
di Monsignor presidente di Roma e Comarca, ed i prodotti rea- 
lizzati e le spese sostenute nei singoli esercizi di questo ventennio. 
Per quanto fossero state limitate le attribuzioni del Comune, im- 
possibile doveva riuscire tener circoscritti i termini dell'ammini- 
strazione entro la stretta cerchia di scudi 278,662, oL. 1,497,808 22 
annue, come era assurdo il non tener conto del probabile sviluppo 
della popolazione, e de* conseguenti maggiori bisogni, per sopperire 
anche ai soli servizi pubblici lasciati a carico del Comune. 

Non deve quindi recar meraviglia, se fin da principio esiste 
una notevole differenza fra le previsioni e gli assegni governativi, 
ed i resultati effettivi dei bilanci annuali. 

È ben vero che causa precipua di tale differenza furono le 
spese pel casermaggio estero, che non erano state contemplate fra 
gli oneri addossati al Comune e cagionarono per conseguenza la 
creazione di alcune tasse destinate a questo scopo e parimente non 
comprese nel prospetto governativo. Però se questa ragione ha 
valore per i primi anni, allorquando cioè le spese del casermaggio 
bilanciavansi con quelle speciali imposte, cessa d'avere ogni fon- 
damento in seguito, allorquando, diminuiti i carichi del Comune 
pel titolo del casermaggio, si dovettero all'incontro, non solo man- 
tenere, ma accrescere tutte le tasse esistenti. È questo però un 
fatto che ordinariamente si verifica nello svolgimento delle pub- 
bliche amministrazioni. 

Ciò premesso intraprenderò l'esame parziale dei diversi titoli, 
secondo l'ordine riprodotto negli specchi dell'entrata e dell'uscita, 
riferendo tutte le notizie che ho potuto raccogliere e che valgono 
a dimostrare il successivo sviluppo delle passività e delle attività 
comunali. 



56 — !\C Olio grafia di T(pma, Parie IL 



444 T)tlle Finanze del Comune di %^oma 



1 X TliO ITI 



list 



tSs4 



Prodotti dello subilimento di mattazione 64,667 40 

Pesa libera legale S)043 3) 

Privativa dei cosi detti cofani .... Si37S <'^ 

Tassa sui cavalli e sui muti .... 7Si939 29 

Dogana dei pesi e delle misure . . . 37i^3^ 60 

Tassa sulle acque. ........ S3f77^ ^'S 

Privativa della neve 39?793 S* 

Sovrimposte sui fabbricati e terreni . 449,^60 8$ 
Sopratassa sul vino e sugli spiriti . . 433,908 35 
Supplemento governativo per comple- 
tare là dotazione di Scudi 278,662. 984, $4) 29 

Tassa sul bestiame 

Ricavato dei prestiti 

Rimborso parziale del casermag. estero 

Licenze e permessi diversi 8,6)6 3; 

Tasse cemeteriali, rimborso di lavori ecc. 1 1 ,614 62 

Rendite patrimoniali 4.681 17 

Proventi ed introiti diversi ordinari e 

straordinari 152,155 77 

Commissione dei sussidi per i brac- 
cianti della nettezza 

TotaU . . . 2,317,535 88 



54,906 99 


4», 940 


29 


4«*T>5 yt 


4,S23 S7 


4,290 


63 


2,975 9» 


9.S76 53 


6,2 s8 


14 


1,761 65 


76,880 18 


77,M4 


18 


77,106 2^ 


37,186 05 


S7,3«9 


14 


30,74; 00 


S5.77» OS 


S3»778 


05 


53p*07 II 


39,793 8» 


40,258 


9« 


34r:00 00 


449,678 60 


449,566 


57 


450,149 10 


37«,9»S 73 


377,»92 


88 


285,815 0} 


984,543 ^9 


984.545 


29 

• • 


984,545 29 








315,658 27 


10,614 06 


11,141 


89 


9.)»7 57 


15,872 89 


M.764 


40 


» 5,799 8' 


4,681 17 


4,681 


»7 


4,6«i 17 


a3,<^»5 43 


25,404 


23 


»7.8j7 34 


2,144,56€ 35 


2,148^3 


• • 

76 


2.326,140 SI 



l'SLT'K.O I T I 



i86x 



1862 



i86j 



X864 



Prodotti dello stabilimento di mattazione 41 ,454 69 

Pesa libera legale 2,026 69 

Privativa dei cosi detti cofani, . . . 4,031 25 

Tassa sui cavalli e sui muli .... 124,963 37 

Dogana dei pesi e delle misure ... 33,180 19 

Tassa sulle acque 53,553 92 

Privativa della neve 54, 400 00 

Sovrimposte sui fabbricati e terreni . 444,438 57 

Sopratassa sui vino e sugli spiriti . . 220,138 26 
Supplemento governativo per compie- 

tare la dotazione di Scudi 278,662. 984,543 24 

Tassa sul bestiame < 5 3,803 80 

Ricavato dei prestiti 

Rimborso parziale del casermag. esterb 574, 175 37 

Licenze e permessi diversi 14,765 31 

Tasse cemeteriali, rimborso di lavori ecc. 19,393 32 

Rendite patrimoniali 15.274 67 

Proventi ed introiti diversi ordinarie 

straordinari 41,415 98 

Commissione dei sussidi per i brac- 
cianti della nettezza 

ToiaU . . . 2,751,558 63 



44,123 76 


44,246 DJ 


«,736 72 


«,465 92 


4.031 25 


4,031 25 


"4,963 37 


124,963 37 


28,661-73 


39,503 83 


53,553 92 


53.553 92 


37,625 86 


53.755 37 


444,385 97 


535,677 37 


250,433 26 


269,653 02 


984,543 29 


984.543 29 


183,057 23 


184,813 19 


295,625 00 




627,636 82 


547,346 05 


17,942 36 


17,717 89 


28,487 82 


24,809 68 


14,813 98 


M,575 26 


28,478 23 


51,446 SO 



8,170,099 57 | 2,952,101 94 



61.656 62 
M>2 70 
4,0 J' »5 

i24,9^j n 

38,559 '4 

53,525 52 

55,755 37 

528,305 75 

286^2 01 

984,545 ^9 
I 59,420 02 
2x5,000 00 

524.463 *o 
30,089 27 
30,856 58 
14,418 60 

30,759 <>> 



8,Ul,e59 90 



^.T. Per facilitare i confronti tutte le somme furono ridotte a Lire. 



Delle FinanT^e del Comune di %oma 445 



i8;s 



iSjó 



iSS7 



j8s8 



i8s9 



x86o 



41,283 20 


40,136 28 


40,698 13 


40,880 91 


41,509 75 


40,329 83 


3,o8a OS 


2,623 38 


a.941 33 


a.640 87 


2,858 58 


2,0)0 30 


1,316 63 


2.316 62 


2,316 62 


4,266 24 


4,03» 25 


4,031 25 


77,240 76 


77,99$ 95 


78,264 43 


77,974 61 


78,635 90 


93.535 29 


30,-45 00 


30,745 00 


17,672 11 


»5,53« a5 


«5,53» 25 


25,679 63 


52,803 56 


$3,616 26 


53,545 3« 


53.532 42 


53,55* 42 


53,540 64 


34^00 00 


54,400 00 


34,400 00 


34,400 00 


34,400 00 


34,400 00 


448.743 93 


448,673 39 


446,86} 46 


446,786 31 


447,002 41 


447,250 07 


212^74 63 


202,869 7S 


227,440 II 


293,941 12 


240,685 7S 


220,488 49 


9«4,S43 ^9 


984.543 83 


984,542 77 
«34,375 00 


984,543 77 


984,543 29 


984,543 29 
150,561 6$ 


243.172 so 


198,456 07 


191,285 77 


518,761 OS 


328,841 72 


466,6)9 01 


9,884 6s 


12,546 92 


15.402 25 


13,244 80 


11,230 49 


12,902 82 


16,0^6 12 


12,414 69 


»7,3n 36 


14, «o2 47 


M.575 36 


12,233 02 


4,691 92 


4,831 28 


5,448 80 


5, 201 17 


6,253 40 


12,710 SS 


44,074 " 


19*558 57 


107,284 ao 


29,266 79 


45,571 58 


30,473 82 


2.205,309 35 


2,125,7S7 99 


2,359,793 65 


2,545,073 78 


2,319,203 15 


2,591,349 68 



i86f 



1866 



1867 



1868 



ZS69 



J570 



82.454 24 


80,558 48 


54,420 64 


1 e 6,077 46 


125,802 87 


186,847 66 


»,498 95 


1,361 67 


1,284 67 


1.291 11 


»,245 74 


1,186 20 


4,03 « 25 


13,121 71 


15,304 03 


15,021 43 


» 5.021 4» 


15,021 44 


125,500 87 


128,376 36 


n7,o8> 9$ 


136,206 59 


185.873 34 


203,565 12 


38,961 33 


41,048 12 


42,2)1 36 


44,760 75 


56,445 '6 


41,809 48 


53,525 32 


53.525 32 


53.525 32 


57,440 78 


114.922 86 . 


1^4,922 86 


5?,755 37 


53.755 37 


53,755 50 


54,748 65 


54,000 00 


54,000 00 


^'5,377 9» 


643,964 04 


641,754 23 


654,93» »3 


754,356 84 


754,062 90 


355H55 ^7 


324,860 70 


384,279 37 


357,836 58 


354.346 54 


395,183 21 


984,543 29 


1,142,309 10 


1,142,309 11 


1,142,309 11 


1,168,996 82 


1,168,996 82 


176,656 81 


243,240 00 


245,740 62 


231.051 45 


239,807 81 


247,33; 80 


215,000 00 












512,706 81 


409,044 03 


155,868 88 


101,099 70 


2,217 18 




62,318 85 


72,126 28 


65,578 76 


69,016 44 


66,713 40 


7 «,765 35 


46.393 85 


39,39» 22 


35,056 98 


42,626 64 


42,283 36 


46,829 33 


15,760 44 


» 5.941 58 


15,611 59 


18,153 52 


15,024 72 


15.468 21 


49,616 46 


63,884 3S 


129,700 17 


164,461 33 


99,676 73 


103,866 24 


29,562 50 


59.125 00 


59,125 07 


59,125 00 


$9,125 00 


59,125 00 


8.421,119 92 


9,385,633 83 


3,262,682 25 


3,256,187 07 


3,355,859 78 


8,479,981 6S 



44^ Delle Finanze del Comune di %pma 



S^P E s E 



xSft 



x5/j 



sSsj 



i$S4 



Interessi passivi ed estiniione di mutui 

Spese generali dì anuninist razione ecc. 339}909 ^4 

Nettezza 80,784 33 

lUumiaaxione 160,216 28 

Annona e Grascia 27,221 66 

Vigili 66,8oa 12 

Lavori pubblici 460,87; 36 

Culti e cemeteri $2,279 8; 

Beneficenza, saniti e franchigie . . . 69y9$8 55 

Casermaggi) dei gendarmi pontifici . 34t9S2 06 

Casermaggio delle truppe estere . . . 534,140 41 

Te-itri e feste pubbliche 131,283 62 

Tassa del milione, quarto di milione e 

USM erariale di scudi 3;o,ooo. . 503,111 76 

Partite addizionali concernenti 1* epoca 

dal 20 settembre al 31 dicembre 1870 

Totale . . . 2,451,535 23 



321,747 00 
86,925 41 

164,351 69 
22,823 59 
66,809 >^ 

520,996 40 
61,177 30 

7^1**5 S9 

38.359 87 

614,735 79 

128,204 17 

"$,777 94 



2,226,714 01 



375.855 49 

85,733 7* 
165,706 27 

9,677 87 

66,802 22 

59», 580 45 

74,937 84 
81,987 34 

43,860 83 

646,650 28 

110,368 40 



2,253,138 71 



527.956 26 
«9,251 00 

164,853 *9 
16^28 09 

66,958 09 

1,532,^00 96 

155,618 iO 

86,674 83 

46.185 -,5 

688,527 88 

109,478 »6 



3,288,933 11 



STESE 



tS6i 



iS6a 



x86j 



1864 



Interessi passivi ed estinzione di mutui 19,350 00 

Spese generali di amministrazione ecc. 314,656 22 

Nettezza 95.734 34 

Illuminazione 197,286 90 

Annona e Grascia 11,119 45 

Vigili 64,318 11 

Lavori pubblici 720,206 78 

Culti e cemeteri 119,496 50 

Beneficenza, saniti e franchigie ... 7 3, < 73 31 

Casermaggio dei gendarmi pontifici . 58,349 65 

Casermaggio delle truppe estere . . . 'ì^$,S^l 16 

Teatri e feste pubbliche 164,547 29 

Tassa del milione, quarto di milione e 

tassa erariale di scudi 350,000. . 176,085 00 

Partite addizionali concernenti l'epoca 

dal 20 settembre al 3 1 dicembre 1870 

TotaU . . . 2,779,790 71 



85,105 06 
320,306 34 

93,970 7» 

198,331 30 

8,859 12 

66,907 03 
803,478 32 
179,911 75 

72,954 66 

59,925 28 
856,849 09 
165,690 63 

176,085 00 



3,068,374 30 



19,550 00 
315,287 03 

99,890 50 
198,777 70 

36,596 84 

66.147 73 

844, M7 34 
135,838 61 

7»,"664 74 
60,010 29 

7*9,794 73 
» 59,956 3« 

176,085 00 



24,187 50 

327,138 90 

107.560 68 

«99,038 74 

«9,575 54 
66,365 90 

851,673 93 
«93,876 35 
70,002 62 
52,407 21 
699,284 81 
160,620 85 

176,085 00 



2,911,546 82 2,917,816 OS 



^.*B. Per facilitare i confronti tutte le somme furono ridotte a Lire* 



Delle FinanT^e del Comune di T(^oma 447 



i5;/ 



i«/6 



iS;7 



itiS 



xSf9 



t86o 



311,918 97 
86,iSo 03 

i7S,9»o 41 
17,229 99 
64,839 88 

755,455 35 
182,692 03 

92,227 2é 

5'»H8 47 
543,832 02 

118,607 s» 
176,089 12 



8,566,111 02 



307.596 45 

84,398 86 

179,902 70 

8,»59 75 
63,142 81 

540.»7« 59 
208,336 so 

91,402 38 

45.876 70 

454,123 54 
130,418 27 

176,089 II 



2.S89,718 64 



316,528 64 

87.404 58 
171,880 29 

15,289 02 

63,636 50 

517,191 20 

258,692 19 

88.798 95 

52,544 60 

459,783 25 

187.555 85 

176,089 13 



2.355,398 00 



17,737 00 

343,554 89 
87,027 10 

164,516 35 
10,02$ 55 
63,308 12 

805.139 11 

121.140 56 
81,132 58 

49i075 44 
472,296 17 

131,185 8$ 
176,089 13 



2,522,027 83 



19.350 00 

355,572 74 
91,680 30 

172,792 li 

9,251 69 

63,112 82 

664,487 70 

126,595 17 
69,869 65 

55,984 89 
517,496 26 

«55,559 70 
176,089 II 



2.457,822 14 



19,350 00 

339,186 24 

91,575 08 

195,338 81 

10,591 41 

66,001 74 

678,437 II 

107,366 88 

69,902 22 

85,590 IO 

622,185 55 

140,754 02 

176,089 13 



2,602,368 09 



j86s 



1866 



1867 



1868 



1869 



1870 



48,375 00 
351,150 06 
219,628 27 
198,418 85 

11,220 87 

67,395 74 

1,045,579 67 

1 24,08 j 26 

69,843 09 

57,925 67 
683,609 10 

» 59.740 94 
176,085 00 



8,213,050 52 



64.338 7$ 

407,790 94 

248,803 02 

199,446 06 

30,483 90 

67,825 52 

1,101,286 94 

148,391 76 

184,683 92 

44,35» 46 
545.59» 05 
166,577 90 

176,085 00 



3,385,436 23 



69,660 00 

457, M4 70 
241,350 2$ 
204,717 06 

9,599 30 

68,956 14 

1,222,969 76 

104.567 13 

102,071 51 

»«9,$4« 3» 
207,825 17 

2o6,S59 46 
176,085 00 



8,171,346 79 



124,285 00 
496,182 35 
221,280 43 

202|I23 51 

15,140 88 

70,864 73 

1,203,858 26 

2C9,295 75 

74,635 a* 
96,541 00 

»76,9«9 45 
176,085 00 



3,067,211 58 



80,410 00 
485,122 47 

275,404 25 

205,513 44 

40,204 51 

75.7»9 98 

1,018,566 24 

158,388 49 

75,442 13 
62,157 65 

198,699 66 
176,085 00 



2.849,713 82 



10,750 00 
361,936 87 
300,729 15 
222,104 24 

37,481 IO 

85.800 16 

',45»,7»9 76 
190,789 79 

94,»94 15 
65,195 07 

555,984 97 
176,085 00 

599,496 38 
3,930,866 62 



448 T)eììe Finan:(^c del Comune di Tijoma 



ENTRATE. 

3iC A CELLO 7 U BH LI C O . 

IL MACELLO pubblico fu attivato in Roma nel 1825. Anterior- 
mente a quest'epoca il bestiame pel consumo della città veniva 
macellato nei singoli spacci sparsi entro l'abitato. Un editto di 
Monsignor Cristaldi, tesoriere generale, in data del 4 giugno 1825, 
ordinava che, a partire dal giorno 14 dello stesso giugno, la matta- 
zione del bestiame avesse ad effettuarsi nell'apposito stabilimento, 
e che perciò dal giorno suddetto dovevano precettivamente macellarfi 
in ejfo tutti i bovi, vitelli^ cajirati, pecore, agnelli e majali deftinati 
al confumo della città di T{j)ma e luoghi suburbani. 

Gli abbacchi ed i capretti non erano compresi in questo editto, 
rimanendone, come per lo innanzi, libera la macellazione. La ma- 
cellazione poi del bestiame bufalino proseguì a farsi per vari anni 
in un locale a Porta Leone, detto macelletto, fino a che fu anche 
quel bestiame assoggettato al regime comune. 

Frale varie disposizioni contenute nell'editto, eravene una, 
che riporto a titolo di curiosità, la quale stabiliva che, per soccor- 
rere gli indigenti, ciascun macellaio dovesse gratuitamente cedere 
e rilasciare a favore del pio Istituto di Carità una delle quattro 
:(ampe di ciascuna bestia macellata nello stabilimento. Volevasi 
in tal maniera, senza portare sensibile aggravio a chi doveva os- 
servare questa disposizione, produrre un valevole sollievo a fa- 
vore della classe bisognosa. 

I diritti che lo Stato percepiva per il servizio di mattazione 
erano fissati nelle seguenti misure, che credo utile riferire per chi 
desiderasse stabilire confronti colle attuali tariffe : 

Per ogni bue o vacca .... bajocchi 40 lire 2 150 

vitello o vitella ... 20 i 075 

bufalo o bufala .... - 30 i 610 

vitello o vitella bufalina. 15 o 80S 



Tacile FinaiiT^e del Comune di %^oma 449 

Per ogni castrato bajocchi 5 lire o 270 

agnello 3 o 160 

majale i $ o 805 

Questo cespite, che nel Motu-proprio del 1847 era stato asse- 
gnato al Comune, fu allo stesso mantenuto colla legge edittale 
del 25 gennaio 185 1. 

Il Comune condusse questo servizio per amministrazione fino 
a metà dell'anno 1852, e solo dal luglio di quell'anno lo concesse 
in appalto, mercè un'annua corrisponsione ed una partecipazione 
sugli utili che fossero per derivare all'appaltatore. 

Gl'incassi del 185 1, che appariscono di molto superiori a quelli 
d^li anni successivi, non lo furono di fatto, imperocché essi rap- 
presentano i prodotti lordi, non depurati cioè dalle spese di ammi- 
nistrazione, le quali, tanto per quest'anno, come per il successivo 
semestre (nel qual tempo lo stabilimento, come si è detto, fu con- 
dotto per conto del Comune), figurano fra le partite dell'uscita. La 
corrisponsione di appalto, notata nei bilanci seguenti, è quella do- 
vuta e pagata integralmente dall'appaltatore, avendo egli assunto 
a proprio carico le spese di amministrazione e tutte le altre inerenti 
allo stabilimento. 

Con questa spiegazione viene giustificata l'occorsa differenza, 
che altrimenti avrebbe dovuto attribuirsi a deperimento del ce- 
spite. Nell'esame di alcune altre fra le successive partite d'introito 
ricorreranno le stesse variazioni, che restano colle identiche ra- 
gioni spiegate. 

Nel 1864, versando il Comune di Roma in critiche condizioni 
finanziarie, fu creduto, nell'occasione che presentavasi propizia di 
dover rinnovare il contratto d'appalto, d'aumentare del 50 per cento 
la tariffa dei diritti di mattazione, e con notificazione del 17 giugno 
dello stesso anno l'aumento fu reso di pubblica ragione. 

In forza poi della legge 18 giugno 1866, che cambiò il sistema 
monetario, con altra notificazione del 24 dicembre 1867, il Muni- 
cipio uniformò la riscossione di tutti i suoi cespiti al nuovo sistema, 
per rendere (cosi diceva la notificazione) meno imbarazzanti le 
operazioni. Perciò la tariffa veniva ad essere modificata nel modo 



t 



4SO T)elle Finan:;ie del Cotnune di %oma 

seguente, che segna un piccolo aumento al di là del 50 per cento 
contemplato nella disposizione del 1864: 

Per ogni bue, vacca o bufalo lire 3 50 

vitello vaccino o bufalino ... i 65 

castrato o 45 

agnello o 25 

majale i 25 

Questi aumenti di tariffa spiegano facilmente l'aumento che si 
riscontra, dal 1864 in poi, sui prodotti della mattazione. 

Il Comune frattanto compiva vaste costruzioni nello stabili- 
mento di mattazione, incontrando una spesa di più che cinque- 
centomila lire. E ben meritava il Comune cosi facendo, poiché 
coU'attivare colà una serie d' importanti servizi, oltre al curare il 
decoro della città a\^antaggiava nello stesso tempo le finanze co- 
munali. Infatti la peìanda e la così detta Iavora:(ione dei suini, la 
macellazione dei capretti, non compresi all'epoca della primitiva 
istituzione dello stabilimento, la tripperia ed altri, erano tutti ser- 
vizi per i quali, mentre tutelavansi le condizioni sanitarie di Roma, 
venivano del pari aumentati i proventi municipali. 

È questa appunto la causa per cui si vedono, dal 1867 in poi, 
aumentare in modo repentino i prodotti della mattazione, tanto 
da raggiungere nel 1870 la cifra di lire 186,847 66. 



Vesa libera legale. 

FRa I REDDITI della primitiva Camera Capitolina, di cui 
tenni già parola, eravene pur uno di scudi 3,100, assegnato 
alla medesima a titolo di compenso per quanto ritraevasi dalla 
corrisposta di appalto dell'ufficio di Pubblico Pefatore del Topolo 
%omano. 

Da tempo antichissimo esisteva l'obbligo nella classe dei nego- 
zianti, a garanzia delle pubbliche e private contrattazioni, di ser- 
virsi dell'ufficio del pubblico pesatore, mediante una corrisposta 



Delle FinanTit del Comune di ^otna 451 

od un emolumento da pagarsi all'appaltatore per ogni singola ope- 
razione. È questo il motivo pel quale un tale uflEcio chiamavasi di 
Tesa coattiva. 

Quest'obbligo però, in progresso di;tempo, veniva a trovarsi 
in aperta opposizione con quanto il Pontefice Pio VII aveva pro- 
ìnulgato sulla libertà di commercio ^. Perciò nell'anno 183 1, per 
sovrana disposizione del Pontefice Gregorio XVI, Monsignor Ma- 
rio Mattei, allora tesoriere generale (e direttore generale delle do- 
gane e dei dazi di consumo), con notificazione in data del 16 feb- 
braio, annunciava l'abolizione della tassa per la pefa coattiva. 

Avvertitosi però di quanta utilità e comodità pei commercianti 
potesse tornare l'attuazione di una pesa facoltativa, invece della 
coattiva, con altra notificazione io settembre istituivasi un uflEcio 
pubblico, presso il quale, a richiesta dei commercianti partico- 
lari, si potesse, in caso di dubbio, legalmente verificare il peso delle 
merci, a sicura garanzia delle contratta:(ioni di compra e vendita, di 
permuta e simili. 

Cinque giorni dopo la data della notificazione, cioè il 1 5 set- 
tembre, fii attivato codesto ufficio del peso, chiamato Te/a libera 
legale, provvisoriamente amministrato per conto della R. Camera 
Apostolica, in due distinti locali, l'uno cioè nelle vicinanze della 
dogana di Ripa Grande, e l'altro in quelle della dogana di Terra. 

I diritti che si percepivano per il pesaggio erano stabiliti dalla 
seguente tariffa : 

Se la pesa seguirà nei locali a ciò destinati o in prossimità dei mede- 
simi si esigerà sulla pesa di ciascun articolo: 

Un bajocco e me[:^o (circa centesimi 8) per ogni 100 libbre sopra qua- 
lunque peso lordo non maggiore alle libbre duemila ; 

Un bajocco (circa centesimi 05, 3) per ogni 100 libbre sopra qualunque 
peso lordo superiore alle libbre duemila fino alle ventimila. 

Un meixp bajocco (circa centesimi 02, 6) per ogni 100 libbre sopra qua- 
lunque peso lordo eccedente le libbre ventimila ; 

Se la pesa sarà richiesta ed eseguita in distanza dei suddetti locali, oltre 
la mercede al saggio qui sopra espresso, si corrisponderà al pesatore dal con- 
tribuente un emolumento di bajocchi venti (lire i, 07$) per ciascuno accesso, 

^ iXCotU'proprio 11 marzo 1801, articolo i^. 
57 — 9^ono^afia di Hpma, Tarte JJ^ 



452 T>elle FinariTie del Comune di %pma 

E qui credo opportuno riportare testualmente le osservazioni 
che su questo argomento trovo registrate nella collezione delle 
leggi e dei regolamenti di polizia municipale edita nel 1855 : 

Eliminatosi per mezzo di questa disposizione legislativa ogni fastidio di 
coa:^iom e resasi assolutamente spontartea e facoltativa la pesa pubblica, di- 
venne questa un ufficio di comodo, di tutela e di garanzia nelle contratta- 
zioni de' commercianti, perchè la bolletta rilasciata dal pesatore o certificato 
estratto dal registro di ufficio vale per tutti gli effetti di ragione, come si 
esprime la notificazione del tesorierato, e come meglio avevalo già espresso 
TEminentissimo Camerlengo nella sua notificazione del 21 maggio 1825, 
ove all'articolo 3 è scritto : *^L«/ cafo di controverfia e di giudi^^iale conte- 
staj^ione relativamente al pefo, non dovrà reputarfi valida da qualunque tribu- 
nale altra tefiimonian^a che quella prodotta cogli ejlratli dei regifiri della pub- 
blica pefa confervata. 

Nel 1 848 questo cespite fu compreso fra quelli passati a be- 
neficio del Comune. L'amministrazione comunale però, visto che 
per la tenuità della corrisposta assegnata per tale ser\'izio, gl'in- 
troiti non bastavano a coprire nemmeno le spese di uflScio, sotto 
la data del 20 maggio 1850 decise di sopprimere la pesa pubblica. 
Ma la leggevi si opponeva e cosi l'ufficio della pesa continuò le 
sue operazioni. 

L'amministrazione suddetta reputò allora ^necessario di addive- 
nire per lo meno ad una riforma, che in qualche modo alleggerisse 
l'aggravio delle finanze municipali. Nominò a tal uopo una Com- 
missione coU'incarico di esaminare la cosa e di proporre quei mezzi 
che credesse atti a raggiungere lo scopo. 

La Commissione compi il suo incarico ed espresse il parere che 
« quantunque due dovessero essere i locali di recapito per la pesa, 
» pur riteneva sufficiente che l'impianto d' ufficio fosse uno solo 
» presso la dogana di Ripa, poggiandosi sul fatto, dimostrato dal- 
» l'esperienza, che l'ufficio della dogana di terra non agendo che 
» per soli tre mesi dell'anno, all'epoca delle lane, era sufficiente 
» facoltizzare la direzione dell'ufficio di tener aperto il locale presso 
» la dogana di terra nei soli mesi in cui cadeva la pesa della lana, 
» e con tale restrizione veniva a risolversi la questione della eco- 
» nomia nelle spese di questo ramo di pubblica amministrazione » . 



Delle Finan:^e del Comune di %oma 453 

Altri miglioramenti suggeriva poi la Commissione chiamata a 
studiare il quesito, tendenti tutti a far rinascere là fiducia in questa 
istituzione, che allora trovavasi in forte discredito, a migliorare 
o per lo meno rendere meno gravoso per V erario comunale il 
servizio, e recare nello stesso tempo giovamento al commercio cit- 
tadino. 

Il parere della Commissione venne approvato dal Consiglio 
e dalle Autorità governative ; ma la fiducia, sulla quale facevasi as- 
segnamento per migliorare il cespite non rinacque; i prodotti de- 
crebbero a dismisura col progredire degli anni, e vediamo infatti 
dallo specchio riassuntivo dei medesimi che, di fronte alle lire 5,000 
e più incassate nell'anno 1851, gl'introiti del 1870 raggiungono 
appena le lire 1,200. 



Privativa dei Cofani. 

« 

TENENDOSI al Circo Agonale il mercato delle frutta, degli er- 
baggi e d'altre derrate, era invalso l'abuso (cosi lo qualificano 
gli atti di quei tempi) d'affittare ai vignaiuoli, ortolani ed altri pro- 
duttori, i recipienti necessari per esporre in vendita i loro generi, 
e questo abuso aveva preso tali proporzioni che il Governo cre- 
dette dovervi provvedere, togliendo di mezzo nello stesso tempo 
alcuni altri inconvenienti contrari alla morale ed all'igiene che nel 
predetto mercato avvenivano. 

A tale effetto il Governo si determinò a creare una privativa 
per l'affitto di tutti i recipienti che occorrevano allo smercio dei 
prodotti sopraindicati esposti in vendita al mercato, coli' obbligo 
all'appaltatore di curare tanto la nettezza della piazza, quanto l'al- 
lontanamento dalla medesima degli oziosi ed infingardi d'ogni 
età e sesso, causa di disordini e d'immoralità. Perciò il io aprile 
1834 monsignor Ciacchi, allora Governatore di Roma e Direttore 
generale di polizia, emanò una notificazione nella quale era pre- 
scritto: 



454 Delle Finani^e del Comune di %oma 

Che ognuno dovesse riconoscere all'appaltatore il diritto privativo ed 
esclusivo di affittare e locare e riscuotere la mercede, ossia prezzo di hajoccìn 
due al giorno, le cofane, caneftre ed altri recipienti necessari allo smercio dei 
frutti e degli erbaggi ai vignaiuoli, ortolani ed altri venditori di tali oggetti ; 
Che da detto giorno in poi fosse inibito a qualunque individuo di 
affittare, né riscuotere cofiine, canestre ed altri recipienti atti alla conser- 
vazione ed allo smercio dei frutti e degli erbaggi, né a verun vignaiuolo, 
ortolano o venditore qualunque di prenderle in affitto da altri che dall'ap- 
paltatore, sotto pena di scudo uno (lire 5,37$) di multa per ciascun re- 
cipiente ; 

Che se qualcuno volesse usare i canestri veramente propri e senza frode, 
dovesse pagare in questo sol caso un hajocco solamente per la raccoglitura 
che sarebbe a carico dell'appaltatore. 

Queste disposizioni non ebbero a subire alcuna modificazione 
fino al 1848, nel quale anno, essendo passati fra le attribuzioni co- 
munali i mercati di piazza Navona, l'amministrazione, con notifica- 
zione del primo maggio, mitigò in parte gli obblighi imposti colla 
legge del 1834 e ridusse ad un solo hajocco il nolo, o diritto che si 
voglia, il quale prima ammontava a due bajocchi per ogni recipiente 
che occorresse per la conservazione e vendita dei frutti, erbaggi ecc.; 
a me:(^^o hajocco l'emolumento accordato per la riscossione sopra 
ogni cofano o canestro di privata proprietà, lasciando inalterato il 
premio di un bajocco per gli altri recipienti, cioè sacchi, vasi di 
legno ed altri'; 

Riconosciutosi in seguito che queste disposizioni tornavano di 
danno al libero commercio, con una nuova notificazione del quin- 
dici maggio 1854, mentre si confermava il premio di un bajocco, 
già fissato pel nolo dei recipienti, i possessori dei medesimi veni- 
vano prosciolti dall'obbligo di pagare un diritto sui recipienti di 
loro proprietà, ed erano pienamente autorizzati a farne uso, salvo 
a darne assegno all'appaltatore per impedire ogni frode. 

In questa maniera l'indole della tassa perdeva in gran parte 
quel carattere vessatorio ed esclusivo che più tardi i bisogni del- 
l'amministrazione tornarono a darle. Infatti una notificazione del 
9 maggio 1866 obbligava tutti i coltivatori, vignaiuoli, ortolani ed 
altri produttori che si recassero alla piazza Navona per smerciare 



T)elle Finan:^e del Comune di %pma 455 

le loro derrate, quante volte non avessero posto fisso, con regolare 
licenza, a pagare all'appaltatore, per titolo di posteggio, un b;ijocco 
per ogni recipiente, fosse sacco, cofano, bigoncio ecc. 

Ma v'ha di più. Colla stessa notificazione imponevasi che chiun- 
que volesse prendere in affitto qualsivoglia recipiente, si rivolgesse 
all'appaltatore, il quale aveva diritto di percepire, a titolo di affitto 
o nolo, un bajocco e mezzo per ogni 24 ore e per ogni cofano, 
cesta ecc. 

Tali misure, che non si può a meno di considerare improvvide 
e contrarie all'interesse generale, avvantaggiarono notevolmente 
questo cespite, il quale, se per le facilitazioni accordate in forza delle 
disposizioni del 1854 aveva diminuito di due terzi, colle riforme 
apportatevi nel 1866, non solo fii ripristinato, ma negli ultimi anni 
del ventennio oltrepassò le 15,000 lire annue. 



Tassa sui Cavalli e sui ^C u li . 

FIno dal 1693 ^1 P^P^ Innocenzo XII pubblicava un regola- 
mento colla data del 6 maggio in forza del quale venivano pre- 
scritte ed accordate al Tribunale delle strade alcune tasse per sup- 
plire col loro prodotto alla pulizia delle pubbliche vie. Questo 
regolamento fu in seguito confermato ed emendato con bandi, ta- 
riffe ed editti, anche di altri Pontefici, sempre però nell'intento di 
assicurare l'esazione delle tasse. 

Queste tasse che si percepivano anche sul finire del secolo xvni 
erano di varia specie. Pio VII col Motu-proprio del 9 aprile 1801 
le volle in parte abolite ed in parte modificate riconoscendole ves- 
satorie \ ma siccome faceva d'uopo d'altra parte riparare alla de- 

7 Dal D^Cotu-proprio sopracitato riporto quella parte che enumera le tasse 
che vennero od abolite o modificate: 

» E principalmente hanno fissato la Sovrana Nostra attenzione le tasse 
» che si riscuotono per conto del Tribunale delle strade, come quelle, che 
» sebbene suggerite nella loro istituzione dalla necessità di provvedere al 
)) decoro, ed alla pulizia della città, nulladimeno la maggior parte di esse 



456 T)elìe Finanze del Comune di T^oma 

ficicnza provocata da queste risoluzioni, e procurare i mezzi al 
suddetto tribunale delle strade per il servizio della nettezza delb 
città, collo stesso i\CotU'proprio dispone vasi: 

Che ogni cavallo mulo tanto da sella quanto da tiro, o per qualsivoglia 
altro uso, che si ritenesse in Roma da qualsivoglia persona, nìuna eccet- 
tuata, andasse soggetto alla tassa di baiocchi trenta al mese, e i cavalli e 
muli come sopra, che si ritenessero per negozi, vetture e noleggio, (esclusi 
quelli soltanto da carretto, carretta e trafcino, già ad altre tasse soggetti) 
pagare dovessero baiocchi ottanta al mese. 

Da qui ebbe origine la tassa sui cavalli e sui muli, tuttora vi- 
gente in Roma, dopo aver subito molte vicende e trasformazioni. 

Nel 1823 Leone XII appena asceso alla cattedra di San Pietro 
con editto 4 ottobre firmato dal cardinale Della Somaglia, segre- 
tario di Stato, abolì alcune tasse ed altre diminuì. Fra le prime 
deve annoverarsi quella sulle vetture, sui carri e sui cavalli, fatta 
eccezione dei cavalli di lusso, denominata della polt:^ia delle strade, 

» o impongono dei vincoli odiosi, e riprovabili, e non osservano nel loro 
» collocamento un' adequata proporzione, o smentiscono finalmente qaella 
}) semplicità di percezione che tanto conviene ai principi! daziali da Noi 
)) generalmente adotuti. 

D Quella per esempio fra le tasse del Tribunale delle strade denominta 
» Licenza del legno de* 'Banchi e 'Banchetti, la quale obbliga i fruttaiuoli ed 
» altri rivenditori nelle pubbliche strade alPannuo pagamento di scudo uno 
» e bajocchi 20, pone certamente un qualche ostacolo alla maggior concorreiua 
)» deVenditori, donde principalmente dipende il decremento del prezzo dei 
» cofnnuJtihili\ quella detta della Licenza de* Suoli, oltre all' abbandonare 
4 alla venalità del prezzo Tingombro delle piazze più popolate, lascia al- 
» l'arbitrio dell'appaltatore il quantitativo della tassa, non determinata da 
Ti veruna legge, sopra i piccoli Rivenditori, che occupano siti spettanti al 
)) Tribunale delle strade nel centro delle piazze suddette e di altri luoghi 
» della città, duella conosciuta sotto il nome di Licen:(a de"Pe/civmdé, per 
» una piccolissima corrisposta, vessa indebitamente ciascun venditore di 
» commeftibili esposti nelle pubbliche strade, e reca molestia alla popola- 
» zione la più indigente; quella della Ferratura di 7(ame, che obbliga le 
)) carrette, e barrozze al pagamento di scudi cinque per ciascheduna, epa- 
» gamenti gradatamente minori altri consimili, e meno macchinosi istro- 
» menti, non lascia di essere gravante nella esenzione, che accorda ai 



Delle Finan:(^e del Comune di lipoma 457 

Una successiva notificazione del tesoriere generale Monsignor 
Cristaldi, in data 28 dicembre 1826, applicava la tassa di baiocchi 
cinquanta al mese per ogni cavallo, compresi quelli delle vetture 
d'ogni provenienza, dopo il terzo giorno di permanenza nella 
città. 

In mezzo a questa disparità di disposizioni erasi però mante- 
nuto uniforme il sistema di esazione, che facevasi in via ammini- 
strativa per conto della reverenda Camera Apostolica. 

Ma nel 1833, con notificazione in data 3 1 agosto di monsignor 
Giacomo Brignole, tesoriere generale, annunciavasi che la tassa 
sui cavalli e sui muli era data in appalto. 

In questa notificazione si richiamavano tutte le disposizioni 
preesistenti e si confermava la tassa di baiocchi cinquanta al mese 
per ogni cavallo o mulo, fossero essi destinati ad uso privato, o 
tenuti per uso di vettura, tanto in Roma che nelle sue adiacenze, 
nella periferia di due miglia (chilometri 3) dalla città. 

» carretti, che servono per proprio uso particolare, come questi non 
» consumassero le strade al pari degli altri, senza parlare dell'eccessivo 
» gravame, che i padroni de* suddetti attiragli risentono, per essere insie- 
» memente assoggettati anche alla tassa della Licenza del Legno, di cui 
)) abbiamo fatto menzione di sopra; quella della Ferratura forefiiera, che 
)} oltre il medesimo gravame della Licen:^a del legno tassa le barrozze, car- 
)) rette e carrettini forejUeri, che portano le grascie in Roma, del paga- 
» mento di uno scudo all'anno, i Cavalli, e i Muli di hajocchi quindici, ed i 
)) Somari di baiocchi cinque, merita anch'essa riforma, non sembrando ben 
» combinato, che un carro ed lin cavallo che vi entra una sola volta a 
» portare del fieno, e delle biade, debba pagare come se vi entrasse ogni 
» giorno dell'anno; quella delle Carroxx^ a Vettura costringe l'industria di 
» siffatti noleggi al grave annuo pagamento di scudi ventiquattro per cia- 
» scuna carroiia, e di scudi sette per ciascun caleffe, mentre tutte le vetture 
» di lusso, che sono sempre la prova dell'opulenza, consumano del pari 
» le pubbliche strade, e vanno esenti da qualunque contribuzione; quella 
» finalmente de' Portoni, Speroni, Fili e Siti introdotta da principio per porre 
» un freno ai proprietari delle case, onde non usurpassero l'area delle vie 
» pubbliche, indecentemente non l'ingombrassero, si renderebbe in avve- 
)) nire gravosa dopo essersi dal Nostro Motu-proprio, segnato sotto li 19 
» del prossimo passato mese, stabilito un dazio universale sulle case, n 



438 Delle Finan:(^e del Comune di 1{pma 

Una modificazione per altro introducevasi in questa tassa, e 
tale da alterarne il concetto di tassa unica, essendosi disposta la 
riduzione di metà della tassa per ciascun cavallo o mulo, il cui pos- 
sessore si fosse dei medesimi promiscuamente servito per uso 
proprio e per servizio dell'agricoltura o delle merci. Questa ridu- 
zione aveva alla sua volta una restrizione essendo limitata al nu- 
mero di quattro cavalli o muli per ciascun possessore. 

Il 13 settembre 1842 veniva rinnovato l'appalto; ma la notifica- 
zione del cardinale Tosti, pro-tesoriere generale, richiamava le an- 
tecedenti disposizioni senza apportare alcuna alterazione alle tariffe. 

Nel 1848 la tassa passò fra i cespiti ceduti all'amministrazione 
comunale. La Magistratura nel rinnovare l'appalto, tenuto conto 
dei bisogni dell'amministrazione, provocò ed ottenne dal Consi- 
glio, nelle sedute dei i, 4 e 6 settembre di quell'anno una modi- 
ficazione di tariffa che rese di pubblica ragione il 29 del succes- 
sivo dicembre. Ecco il testo di quella deliberazione: 

i** I proprietari dei cavalli e muli di lusso, ossia di proprio ufo, pa- 
gheranno la tassa di scudo uno al mese per ogni capo. 

2** Pei cavalli e muli dei vetturini è mantenuta la tassa niensuale di 
bajocchi cinquanta per ciascun capo. 

3** I cavalli e muli che promiscuamente si fanno servire al lusso ed ai 
trasporti od agli usi dell'agricolmra, in numero però non maggiore di 
quattro per ogni possessore di essi, pagheranno la tassa di bajocchi cin- 
quanta mensuali per ciascuno. 

Come si vede, la tassa veniva in questo modo raddoppiata, 
d'un tratto, per due delle tre categorie nelle quali si divideva. 

Ma le speranze della Magistratura romana fiirono deluse. I 
risultati non corrisposero punto; l'appalto non ebbe luogo; i con- 
tribuenti elusero in gran parte le nuove disposizioni, e dopo due 
anni, nei quali il cespite fu condotto in via amministrativa, sì do- 
vette nuovamente por mano a modificare la tariffa . 

E qui, passando da un estremo all'altro, la commissione prov- 
visoria municipale, con notificazione del 17 febbraio 185 1, stabiliva 
che la tassa da pagarsi per ogni cavallo o mulo veniva portata a 
bajocchi cinquanta al mese per capo senza distinzione di categoria, 



Delle Finan:^e del Comune di lipoma 459 

escludendo però i cavalli o muli da carri o da carrette, che si rite- 
nessero per solo ed esclusivo uso del trasporto delle merci di qual- 
siasi sorta. 

Più tardi, e precisamente nel 1860, anche i cavalli ed i muli 
destinati al trasporto di derrate o merce qualunque, sebbene in 
misura differente, subirono la sorte comune venendo assoggettati 
alla tassa. E così l'amministrazione municipale, in data del 27 feb- 
braio di quell'anno, notificava che, ferma restando la misura della 
tassa per le categorie già soggette alla medesima, pei cavalli o 
muli da carretto o carretta sarebbe dovuta la tassa di bajocchi 
venticinque al mese per ogni capo. Questa innovazione non ebbe 
vigore se non col primo del successivo settembre, come rilevasi 
da un'altra notificazione in data 17 agosto dell'anno medesimo. 

Ma non era questa l'ultima vicenda che doveva subire la tassa. 
Il municipio vedeva crescere continuamente i suoi bisogni, e le 
ristrettezze finanziarie lo consigliavano a cercare nuove risorse. Nel 

1869 questi bisogni si fecero più stringenti, e fu giuocoforza accre- 
scere le tasse già esistenti. Quella per i cavalli o muli compresi nelle 
prime categorie, da bajocchi cinquanta fu portata a lire quattro al 
mese, e quella pei cavalli e pei muli contemplati nella categoria ag- 
giunta nel 1860 da bajocchi venticinque fu portata a lire due al mese. 

Tali nuove disposizioni, emanate il 7 maggio 1869, ebbero 
pieno vigore retroattivamente dal primo aprile. 

Salvo rare interruzioni questa tassa fu data sempre in appalto 
a tutto l'anno 1869. A partire dal 1870 fu condotta in ammini- 
strazione. 

Nel riportare le varie e molteplici disposizioni emanate su 
questa tassa faccio rilevare che le differenze notevoli che si mani- 
festano nei prodotti annuali della medesima, durante il ventennio, 
hanno la loro principale ragione nella maggiore estensione data 
alle primitive tariffe, estendendo cioè nel 1860 la tassa sui cavalli 
o muli da carri di trasporto, e nel 1869 aumentando in modo 
sensibile la misura della tassa medesima. Per tal modo, dalle lire 
75,000 che nel 185 1 rendeva al Comune, essa raggiunse nell'anno 

1870 oltre le lire 200,000. 

58 — ^Coriografia di lipma, Parte IL 



460 Delle Finanie del Comune di %^oma 



D O G A X A ^n I: I 'F lì S I E *D E L L E SiC I S U R E . 

A Garantire la buona fede delle pubbliche e private 
contrattazioni, fu anticamente istituita la dogana dei pesi e 
delle misure, colla relativa gabella obbligatoria per tutti gli eser- 
centi. 

Nella raccolta di bandi, ordini e provvijioni in diverfi tempi 
emanati sopra le dogane generali di ^ma, pubblicata il 2 giugno 
1738 da Monsignor Sacripante, tesoriere generale, viene riportata 
la legislazione della dogana dei pesi e delle misure ^ Nel 1803 e 
precisamente il 1 6 settembre Monsignor Doria Pamphili rinnovò 
l'editto nell'occasione che facevasene l'appalto ; successivamente, 
essendo il Governo nel 181 8 venuto nella determinazione di am- 
ministrare questa tassa per conto proprio, con notificazione del iS 
giugno di quell'anno il Cardinale Pacca Camerlengo pubblicava 
tutte le disposizioni che la riguardavano. 

Lievissime e poche essendo le differenze fra la tariffa del 1803 
e quella pubblicata con quest'ultima notificazione, credo inutile 
farne speciale menzione ', 



s Collezione delle leggi e dei regolamenti di polizia municipale. 
9 Ecco la tarlila pubblicata nel 1818: 

Tariffa dei pre^j^i della dogana del bollo de pefi e delle mifure. 

Trei^li dA pefi e delle mifure. 

Scorzi Se. — I) Peso da una libbra 

QjLiartucci .... — 15 fino a cento . . Se. — io 

Stadere grosse . . — 12 1/2 Mezza canr.a ... — 15 

Stadere piccole . . — 07 Quarta — 20 

Peso di una libbra qua- Mezza quarta ... — 20 

lunque sia il numero Staro — 60 

de' pezzi chelacom- Passetti e misure ar- 

pongono e che deb- chitettoniclie di ogni 

bono essere tutti boi- specie — 021/2 

lati — IO 



T)elle Finan:(^e del Comune di %oma 461 

I municipi dello Stato Pontificio ebbero in passato questo ce- 
spite esercibile nella periferia del rispettivo territorio, e il mede- 
simo figurò fi'a i diritti detti rifervati. 

II § 26 della legge edittale del 24 novembre 1850 confermò 
questo diritto ai medesimi municipi ed in virtù dell'altro editto 
summenzionato del 25 gennaio 185 1 il Comune di Roma, che già 
ne aveva fruito per il Motu-proprio del primo ottobre 1847, conti- 
nuò a goderlo ^°. 

Sembrò alla nostra magistratura municipale che le convenisse 
dare in appalto cointeressato questo cespite, e perciò sin dal 16 
gennaio 1850 pubblicava una notificazione con le norme da seguirsi 
per la bòUazione dei pesi e delle misure. Con questa notificazione 
mantenevasi integralmente la tariffii del 181 8, estendendo però 









OC ifu r e 


da vino. 




Barile . . . Se. 




Mezzi id. sieno 




Mezzo barile . . 




- 


due fogliette. . . Se. 


071/2 


Quartarolo . . 




^ 


Fogliette idem . . 


— 06 1/2 


Copella . . . 




— 12 1/2 


Mezze fogliette idem 


— 05 1/2 


Copellone . . 






Caraffe di mezzo cri- 




Copelletto e simili 


^ 




stallo da 2 fogliette 


— 20 


Boccali di vetro. 


1 




Dette di una foglietta 


— 15 


Fiaschi id. da tre 




07 1/2 


Dette di mezza fo- 




fogliette . . . 


V. 




glietta 


15 




fXCifur e 


da olio. 




Barile Se. 


— 12 1/2 


Mezzo barile ... Se. 


— 12 1/2 




Per il bollo da rinno- 




Cognatella idem. . Se. 


— 05 





varsi .... Se. 


, — 20 


Mezzi ossiano due fo- 




4 


Per ogni striscia 




gliette di vetro . . 


— 26 1/2 





delle sei che deb- 




Fogliette idem . . 


— 22 1/2 


8 
S 


bono apporsi a ea- 




Mezze fogliette idem. 


i8ir2 




^ daun mastello . 


— 07 1/2 


Quartueei idem. . . 


— 12 1/2 


Cognatella .... 


— IO 1/2 


Mezzi quartueei idem ' 


— 07 1/2 


Mastello da prestarsi 




Bolli di dette misure 




dalla dogana secondo 




per la rinnovazione 




Vi 


irtieolo 5 . . . 


• 


— IO 


semestrale .... 


05 



IO Collezione delle leggi e dei regolamenti di polizia municipale. 



4^2 T)tllt FinariT^e del Comune di %ofna 

l'obbligo della boUazion^ alle carrette e barro:^7ie a coffa, agli scor:^i 
da muratore^ ai sacchi da carbone, ai cajfoni da po:(^olarta e alle 
carriole. 

Parecchi appaltatóri si succedettero a brevi intervalli dal 1850 
al 1862, ed essendo questo cespite in decremento continuo, nessun 
appaltatore trovossi in grado di adempiere agli obblighi assunti coi 
prodotti della privativa. 

Era necessario recar rimedio ad un simile stato di cose ; onde 
l'Amministrazione comunale introdusse una radicale riforma nella 
tariffa vigente. La notificazione del 25 novembre 1862 ripartiva in 
tre sole categorie i pesi e le misure: La prima categoria riguardava 
i pesi e- le misure per cereali ed altre derrate (esclusi i liquidi), le 
misure mercantili ecc.; e per tutti questi pesi e misure v'era l'ob- 
bligo della boUazione semestrale col pagamento della tassa di ba- 
jocchi dodici e me:(^o per ogni peso o misura. 

La seconda categoria comprendeva le misure architettoniche 
ed i recipienti per materiali da costruzione, od a questi assimilati, 
e per tah misure l'obbligo della boUazione era annuale col paga- 
mento di bajocchi quaranta per ogni misura. 

La. terza categoria includeva tutti i fusti da vino, olio, aceto, 
spirito ed altri liquidi, ed anche per questa categoria la boUazione 
era obbligatoria una sol volia all'anno mediante il pagamento di 
bajocchi quindici per ogni fusto. 

Inoltre la stessa notificazione fissava il prezzo, al quale ogni 
esercente spaccio di liquidi al minuto doveva esclusivamente com- 
perare dall'appaltatore tutte le misure di vetro necessarie allo spac- 
cio medesimo ". 

»«Ecco la tariffa dei prezzi: 
Mezzo da vino boli. « baj. 09 lire 0,^8 Mezzo da olio senza 
F lie"»^' 08 0,15 bollo baj. 25 lire 1,3^ 

07 0,37 i . ., . 25 1,23 

•' 20 1,07 

o 



j ) 



..^'.•wi.v. j i..ri 0,1 iz. 



T)elU Finan:(^t del Comune di %^oma 463 

La legge 24 agosto 1866, la quale prescriveva che i dazi di con- 
sumo anche sui carichi voluminosi fossero percetti in ragione del 
peso, diede luogo ad una notificazione di pari data, nella quale il 
municipio ordinava che tutti i veicoli che servissero al trasporto 
dei generi di consumo, fossero assoggettati alla boUazione indicante 
il peso di ciascuno di essi. Tale bollazione veniva affidata alla do- 
gana dei pesi e delle misure ed era obbligatoria, come del pari ob- 
bligatoria ne era la verifica annuale mediante la tassa di lire due e 
centesimi 15 per ogni veicolo (bajocchi 40). Quando poi per retti- 
ficazione di peso, in seguito di riparazioni de' veicoli durante Tanno, 
si fosse dovuto rinnovare il bollo, pagavasi soltanto la meti della 
tassa suddetta. 

In conseguenza delle predette nuove disposizioni, ed anche per 
la variazione avvenuta nel sistema monetario, che in mite propor- 
zione aumentava ciascuna tassa municipale, come dalla notifica- 
zione del 24 dicembre 1867, si vedono del pari aumentati i pro- 
dotti di questo cespite nel 1867 e 1868. 

Né qui si fermarono le disposizioni sulle misure, poiché una 
notificazione municipale del 30 dicembre 1868 aumentava ancora 
in modo sensibile la tariffa per alcune misure in uso negli alberghi 
e nello trattorie, cosicché il prezzo dei litri (mezzi) fii portato a 
lire 2, e quello dei mezzi litri e del quarto di litro (foglietta e mezza 
foglietta) a lire i, 65. 

Questo nuovo aumento fece negli ultimi anni salire il prodotto 
della tassa ad oltre lire 56,000 mentre che in alcuni degli anni pre- 
cedenti aveva appena raggiunto lire 25,000. 

Riassumendo adunque le diverse fasi per le quali passò questo 
cespite comunale, si scorge come dal 185 1 al 1861 decrescesse con- 
tinuamente, e fosse dal 1862 in progressivo aumento, dipendente- 
mente dalle modificazioni apportate alla tariffa ed alla nuova tassa 
imposta sui veicoli destinati al trasporto di generi soggetti al dazio 
di consumo. 



464 Delle Finan:^e del Comune di ^oma 



Tassa sulle ^cque. 

V 

E Universalmente noto che ai Pontefici Pio V, Sisto V 
e Paolo V si deve l'onore d'aver ricondotto in Roma le tre 
principali acque, che tanto utile e decoro arrecano alla nostra città, 
cioè le acque Vergine, Felice e Paola. 

Non entra nel mio assunto il narrare quanto fecero questi Pon- 
tefici, perchè in Roma affluissero le acque in tanta copia, da meri- 
tarle giustamente l'epiteto di '^gina delle acque. Ciò che ho a dire 
su questo articolo riguarda le tasse che colpirono e possessori e 
utenti delle acque, mentre rinvio coloro che volessero conoscerne le 
storiche vicende a quanto dottamente ne scrisse il chiarissimo Ar- 
cheologo, avvocato Carlo Fea, nella sua opera sulle acque pubblicata 
nell'anno 1832, e dalla quale io attinsi varie ed iateressanti notizie. 

Sembra fuori di dubbio che, per lungo periodo di anni, nessuna 
tassa fissa abbia gravato i possessori delle tre acque, e parrebbe che 
le spese di manutenzione e di riparazione siano state, almeno in 
parte soddisfatte col prodotto della vendita delle medesime, che si 
faceva ai particolari. 

Ciò non toglie però, che in questo lungo periodo i possessori 
delle acque venissero assoggettati a tasse straordinarie, o, se meglio 
vogliam dire, contributi, per le riparazioni occorrenti nelle sorgenti 
e negli acquedotti. 

Trovasi infatti un editto dei Conservatori ", della data del 12 
marzo 1 607, nel quale si impone a mtti gli utenti dell'acqua Ver- 

»a Sebbene le acque fossero sotto la dipendenza dell'autorità gover- 
nativa, l'intervento dei Conservatori in questo caso è spiegato da una di- 
sposizione del Motu-Proprio del Pontefice Pio V, in data 3 novembre 1570, 
con la quale la custodia delPacquedotto Vergine, Tamministrazione e la 
distribuzione delPacqua nella città, venivano affidate a due Girdinali col- 
Tintervento dei Conservatori del popolo romano e di tre cavalieri. I Con- 
servatori vi aggiunsero poi dei Commissari, degli architetti e dei custodi alle 
varie fonti pubbliche ed alle occorrenze emanarono decreti e regolamenti. 



IDelle Finan:(^e del Comune di Tijoma 465 

gine una tassa di scudi due per ogni oncia '5 d'acqua posseduta, 
onde far fronte alle spese di riparazione al condotto dell'acqua Ver- 
gine rotto fuori di T(pma. 

E così pure nel 1690 il pontefice Alessandro Vili, con chiro- 
grafo del 30 settembre, imponeva altra contribuzione sulla stessa 
acqua, in ragione di scudi otto per ogni oncia. 

Ma queste imposizioni non erano che eventuali, reclamate cioè 
da straordinarii lavori, e fu solo nel 1705 che il pontefice Cle- 
mente X[, riconosciuto il bisogno di restaurare l'acquedotto Ver- 
gine, pensando forse che troppo gravoso sarebbe stato il contri- 
buto immediato a carico degli utenti, attesa l'importanza dei lavori, 
ordinò con suo chirografo del 30 settembre che si creasse un Monte 
detto dei Vor:^ionari di detta acqua, affinchè col prodotto del me- 
desimo venissero eseguiti i lavori necessari. Ed acciocché poi si po- 
tesse far fronte al pagamento degli interessi, ordinò che ciascun 
possessore dell'acqua fosse tenuto al pagamento della tassa annua 
di scudo uno e bajocchi 50 per ogni oncia di acqua goduta. 

Avvenne però, contrariamente alla maggior parte dei preven- 
tivi, che la somma occorsa per i lavori non raggiunse quella pre- 
vista, e Benedetto XDI con nuovo chirografo del 26 marzo 1726 
ridusse la tassa a scudo uno e bajocchi 20 l'oncia (lire 6,45). 

Nel decorso del xviii secolo, malgrado la stabilità della sud- 
detta tassa annua, non cessarono le contribuzioni straordinarie a 
seconda delle occorrenze, e basterà l'accennare come sotto il pon- 
tificato di Pio VI, il presidente delle acque, che allora era monsi- 



»3 L*oncia d'acqua Vergine è costituita daireffluvio che si ottiene con 
un cannello di bronzo, detto fistola, del diametro di millimetri 18.6 lungo 
palmi uno e un quarto (cent. 28) con un battente ossia carico sul centro 
del cannello parimenti di palmi uno ed un quarto. 

La quantità di acqua che corrisponde all'oncia è di metri cubi 40 per 
ogni 2J. ore, cioè litri o,|68 per ogni minuto secondo. Per Tacqua Felice 
e per Pacqua Paola il battente e la lunghezza delia fìstola sono uguali a 
quelli dell'acqua Vergine, però il diametro è minore di un'oncia, essendo 
di soli millimetri 136 mezzo ed è perciò di tali dimensioni da fornire in 
24. ore metri cubi 20, ossia litri 0,23^ per ogni secondo. 



466 T)tlle FinanT^c del Comune di %^oma 

gnor Giuseppe Vai, con tre successivi editti, applicò tasse gravo- 
sissime agli utenti dell'acqua Vergine. Nel primo editto del primo 
dicembre 1786, per alcuni lavori nell'acquedotto in campagna, il 
contributo fu fissato a scudi 5 per ogni oncia d'acqua. 

Altri 4 scudi per oncia furono imposti coU'altro editto 9 
marzo 1789, e finalmente per un terzo editto del 4 maggio 1795 
dovettero gli utenti sottostare ad altra tassa di scudi 4 e bajocchi 40 
per urgenti riparazioni nel tratto di acquedotto compreso nella 
cinta della città. 

Per le acque Felice e Paola il sistema delle straordinarie con- 
tribuzioni prevalse fino all'anno 181 5. 

L'acqua Felice, cosi chiamata dal nome di battesimo del papa 
Sisto V, fece la sua prima comparsa il 15 giugno 1587 nella fon- 
tana monumentale detta del Mosè alle Terme, ove il pontefice 
istesso con straordinario apparato si recò per questa circostanza. 

Il prezzo di questo lavoro monumentale si calcola complessi- 
vamente essere asceso a circa scudi 300,000. 

Sisto V volle poi assegnare la somma di annui scudi 700 per 
le opere e spese ordinarie occorrenti alla manutenzione di questa 
acqua, disponendo però, che per gli straordinari risarcimenti di 
qualche entità, le spese verrebbero ripartite fra tutti gli utenti del- 
l'acqua. 

L'acqua Paola condotta in Roma da Paolo V nel 161 1 e che 
fa si bella mostra di sé sul monte Gianicolo non ebbe vicende dis- 
simili da quella Felice. 

I grandi lavori importarono la ingente somma di scudi 400,000, 
ed a questo pagamento si provvide per una porzione colla vendita 
dell'acqua stessa, la quale fu però in parte notevole anche regalata 
per munificenza del pontefice e dei suoi successori. 

Al pari di quanto aveva fatto Sisto V per l' acqua Felice, 
Paolo V costituì un'annua dote di scudi 900 per la ordinaria ma- 
nutenzione dell'acquedotto, e questa dotazione fu in processo di 
tempo accresciuta dal pontefice Innocenzo X. 

I Pontefici spesso largheggiavano per tali opere occorrenti al- 
l'acqua Felice ed all'acqua Paola con ingenti sovvenzioni, e quando 



J 



T)elh Finanj^e del Comune di %pina 467 

queste facevano difetto supplivasi con tasse straordinarie applicate 
di volta in volta a tutti gli utenti. 

E cosi con chirografo del 29 dicembre 1688 Innocenzo XI 
imponeva la tassa di scudi tre per ogni oncia d'acqua Felice, e Be- 
nedetto XrV, con altro chirografo in data 11 giugno 1755, gravò 
di una tassa provvisionale tutti i possessori dell'acqua stessa per 
sopperire alle spese occorrenti ai grandi ristauri nelle sorgenti. 

Clemente XIII nel 1760 fece altrettanto col chirografo del 20 
dicembre, tassando in ragione di scudi 5.54 per ogni oncia di 
acqua Paola, per lavori straordinari da eseguirsi, e con altro chiro- 
grafo del primo luglio 1767, per rimuovere le continue lagnanze 
degli utenti dell'acqua Felice per difetto della medesima, prescrisse 
il pagamento di un'altra tassa occasionale. 

Il Pontefice Pio VI nella circostanza, che grandi riparazioni do- 
vevansi eseguire ai due acquedotti Felice e Paolo, per mezzo di 
editti emanati il io marzo 1786 ed il 9 gennaio 1788 da Mon- 
signor Vai presidente delle acque, impose parimenti delle tasse 
straordinarie agli utenti delle acque medesime. 

E finalmente Pio VII nel 1802 fu costretto a imporre tasse 
sulle acque Felice e Paola, tasse che, rinnovate nel 181 5 con re- 
scritto del primo luglio, furono poi mantenute e confermate col 
MoiU'proprio del 2 dicembre 1818. 

Da quell'epoca sembra adunque stabilito, che anche gli utenti 
delle acque Felice e Paola fossero obbligati al pagamento di una 
tassa annuale per la manutenzione e conservazione degli ac- 
quedotti. 

La misura di questa tassa era in quel tempo per l'acqua Felice 
di scudo uno e bajocchi 50 per ogni oncia, e per l'acqua Paola di 
scudo uno. 

Queste tasse fisse furono dal Governo pontificio mantenute in- 
variate fino a che, in forza del Motu-proprio del primo ottobre 1847, 
gli acquedotti passarono sotto la giurisdizione del Municipio ro- 
mano, al quale furono per conseguenza devolute le tasse suddette. 

Ben presto però il Municipio, dissestato nelle sue finanze, do- 
vette ricorrere all'aumento anche di questo cespite. Perciò la tassa 

S9 — fonografia di '^pma. Parte IL 



468 Delle FinanTie del Comune di %pma 

sulle acque, con disposizione del 18 dicembre 1849, ^^ ^^er effetto 
col primo gennaio 1850, venne d'un colpo raddoppiata, e quindi 
nel 1869 trovandosi il Municipio, come già feci osservare, nell'as- 
soluto bisogno di accrescere le sue rendite per far fronte al pro- 
gressivo aumento di spese che risultava dai suoi bilanci, pubblicò 
nel giorno 7 maggio una notificazione in forza della quale veniva 
una seconda volta raddoppiata tale tassa. 

In questa guisa l'originaria imposizione si trovò quadruplicata 
venendo fissata per ogni oncia di 

Acqua Felice a L. 32,25 

Id. Vergine 25,80 

Id. Paola 21,50 

Debbo bensì far rilevare che il Comune, contrariamente a quanto 
erasi praticato in passato dalla presidenza delle acque, sotto la cui 
tutela erano gli acquedotti, ed alla quale erano per conseguenza 
devolute le relative tasse ordinarie e straordinarie, non impose 
giammai sopratasse straordinarie per lavori eseguiti di qualunque 
entità si fossero. 

Da quanto ho fin qui esposto viene chiaramente constatato, che 
l'aumento verificatosi nei prodotti di questo cespite, dal 1 869 in 
poi, derivò soltanto dal raddoppio della tassa deliberato dalla au- 
torità municipale. 



7 RI F A T I r A *D E LLA *K. E V E . 

FRa le rendite contemplate in isgravio dell'annua dotazione fatta 
al Comune colla legge 25 gennaio 185 1 eravi pur quella deno- 
minata T^rodotto della privativa della neve, calcolata a scudi 7,420. 
Il diritto di privativa della neve risale ad una data assai an- 
tica*^, che per altro non posso precisare; soltanto è noto che nello 

H Ecco quanto sull'argomento trovo riportato nel ptimo volume della 
collezione delle Leggi e dei regolamenti municipali: 

» I vasti ricettacoli in cui si raccoglie e conserva la neve sono il monte 
» Flavio, i prati di Annibale in Rocca Priora, presso il monte Algido, e 



T)elle Finan:(^e del Comune di T(j)ma 469 

scorso secolo questa privativa era esercitata ordinariamente dagli 
appaltatori del macinato. 

Questo cespite fu dall'Amministrazione • comunale dato in ap- 
palto fino dal primo anno in cui essa ne venne in possesso, e l'ap- 
palto continuò con varie vicende, come si rileva dallo stato dei 
prodotti. Nel primo triennio la corrisponsione annuale raggiun- 
geva quasi le lire 40,000, ma l'appaltatore non ebbe a lodarsene, 
poiché gli cagionava non lieve perdita, a causa della sensibile di- 
minuzione verificatasi in Roma durante tale periodo nel consumo 
di questo genere, e per la gravità delle spese a fronte del mite 
prezzo fissato per la vendita, che era di bajocchi due la libbra ro- 
mana (cent. 32 al chilog.) nello spaccio centrale, e di bajocchi tre 
negli spacci succursali che l'appaltatore aveva l'obbligo di tenere 
costantemente aperti in vari punti della città. Onde è che, malgrado 
ripetuti esperimenti, il nuovo appalto non potè essere conchiuso 



» que'di Rocca di Papa nei monti Albani alle falde dell'antico tempio di 
» Giove Laziale. Furono questi pozzi per lungo tempo scoperti, malmeno 
» quei del Monte Flavio, si cuoprirono, sono anni* novanta, da un Antonio 
» Ingami architetto ed appaltatore di quella privativa. 

» La raccolta e vendita della neve fu dalla Camera Apostolica man- 
» data or per appalto ed ora per amministrazione. 

» Il più antico appaltatore, di cui si abbia in quei luoghi memoria, fu 
» un Zenobio Baldinotti, ed i più recenti si ebbero nelle famiglie Cleter, 
» Martinez, Santoretti, Di Pietro, Grazioli, Costa, ecc. U affìtto più ricco 
j) fattone dalla Camera fu quello Di Pietro, che corrispondeva annui scudi 
» diecisettemila e cinquecento. 

» La Camera ebbe sempre nei succitati luoghi i suoi ministri stipen- 
» diati, e per lo più presso le stesse famiglie. Quella del ministro di 
» Rócca Priora conta, dicesi, quasi un secolo e mezzo, e Taltra di Monte 
« Flavio quasi un secolo. 

» Il loro mensile è di scudi 7, ma per quello di Monte Flavio scudi 6 : 
» hanno pure in aprile una gratificazione di scudi 30: il ministro però di 
» Roma scudi 60. Gli obblighi principali di essi sono di sopraintendere 
» alla reposizione nei pozzi ed alla spedizione della neve da essi alla Do- 
» minante; di venderne nei pozzi al prezzo di baiocco uno e mezzo per 
» libbra ; di custodire la neve ed i locali che la contengono, e di eseguire 
» le operazioni che gli si commettono per il buon andamento dell'azienda. 



470 Delle Finan:(^e del Comune di %pma 

se non riducendo l'annua corrisposta a lire 34,000, come trovasi 
notato dal 1854 al 1862. 

Non è men vero però che, in seguito, ebbe a notarsi un note- 
vole incremento in questo cespite, cosicché l'appalto si potè rin- 
novare a condizioni molto più proficue e giunse così fino a su- 
perare il massimo prodotto ottenuto per Tinnanzi, 



Sovrimposta comunale sui fabbricati e sui terreni. 

SUl p ring IP io del secolo XIX la proprietà stabile urbana era 
soggetta ad una sopratassa di bajocchi trentacinque per ogni 
cento scudi di estimo catastale, per sopperire alle spese di manu- 
tenzione e conservazione delle strade e delle fogne nell'interno 
della città. 



» La operazione della raccolta della neve è pane, è festa consagrata 
» dal tempo per quelle popolazioni. Laonde nel giorno designato dall'ap- 
» paltatore alla reposizione di essa, il popolo si reca sulle spaziose pia- 
» nure di que* monti, ed avvolgendo e rotolando le nevi che le ricuoprono, 
» ne spinge le masse conglobate per entro a quei pozzi profondi : vi ac- 
» corrono di ogni sesso, e di o^i età potente a quel lavoro: vi assistono 
» le autorità locali ed i sacerdoti, non che la forza armata per il buon 
» ordine, ed havvi mercede per quelli, per questi gratificazione. 

» Qiiindi suole l'appaltatore accedervi in tale circostanza ben provvisto 
» di danaro, ovvero spedirvene appositamente. Nei tempi andati quelle pò- 
» polazioni erano meno numerose, meno povere e più morali, e trovavano 
» nella jemale reposizione della neve non leggiero sollievo ai loro biso- 
» gni; vi si eressero dei tempietti al culto della Madonna della neve, e 
» accompagnando con atti di pietà quelle loro fatiche, si operava la detta 
)t reposizione con pace e tranquillità ; ma i tempi cangiarono e raro av- 
» viene che un qualche grave disordine non chiuda la festa I Gli odierni 
n appaltatori sono messi sovente alle prove più dure, laddovechè nei tempi 
» che furono se ne cattivavano quelle popolazioni la benevolenza, e ne ab- 
» biamo un documento nella edificazione della cappella della Madonna della 
» neve, fuori di Rocca Priora, largitagli dall'appaltatore Baldinotti » Zeno- 

bius ^aldiftoctus nohilis Florentinus appaltator nivium et doganarius 

(Lapide ivi esistente). 



Delle Finan:(^e del Comune di T{oma 471 

Allorquando Leone XII, sui primordi del suo pontificato, volle 
apportare un sollievo alle condizioni economiche dei suoi sudditi, 
coU'abolire o diminuire alcune tasse, fra le diminuzioni comprese 
la sopratassa suddetta, riducendola con editto del 4 ottobre 1823 a 
soli bajocchi 20 per ogni cento scudi di estimo. 

Fra i servizi, che nel 1848 passarono al Comune e restarono a 
suo carico anche nel riordinamento avvenuto nel 185 1, vi fu pure 
la manutenzione ed il miglioramento della viabilità. Per conse- 
guenza il provento della sopratassa sui fabbricati e sugli orti, com- 
presi quelli esistenti nel suburbio, fu devoluto al Municipio. 

Anche questa imposta, per i bisogni generali dell'amministra- 
zione, andò soggetta a diversi cambiamenti che è mio compito ac- 
cennare per dar spiegazione delle differenze nei prodotti della me- 
desima per il corso del ventennio. 

Dal 1850 data il primo e sensibile aumento, allorquando, cioè, 
addossato al Municipio il casermaggio francese, si dovettero prov- 
vedere i fondi necessari per far fironte a tale servizio. 

La sopratassa sui fondi urbani venne in conseguenza accre- 
sciuta di altri 15 baiocchi per ogni cento scudi d'estimo e furono 
per la prima volta gravati i fondi rustici di una imposta di bajoc- 
chi 15, sulla medesima base di estimo, senza alterare quella preesi- 
stente sulle vigne e sugli orti. 

Successivamente, in forza della notificazione 7 novembre 1863, 
avvenne altro aumento provvisorio di 5 bajocchi sui fondi urbani 
e rustici, disposizione confermata per l'anno 1864 colla notifica- 
zione del 28 settembre di quell'anno. 

Ma come avviene sovente in simili circostanze, l'imposta pre- 
caria divenne permanente, ed anzi, cresciuti vieppiù i bisogni del 
Comune, con notificazione del 20 ottobre 1865, mentre veniva con- 
fermato l'aumento dei bajocchi 5 sopra i fondi urbani, si accresceva 
fino a 15 bajocchi la sopratassa sopra quelli rustici. E quasi ciò 
non bastasse, il 7 maggio 1869 la sopratassa sui fabbricati accresce- 
vasi nella proporzione corrispondente ad altri bajocchi 7 1/2, e ad 
altri bajocchi 5 quella sui terreni. 

Per questo modo, tutto sommato, la sopratassa sui fabbricati 



472 Delle Finan:(^e del Comune di Ti^otna 

ammontava a bajocchi cinquanta per ogni cento scudi d' estimo 
catastale, e quella sui terreni a trentacinque bajocchi ; ciò che, se- 
condo l'attuale sistema, verrebbe a ragguagliare all'inarca il 3 per 
cento sopra il reddito imponibile. • 



Sopratassa sul fino e sugli spiriti, 

FR A L E nuove tasse che il Comune dovette imporre per sop- 
perire alle spese del casermaggio delle truppe francesi, merita 
il primo posto per la sua importanza quella sull'introduzione dei 
liquidi. Il Comune, indipendentemente dal dazio di consumo devo- 
luto in totalità al Governo, impose una tassa di dieci bajocchi so- 
pra ogni barile di vino, e di uno scudo sopra ogni barile di spirito, 
acquavite ecc. 

L'esazione di questa tassa veniva fatta direttamente dall' Anmii- 
nistrazione governativa unitamente al dazio di consumo, senza 
renderne conto al Comune, il quale in contracambio riceveva dal 
Governo delle sonmiinistrazioni per far fronte alle spese del caser- 
maggio francese. 

Questo sistema non poteva per certo tornare accetto al Co- 
mune, e perciò nell'aprile del 1855 ricorreva al Pontefice chie- 
dendo che il provento di questa sopratassa gli fosse interamente 
devoluto. 

La dimanda fu rimessa al Consiglio dei ministri ove incontrò 
voto contrario; per il che la Magistratura nel 1857 rinnovò la ri- 
chiesta basandola, non soltanto sul suo diritto, ma benanche sopra 
il parere espresso dalle stesse autorità governative, che pur avevano 
in altre occasioni riconosciuto al Comune la facoltà esclusiva di 
riscuotere la indicata sopratassa. 

Più fortunata dell'altra, fu questa seconda domanda ; imperoc- 
ché, accolta benignamente dal Pontefice, sì addivenne ad una li- 
quidazione di partite fra lo Stato ed il Municipio. Entrato questo 
nel libero possesso del cespite, ho potuto, in base della predetta li- 
quidazione, farlo figurare nei bilanci comunali dal 185 1 in poi. 



J 



Delle Finan:^e del Comune di T{oma 473 

Nessuna altra imposta presenta tanta disparità nei prodotti fra 
l'uno e Taltro esercizio, quanto quella sul vino e sugli spiriti. Tale 
differenza diviene ancor più notevole, se si considera che la popo- 
lazione di Roma fii in continuo aumento durante il ventennio. 

È bensì da avvisare che questa disparità ebbe una ragione po- 
tentissima nella scarsezza della produzione vinicola per vari anni. 
La crittogama, che fin dagli anni antecedenti al 1853 aveva fatto 
la sua importuna comparsa, senza produrre peraltro gravi danni , 
sviluppossi quindi per tal maniera, che il prodotto della vite anzi- 
ché genere di prima necessità, divenne articolo di lusso. Nondi- 
meno il consumo del vino fu in Roma, anche negli anni di maggior 
penuria, abbastanza considerevole. E per vero nel 185 1 con una 
popolazione di 172,382 abitanti furono consumati o meglio intro- 
dotti in città circa 780,000 barili di vino, ossia 468,000 ettolitri, 
ciò che equivale in media a quasi due ettolitri e 3/4 per ciascun 
abitante; e nell'anno 1856, che fu appunto quello in cui ebbe a ve- 
rificarsi maggior scarsezza nel raccolto delle uve che in qualsivo- 
glia anno del ventennio, si ebbero circa 220,000 ettolitri, che sopra 
una popolazione di 178,798 abitanti danno una media di un etto- 
litro e 1/4 per ciascuno. 

Questo cespite, in processo di tempo, ebbe nuovi e graduali 
aumenti, cosi che nel 1870 diede un prodotto di 340,000 ettolitri 
circa di vino, i quali divisi sopra una popolazione di 226,022 citta- 
dini, corrispondono alla media di un ettolitro e 1/2 per ciascun 
abitante. 



Supplemento governativo ter completare l^^nnua 'dot^ione. 

NEl riordinamento municipale del 1851 dovendo il Go- 
verno completare l'annua dotazione di scudi 278,662, assegnò 
al Comune la somma di scudi 184,170 84, pari a lire 984,543 29 da 
prelevarsi sui prodotti dei dazi di consumo, ritornati allo Stato. 

Questo assegno o supplemento non subì variazione a tutto 
l'anno 1865 ; ma nel 1866, come apparisce dal quadro dei prodotti. 



474 'Delle FinatiT^e del Comune di T^oma 

fu dal Pontefice aumentato in seguito alle ripetute istanze avanzate 
dal Comune. L'aumento venne calcolato sulla base della popola- 
zione esistente al principio del 1866 in relazione a quella del 185 1, 
onde risultò una diflferenza che fece ascendere l'assegno a lire 
1,142,309 II. 

Il Pontefice accordando tale rettifica dispose altresì che fosse 
riconosciuto di triennio in triennio lo stato numerico della popo- 
lazione, per aumentare in proporzione l'assegno annuo, e perciò ve- 
desi nel 1869 il detto supplemento portato a lire 1,168,996 82. 

Questa soltanto è la ragione delle differenze che rilevansi in 
questo articolo di entrata negli anni 1866 e 1869 e eh' io ho cre- 
duto necessario di spiegare. 



Tassa sul Bestiame, 

GIÀ PIÙ volte accennai come l'aumento continuato delle 
spese ponesse l'Amministrazione Comunale nella necessità 
di provvedersi di nuove risorse, e per questo appunto nel 1858 
erasi pensato ad una tassa sul bestiame. 

Ammessa la opportunità di ricorrere a questa tassa, rimaneva 
a stabilirsi qual fosse il metodo più semplice, più pratico e più prò- 
ficuo per applicarla. 

Vennero a tal uopo intrapresi gli studi necessari, e frattanto 
con notificazione del 31 ottobre 1859 fu ordinato, che ciascun pro- 
prietario di bestiame desse l'assegno dei capi di bestiame che gli 
appartenessero. 

Riiultò dalle assegne che nell'Agro romano esistevano : 

34,000 capi circa di bestiame vaccino e bufalino. 
12,000 capi circa di bestiame cavallino. 
200,000 capi circa di bestiame minuto. 

Ottenuti questi dati, l'Amministrazione riconobbe la difficoltà 
di tassare il bestiame a capi, e volendo evitare, per quanto fosse 
possibile, i reclami sulla esatta applicazione della tassa, fu reputato 



Delle Finan:^e del Comune di ^oma 475 

più conveniente che l'imposta fosse commisurata in ragione dei 
terreni pascolivi, secondo le indicazioni catastali, tenendo calcolo 
della relativa forza dei terreni su cui cadesse la tassa. 

Questo sistema non veniva considerato come un dazio diretto, 
ma come mezzo indiretto per tassare il bestiame. 

In appoggio di questo sistema concorrevano le condizioni spe- 
ciali della campagna romana e la varietà dei negoziati che vi 
hanno luogo. Fu quindi definitivamente stabilito di ripartire la 
tassa sulle erbe che si presumevano poter essere dal bestiame con- 
sumate in ciascuna località, gravandone i conduttori delle tenute o 
quei proprietari che le esercitassero a proprio conto, salvo a questi 
di rivalersene sui proprietari del bestiame cui concedessero il pa- 
scolo. 

Non potevasi però applicare una identica misura al bestiame 
pascente nel suburbio, ossia nelle vigne circostanti a Roma, e 
molto meno poi a quello ritenuto entro la città, perciò venne 
stabilito che questo bestiame fosse tassato a capo, nella seguente 
misura: 

Città. 

Vacche lattaiuole e bovi .... scudi 2 00 pari a L. io 75 

Suburbio. 

Vacche lattaiuole scudi i 00 pari a L. 5 375 

Bovi non aratori e tori . . 60 3 225 

Ovalli, cavalle e muli non compresi 

nella tassa già esistente .... . . 50 2 680 

Asini . . 20 I 070 

Suini . . IO • • 53$ 

Capre e pecore . . 08 . . 430 

Erano esentati da questa imposta i buoi da lavoro necessari 
per la seminagione. 

Queste disposizioni venivano pubblicate con notificazione del 
24 marzo 1860 ed avevano la loro decorrenza da quell'anno in- 
clusivo. Con altra notificazione del 4 maggio prescrivevasi a tutti 

60 — fonografia di 1(oma. Parte IL 



476 Tacile Finan:(^e del Comune di V^oma 

i possessori del bestiame nel suburbio di pagare la tassa entro il 
seguente mese di giugno. 

La tassa, applicata nei termini sopraindicati, diede un reddito 
superiore alle lire 150,000 nette da qualsiasi spesa. Questo pro- 
dotto in progresso aumentò sensibilmente, anche perchè nel i86é, 
con notificazione del 20 marzo, il Municipio apportava le seguenti, 
modificazioni alla tariffa del bestiame ritenuto in città : ai buoi ed 
alle vacche tassati fin da principio aggiungevansi i vitelli in ra- 
gione di scudi I (lire 5 375) e gli asini in ragione di bajocchi 20 
(lire I 07), e così il reddito salì a lire 247,333 80, come vediamo 
verificarsi nell'anno 1870. 

Prestiti Comunali. 

DO p o aver dato le notizie che, nella brevità del tempo pre- 
fissomi, ho potuto raccogliere sulla origine e sul procedi- 
mento dei principali cespiti del municipio di Roma, durante il re- 
gime pontificio, ometto di far parola dei cespiti di minor conto. 
Non posso però dispensarmi di trattare brevemente dei prestiti 
contratti dal Comune durante il ventennio, benché questi siano 
stati di limitata importanza, come quelli che erano destinati sol- 
tanto a far fronte ai disavanzi dei bilanci annuali, per non aumen- 
tare le imposte. D'altronde il Governo non avrebbe permesso al- 
l'Amministrazione comunale di compiere imprese che l'avessero 
per avventura fatta uscire dalla condizione di semplice assegnata- 
ria dello Stato. 

n primo prestito municipale fu decretato nel 1848, non ap- 
pena cioè il Comune incominciò ad aver vita. L'Amministrazione, 
riconosciuta la necessità di fornir lavoro al forte numero d'operai 
d'ogni arte e mestiere che ne erano sprovvisti, e di costruire nello 
stesso tempo delle case per le classi povere, si determinò a ban- 
dire un prestito il cui prodotto servir dovesse a questo duplice 
scopo. 

La proposta fu approvata dal Consiglio e venne decretata l'e- 
missione di 2000 cartelle del valore di 100 scudi ciascuna, ossia 



T)elle Finanj^e del Comune di Tf^oma ^^j 

per una somma complessiva di scudi 200,000 (lire 1,075,000) col- 
rinteresse annuo in ragione del 5 per cento e redimibili nel pe- 
riodo di IO anni per sortizione. 

Il fatto non corrispose alle speranze concepite dall'Ammini- 
strazione; delle 2000 obbligazioni sole 225 furono collocate, e 
per necessaria conseguenza non poterono aver effetto i progetti 
che avevano motivato la proposta di prestito. Questo peraltro 
non apportò aggravio alle finanze comunali dacché il Governo as- 
sunse il pagamento del capitale e dei frutti delle cartelle emesse, 
essendo una operazione del triennio 1 848-1 850. 

Nel 1857 l'Amministrazione Comunale, per non venir meno 
ai pubblici servizi, con determinazione del 1 3 di luglio decise di 
contrarre un mutuo colla Cassa di risparmio di Roma per scudi 
25,000 (lire 134,375), sotto riserva della sovrana approvazione. 
Il contratto ebbe luogo il io gennaio 1858 a condizione che 
la restituzione si effettuerebbe a rate mensili di scudi 300 l'una, 
comprendenti l'ammortamento e gli interessi in ragione del 5 per 
cento all'anno col conto a scalare. Il mutuo veniva garantito sul- 
l'assegno che lo Stato corrispondeva al Comune. 

Continuava tuttavia a ravvisarsi negli annuali bilanci una ec- 
cedenza delle spese di fi'onte agl'incassi; perciò nell'occasione che 
approvavasi il bilancio per l'esercizio 1862, il Consiglio Comunale, 
nella tornata del 30 settembre dell'anno suddetto, deliberava, che 
previa l'approvazione dell' autorità superiore, si contraesse un 
nuovo prestito di scudi 55,000 (lire 295,625) parimenti colla 
Cassa di risparmio, da estinguersi in rate mensili di scudi 300 per 
il primo triennio, di scudi 400 per il secondo triennio, e di scudi 
500 fino alla totale estinzione del debito. In queste rate mensili 
ugualmente si compenetrava l'ammortamento e l'interesse in ra- 
gione del 5 per cento col conto a scalare. 

Questo prestito ebbe effetto a condizione che, sulla sommi di 
scudi 55,000 mutuata, venisse prelevata quella occorrente ad 
estinguere il debito residuale del precedente mutuo contratto nel 
1857, e con la somma che rimarrebbe disponibile si sarebbero pa- 
reggiati i deficit risultati nei consuntivi degli anni 1861 e 1862. 



478 Delle Finan:(^e del Comune di %oma 

Ma i bisogni dell' Amministrazione comunale facevansi sempre 
più imperiosi, cosicché negli anni 1864 e 1865 si dovettero con 
sovrana approvazione contrarre colla stessa Cassa di risparmio due 
nuovi mutui di scudi 40,000 (lire 215,000) ciascuno. Il primo con 
atto degli 11 novembre 1864 venne riunito al preesistente, fis- 
sandosi l'estinzione complessiva a rate mensili di scudi 750; il 
secondo, stipulato il 27 marzo 1866, dovevasi estinguere in rate 
addizionali parimenti mensili di scudi 330. Tanto nella rata di 
scudi 750 quanto nell'altra di scudi 330 si comprendeva l'ammor- 
tamento e l'interesse alla stessa ragione del 5 per cento col conto 
a scalare. 

Questi furono i prestiti contratti dal Municipio di Roma sotto 
forma di mutuo a tutto il 1870, per una somma totale di scudi 
182,500 pari a lire 980,937 50. Oltre tali somme vi fu un gra- 
zioso prestito fatto nel 1867 dal principe Doria di scudi 10,000, 
per maggiormente accelerare i lavori della nuova strada per la 
quale si ascende al Gianicolo, e la prelevazione di scudi 10,000 
decretata dal Consiglio nell'anno stesso sopra un libretto della 
Cassa di risparmio, ove riunivansi dei versamenti rateali fatti dal 
Comune per parare alla eventualità di una successiva disposi- 
zione in ordine alle pensioni per gl'impiegati municipali. 



%JMBORSO DEL CASERMAGGIO PER LE TRUPPE STRANIERE, 

LE SPESE del casermaggio per le truppe straniere rima- 
sero nei primi anni a tutto carico del Comune, il quale, come 
ho già rammentato, dovette, per sopperirvi, imporre nuovi balzelli. 
La rappresentanza comunale non credeva giusto, e ben a ra- 
gione, che tali spese dovessero essere sopportate dal solo Municipio 
di Roma, e fece perciò delle pratiche presso la superiore autorità 
per esserne alleggerita. Riconosciuta la giustizia di questi reclami, 
il Governo stabili che tutte le spese sostenute dal Municipio ad 
incominciare dal 1854, con riserva di stabilire in seguito un più 
esatto riparto, venissero ripartite nel modo seguente: 






Tacile Finan:!^e del Comune di H^oma 479 

6 fi 2 a carico di tutti i Comuni dello Stato; 

3/12 a carico della provincia di Roma e Comarca, nel cui 
riparto rientrava il Comune di Roma, in ragione composta di estimo 
e di popolazione; 

3/12 a carico del solo Comune di Roma. 

Ed è questa la ragione per la quale vediamo soltanto nel 1854 
figurare gì' incassi in tale articolo, incassi che non raggiungono 
precisamente la quota di rimborso dovuta al Comune in quell'e- 
sercizio, porche la quota dovuta dalla provincia non fu esatta 
che hell'anno 1858. Quindi il forte incasso verificatosi su questo 
articolo in quell'anno è il prodotto della somma complessiva in- 
troitata. 

Secondo la riserva occorsa nella prima ripartizione, furono 
modificate in seguito le predette quote con una disposizione go- 
vernativa, partecipata alla rappresentanza comunale, al presidente 
della provincia di Roma e Comarca, ed ai delegati delle altre Pro- 
vincie. Per il che le spese fatte dai Comuni per il casermaggio 
estero venivano ripartite: 

per 7/12 e 1/2 a carico di tutti i Comuni dello Stato; 

per 1/12 e 1/2 a carico delle rispettive provincie; 

per 3/12 a carico del Comune nel quale vi fosse guarnigione. 

In questa misura appunto il Comune di Roma ebbe gli annuali 
rimborsi, l'ammontare dei quali è segnato nei singoli bilanci. 



Compiuto l'esame della parte attiva dei bilanci dal 185 1 a tutto 
il 1870, devo ora far rilevare a quanto ragguagli in media il con- 
tributo di ogni cittadino nei smgoli anni, ripartendo l'ammontare 
complessivo dell'entrata annuale per il numero degli abitanti. 

È però necessario avvertire che, mentre nel ragguaglio di cui si 
tratta ho compreso il supplemento dato dal Governo per comple- 
tare l'annua dotazione, perchè rappresentava un quoto del Dazio 
Consumo assorbito dall' erario dello Stato, non ho tenuto conto 



480 Delle Finan:^e del Comune di ^oma 

delle partite che riferisconsi al casermaggio francese, né di quelle 
pagate dalla Commissione dei sussidi per le opere della nettezza 
pubblica, per la ragione che queste entrate non si possono valu- 
tare come provento comunale. Esse invece devonsi ritenere come 
semplice reintegramento di spesa, la quale, a rigore, dovrebbe es- 
sere diminuita dì una somma equivalente, se ciò non arrecasse 
intralcio e non fosse contrario al sistema generalmente adottato 
da tutte le pubbliche amministrazioni. 

Ciò premesso, ecco senz'altro lo specchio dimostrativo: 



^nno 


%Am montare 

dei 

prodotti 


Topolaiione 


tXCedia 
per ogni abitante 


1851 


2,317,535 88 


172,382 


15 45 


1852 


2,14^,566 35 


175,838 


12 21 


1853 


2,148,893 76 


176,002 


12 21 


1854 


2,010,482 40 


178,032 


II 29 


1855 


1,962,029 85 


177,461 


II 06 


1856 


1,927,271 92 


178,798 


IO 70 


1857 


2,168,507 88 


i79>952 


12 II 


1858 


2,026,312 73 


180.359 


II 24 


1859 


1,990,361 43 


182,595 


IO 91 


1860 


2,124,710 65 


184,049 


II 55 


1861 


2,177,383 26 


i9i»587 


II 20 


1862 


2,542,462 75 


197,078 


12 90 


1863 


2,404,755 89 


201,161 


II 96 


1864 


2,617,196 30 


203,896 


12 83 


1865 


2,878,850 61 


207,338 


13 88 


1866 


2,917,464 30 


210,701 


13 82 


1867 


3,047,638 30 


215,573 


14 14 


1868 


3,095,912 97 


217.378 


14 25 


1869 


3,294.517 60 


220,532 


14 95 


1870 


3,420,856 62 


226,022 


15 14 



T>elle Finan:(^e del Comune di ^oma 481 

SPESE. 

NEl parlare delle spese che la legge edittale del 25 gennaio 
185 1 poneva a carico del Municipio, potrò essere molto più 
breve che per l'entrata, imperocché trattandosi di pubblici servizi 
comuni a tutte le amministrazioni municipali, non è d'uopo in- 
dagarne le origini, né dimostrarne l'indiscutibile utilità. Perciò 
terrò conto soltanto di quelle spese che, a mio avviso, meritano 
speciale considerazione. 

Interessi passivi 

LA SPESA per questo capo, alla quale andò soggetto il Co- 
mune, non poteva essere compresa fra gli oneri contemplati 
nell'atto di riordinamento dell'Amministrazione Comunale. Non 
tenendo conto della emissione delle obbligazioni o cartelle comu- 
nali fatte nel 1848, perché questo prestito fu poi assunto dal Go- 
verno, i vari mutui creati a più riprese facevano pesare sul Comune 
pel tilolo « interessi » un onere gradatamente crescente in rela- 
zione dei contratti succitati del 1857-1862-1864-1865. Solo nel 
1868 riscontrasi una differenza in più, perchè il Comune si trovò 
in grado di diminuire il suo debito verso la Cassa di Risparmio, 
mediante uno straordinario versamento; pel quale fatto, diminuita 
la quota del debito capitale, accrescevasi quella dei versamenti ese- 
guiti nell'anno suddetto. 

Rettezza delle Vie^ Piazze ecc. 

LA NETTEZZA pubblica dipendeva in un tempo da un uBEcio 
governativo intitolato di Prefettura delle strade, sottoposto ad 
uno de' Prelati chierici di Camera. Sotto il Pontificato di Grego- 
rio XVI questa prefettura fìi riunita a quella delle acque *5, pur essa 

1$ Regolamento 8 giugno 1833. 



482 T>elh Finan:(e del Comune di ^oma 

dipendente da altro Prelato chierico di Camera; e cosi l'ufficio riu- 
nito fu chiamato Trejiden:(a di acque e strade, sotto un solo de'me- 
desimi chierici di Camera. 

Tale ufficio cessò nel 1848, perchè, tanto le acque, quanto le 
strade, e con esse la nettezza pubblica, divennero di spettanza mu- 
nicipale. 

Nel riordinamento dell'anno 185 1 il servizio della nettezza sol- 
tanto in parte fu posto a carico dell'Amministrazione Comunale, 
giacché la somma contemplata nell'elenco degli oneri, per scudi 
14,300, era destinata al solo trasporto delle immondizie, pel quale 
il Comune fin dal 1852 fece un appalto, retribuendo l'appaltatore 
con scudi 15,000 annui. Il vero servizio della nettezza, quello cioè 
della spazzatura delle vie, veniva disimpegnato dall'ufficio di bene- 
ficenza, mediante la Commissione detta dei suffidi, la quale vi prov- 
vedeva ascrivendo a tale servizio molti oziosi poveri, che per le di- 
sposizioni pontificie era incaricata di soccorrere. Da ciò è facile 
arguire con quale utilità e regolarità venisse disimpegnato uno dei 
principali servizi reclamati dalla decenza e dall'igiene pubblica. 

L'Amministrazione Comunale, avvedutasi dei gravi inconve- 
nienti che da un tale stato di cose provenivano, pensò di porvi 
rimedio. Il voto municipale riportò l'approvazione sovrana nel 
1865; perciò fu pattuito fra il Municipio e l'Autorità governativa 
che il Comune assumesse l'intero servizio della nettezza, con che 
la Commissione dei sussidi fosse obbligata di pagargli invariabil- 
mente l'annua somma di scudi 1 1,000 (lire 59,1 25). Questo servi- 
zio, che lasciava moltissimo a desiderare, fu dall'Amministrazione 
Comunale grandemente migliorato, spendendovi somme ben più 
vistose della corrisposta dovutagli dalla Commissione dei sussidi, 
come facilmente rilevasi dalle somme pel medesimo occorse dal- 
l'anno 1 86 5 in poi, eccedente di gran lunga quella dei precedenti anni. 

Trattando delle entrate, non feci menzione di quanto ritraevasi 
dalla Commissione dei sussidi, giacché questo incasso costituendo 
un reintegro parziale della spesa resa necessaria per mantenere la 
pubblica nettezza, parvemi più opportuno farne cenno come ora fo 
nel passare a rassegna le spese. Ciò varrà ancora a dimostrare che 



Delle FinatiT^e del Comune di %pma 483 

la spesa per la nettezza, divenuta molto più ingente che prima non 
fosse, veniva alquanto attenuata dalla suddetta corrisposta. NuUadi- 
meno questo servizio si fece molto gravoso nei bilanci comunali, 
come si scorge contrapponendo alle lire 80,000 circa che vi si ero- 
gavano nel 185 1, le lire 300,000 circa, che si raggiunsero nel 1870. 

Più gravosa poi apparisce questa spesa, allorquando si consideri 
che non si ottennero tutti i miglioramenti e vantaggi che la citta- 
dinanza desiderava, e che pure non sarebbe stato difficile ottenere 
cogli stanziamenti votati negli ultimi anni del ventennio. 

Durante il periodo 1865-1870, il servizio della nettezza non 
venne mai dato in appalto, ma fu posto sotto la direzione di uno 
dei consiglieri comunali, il quale s'incaricava dell'acquisto del ma- 
teriale, de' foraggi per i cavalli, del pagamento de' salari agli spaz- 
zini ed ai carrettieri, e di tutto quanto era necessario pel buon an- 
damento del servizio. 

Illumi w AZIO NE pubblica. 

SU L principio del secolo attuale Roma non godeva ancora il 
beneficio della illuminazione notturna. Fu soltanto sotto il 
regime del primo impero che s'incominciò a collocare dei fanali 
ad olio nelle principali vie, e quindi man mano si estese l'illumi- 
nazione a tutta la città. 

Questo servizio, alla ristaurazione del governo pontificio, rimase 
dipendente dalla prefettura delle strade, e quindi dalla presidenza 
di acque e strade fino al 1848, in cui per le disposizioni del OiCotiir 
proprio Piano passò al Comune, né in questa parte la legge edittale 
del 25 gennaio 185 1 apportò variazione alcuna. A quest'epoca 
il numero dei fanali sparsi per tutta la città raggiungeva appena 
il numero di 1500, ed in base di questo numero fu data in appalto 
dal Comune la illuminazione pubblica mediante la invariabile cor- 
risposta di quattrini 2 e "^^^fiooo (cent. 3 circa) per ogni ora di ac- 
censione e per ciascun fanale. 

La manutenzione dei fanali ed ogni altra spesa rimanevano a 
totale carico dell'appaltatore. Il Comune faceva da appositi ispet- 

61 — SXConografia di T(pma, Parte IL 



484 Delle FinanTie del Comune di *'^oma 

tori sorvegliare radempimento degli obblighi assunti dall'appal- 
tatore. 

Intanto il sistema della illuminazione a gas era generalmente 
adottato, e Roma era forse l'ultima delle grandi citti che venisse 
tuttavia illuminata col vieto metodo ad olio. 

Riconosciuta la necessità di conformarsi all'uso generale, il 
Cardinale Massimo, che sopraintendeva alle acque e strade, fino 
dal 1847, con notificazione in data io marzo, aveva indetto l'ap- 
palto per la costruzione fuori delle mura di Roma *^ di un gazo- 
metro per l'illuminazione della città e pel servizio dei privati. Ma 
non fu che nel 1854 che si applicò il nuovo sistema, ed il con- 
tratto stipulato fra il Comune e la Società del gas fissava a quat- 
trini 2 '^/loo (centesimi 2 1/2 circa) la corrisposta per ogni ora 
di consumo e per ogni fanale, la quale corrisposta rimase invariata 
a tutto il 1870. 

Tale innovazione danneggiava grandamente gl'interessi del- 
l'appaltatore dell'illuminazione ad olio, in quanto che, mentre ri- 
manevano a suo carico le spese di amministrazione tutte e le altre 
inerenti, si venivano man mano sostituendo ai fanali ad olio quelli 
a gas. Di questo fatto si tenne calcolo nel rinnovarsi l'appalto du- 
rante il 1860 e fu convenuto che il prezzo da quattrini 2 799^,^^ 
venisse portato a quattrini 3 5*/,oo (centesimi 03,5 circa). Quan- 
tunque il numero dei fanali ad olio fosse stato notevolmente ri- . 
dotto in confronto di quelli esistenti all'epoca del primitivo con- 
tratto, pure la differenza della corrisposta era troppo notevole, perchè 
non influisse sui risultati del bilancio, come infatti si può rilevare 
dalla spesa del 1860 in confronto agli anni precedenti. 

Nessun sensibile aumento fu apportato alla illuminazione della 
città; conseguentemente le spese si mantennero quasi stazionarie 
nel decennio 186 1- 1870, dappoiché le piccole graduali sostitu- 
zioni dall'olio al gas venivano compensate dalla minor corrisposta 
che per questo paga vasi. I fanali ad olio erano ridotti nel 1870 ad 
un numero molto esiguo. 

»6 II gazoni:tro fu poi costruito nelPinterno della città in via^dei Cerchi. 



1 



T>:lle Finanze del Comune di lipoma 485 

Quelli a gas in tale anno raggiunsero il numero di 2000, nu- 
mero tuttavia insufficiente a confronto della estensione della città 
ed al numero considerevole delle vie che per ogni verso la inter- 
secano. 

Vigili. 

INSIGNIFICANTI sono le differenze che ris contransi nelle spese 
occorse per questo titolo durante l'intiero ventennio, né possono 
perciò offrir campo ad osservazioni. Basterà quindi accennare, come 
l'istituzione del Corpo dei Vigili dati essa pure dal dominio na- 
poleonico, risalendo al 18 io. 

Di gran lunga inferiore all'attuale era il numero dei vigili. 

Il soldo che percepivano era di franchi 25 mensili per i comuni, 
assegno che rimase invariato fino a tutto il 1870, salvo la ridu- 
zione in scudi e quindi in lire italiane. 

Nei primi tempi il Corpo dei Vigili non aveva uniforme, e sol- 
tanto dopo la restaurazione pontificia avvenuta sotto Pio VII, fu 
loro data un'assisa militare. 

Il comando del Corpo fu affidato ad un patrizio romano sotto 
la dipendenza di Monsignor Governatore di Roma direttore gene- 
rale di polizia. 

Nel 1848 il Corpo dei vigili passò sotto la dipendenza del Co- 
mune ed il nuovo ordinamento del 1851 nulla rinnovò su tale 
oggetto. 

Lavori Pubblici, 

NO N mi si renderebbe agevole il dar ragione separatamente 
dei lavori ordinari e di quelli straordinari eseguiti durante 
il ventennio. Né se ne riconosce la necessità quando si rifletta alla 
lieve importanza dei lavori che propriamente ascrivere si potreb- 
bero alla categoria degli straordinari. 

Arroge che nei bilanci annuali non si fece tale. distinzione. 
Premessa questa dichiarazione, dirò come la somma fissata 



486 Delle Finan:^e del Comune di %oma 

nello specchio redatto dalla presidenza di Roma e Comarca per i 
lavori pubblici ascendesse nel suo complesso a sole lire 500,000 
circa, buona parte delle quali doveva erogarsi per le strade pro- 
vinciali, alla cui manutenzione il Comune doveva contribuire. 

Sarebbe stato assurdo il pretendere che, con una somma rela- 
tivamente tanto esile, il Comune migliorasse le vie della città ed 
imprendesse qualche grande lavoro edilizio, che valesse a darle 
lustro e decoro. È bensì debito di giustizia ammettere che l'am- 
ministrazione comunale fece del suo meglio, e vediamo in&tti gra- 
datamente aumentarsi le somme erogate per questo servizio fino 
a sorpassare nel 1870 un milione e 400,00 lire. 

Non sarà inopportuno rilevare, che nell'esercizio 1854 si pre- 
senta una rilevante eccedenza di spese in confronto di quelle erogate 
negli antecedenti esercizi e negli altri immediatamente successivi. 

Qjesta sensibile differenza trova spiegazione nel fatto che il 
Comune in quell'anno acquistava qualche proprietà nelle vicinanze 
del Campidoglio, eseguiva grandi restauri ad alcune delle monu- 
mentali fontane, costruiva il grande muraglione dirimpetto alla 
Mole Adriana lungo la sponda del Tevere, che può considerarsi 
come primo fra i lavori importanti eseguiti nel ventennio, e 
sborsava una ingente somma a fronte dell'importo del palazzo 
Caffarelli (ove risiede l'Ambasciata Germanica), nello intendimento 
di esercitarvi giuridicamente il diritto di prelazione. 

Di maggiore importanza furono i lavori per la riduzione della 
via della Dataria e della Piazza del Quirinale, quelli per la nuova 
strada che conduce al Gianicolo, la sistemazione del Circo Ago- 
nale e l'ampliamento dello stabilimento di mattazione. 

La riduzione della via della Dataria per dare migliore accesso 
e recesso alla piazza del Quirinale, ove le vetture non potevano da 
quella parte ascendere, fu lavoro lungo, difficile e non bene im- 
maginato, che durò dal 1863 al 1866, ed importò al Comune la 
spesa di lire 350,000, indipendentemente da quanto il Governo e 
l'Amministrazione dei Sacri Palazzi Apostolici vi profusero diret- 
mente per loro parte. 

Sotto vari rapporti merita migliore considerazione la nuova 



T)elle Finan:(^e del Comune di ^oma 487 

strada Gianicolense per la quale il Pontefice fu largo di sussidi 
dalla sua cassetta privata. La spesa di questo lavoro tornata a ca- 
rico del Comune non superò le lire 220,000. 

La sistemazione del Circo Agonale è quello, fra i grandi lavori 
eseguitisi in Roma nel ventennio, che merita maggior encomio per 
Tesiguità della spesa, che fu di circa lire 140,000 soltanto, per la 
felice idea colla quale fii concetta, e per la bontà dei lavori. Il che 
torna a lode di chi presiedeva in quel tempo all'ufficio edilizio e 
di chi ne elaborò il progetto, e lo fece coscenziosamente eseguire. 

Finalmente per l'utilità grandissima son degni di speciale men- 
zione i lavori eseguiti al pubblico macello, per una somma di oltre 
lire 500,000. Oltre ai benefizi che da questi lavori provennero, per 
quanto ha riguardo all'igiene pubblica ed al decoro della città, la 
loro esecuzione fu di grande vantaggio anche per le finanze muni- 
cipali, come ebbi occasione di far notare parlando dei prodotti di 
quello stabilimento. 



Cimiteri. 

RO M A, che a buon diritto può vantare il numero grande e la 
magnificenza dei suoi monumenti d'ogni età e d'ogni genere, 
rimase fin quasi alla metà dell'attuale secolo sprovvista di cimitero. 
Il seppellimento dei cadaveri facevasi nelle chiese, ove tuttora 
leggonsi le innumerevoli iscrizioni funebri dettate dalla pietà dei 
congiunti, o nelle cappelle gentilizie, o nei chiostri delle molte 
comunità religiose. 

In previsione del cholera (che già desolava altre contrade 
d'Italia, e che nel 1837 infieri orribilmente su Roma) fu ricono- 
sciuta la necessità di quelle precauzioni igieniche che valsero a le- 
nire gli effetti del morbo fatale, ed a non porgere esca novella alla 
sua opera di distruzione. Prima fra tali necessità era quella di sce- 
gliere un luogo lontano dall'abitato, ove si potessero tumulare i 
cadaveri, e s'incominciò il seppellimento nei terreni presso la Ba- 
silica San Lorenzo lungo la via Tiburtina. 



488 Delle Finan:i^e del Comune di ^otna 

Sebbene fosse per tal guisa creato il cimitero, non ebbe la im- 
portanza che ciascuno era in diritto di attendersene, perciocché 
limitato alle tumulazioni dei borghesi e del minuto popolo, con- 
tinuando le famiglie nobili ed agiate nel sistema delle sepolture in 
chiesa e nelle cappelle private. Allorquando fra i servizi affidati al 
Comune venne pure compreso quello del cimitero, l'amministra- 
zione vide l'urgenza di eseguirvi grandi lavori, acciò tornassero 
di decoro alla città e fossero atti a vincere la ripugnanza che i 
nostri magnati e la classe agiata avevano per farvi deporre i loro 
cari. Vi furono perciò intraprese fin dai primi anni del ventennio 
varie ed importanti opere, ma soltanto nel 1854 vennero prose- 
guite con tale impulso, da accrescerne notevolmente le spese, come 
risulta dal quadro che ho più sopra pubblicato. 

I lavori si proseguirono sempre con maggiore alacrità e le 
spese per conseguenza divennero più ingenti a tale che nel 1870 
occorsero per questo titolo più di lire 190,000 di fronte a poco 
oltre lire 52,000 spese nel 185 1. 



Sanità, lì en e f icen z a. Franchigie. 

CO L L A L E G G E del 25 gennaio 185 1 la sanità e la benefi- 
cenza rientrarono sotto la dipendenza governativa, rima- 
nendo a carico del Comune soltanto alcune spese di lievissima 
importanza, che dovevano per la loro natura essere classificate in 
questa categoria. Non occorrendo quindi trattenerci su di esse, 
tratterò di ciò che quasi totalmente assorbiva questa categoria, il 
compenso cioè dovuto ai padri di numerosa prole a titolo di fran- 
chigia. 

Da tempo antichissimo i padri di dodici figli godevano l'esen- 
zione delie tasse dette comunitative. Sembra che questo privilegio 
non andasse disgiunto da gravi abusi, e specialmente da quello 
che i franchigiati vendessero ad altri il diritto loro concesso. Ciò 
si desume dalla costituzione del Pontefice Innocenzo XI del 14 



Tìelle Finan:(^e del Comune di l^oma 48^ 

agosto 1677 e dal Chirografo sopra il bando deUe dogane del io 
maggio 1738, coi quali 5/ proibiva di vendere le franchigie, doven- 
dofene valere direttamente per solo ufo proprio. 

Malgrado siffatta esplicita disposizione, pare che l'abuso conti- 
nuasse a sussistere fino a che L. Ercolani, tesoriere generale, con 
notificazione del 26 gennaio 1800 stabili la permuta in contanti 
della franchigia, nella misura che verrebbe di comune accordo fis- 
sata fra le comunità e gl'interessati, basandola sulla entità delle 
contribuzioni alle quali erano assoggettati i cittadini. 

Il pontefice Pio VII col V^Cotu-proprio del 19 marzo 1801 sul 
regolamento del sistema daziario, mentre stabiliva un dazio unico 
di consumo sul vino, all'articolo 71 confermava il privilegio della 
franchigia e lo estendeva anche su questo nuovo dazio. Nel rela- 
tivo articolo si dichiaravano esenti dal dazio i privilegiati per do- 
dici figliy ma in pari tempo soggiungevasi che si addivenisse con 
essi ad una composizione pecuniaria, affinchè non fosse aperto l'a- 
dito a frodi. 

Non era cosa troppo agevole applicare le disposizioni surrife- 
rite, ed infatti continue controversie insorgevano fra i Comuni ed 
i franchigiati, cosicché la Congregazione del Buon Governo, che so- 
printendeva a tutti i Comuni dello Stato ecclesiastico, a togliere di 
mezzo ogni contestazione, con circolare del 19 decembre 1807 
dichiarava: 

Che il privilegio non poteva godersi che nel luogo di dimora del pri- 
vilegiato e non già in altri luoghi, anche se ivi avesse delle possessioni; 

Che l'esenzione era limitata ai p.'fi comunitativi; 

Che per conseguenza l'esenzione veniva ristretta alle sole gabelle im- 
poste sopra ì generi di consumo, limitatamente a quelli necessari alFuso 
proprio del privilegiato e sua famiglia, escluse le persone di servizio. 

Queste disposizioni venivano pienamente confermate sotto il 
Pontificato di Leone XII, come rilevasi da una notificazione del 
Cardinale Galeffi, Camerlengo di Santa Romana Chiesa, in data 
18 settembre 1826. E fu appunto colla suddetta notificazione che 
venne stabilita per Roma la misura del compenso annuale da darsi 



490 T)eUe Finan:(^e del Comune di T(^oma 

ai franchìgiati, in scudi cento per coloro che avessero titolo di 
nobiltà, ed in scudi sessanta per gli altri. 

Era intanto invalso l'uso fra coloro che avevano solo 1 1 figli 
di chiedere a titolo di grazia il diritto di franchigia, e general- 
mente tale grazia veniva dai Pontefici accordata. Questa profii- 
sione di grazie sovrane andava però a gravare in tutto e per tuno 
i bilanci dei Comuni, e questi a buon diritto ne mossero ripetute 
lagnanze al Governo, mediante suppliche dirette al Papa Pio IX, 
il quale nell'udienza data il 20 agosto 1853 a Monsignor Mertel, 
ministro dell' interno, emanava le seguenti disposizioni : 

1. Il privilegio accordato per grazia ai padri che non hanno il com- 
pleto numero di dodici figli, quando non vi sia espressa concessione più 
ampia, da ora innanzi s'intenderà dato soltanto al padre, sua vita naturale 
durante ; e s.irà estensibile a que' soli figli ed a quelle sole figlie, che al- 
l'epoca della morte del padre siano in età minorile, per continuare fino a 
che essi o esse pervengano alPetà maggiore, e non più oltre. 

2. La somma del compenso attribuito al padre all'epoca della sua morte, 
si dividerà in dodici parti eguali, Tuna delle quali ne avrà la vedova di 
lui, per goderne fino a che essa viva o passi a seconde nozze; un'altra 
porzione, ossia un dodicesimo per ciascheduno, avranno i figli o le figlie 
allora in età minore, per goderne come sopra, fino a che giungano alla 
maggiore età: le porzioni o dodicesimi tanto della moglie premorta, quanto 
dei figli o delle figlie premorte al padre, o in età maggiore all'epoca della 
sua morte, si hanno come annullate restando diminuita delle corrispondenti 
quote la prestazione a carico del Comune. 

3. Nulla è innovato riguardo all'effetto delle grazie accordate ai padri 
di undici figli antecedentemente al detto giorno 20 agosto; come pure nulla 
è innovato intorno al privilegio dei padri di dodici figli viventi, privilegio 
che rimane regolato dalle leggi e dai regolamenti in vigore. 



Spettacoli e feste pubbliche, 

CELEBRI sono le grandi luminarie che facevansi in Roma 
per iniziativa di privati cittadini nella ricorrenza del 12 a- 
prile, giorno che rammentava il ritorno dì Pio IX da Gaeta nel- 
l'anno 1850 e la di lui incolumità nel disastro avvenuto a S. Agnese 



T)elle Finan:(^e del Comune di %^oma 491 

fuori le mura, durante la festa che ivi celebravasi in uno di quegli 
anniversarii. 

Queste luminarie, negli ultimi anni avanti il 1870, avevano 
preso proporzioni imponenti, per le ingenti somme che vi si pro- 
digavano, e che in gran parte erano il prodotto delle più o meno 
spontanee elargizioni dei cittadini, raccolte mercè lo zelo dei par- 
roci, che di porta in porta andavano raccogliendo l'offerta del ricco 
e del povero. Ho voluto accennare queste luminarie soltanto a ti- 
tolo di ricordo storico, e non già perchè entrassero nelle compe- 
tenze municipali ; imperciocché il Comune non aveva in queste 
feste ingerenza diretta, e solo vi contribuiva per la sua parte, illu- 
minando i palazzi capitolini e le adiacenze. 

La legge del 25 gennaio 1851 aveva posto sotto la dipendenza 
del Comune gli spettacoli teatrali, l'illuminazione della cupola e 
della piazza Vaticana nella festa di Pasqua (essendo quella per la 
festa de' Santi Pietro e Paolo di spettanza della « Fabbrica di San 
Pietro ») ed i fuochi d'artificio in alcune ricorrenze, oltre il car- 
nevale, e conseguentemente erano a suo carico le spese relative. 

Quanto ai teatri, le spese consistevano nel far loro una dote, 
cioè nel corrispondere all'impresario dei due teatri considerati di 
primo ordine una sovvenzione, perchè si obbligasse a dare delle 
rappresentazioni convenienti ad una grande capitale, che altrimenti 
la mitezza dei prezzi, fissati in antecedenza d'accordo fra l'impre- 
sario ed il Comune, per coloro che avrebbero voluto assistere allo 
spettacolo, non avrebbe permesso di dare. 

I teatri di Roma erano di privata proprietà ed il Comune do- 
veva pagare per gì' indicati due teatri delle corrisposte che veni- 
vano a gravare sensibilmente i suoi bilanci annuali. Non poteva 
l'amministrazione cittadina star soggetta al beneplacito di un pri- 
vato, il quale per un motivo qualunque avrebbe potuto negare 
l'uso dei teatri e cosi privare Roma dei consueti spettacoli. A to- 
gliere il pericolo di siffatto inconveniente, il Comune determinò di 
far l'acquisto di uno dei due principali teatri, assumendo l'altro in 
enfiteusi. 

II grande aumento che su questo articolo riscontrasi nell'anno 

62 — fonografia di 'B^ma, Parte IL 



492 Delle Finan:(^e del Comune di %oma 

1S70 deriva appunto dal fatto che il Municipio, sul finire del 1869, 
acquistava il teatro ^Argentina, e prendeva in enfiteusi perpetua 
quello di KApollo, 

I fuochi d'artificio, comunemente detti Girandole, che accen- 
devansi per la Pasqua e per la festa de' Santi Pietro e Paolo, furono 
interdetti nel forte Sant'Angelo, a causa dell'occupazione francese, 
ed incendiavansi invece sul monte Pincio od a San Pietro in Moli- 
torio. Queste girandole divennero talmente costose, che negli ultimi 
tempi vi s' impiegava la somma annua di oltre 40,000 lire, cioè 
lire 23,000 circa per la festa di Pasqua e lire 17,000 circa per la 
festa de' Santi Pietro e Paolo, giacché per questa non era necessario 
rinnovare la spesa dell' armatura conservandosi la precedente. 

L'illuminazione della cupola e piazza di San Pietro non richie- 
deva che la spesa di lire 4,000. 

E finalmente le feste pel carnevale ascendevano annualmente 
a lire 8,000. 

Devo ora aggiungere qualche parola per giustificare le due più 
sensibili differenze che riscontransi nel titolo degli spettacoli e 
feste pubbliche nel 1857 e nel 1867. 

Nel 1857 il Pontefice intraprese un giro per lo Stato e negli 
Stati limitrofi di Modena e di Toscana che durò più mesi. Viag- 
giando colla pompa ufficiale, che i Papi usavano recandosi fuori 
del distretto di Roma, grandissime spese ne derivarono alle pro- 
vince ed ai comuni, se non altro per le feste ed accoglienze dovute 
al Sovrano Pontefice ed alla sua Corte. Imperciocché grandissime 
cose attendevansi da Pio IX in quella solenne occasione, special- 
mente in prò degli infelici che, per gli avvenimenti del 1849, 
popolavano i bagni e gli ergastoli ; ma tali speranze fiirono deluse. 
La rappresentanza del Comune di Roma, sia per proprio impulso, 
sia per non rimanere al disotto degli altri comuni dello Stato, volle 
render solenne con festevoli dimostrazioni il ritorno del Papa, ed 
erogò a tale effetto la somma di scudi 13,000, fra la costruzione di 
un arco trionfale nella Piazza del Popolo, la distribuzione ai po- 
veri della città di 120,000 libbre di pane e 60,000 libbre di carne, 
e la liberazione dei carcerati per debiti, pagando la somma com- 



1 



Tacile Finan:(^e del Comune di TX^oma 493 

plessiva di scudi 275,98 (lire 1,483 50) dovuta respettivamente ai 
loro creditori. 

Il centenario <ii San Pietro, che ricorse nel 1867, fu causa del- 
l'aumento che si osserva nel bilancio di quell'anno, essendosi spesa 
per tale circostanza dal Comune una somma di lire 55,000. 



Tassa erariale. 

RIPRISTINATO il governo Pontificio nel 1849, le finanze dello 
Stato trovaronsi in condizioni si tristi, che era pur d'uopo 
provvedervi in qualsiasi maniera. Il bilancio dello Stato per l'anno 
1851 presentava un disavanzo di oltre un milione e 600,000 scudi 
(lire 8,600,000). Non era cosa ovvia, né prudente, l'accrescere re- 
pentinamente le tasse in quel momento, in cui vivissimo conser- 
vavasi il ricordo delle passate vicende, e perdurava generalmente 
quel malessere economico che è conseguenza delle commozioni 
politiche. Era adunque necessario che il Governo trovasse un 
temperamento, pel quale, occultando alle popolazioni l'idea di una 
nuova tassa da lui procedente, raggiungesse lo scopo di pareggiare 
il disavanzo. 

Il Governo perciò venne nella determinazione d* imporre una 
straordinaria contribuzione a tutti i municipi dello Stato, lasciando 
ai medesimi la facoltà di rinfrancarsene a carico dei rispettivi co- 
munisti, mediante altra o altre imposte, secondo che avessero repu- 
tato più confaciente alle condizioni locali entro i termini consentiti 
dai regolamenti in vigore. 

La legge in forma di editto fu pubblicata il 21 luglio i8ji. In 
essa era stabilito, che per Tanno suddetto, oltre all'aumento d'un 
sesto sopra la tassa fondiaria o dativa reale, venivano tutti i co- 
muni assoggettati ad una straordinaria contribuzione per la somma 
complessiva di un milione di scudi (lire 5, 3 7 5, 000), da pagarsi in 
tre rate e ripartita fra le singole comunità in ragione composta 
del censimento catastale e della popolazione. Di modo che al Co- 



494 Tacile Finan:ie del Comune di %^oma 

mune di Roma toccò la somma di lire 503,1 ii 77 che appunto ve- 
diamo segnata fra le spese dell'anno 185 1. 

Questa contribuzione non valse a ristabilire T equilibrio delle 
finanze governative; perciò coU'editto di Segreteria di Stato del 7 
febbraio 1852, accresciuta la tassa sul sale, impostane una nuova 
sui generi coloniali non ancora soggetti al dazio di consumo, la- 
sciato sussistere V aumento del sesto sulla tassa fondiaria, si con- 
fermò, limitatamente ad una quarta parte, la predetta contribuzione 
di un milione, e cosi in scudi 250,000 (lire 1,343,750), pagabile 
dai comuni in due rate. Il che spiega come la spesa per questo 
titolo speciale si trovi iscritta nel bilancio del 1852 per sole lire 

125,777 94- 

Malgrado questi provvedimenti, le finanze dello Stato trova- 

vansi tuttavia dissestate, e rendevansi perciò necessarie nuove con- 
tribuzioni od imposte. 

Ma oramai era sfruttata la contribuzione sui comuni, né il rin- 
novarla tornava cosa agevole, dappoiché se i Municipi, facendo di 
necessità virtù, avevano fatto mostra di rispondere quasi di buona 
voglia al primo appello di un milione, altrettanta riluttanza dimo- 
strarono alla seconda richiesta per il quarto di milione. 

In tale emergenza il Governo determinossi ad accrescere i dazi 
d'introduzione e quelli di consumo, rendendo nello stesso tempo 
normale V aumento del sesto sulla fondiaria già precariamente im- 
posto negli anni precedenti. 

Venne pertanto coU'editto di Segreteria di Stato del 7 ottobre 
1854 pubblicata la legge, la quale, assieme ad altre tasse, impo- 
neva un aumento di bajocchi dieci al barile sul dazio del vino che 
producevasi nello Stato. 

« A cagione però (son parole dell'editto) delle contrarie vi- 
cende, cui soggiace il nostrale prodotto delle uve, si differisce l'at- 
tivazione dell'accennata tassa, alla quale viene surrogata una impo- 
sizione a carico dei comuni dello Stato nella complessiva somma 
di scudi 350,000 da aver principio col primo gennaio 1855 ». 

È facile leggere in questa disposizione, come il governo, nel 
tornare a colpire i Comuni, preferisse ricevere un contributo di- 



Delle ' FinanT^e del Comune di T(_oma 495 

retto dai medesimi, anziché colpi re esso stesso con una ulteriore 
tassa la popolazione. Una simile disposizione poi spiegavasi col 
fiuto, che la crittogama in questi anni devastava le viti e sarebbe 
perciò stata illusoria una tassa, che direttamente colpisse un pro- 
dotto reso, per effetto di quel flagello, scarsissimo. Lo Stato quindi 
continuando a percepire dai comuni gli scudi 350 mila annui fece 
divenire permanente ciò che la legge 1854 aveva dichiarato transi- 
torio. Questa tassa di scudi 350,000 fu poi chiamata Tajfa erariale. 
Il comune di Roma ebbe, per sua parte, a pagare annui scudi 
32,760 (lire 176,089 13), che figurano appunto nei singoli bilanci 
fino a tutto Tanno 1870. 



Esaminata nei suoi titoli principali la parte passiva dei bilanci 
nel ventennio dal 185 1 a tutto il 1870, occorre una osservazione 
prima di farne il quadro riassuntivo. 

L'Amministrazione Comunale sotto il regime pontificio ebbe 
termine colTentrata in Roma dell'esercito nazionale il 20 settem- 
bre 1870. Da quest'epoca memoranda incominciò il lavoro di rico- 
stituzione del Municipio Romano, secondo le leggi vigenti nelle 
altre parti del regno, e per conseguenza nuovi incarichi e maggiori 
spese gli furono addossati. Inoltre straordinarie circostanze, ora 
fauste, quale la venuta del Re in Roma, ora disastrose, quale la 
grande alluvione del Tevere allo spirare del dicembre, richiesero lo 
straordinario impiego di somme cospicue, le quali, del pari che le 
ahre ordinarie suindicate, dipendenti dalle nuove leggi, appariscono 
nel bilancio dell'anno 1870. Né diversamente potevasi, né dovevasi 
fare, per non alterare il sistema di chiudere gli esercizi collo spi- 
rare dell'anno solare, ma tornerà opportuno far risultare le partite 
che si riferiscono ai nuovi servizi, e quelle cagionate da straordinari 
eventi, onde potersi rendere un chiaro ed esatto conto dei risultati 
del bilancio dell'anno suddetto, in comparazione dei precedenti. 

I nuovi servizi importarono nel periodo decorso dal 20 settem- 
bre al 31 dicembre 1870 una spesa complessiva di lire 333,558 08 
cosi ripartita: 



49^ Tacile Finan:(^e del Comune di 1(oma 

Casermaggio della truppa nazionale. .... Lire 115,297 20 

Guardie municipali S 3,786 76 

Guardia nazionale 39>270 06 

Reali carabinieri n 24,314 69 

Guardie di pubblica sicurezza 20,203 35 

Spese diverse per il plebiscito 159^45 66 

Elezioni politiche ed amministrative 13,19798 

Istruzione pubblica, statistica, sanità ecc. . . 21,812 38 

Totale Lire 333,558 08 

I preparativi fatti per le feste disposte pel solenne ingresso 
del re Vittorio Emanuele in Roma, quasi totalmente divenute inutili 
a causa della inondazione del Tevere e per Timprowiso arrivo di 
Sua Maesti nel colmo di quella catastrofe, richiesero una spesa di 
lire 161,323 60. 

Finalmente le spese incontrate per sopperire alle prime neces- 
sità derivanti dalla predetta inondazione del Tevere, avvenuta sugli 
ultimi giorni di dicembre,, ascesero a lire 104,614 70. 

Si ha cosi un totale di spese non previste ed eccezionali di lire 
599,496 38 da attribuirsi all' avvenuto cambiamento politico ed 
amministrativo, pel quale Roma divenne capitale del Regno, ed alla 
inondazione del Tevere. 

A dimostrare la situazione finanziaria del comune di Roma al 
31 decembre 1870 riassumo primieramente nel seguente quadro 
le risultanze dei singoli bilanci annuali di tutto il ventennio : 



17 Di questa partita si deve tener conto a carico della provincia. 



T)elle Finan:(^e del Ccmune di lipoma 497 



1851 

1852 

1853 

1854 

1855 

1856 

1857 

1858 

1859 

1860 

1861 

1862 

1863 

1864 

1865 

1»66 

1867 

1868 

1869 

1870 



'Prodotti 

2,317,535 88 
2,144,566 35 
2,148,893 76 
2,326,140 67 
2,205,302 35 

2,125,727 99 

2,359,793 65 

2,515,073 78 
2,319,203 15 

2,591,349 66 
2,751,558 63 
3,170,099 57 
2,952,101 94 
3,141,659 90 
3,421,119 92 

3,385,653 33 
3,262,632 25 

3,256,137 67 

3,355,859 78 
3,179,981 62 



S p ef e 

2,451,535 25 
2,226,714 01 

2,253,138 71 

3,283,933 II 
2,566,141 02 

2,289,718 64 

2,355,392 00 
2,522,027 83 

2,157,822 14 

2,602,368 09 

2,779,790 71 
3,068,374 30 

2,911,546 82 

2,947,816 03 

3,213,050 52 

3,385,436 22 

3,171,346 79 
3,067,211 58 

2,849,713 82 

3,930,266 62 



A V a n :;; i 



4,^01 65 
23,045 95 



101,725 27 
40,555 12 

193,843 87 
208,069 40 

197 II 

91,285 46 

188,926 09 

506,145 96 

1,358,195 88 



T) ifa V an:;^ i 

133,999 3) 
82,147 66 

104,244 95 

957,792 44 
360,838 67 

163,990 65 



138,618 99 
11,018 43 
28,232 08 



450,285 00 
2,431,168 22 



Da questo quadro si ha in defìnitivo una eccedenza passiva 

alla fine del 1870 di oltre Lire 1,070,000 

ed aggiungendovi i debiti capitali che a quell'epoca dove- 

vansi ancora estinguere all'incirca in 950,000 

emerge in compJeJfo un paffivo di , . . . Lire 2,020,000 

A fronte di questo passivo si hanno alcune attività da contrap- 
porre, per la somma complessiva di circa un milione e mezzo, la 
quale si compone del valore del teatro Argentina, dell' amplia- 
mento del pubblico macello e di altre proprietà comunali acqui- 
state durante il ventennio, di modo che l'amministrazione munici- 
pale al primo gennaio 1 87 1 incominciava con un passivo di oltre 
mezzo milione, dipendente dalle indicate spese non previste ed 
eccezionali, ascendenti esattamente a lire 599,496 38. 



498 T>elle Finan:^e del Comune di %pma 



S IV. 

VeRIODO amministrativo dal 1871 A TUTTO IL iSj6, 

L'Ingresso delle truppe nazionali in Roma toglieva finalmenic 
questo Comune dallo stato di vassallaggio e d'inerzia al quale 
da parecchi secoli aveva, con brevi intervalli, dovuto soggiacere, 
per lasciar libera e sicura in ogni sua parte l'azione del Governo 
pontificio che vi teneva la sua sede. Già vedemmo come a nulla 
approdassero i liberali propositi sanciti nel 1847, dacché il Comune 
fu al pari di ogni altra cosa trascinato ad agire secondo il succedersi 
delle vicende politiche, e solo dallo scorcio del 1870 l'ammini- 
strazione comunale assumeva per la prima volta quegli incarichi, 
pei quali poteva aflfermar l'autonomia propria e l'influenza consen- 
tite dalle liberali istituzioni. 

Quest'opera di trasformazione, che quasi si potrebbe dire di 
creazione, non era né semplice, né agevole. E difatti Roma non 
doveva soltanto provvedere a tutto quanto occorre ad una grande 
città, ed all'impianto dei civici servizi, che non potevansi improv- 
visare; ma avea altro compito gravissimo, e di massima importanza, 
quello cioè di trasformarsi cosi, da poter essere degna e comoda 
Capitale del Regno d'Italia, che novera cospicue ed insigni città, 
molto innanzi in ogni opera di civile progresso. 

A questo immenso lavorio che veniva imposto alla novella am- 
ministrazione, altre difficoltà si aggiungevano. L'applicazione delle 
nuove leggi non poteva trovare una benevola accoglienza presso 
coloro che erano avversi al nuovo ordine di cose, o fra lo stuolo 
dei timorosi od inesperti, i quali, fors'anche per ignoranza, in ogni 
nuova disposizione volevano scorgere una minaccia alle sostanze 
dei cittadini. Per tal modo credevasi da molti fosse loro permesso 
sfuggire alle ricerche del censimento, trasgredire ai regolamenti 
di polizia urbana, e ricorrere a cento sotterfugi, che, intralciando 
grandemente l'azione dell'autorità cittadina, tornavano il più delle 



^DeìU Fiuan:^e del Comune di T^oma ^99 

volte a detrimento degli stessi contravventori che cadevano più 
tardi sotto la sanzione delle leggi, oppure non potevano usufruire 
di quei benefici e di quei diritti che ad ogni buon cittadino sono 
consentiti. 

Altro impedimento trovava la nuova amministrazione nella 
stessa ricchezza di monumenti e memorie, per cui va giustamente 
celebrata Roma; giacché non rare volte il rispetto all'arte ed al- 
l'antichità imponeva l'abbandono di utili progetti, o tali modifi- 
cazioni, per le quali dovevasi perdere tempo e denaro. 

Né ultima fra le difficoltà da superarsi era quella di provvedere 
subito somme ingenti, mentre i danni cagionati dallo straripamento 
del Tevere tenevano la Giunta Comunale occupata per circa tre 
mesi, affine di porgere sollievo e trovare qualche rimedio a tanta 
sciagura, ed allorquando appunto la popolazione ad un tratto erasi 
veduta piovere sulle spalle quella congerie di imposte, che le altre 
Provincie, ad eccezione delle Venete cui toccò quasi eguale sorte, 
soltanto nel lasso di parecchi anni giunsero a sopportare. 

Ma ad altri meglio che a me potrebbe tornar utile ed opportuno 
un più particolareggiato studio sopra le condizioni di Roma nei 
primi tempi della sua annessio